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lunedì 19 marzo 2018

Rinascita

E' il primo blog che ho pubblicato in questo spazio personale. Lo ripubblico oggi, 19 marzo 2018, in omaggio al mio Papà

di Raffaella Vitulano 

Rientrava dai viaggi di lavoro con una valigia marrone, sintetica, e una ventiquattr’ore di pelle cognac che nascondeva sempre qualche regalo per lei. La bambina lo guardava, rannicchiata nel corridoio umido dalle pareti rosse di un bilocale di periferia. Pensili di fortuna in cucina, a volte scarafaggi nel ripostiglio delle scarpe. I muri erano le tele preferite della bambina, colori messi a caso, con silenzio ed intuizione. Lui la lasciava fare, e pazientemente - di quando in quando - pitturava di bianco quelle pareti imbrattate. Le lasciava dar vita, con innesti cromatici volenterosi, alla calce grigia del bilocale al sesto piano. Le lasciava srotolare carta igienica, perché potesse crearne forme inedite. Colori vivaci, come quelli della tempera pastosa che lei usava sui chicchi di riso nei suoi mosaici infantili. Setosi come la velina da origami utilizzata anni prima da una bambina giapponese per realizzare gru. Tante gru. Che però non erano bastate a salvare la vita di Sadako in un ospedale di Hiroshima. La bambina di Milano piangeva ogni volta, rileggendo quella storia nel volume dalla copertina laccata. Singhiozzava, ma le lacrime sparivano quando il padre, ferroviere vagabondo, tornava. Le mani forti, la voce autorevole e rassicurante.
L’asilo, le focacce, gli angeli di carta rosa, la cioccolata, il proiettore con le diapositive a fumetti. Intorno alla bambina, le manifestazioni dei lavoratori della Pirelli, l’acciaio rapace dei pali della luce nella nebbia, i cavi dei tram, le rotaie arrugginite, l’odore cupo e metallico dei tubi di scappamento delle auto su viale Fulvio Testi, le esalazioni della manifattura tabacchi, il sapore fangoso e di uova marce delle nebulizzazioni respiratorie, gli antibiotici.
Qualche anno dopo, l’omicidio Moro. Lei era cresciuta, suo padre stava invecchiando. Ma lui scriveva ancora coraggiosi editoriali, trattava coi padroni e difendeva i lavoratori con la stessa passione di quando, studente d’ingegneria, teneva comizi nella piazza di Boscotrecase. La malattia lo colse la prima volta a cinquant’anni, era a capo del sindacato di categoria. Non si fermò. L’impegno e il lavoro, nel tempo, avrebbero fatto della bambina una ragazza a lui grata. Avrebbero creato la donna quando lui, palpebre serrate, se ne sarebbe andato. Oltre.
Stigma di dolore. Lento e profondo, come un movimento orientale.
Len-tis-si-mo.
Accadde in quel momento esatto. Uno strappo, sussulto malinconico.
Poi, la rinascita.


(il racconto fa parte della collana "Un Concerto di scrittori", realizzata dall'associazione umanitaria "Tuttiartisti", fondata e presieduta da Osvaldo Moi, sottufficiale e pilota di elicotteri dell'esercito italiano dal 1980 )

Please, you are welcome Mr. Putin

 di Raffaella Vitulano

Nel mondo circolerebbe oggi un ammontare di ricchezza “fuffa” (derivati , titoli marci e varie) pari a circa 54 volte il valore del pil reale mondiale: un’enorme balla di spazzatura virtuale che rischia di esplodere se non verrà ripulita da un serio accordo tra Stati. Il rischio dietro l’angolo di tale avidità è sempre la guerra su larga scala, che la tecnologia militare di oggi condurrebbe senza dubbio alla distruzione del pianeta. Ieri sulle cronache internazionali campeggiavano le elezioni russe, che come il rebus di quelle italiane  vanno inquadrate nel contesto internazionale, dato che ormai i fili della gestione  politica sono sovranazionali. La riflessione italiana sull’inadeguatezza dei salari evidenzia il focus che la globalizzazione, al di là della retorica del “mondo senza frontiere”, è un formidabile stratagemma per la mercificazione dei lavoratori e per le privatizzazioni promosso dal Fondo Monetario Internazionale (che, come afferma il Nobel dell’Economia Stiglitz, è praticamente controllato dalla finanza internazionale). Nella creazione dei profitti, il lavoratore (come fosse merce) finisce per inseguire i capitali, i cui detentori assumeranno presto solo i nativi digitali per poi precarizzarli. E’ la logica della competizione al ribasso tra Stati e multinazionali. Grattando sotto la cornice del libero mercato, che pure anni fa aveva un’accezione diffusamente positiva, si svela la legge darwiniana del più forte su cui si misurano Stati e aziende. A vincerla, negli ultimi anni, sono ormai le seconde. Aprirsi al libero mercato senza tutele di qualità ha comportato nel complesso risparmi minimi per i consumatori, danni per i lavoratori, e profitti immensi per le multinazionali, grazie alla grande libertà di movimento dei capitali. Ricordo quando su queste pagine riflettevamo sull’entrata della Cina nella Wto: bene, in pochi anni i profitti delle multinazionali statunitensi (e non solo) sono quadruplicati. Le multinazionali dettano legge su occupazione, tasse, ambiente, valute, per abbassare drasticamente i propri costi (e la qualità dei prodotti ) lasciando ai consumatori qualche briciola di risparmio su merci spesso scadenti. Senza contare che le spese di importazione (dagli Usa, soprattutto) in Europa sono altissime. Poi ci sono le sanzioni, e qui pensiamo alla Russia, che secondo il politologo Paul Craig Roberts sarebbe troppo pusillanime verso l’aggressiva politica statunitense: nella velleità di essere riconosciuta come parte dell’Occidente, la Russia lascerebbe sempre uno spiraglio aperto agli Usa sperando di ingraziarseli, mentre di fatto concede a Washington un altro giro per prevalere nel conflitto che Washington ha iniziato. Siria, Ucraina, caso Skripal: l’escalation della propaganda starebbe sfiorando una guerra nucleare. Ma chi può credere che lo scaltro Putin, uscito vittorioso per la quarta volta dalle elezioni, non ne abbia contezza? La realtà sarebbe ben più pragmatica, e la guerra alla Russia, sebbene minacciata in ogni occasione, verrebbe in second’ordine rispetto agli interessi finanziari degli investitori su Mosca, rilassati sulla performance dei titoli di Stato russi a 11 anni e a 29 anni di scadenza. Questo significa che i giganti globali sanno direttamente dalle stanze del potere politico che conta che, alla fin fine, quel Putin lì che vende titoli solidi è intoccabile. Alla stessa ora, su differenti time-zones, sarebbero partiti identici ordini da colossi della finanza speculativa per un totale di 6.8 miliardi di dollari. La Russia starebbe insomma in una botte di ferro, per questo ci investono miliardi. Please welcome, Russia & Vladimir Putin. Per non parlare del fatto che Mosca sta anche sviluppando una valuta digitale nazionale, il criptorublo. Lo scorso 20 febbraio, anche il Venezuela ha avviato l’emissione della valuta digitale El Petro. Secondo alcune fonti sarebbe stata proprio la compagnia russa Aerotrading, specializzata in problemi relativi alla blockchain, ad occuparsi dello studio del progetto di El Petro. E a seguire confronti per il lancio di valute digitali in Turchia e in Iran. Interessi finanziari quindi frenerebbero gli ardori di chi punta alla guerra con Mosca. Tutto un gioco delle parti tra economia virtuale (70%) e quella reale (30%). Il giornalista americano Glenn Greenwald taglia corto: “Se l’ingerenza delle elezioni russe è al livello degli attacchi di Pearl Harbor e dell’11 settembre, allora la risposta americana dovrebbe essere alla pari con la sua risposta a quegli attacchi?”. In altre parole, molti politici e media statunitensi invitano a riservare alla Russia lo stesso trattamento che gli Stati Uniti hanno riservato a Giappone (Hiroshima e Nagasaki) ed Afghanistan (invasione più 16 anni di occupazione). Ma oltre l’apparenza ci sarebbero molti più interessi tra Usa e Russia di quanto si voglia far credere. Lo proverebbe proprio il fatto che gli inglesi per qualche ragione siano più desiderosi degli alleati di far guerra a Mosca e stiano facendo del proprio meglio per fermare il riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia. Per ora e per fortuna, senza esito.

giovedì 8 marzo 2018

Condé Nast, un crisi ben poco patinata

di Raffaella Vitulano

Una crisi ben poco patinata. Anzi. Ruvida come tutte quelle operazioni in cui i contenuti si spostano sull’avanguardia, di stile o tecnologica. Eppure il mondo della moda dovrebbe saperlo affrontare. Per decine di anni la corazzata Condé Nast ha potuto fare quello che voleva. Erano quelli di Vogue, dopo tutto. Poi sono arrivati i problemi, i licenziamenti, perdite di 100 milioni di dollari in un solo anno. Il ridimensionamento di Condé Nast Italia - che nel passato ha già chiuso Wired - non finisce qui. E poco importa se l’azienda ha aperto una finestra per le uscite volontarie, mettendo sul piatto un’offerta davvero ricca: 40 mensilità per chi sceglieva l’incentivo all’esodo. Se in Italia titoli come L’Uomo Vogue, Vogue Bambini, Vogue Sposa e Vogue gioiello vengono chiusi vuol dire che si chiude un’epoca. E ieri Condé Nast festeggiava l’8 marzo mettendo in cassa integrazione a zero ore altre 5 giornaliste che non hanno accettato l’incentivo all’esodo, e provando a spianarsi la strada per fare i giornali senza giornalisti. La denuncia di chi ci lavora è dura: l’azienda assumerebbe personale non giornalistico e autorizzerebbe funzionari del marketing a intervenire direttamente nelle produzioni giornalistiche. I nuovi progetti editoriali prevederebbero l’assunzione di personale non giornalistico destinato a creare e gestire contenuti, alimentando la commistione tra pubblicità e informazione. Con una pagina comprata su un quotidiano nazionale, i giornalisti della Condé Nast Italia rivolgono l’ultimo appello all’azienda. Invano il sindacato ha proposto un nuovo contratto di solidarietà di gruppo (l’ultimo è scaduto a fine dicembre), che avrebbe consentito risparmi all’azienda e avrebbe permesso di recuperare la professionalità delle cinque giornaliste. Con una svolta negativa nei rapporti sindacali, finora sfociati sempre in accordi, Condé Nast Italia ha deciso di andare avanti a chiedere la Cigs a zero ore . Una scelta drastica della casa editrice, che ha sempre gestito le chiusure di testata con il ricollocamento dei giornalisti oppure spalmando la solidarietà difensiva su tutto il corpo redazionale.
La regola è solo una: business is business. Al punto che, come si sostiene in ambienti sindacali ed editoriali, già più di un anno fa la casa editrice stava lavorando alla revisione dei contratti di lavoro nazionale, per abbandonare il contratto giornalistico e trasfomarsi in società di servizi: non a caso l’ad di Condé Nast Fedele Usai fu uno dei primi a presentare diversi anni fa i progetti di native advertising per alcune testate del gruppo. La scelta di oggi deriva dal voler puntare su un prodotto editoriale di qualità che arrivasse ai giovani, i “millennial” e la generazione X, dai 18 ai 30 anni, direttamente tramite i social. E perciò è nata Lisa: Love Inspire Share Advise. Un progetto sofisticato, che tuttavia non considera che la qualità dell’informazione in tempi di fake news necessita di verifica delle fonti e non può limitarsi solo alla diffusione dei nuovi brand o prodotti di moda, che come tutti gli altri vanno comunque analizzati e criticati, dai consumatori certo ma non solo. Un progetto che uccide l’intermediazione dei giornalisti e punta dritto al consumatore finale. E’ il marketing, bellezza: se vuoi qualcosa, prima spendi e te lo compri. Se non ti piace ti arrangi, magari lo butti, ma intanto lo hai comprato e l’azienda ha incassato. E’ la logica dei blogger, che pure nella moda dettano legge e che sono in aperto conflitto coi giornalisti, professionalmente meno inclini all’acquisto indotto e più critici. Gli acquisti online si basano su recensioni e feedback, e ci sta. Ma se potessi leggere anche un approfondito articolo dedicato al prodotto e al suo contesto non sarebbe meglio? Credo sia sbagliato considerare questa politica industriale come mero spregio dell’informazione, della deontologia e della professione giornalistica. Quello che sta accadendo in Condé Nast non è una faccenda isolata che riguarda solo i suoi giornalisti. Si tratta di una concezione in cui il racconto di un prodotto (si pensi a Borsalino), le storie dei lavoratori che lo producono, la visita al sito produttivo, il reportage e la rievocazione di un oggetto richiedono capacità narrative e di verifica differenti da quelle di un blogger che magari si limita a postare la foto di un cappello su Instagram. Un ruolo non esclude l’altro: ma uno produce contenuto, l’altro veicolazione. Ecco perchè le giornaliste Condé Nast s’interrogano sull’offerta dei ricchi incentivi per le uscite volontarie, che hanno reso chiare le intenzioni dell’azienda, decisa a puntare di più su contenuti non specificamente giornalistici. E tuttavia resta il dubbio che l’Hub creativo e i nuovi linguaggi espressivi e filosofici come quelli di Gucci nell’ultima sfilata sfiorino solo il coraggio di investire in ricerca e sviluppo, che nelle testate storiche non dovrebbero limitarsi a quello che oggi con insipienza viene chiamato storytelling ma andare più in profondità. Altrimenti resterà un dubbio: dov’è la demarcazione tra giovani tastieristi non coraggiosi e vecchi narratori scarsi?

martedì 27 febbraio 2018

Prova a prendermi, Lars

di Raffaella Vitulano
Opportunità o sdrucciolone? Non bastavano le polemiche che nella settimana della Moda milanese hanno solleticato i titoli sulle sfilate in camera operatoria di Gucci o l’uso delle immagini e dei simboli sacri nella dissacrazione stilistica. Oggi molti si interrogano sul nuovo cambio di guardia nel controllo di La Perla, leader globale nel settore della lingerie di alta gamma. E in molti giurano che sia un azzardo. Sapinda Holding ha infatti finalizzato l’acquisto del 100% delle azioni di La Perla Global Management Limited. Si dice che i cinesi, con cui si era consolidata una mezza proposta di matrimonio, intendessero offrire una decina di milioni e che non dessero sufficienti garanzie sulla manodopera. Ma la scelta ricaduta sull’olandese Sapinda, se da un lato promette bene in termini stilistici data la creatività avantgarde del paese, dall’altro suscita perplessità quando si leggono i fatti e misfatti di Lars Windhorst, amministratore delegato di Sapinda. Vero è che il tempo stringeva e che i cinesi hanno fatto troppa melina mentre facevano incetta di marchi francesi. Aggiungiamo che il nuovo direttore creativo dall’agosto 2016 Julia Haart (shoes designer americana che aveva preso il posto dello stilista Pedro Lourenço dopo appena sei mesi dall’incarico) forse era più esperta di tacchi che di pizzi e bustier. La carriera di Haart spazia infatti dall’insegnante alla progettazione di scarpe. Curiosamente, un materiale sviluppato dalla Nasa e incorporato nella sua gamma di scarpe aveva portato Haart all’attenzione dell’allora proprietario di La Perla, Silvio Scaglia. Le cronache riferiscono che Haart avrebbe regalato un paio di scarpe a sua figlia Chiara Scaglia, che gestisce l’attività Asia-Pacifico del marchio di lingerie, per testarle. Alcuni mesi dopo Haart sarebbe stata assunta come consulente di design per lo sviluppo di accessori prima di approdare al timone del gruppo come direttore creativo. Un esperimento poco riuscito a giudicare dai modelli e dalle vendite delle ultime collezioni. Ora gli occhi sono puntati tutti sull’ex golden boy tedesco Lars Windhorst, ceo di Sapinda. Sarà davvero capace di ”valorizzare e garantire queste capacità di stile e di produttività Made in Italy”? Per Scaglia si tratta di una vecchia conoscenza: non solo è da Sapinda che, qualche anno fa, ha comprato l’agenzia di modelle Élite, ma sembra che il fondatore di eBiscom abbia addirittura citato in giudizio Windhorst nel 2016, salvo poi fare pace. Il patron di Sapinda è un uomo piuttosto discusso: secondo quanto riferito dal Financial Times, negli ultimi due anni, è stato coinvolto in battaglie legali da almeno 220 milioni di euro con diversi investitori. La turbolenza non è una novità per Windhorst. Da adolescente, ha lasciato la scuola per vendere giochi per computer. All’età di 17 anni dava lavoro a 100 persone alla Windhorst Electronics fatturando vendite per 50 milioni di dollari. L’allora cancelliere federale Helmut Kohl elogiava lo spirito imprenditoriale del più giovane partecipante al World Economic Forum di Davos, in Svizzera. Peccato che a 27 anni avesse già 70 milioni di euro di debiti. Windhorst, oggi quarantaduenne dall’aria smaliziata come Di Caprio in The Wolf of Wall Street, ha un ufficio insonorizzato che si dice sia un modello in scala del suo jet Bombardier e dello yacht di lusso da 223 piedi, autorizzato ad attraccare di fronte a Piazza San Marco in occasione di una storica Biennale. Quando la sua folgorante carriera sembra finita, Windhorst riesce sorprendentemente a trovare sempre nuovi partner commerciali. Sapinda Holding è una struttura di investimento olandese con uffici ad Amsterdam, Berlino e Londra. A Londra, i suoi locali si trovano al 23 di Savile Row. E questo è probabilmente uno dei pochi collegamenti della struttura con il mondo della moda. La strategia di Lars Windhorst, giudicato vulcanico e “flamboyant” dalla stampa finanziaria, sarà dunque osservata da vicino nei prossimi mesi. Thomas Werres, giornalista di Manager Magazin, racconta che il vivace investitore finanziario - avventuratosi nel settore della biancheria intima con intelligenza veloce e retorica spumeggiante - dopo aver tratto profitto da transazioni immobiliarie preferisca ora altre acrobazie finanziarie in compagnie petrolifere e minerarie, nonché in aziende cinematografiche. Il giocatore d’azzardo più caldo della Germania guarda al mercato russo danneggiato dall’embargo e fa affari con lo sceicco di Abu Dhabi. Speriamo apprenda meglio la gestione del rischio o i titoli dei film di Di Caprio segneranno tutta la sua vita: The wolf of Wall Street, Prova a Prendermi, Ritorno dal nulla, Redivivo, Celebrity, Delirium, Punto di non ritorno, Titanic.

mercoledì 3 gennaio 2018

16 anni di euro. E un futuro nebuloso

di Raffaella Vitulano

Un nuovo anno, con uno sguardo all’Europa, sempre più divisa all’interno e sempre più sgretolata nei divari tra le economie. Sembra essersene accorta la Bce, che in una recente ricerca ripresa dal quotidiano tedesco Die Welt, apre un’osservazione a lungo termine sulla “convergenza reale nella zona euro”,  una delle questioni più delicate dell’unione monetaria. Nello specifico della ricerca si tratta di comprendere se l’euro, sin dalla sua introduzione nel 1999, abbia effettivamente soddisfatto l’obiettivo che si era posto, ovvero quello di diventare il motore dell’integrazione economica dell’Europa, o se, al contrario, abbia ampliato il divario tra le economie degli Stati membri. E gli economisti della Bce giungono a conclusioni poco lusinghiere, sostenendo che, a 18 anni dall’introduzione della moneta unica, persiste nell’area valutaria un forte divario nord-sud. Il quotidiano tedesco Die Welt, vicino alle posizioni di Angela Merkel, spiega come anziché convergere le economie dei Paesi membri abbiano aumentato la distanza.
Prima dell’avvio dell’euro il reddito pro capite italiano era il 122% della media europea. Diciotto anni dopo la ricchezza è solo al 96%. Al contrario, la Spagna è migliorata di dieci punti, dal 93% al 103%, tuttavia, questo aumento è dovuto principalmente a un boom immobiliare che non ha avuto vita lunga. Ma se Roma piange, neppure Berlino non dovrebbe ridere troppo: la Germania, infatti, non sarebbe comunque il grande vincitore dell’euro, come si sente ripetutamente affermare. Soprattutto nei primi anni dell’Unione monetaria, la ricchezza tedesca era in calo rispetto all’intera Ue. Nel 1998, il Pil pro capite era pari al 125% della media e alla fine del 2016 solo il 123%. E questo spiegherebbe il nervosismo degli ultimi mesi che serpeggia tra chi si sentiva al riparo dalle tempeste che stanno annegando l’Europa. L’ipotetico sviluppo della prosperità nell’area dell’euro con quello reale vede alla fine tra i grandi vincitori l’Irlanda e gli Stati baltici. E’ la prima volta che economisti di un’istituzione come la Bce ammettono ufficialmente le asimmetrie provocate dall’Unione monetaria. Ma questo basterà, nel 2018, a correggerne le storture? Senza intervenire sulla distorsione del mercato dei capitali, quella del mercato del lavoro e quella del mercato dei cambi, sarà difficile che si riesca a frenare l’implosione dell’Eurozona. L’alternativa - e qui arriva il monito di Washington - è che davvero alla lunga la Germania possa dominare il Vecchio Continente. E dunque qualcosa si dovrà pur fare in termini di misure espansive. L’asse della Germania con la Francia scricchiola ma i partiti progressisti, che pure potrebbero frenare l’implosione ponendo una diga all’austerità e sostenendo un pensiero che realizzi in concreto maggiore eguaglianza sociale e stabilità, stanno collassando ovunque. Dal 2008 l’austerità è funzionale soprattutto alla colossale alterazione della redistribuzione del reddito in certi paesi e in certe classi sociali. Un dato confermato dallo stesso studio Bce. E tuttavia, che solo i tassi bassi avrebbero salvato le economie è frutto di una visione basata solo sul debito pubblico ma che non tiene conto anche dell’indebitamento privato. Per non parlare del fatto che l’immensa facilitazione di accesso al credito ha snaturato in alcune aree la produttività, favorendo la concorrenza al ribasso e la minor qualità. Ogni strumento di potenziale sviluppo va dunque monitorato nella sua applicazione, con rigore.
E a proposito di rigore, molti di coloro che oggi demonizzano il fiscal compact (ma a maggiore ragione dovrebbero prendersela con la direttiva Juncker) non sono estranei alla sua approvazione, avvenuta nel consenso pressoché generale. La direttiva Juncker in arrivo (che riguarda la trasformazione dell’Esm, il Fondo di stabilità permanente, in una sorta di Fondo Monetario Europeo) rischia di essere più severa del fiscal compact che dovrebbe recepire, dato che limita le deroghe alle circostanze eccezionali e alle sole riforme con un impatto positivo e diretto sui conti pubblici. Nel Consiglio del 14-15 dicembre scorso non è stata fatta alcuna valutazione approfondita dei cinque anni di sperimentazione e, quindi, si deve intendere che la questione non è comunque risolta ma rinviata a tempo indeterminato. La Commissione ha presentato una proposta secondo cui le residue e secondarie norme del Fiscal Compact non vengano immesse direttamente nel corpo del Trattato sul funzionamento dell’Unione ma nel diritto comunitario (derivato dai Trattati). Ma la Germania è divisa e in preda alla peggiore crisi politica da 70 anni. Il 2018 sembra così alquanto nebuloso e la crisi dell’euro non troverà risposte immediate.

venerdì 13 ottobre 2017

Fiscal compact: e chi ne parla più?

di Raffaella Vitulano

Fiscal compact: e chi ne parla più? A fine anno, cinque anni dopo la sua approvazione, il Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria potrebbe essere inserito nell’ordinamento giuridico europeo, divenendo giuridicamente superiore alla legislazione nazionale e rendendo irreversibili le politiche liberiste d’austerità. Un fatto epocale, che toccherà la vita e le sorti di milioni di persone. Eppure, pochi sono gli approfondimenti dedicati, a dispetto di altre beghe di cui si parla e scrive in abbondanza. Approvato nel marzo 2012 da 25 dei 28 Stati membri dell’Ue, il Fiscal Compact si colloca nel solco di una serie di trattati e regolamenti che hanno impresso una svolta monetarista all’Unione. E se dovesse essere confermato, il Fiscal compact prevederà per il nostro Paese l’obbligo nei prossimi 20 anni del rientro del rapporto debito-Pil dall’attuale 132% al 60%, con un taglio annuale della spesa pubblica stimato in 50 miliardi. A questo d’altronde mira l’inserimento del “pareggio di bilancio” in Costituzione previsto dal Fiscal Compact ed approvato dal Parlamento italiano sempre nel 2012. Il presidente della Commissione Economia del parlamento europeo, Roberto Gualtieri, lo sostiene senza mezzi termini: il Fiscal Compact è un trattato sbagliato due volte: nella forma, perché intergovernativo; e nel contenuto, perché esprime una visione economica antiquata che contraddice la necessità di politiche anticicliche e non riconosce la funzione fondamentale degli investimenti pubblici. Eppure da 25 anni il bilancio dello Stato italiano, nonostante tutto, chiude con un avanzo primario di parecchi miliardi di euro, risucchiati dal pagamento degli interessi sul debito. E peggio del Fiscal Compact è il patto di stabilità e crescita del 1997 (che giuridicamente prevale sul fiscal compact e che ha lasciato per strada la crescita), per migliorare il quale si potrebbe inserire la golden rule per gli investimenti e il concetto di posizione fiscale aggregata dell'eurozona. Ma la polpetta avvelenata a Bruxelles l’ha lasciata due giorni fa Wolfgang Schaeuble, prima di congedarsi dall’Eurogruppo, consegnandoci un documento in cui si propone di trasformare l’attuale Fondo salva Stati (Mes) in un super-controllore (del tutto spoliticizzato) dei bilanci nazionali, una sorta di Fmi europeo. Alla richiesta di aiuto da parte di uno Stato (come è stato per Grecia, Portogallo e Irlanda) corrisponderebbe poi il fallimento automatico dello stesso. Obiettivo di Schaeuble era contrastare la proposta francese di Emmanuel Macron di istituire un bilancio comune e un ministro delle Finanze unico nell’Eurozona. In questo senso hanno vinto i tedeschi: l’assicurazione europea dei depositi non si farà. E così si dà l’addio al completamento dell’Unione bancaria. In arrivo nuovi esami per le banche e forse il bail-in per i titoli pubblici. L’Fme, in sostanza, sarà guardiano del Fiscal Compact e dotato del potere di imporre perdite ai detentori di titoli pubblici di un paese, qualora questo chiedesse la sua assistenza finanziaria: una sorta di bail-in applicato al debito pubblico. Chi cerca alternative trova quella di un intervento della Bce: l’istituto di Francoforte dovrebbe acquistare senza interessi titoli di debito a scadenza dei Paesi dell’Eurozona e convertirli in titoli irredimibili (di cui non si chiede più il rimborso). Qualora per questi acquisti, come prevedono alcune proposte in campo, la Bce emetta a sua volta obbligazioni, le sue perdite (interessi) sarebbero compensate dalla rinuncia da parte degli Stati agli utili derivanti dalle attività - titoli, valuta estera, prestiti alle banche commerciali - possedute in contropartita alle banconote in circolazione dalla banche centrali nazionali. Comunque vada, una tenaglia. Eppure il livello del deficit pubblico dovrebbe essere considerato come legittimo non in base a una regola quantitativa immutabile fissata in anticipo, ma perché permette di raggiungere un livello di domanda soddisfacente determinando un livello di produzione che non causi disoccupazione di massa, né aumento di inflazione. E non vi è alcuna garanzia che il saldo di bilancio desiderato garantisca l’equilibrio. Insomma: nessun debito condiviso, nessuna assicurazione per un reddito di solidarietà europeo, nessun bilancio comune, ma solo una nuova stretta occhiuta sui conti pubblici e la pericolosa trasformazione del Mes in Fondo monetario europeo, che aiuterà solo chi apre le porte di casa e del governo alla Troika. Uno scenario inquietante, soprattutto per l’Italia.

venerdì 4 agosto 2017

Il Debito è la nuova forma di schiavitù

 di Raffaella Vitulano
Andiamo in ferie con notizie poco rassicuranti. L’Eurozona è probabilmente destinata a crollare, non importa quanti tentativi facciano Francia e Germania per salvarla: così avverte una delle più grandi banche di investimento del mondo, la Bank of America Merrill Lynch, secondo cui il blocco di paesi della moneta unica ha iniziato a cadere a pezzi fin dal momento stesso in cui è stato fondato quasi 20 anni fa. Il colpo di grazia sarebbe arrivato quando i paesi più ricchi come la Germania non hanno redistribuito la ricchezza in modo permanente verso i paesi più poveri dell’Eurozona. Della stessa opinione il Fondo monetario internazionale, le cui indicazioni - ammette lo stesso Fmi - sono state spesso messe in secondo piano da decisioni politiche europee ed in generale da un “innamoramento” per l’euro da parte dei vertici, con il risultato che non ha affrontato le divergenze fra le economie. E chi ora risarcirà i greci che sono stati la cavia di questo studio? I banchieri centrali delle economie sviluppate si dicono dal canto loro ’sconcertati’ dal lento ritmo di aumenti salariali. Ma scherziamo? Pensiamo ad ex governatori della Fed che hanno creato almeno una decina di bolle e hanno fatto finta di non vedere la più colossale della storia, quella subprime. Ecco servito agli speculatori un gioco al massacro: non importano i fondamentali, a loro interessa fare soldi, poi  si stufano e cambiano direzione.  Il problema, tuttavia, non sta nei mercati, ma nei politici che lasciano agire indisturbata la corporatocrazia:  poche decine di individui che tramite multinazionali controllano più beni che tutta la popolazione del mondo. John Perkins, pentito ”sicario dell’economia”, racconta che un tempo lui e i suoi colleghi lavoravano per manipolare il sistema. Oggi come allora  grandi corporations come Nike, Monsanto, General Motors, le grandi compagnie petrolifere, agiscono nell’ombra. L’indebitamento crea la nuova forma di schiavitù: i governi di tutto il mondo sono indebitati, le nazioni sono indebitate, gli individui sono indebitati. Il debito è nelle mani delle grandi banche internazionali; le grandi banche, i politici, sono strettamente legati alle multinazionali, questa è la corporatocrazia: ”Il mio lavoro di sicario dell’economia consisteva nell’indebitare sempre più intere nazioni, in questo modo questi paesi diventavano servi delle grandi multinazionali”. Ma il Vero Potere ha da molto tempo capito che la classica struttura della competizione del mercato non può più funzionare. Il Vero Potere - è l’ipotesi del giornalista Paolo Barnard - ha già strutturato la risposta ”in una forma totalmente nuova di economia, la “Tech-Gleba Senza Alternative”, 10 miliardi di umani elevati a classe medio-bassa ma schiavi delle tecnologie e che consumi in modo totalmente diverso. Jeff Bezos, di Amazon, annuncia lo sbriciolamento di ”interi comparti industriali e della piccola-media distribuzione”. Ne hanno discusso anche Lloyd Blankfein (Goldman Sachs), Robert Smith (Vista Equity Partners), e Jeff Immelt (General Electric) a un meeting riservato. 10 miliardi di viventi saranno “prigionieri” della necessità (Captive Demand) di “noleggiare” (e non più comprare) tecnologia per quasi ogni prodotto e per quasi ogni servizio esistente, della quale non avranno nessun controllo ma assoluta necessità. Materiali “magici” come il Graphene, algoritmi matematici, tecnologie visive come gli Oleds e super-computer ”di capacità inimmaginabili”nascenti dalla fisica quantistica di D-Wave Systems la faranno da padrone e sfonderanno i limiti dell’immaginabile, come sostiene Sergey Brin, il guru di Google-Alphabet. Nessuna alternativa alla Tech Gleba? A cambiare le cose potrebbero intervenire proprio i governi, se solo fossero più attenti e meno ricattabili dalle multinazionali. Il barone Rohtschild? ”Potentissimo”, certo, ”ma neppure lui - ammette Barnard - è riuscito a bloccare la mano dei politici quando nel trattato sovranazionale che creò la Bce, cioè il Tefu, scrissero quel codicillo maledetto che mette nelle mani della Bce il potere di bloccare qualsiasi mega-banca in Europa». Quel codicillo si chiama “risk control framework”. Risultato: in Europa, oggi, le grandi banche ”hanno una mina in pancia che le può far saltare da un momento all’altro per volere politico”. Banchieri privati possono insomma influenzare Mario Draghi, ma il bottone rosso non ce l’hanno. E si assumano le proprie responsabilità dunque i governi. Massima dei Rothschild, del resto, spiega bene il Corriere, fu sempre che un governo in difficoltà permetteva di realizzare grossi profitti, direttamente proporzionali al rischio, ma proprio a causa di ciò sono passati alla storia per essere dei vampiri, quando in realtà erano solo dei becchini.

lunedì 31 luglio 2017

La Cina dietro le mosse di Macron e Merkel


di Raffaella Vitulano

Dopo le scorribande di shopping sfrenato da parte di investitori esteri, i governi europei sono sempre più ostili ad acquisizioni di imprese nazionali ritenute strategiche. L’esempio del presidente Macron non è isolato: anche in Germania il governo Merkel ha alzato le barriere contro le acquisizioni straniere, tanto decantate invece in Italia. I paesi Ue più forti mettono da parte la retorica unitaria e fanno ricorso esplicito alla difesa dell’interesse nazionale. La Germania ha reagito alla frenesia di acquisizioni estere con una nuova direttiva che amplia il mandato di una legge esistente che consente attualmente al governo di bloccare un acquirente non appartenente all’Unione europea nell’acquisizione di oltre il 25% di una società tedesca, se si ritiene che tale mossa possa mettere a rischio l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale. Mossa che consente maggior potere negoziale ai ministri su accordi che riguardano imprese considerate fornitrici di “infrastrutture critiche”, in particolare quelle che producono software per servizi pubblici, sistemi di pagamento, di trasporto o sanitari. Mentre si materializzano le paventate guerre valutarie e commerciali causate dagli squilibri globali innescati dall’euro, e il dollaro americano continua a svalutarsi sulla moneta unica, l’Eurozona rimane intrappolata nelle sue false speranze alimentando politiche deflazionarie che favoriscono i paesi più forti, quelli creditori, nonché gli squali della finanza con i loro sostenitori. Ma c’è anche un gioco delle parti. Pensiamo all’editoriale pubblicato ieri dal Financial Time in cui la City si schiera di maniera contro Emmanuel Macron, soprattutto sulle iniziative unilaterali in Libia. Considerata sempre più alla stregua della Grecia, l’Italia resta uno dei Pigs del Sud Europa, un ”maiale” che secondo il presidente dell’Eurogruppo Dijesselbloem è in crisi perché come gli altri compari meridionali ha speso i soldi in vino e donne. Fumo negli occhi: se il nuovo governo libico diventasse filo francese, potrebbe revocare le concessioni ad Eni e nazionalizzare le infrastrutture petrolifere, per poi affidarne la gestione tecnica ai francesi. Se così accadesse la Francia, che già è uno dei nostri principali fornitori di energia elettrica, prodotta dalle sue centrali nucleari, diventerebbe nostro fornitore anche per la componente Oil&Gas. Per non parlare della corsa agli armamenti, sul cui piatto ci sarebbero almeno 40 miliardi di commesse militari. I nostri cosiddetti alleati sono in realtà i nostri più agguerriti competitor. L’intesa tra Macron e Merkel per un esercito europeo punta in realtà anche alla costruzione di un superjet da combattimento e di droni militari che potrebbe schiantare il futuro dell’industria aeronautica italiana. Francia e Germania sono ormai scatenate. Ovunque. Le multinazionali francesi e tedesche stanno massacrando anche l’Africa dei flussi migratori, acquisendo le Pmi del Corno d’Africa mentre i cinesi costruiscono abitazioni e strade sfruttando la manodopera dei carcerati. Si sussurra che a mettere Cattaneo (ex Telecom) contro il suo datore di lavoro che appena 15 mesi prima l’aveva cercato sarebbe stata la Sparkle: da un po’ di mesi Vivendi (francese) controlla di fatto Telecom, e adesso potrà vendere Sparkle a Orange, compagnia telefonica d’Oltralpe. Ovunque ci siano interessi francesi e tedeschi c’è la Cina con le sue industrie, le sue imprese e la sua potenza. Sembra così confermato un accordo strategico tra Parigi, Berlino e Pechino: i cinesi assicurano il saccheggio delle materie prime a prezzi convenienti per tedeschi e francesi. Questi ultimi garantiscono l’appoggio europeo all’operazione. La scelta degli Usa di imporre nuove sanzioni alla Russia punterebbe allora soprattutto ad impoverire l’economia tedesca legata ai contratti con Mosca e di bloccare ad ogni costo il progetto del gasdotto North Stream II, che porterà il gas in Germania direttamente dalla Russia. Intanto il presidente cinese Xi Jinping mette i bastoni tra le ruote a gruppi che puntano a espandersi all’estero, come Hna, primo azionista di Deutsche Bank con una quota del 10%, o Suning che ha comprato l’Inter.Delocalizzando, le multinazionali occidentali hanno permesso alla Cina di entrare in contatto con tecnologie avanzate. Questo ha permesso a Pechino di crescere in maniera esponenziale fino a consentirgli di sfidare l’egemonia di Washington tramite la Ue. E i cittadini europei in queste guerre commerciali? Per loro, come riportato da Reuters, l’Unione Europea sta valutando di bloccare i prelievi dai depositi e dai conti correnti, per prevenire una eventuale Bank Run, cioè una corsa dei correntisti a prelevare i propri soldi. Il documento il questione è Estone ed è datato 10 luglio. Tutti al mare, intanto c’è chi lavora per voi.

martedì 4 luglio 2017

Scintille a Strasburgo: poteri deboli o forti?

di Raffaella Vitulano

Le scintille di luglio nei cieli di Strasburgo tra il presidente della Commissione Juncker e il presidente dell’Europarlamento Tapani riportano sotto i riflettori dell’opinione pubblica temi centrali come i rapporti tra le istituzioni europee e la democrazia all’interno delle stesse. Chi controlla chi? Ieri Tajani lo ha detto con chiarezza: l’Europarlamento controlla la Commissione, a dispetto di chi vede nell’Esecutivo Ue un bolide in fuga mai trattenuto dai rappresentanti degli elettori. Le dimissioni della Commissione europea presieduta da Jacques Santer nel 1999 e il caso Eurostat nel 2003 hanno del resto evidenziato da anni la sottaciuta importanza dei compiti di controllo del Parlamento europeo. I due casi, che destarono notevole scalpore, dimostrano come i deputati possano intervenire criticamente sul lavoro delle altre istituzioni. Nel 2014 solo per un soffio il Parlamento europeo respinse la mozione di sfiducia contro Juncker per il caso Lux- Leaks: un’inchiesta condotta da una rete internazionale di giornalisti aveva rivelato una serie di concessioni fiscali segrete del governo del Lussemburgo a grandi aziende multinazionali tra il 2002 e il 2010. Accusata di corruzione, malversazioni, abuso di potere e frode sulla base del rapporto emesso dagli esperti indipendenti, la Commissione Santer presentò le sue dimissioni unanimemente il 15 marzo 1999. Un anno decisivo - con l’entrata in vigore del Trattato di Amsterdam - in cui i deputati approvarono innanzitutto la nomina del Presidente della Commissione che, a sua volta, costituirà il collegio dei commissari. Durante la crisi Santer, l’Europarlamento agì da attore politico influente e chiese e ottenne dal presidente successivo, Prodi, un accordo in virtù del quale chiedere al presidente della Commissione di dimissionare anche solo un commissario nel corso del suo mandato. Oggi il Parlamento usa poi tutta la sua influenza anche per esprimere orientamento negativo sulla composizione della Commissione: accadde con Barroso, quando la proposta di nomina (non formalizzata) per Rocco Buttiglione fu oggetto di numerose polemiche e costrinse il governo italiano ad optare per Franco Frattini. Prima di nominarli, infatti, i deputati europei sottopongono ad estenuanti audizioni i candidati proposti dai governi nazionali. Ve l’immaginate una ritualità simile tra i parlamentari nazionali e i potenziali ministri? Il Parlamento ha inoltre la possibilità di censurare la Commissione in qualsiasi momento. Nel caso Santer per la prima volta il Parlamento europeo attaccò direttamente la Commissione. Le dimissioni collettive dei commissari chiariranno in seguito il ruolo del Parlamento come forza politica dell’Ue. E arrivando ai giorni nostri ecco perché, a ben vedere, la Commissione europea non è affatto immune dal controllo dell’Europarlamento, che può inoltre rifiutare l’approvazione del bilancio annuale e chiedere variazioni nei capitoli annuali di spesa decisi con il suo concorso nonché legiferare nelle materie indicate dal Trattato insieme al Consiglio dei ministri (“codecisione”). Pur non disponendo dei poteri di iniziativa dei parlamenti nazionali, il Parlamento europeo usa dunque a suo favore i poteri di approvazione e censura. Tutto bene nell’equilibrio dei poteri allora? No, a sentire Andrea Guazzarotti, professore associato di Diritto costituzionale all’Università di Ferrara: ”E’chiaro che la impraticabilità di sostituire la Commissione per motivi politici ma solo etico-giuridici da parte del Parlamento europeo rende quest’ultimo un organo assai più debole di un parlamento entro una forma di governo parlamentare. Nessuna forma di governo parlamentare sembra ammettere l’impossibilità di uno scioglimento anticipato della Camera elettiva, come invece è stabilito dai Trattati. Ma in una forma di governo parlamentare, il parlamento deve aver la forza di minacciare (in ogni momento) la sfiducia all’esecutivo per motivi squisitamente politici e non etico-giuridici”. Inoltre, in Europa le funzioni di Capo dello Stato ‘collettivo’ sono attribuite al Consiglio europeo. Se per caso Junker fosse, oggi, indotto a dimettersi dalla minaccia di sfiducia da parte del Parlamento europeo, quest’ultimo dovrebbe intraprendere una faticosissima trattativa politica con il Consiglio europeo dagli esiti incerti. Il rischio è quello che a rimetterci di più, quanto ad autorevolezza politica, sia proprio lo stesso Parlamento europeo.

giovedì 20 aprile 2017

Moda, l'Età dell'Incertezza democratica

di Raffaella Vitulano

Intanto, diciamocelo, dovremmo chiederci se in crisi è la moda o il lusso. Perché ahinoi, la modamodaioladitendenza in crisi non lo è affatto. Lo è di più la qualità, intrisa di un lusso interiore che urla contro sgualciti brandelli svenduti come abiti. Se solo fossimo consumatori attenti, dovremmo chiederci come prêt-à-porter e fast fashion abbiano potuto diventare concorrenti in un Paese come il nostro, e cercare grimaldelli alla blindata indifferenza di una politica ottusa che ha reso agonizzante il made in Italy. Nel tessile, soprattutto, perché il design resiste molto meglio. La crisi c’è, lo sappiamo, ma le responsabilità sono anche altrove. Il sistema moda italiano è in affanno dietro a cambiamenti veloci, spontanei e irrefrenabili dettati dai concorrenti asiatici ma anche dalla rivoluzione digitale dell’e-commerce, vera frontiera della tecnologia contemporanea. Il sistema è annegato nella finanza, dentro scatole cinesi di cui neppure un Houdini saprebbe ormai spezzare le catene. Negli Usa l'Antitrust punta esplicitamente il dito verso blogger e influencer, poco trasparenti nei confronti degli utenti. C’è chi se la prende con Instagram e coi marchi low cost. La realtà è che da oltre un decennio gli acquirenti di qualità più consapevoli e coscienti richiedono, non solo al lusso, una moda meno gridata e più sobria, capi più versatili che soddisfino più esigenze. E non sempre la trova in mezzo a bizzarrie, frivolezze ed estrosità di alcune grandi griffes. Il superfluo già ha fatto il pieno di una banalità spesso liquida e inutile, e non importa se borse con paperelle sono realizzate in materiali di qualità. Ma neppure bisogna riproporre per anni lo stesso taglio a chi ha già una collezione di quei capi. C’è chi allora se la prende coi più applauditi direttori creativi del momento, che non riescono a reggere i ritmi di produzione, costretti a disegnare in team anche una collezione al mese. Così la moda oggi viene danneggiata proprio da quelli che prima erano i suoi punti di forza: velocità e cambiamento. La mutazione genetica che dagli anni ’80 ha cominciato a confondere la moda con il lusso ne ha accelerato i ritmi con i social network, che innescano il desiderio di possedere un capo o un accessorio e di possederlo subito. E poco importa se sia una copia fatta male di un capo di qualità appena sfilato in passerella. Il web responsabile dell’appiattimento estetico che dilaga? Indubbiamente occorre smettere di produrre un numero sempre maggiore di capi ed accessori per un mercato già saturo, o almeno frenare di fronte al nuovo concetto di marketing, la “stanchezza del consumatore”, puntando magari ad alleanze strategiche con siti di e-commerce multimarca come Yoox. Nel settore dell’e-commerce, infatti, le vendite di abbigliamento e calzature sono in controtendenza rispetto al comparto nel suo complesso. L’obiettivo di un marchio dovrebbe essere dunque di proporre capi scontati o in outlet avvicinando in tal modo sia clienti che si rivolgono a marchi meno costosi, sia quelli che a parità di prezzo scelgono marchi più ricercati e di nicchia. Per non parlare dell’usato su Ebay, su cui acquirenti attenti riescono a risparmiare su un capo usato due volte fino al 90% di un prezzo iniziale di vendita in negozio. Il “The business of fashion” parla di Età dell’incertezza riferendosi alle scosse che si sono abbattute direttamente nel mondo e indirettamente sul mercato della moda. L’insicurezza è democratica, come il disagio che dall’economia passa alla politica, toccando la cultura e i comportamenti di acquisto delle masse. Il concetto legato al consumismo di lusso appare amorale, ingiustificato. La griffes piace solo scontata. I Millennials spendono più per il cibo di quanto non facciano per la moda: un segnale d’allarme inequivocabile tra chi preferisce poi la moda indipendente e non industriale.

giovedì 6 aprile 2017

Siria 2017, quel ricordo non lontano di Sarajevo

di Raffaella Vitulano

In Siria la matassa si fa ancora più intricata. Appurato che sia stato un gas a provocare l’orrore della strage, restano ancora pesanti dubbi, come il fatto che, nonostante la pulizia operata dall'Onu nel 2013, la Siria fosse ancora disseminata di depositi piccoli e grandi di armi di ogni genere, comprese quelle chimiche. E nessuno potrebbe escludere che, anche in piccole quantità, siano finite nelle mani dei ribelli. Giuseppe Cucchi, sulla Stampa del 4 aprile, si spinge a ragionare anche su un possibile ”fuoco amico”destinato a provocare l’intervento Nato, proprio per l’assurdità dell’episodio. Quanto accaduto a Idlib , per Cucchi ricorda la tragedia di Sarajevo, con i bombardamenti che fecero stragi di civili. E qui il ricordo: ”Fu l’episodio che motivò l’intervento aereo della Nato sulle truppe serbe. Ancora anni dopo però permangono fondati dubbi sulla dinamica dell’accaduto”. Tra False flag e Fake news il terreno dell’informazione resta accidentato, proprio mentre le apparenti intenzioni iniziali del Presidente Trump di instaurare un dialogo con la sua controparte a Mosca sono evaporate nel nulla. ”Putin non è Hitler. Negoziare con lui, a condizioni precise, è nell’interesse di tutti”: è il consiglio che il vecchio saggio Henry Kissinger ha lanciato nel suo intervento all'incontro annuale della Trilateral Commission, avvenuto a Washington durante il fine settimana. ”Sulla Russia credo ci sia una certa incomprensione. Putin non intende lanciare una politica di conquista. Il suo obiettivo è ripristinare la dignità del proprio Paese, da San Pietroburgo a Vladivostok, come è sempre stato. Ciò risponde ad un antico nazionalismo, ma anche ad una storia diversa dalla nostra. Quindi dipingere Putin come il super cattivo globale è un errore di prospettiva e di sostanza”. Il dialogo dunque resterebbe necessario, proprio in questa fase storica così incandescente. La campagna anti russa sta invece prendendo slancio, sostenuta dal complesso militare industriale. Per Fulvio Scaglione, vicedirettore di Famiglia Cristiana, ”dietro le bombe di San Pietroburgo c’è tutto il paradosso della Russia putiniana, il Paese che ogni giorno dipingiamo retto da un’autocrazia senza meriti e senza princìpi, corrotta e incapace... culla degli hacker, laboratorio di progetti politici che mirano a soggiogare gli Usa e a lanciare una specie di scontro di civiltà con l’Europa delle democrazie.... eppure la Russia, e qui sta il paradosso, è oggi il centro politico del mondo”. Il protagonismo, si sa, crea nemici, procura nuove sfide. Che per molti non è sempre possibile combattere con mezzi leciti. E se i morti in guerra si possono celebrare o nascondere, bambini uccisi o cittadini straziati in metro si possono solo piangere, in lacrime che spesso la roboante retorica dissecca nell’infima consolazione che offrono le ipotesi sui colpevoli. O presunti tali. ”Riconoscere la complessità della situazione - prosegue Scaglione - non significa inginocchiarsi davanti ad Assad, e nemmeno disconoscere le sue brutalità, vere e presunte. Al contrario, disconoscerla per raccontare favolette significa prostrarsi davanti gli interessi dei jihadisti e dei loro mandanti, che sono alcuni dei regimi più reazionari del pianeta. Ma tant’è. Basta riempirsi la bocca con la democrazia e tutto passa”. Più duro di lui l’ex ambasciatore britannico in Siria, Peter Ford, che non usa mezze misure per definire lo scenario che si può prefigurare, ovvero un nuovo intervento militare nel paese arabo: Ford definisce ”cani che ritornano sul loro vomito” coloro che lo chiedono, argomentando come queste stesse persone non abbiano imparato la lezione dopo che gli interventi in Iraq e Libia hanno causato grande destabilizzazione in quei paesi, con centinaia di migliaia di morti. Non dimentichiamo infine le ombre dei grandi interessi geopolitici occidentali culminati nei bombardamenti Nato del 1999 nell’ambito della questione dell’indipendenza del Kosovo, sulla quale la Federazione Russa aveva sempre espresso le sue perplessità. Decisi all’intervento, a quel tempo gli Stati Uniti aggirarono il veto imposto da Mosca nell’ambito della delibera del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sostenuti da una fragile impalcatura politica. Il vilipendio della comunità internazionale, all’epoca dei fatti, dipinse Slobodan Milosevic come il “Macellaio dei Balcani”, additandolo come criminale efferato, artefice e mandante del massacro a carico dei bosniaci. Milosevic, morto in carcere l’11 marzo del 2006, fu assolto dal Tribunale nel pieno del processo che lo vedeva coinvolto. Tutto ciò passò sotto il silenzio assoluto dell’opinione pubblica. Ma il più era fatto.

venerdì 24 marzo 2017

La morsa del Fiscal Compact e le tenaglie dell'Ems

di Raffaella Vitulano

In un recente intervento, Paolo Savona ha ritenuto che la professione di economista abbia gravi responsabilità peccando di indipendenza di pensiero e di coscienza civile. Savona invita quindi i colleghi a dare una risposta ai punti sollevati da Mervyn King, ripresi in Italia dal giornalista Mario Sechi, che troppo spesso anche nel nostro Paese vengono considerati tabù. Gli fa eco l’uomo d’affari Brandon Smith, secondo cui é una sfortunata realtà che la maggior parte della gente tenda a non prestare molta attenzione agli enormi cambiamenti in termini geopolitici ed economici finché il soggetto non vede che il microcosmo della sua vita individuale è una conseguenza di quello che accade nel macrocosmo, ”allora la gente si sveglia e se ne rende conto”. E’ quanto è del resto successo all’Unione europea, che oggi ricerca le cause della propria crisi ma propone rimedi peggiori. E’ stato il caso del Fiscal Compact (di cui questo giornale ha evidenziato i rischi già sei anni fa), così come del Meccanismo europeo di stabilità (Ems), di cui pure demmo conto da quando i suoi artigli hanno cominciato a rovistare in casa greca, dove l’intervento dell’Ems e della Troika un beneficio l’hanno sicuro prodotto: le banche creditizie del Nord Europa hanno potuto recuperare i loro crediti altamente esposti nel paese, mentre al governo di Atene sono rimaste le briciole dei vari miliardi di “aiuti” erogati dai creditori internazionali. Secondo alcuni calcoli di Zero Hedge, il 19% del denaro dei salvataggi sarebbe finito infatti nelle casse greche, il 18% alla Bce, il 23% alle istituzioni finanziarie greche (cioè ancora alla Bce della quale sono parte); mentre il 40% sarebbe andato ad assicurazioni, banche e compagnie finanziarie al di fuori della Grecia. Con questa lettura, facile dedurre che con le sue durissime condizionalità l’Ems non è un semplice “meccanismo” ma un vero e proprio fondo con un capitale sociale pari a 700 miliardi di euro - di cui solo 500 per prestiti - che raccoglie contributi da parte degli Stati (l’Italia si impegna con €125 miliardi) ed embrione del primo governo direttamente espressione di organismi internazionali. Il Trattato è entrato in vigore il 27 settembre 2012, rinnovabile all’infinito attraverso una decisione dell’istituzione stessa. Decisione sulla quale, a parte la Germania che l’ha escluso attraverso la sentenza del 12 settembre del 2012 della sua Corte costituzionale, i Parlamenti nazionali non potranno più avere voce in capitolo. A leggere bene questo astruso Meccanismo passato sotto silenzio, la finalità dell’Ems non consiste dunque tanto nel “salvataggio” degli Stati, ma nella creazione di una governance tecnica intergovernativa al di sopra della politica. Prima di ogni erogazione d’aiuti verrà fatto firmare un Memorandum: un legame fondamentale e troppo spesso sottovalutato con il cosiddetto Fiscal Compact, che rende i due trattati un pericoloso unicum nella creazione di quella nuova e strana governance Ue costruita con soldi pubblici ma gestita senza mai passare attraverso un organo democraticamente eletto. E aggiungiamo che il Governo italiano potrebbe ricorrere all’Ems senza necessità del Parlamento. La probabilità che lo faccia è piuttosto alta, considerando che con Popolare Vicenza e Veneto Banca sono già tre le banche che entrano nella ricapitalizzazione preventiva, ma ce ne sono almeno un ventina in condizioni di simile sotto-capitalizzazione. Il rischio è alto: presto avremo l’Europa da cui Thomas Mann ci aveva messo in guardia? L’Europa tedesca intanto ha scoperto anche un nuovo terreno di gioco. La Faz con un certo orgoglio scrive: ”La Bundeswehr sta diventando l’esercito guida all’interno della Nato in Europa”. I mercati forse gioiranno. Gli stessi che Oltreoceano oggi ricordano David Rockefeller (morto questa settimana a 101 anni) che fondò l’influente Commissione Trilaterale quando era un potente membro del Council on Foreign Relations che, assieme all’amico Henry Kissinger, avrebbe poi dominato. Jon Rappoport, giornalista americano candidato al Pulitzer, ne ricorda una frase storica del 1969: ”Lo Stato-nazione come unità fondamentale della vita organizzata dell’uomo ha cessato di essere la prima forza creativa. Le banche internazionali e le multinazionali stanno agendo e pianificando in termini che sono di gran lunga in anticipo rispetto ai concetti politici degli Stati nazionali”. La Ue era già in fieri, ma con quali equilibri interni? Qualche anno dopo passò inosservata un’intervista realizzata dal giornalista Jeremiah Novak a Karl Kaiser e Richard Cooper, due membri della Commissione Trilaterale fondata nel ‘73: ”Perché la Trilaterale dice di voler restare informale? Fa paura?”. ”Ma no - smorzò Kaiser: è solo per non irritare gli europei di fronte al peso, reale, della Germania Ovest”. Dov’era l’opinione pubblica mentre tutto questo accadeva? Dov’era la politica mentre Berlino rinasceva? Difficile così che al neoliberismo, alla fede cieca nel mercato e all’arroganza tedesca si possano oggi opporre rimedi di valore.

giovedì 2 febbraio 2017

Henry, ti presento Donald

di Raffaella Vitulano

Ci sarebbe dunque Henry Kissinger dietro le quinte della politica estera di Donald Trump. Il novantatreenne statista starebbe mediando con l’amico di vecchia data Vladimir Putin, perché tornare alla Guerra fredda non converrebbe a nessuno. E Kissinger lo farebbe a dispetto dei rapporti dell’intelligence che avevano denunciato l’ingerenza di Mosca nelle presidenziali. Henry e Donald. Henry dà la propria disponibilità (come ai precedenti Presidenti), Donald accetta. Insieme, per dribblare quei falchi che hanno tenuto in ostaggio per anni il governo americano, impantanandolo in bugie e conflitti che hanno offuscato la vera influenza degli Usa nel mondo. Si muovono le prime pedine, i primi passi di una politica estera complessa. Con la premier britannica May, ad esempio, con cui il nuovo capo della Casa Bianca tenta di costruire un’alleanza ponte con la Cina. Con la Francia, con cui tenterà un ponte per l’Africa. Ponti, ma anche muri, come quello col Messico, già esistente e costruito durante l’amministrazione Clinton. Kissinger, che costruì l’apertura alla Cina durante l’amministrazione Nixon, lavora su diversi dossier. Non a caso l’Arabia Saudita non è stata inclusa nel bando imposto da Trump, la cui amministrazione sembra avere intenzione di coinvolgere Riyadh nella sua strategia sulla Siria. Tale soluzione contrasterebbe però apertamente con i piani di pacificazione dell’area proposti dai rappresentanti di Russia, Turchia e Iran. L’idea di Henry, allora, per smussare le tensioni col Cremlino è che il capo della Casa Bianca dovrebbe accettare la sovranità russa sulla Crimea, in cambio di un accordo per favorire la stabilità globale. Linea rossa invalicabile da parte di Mosca sarebbero i confini baltici e la Polonia. Anche per la Libia si starebbe ragionando sulla garanzia di un ruolo ad Haftar, sostenuto dai russi, senza però lasciarlo marciare su Tripoli, in cambio della lotta comune al terrorismo nel sud del Paese. Certo, Henry gioca dietro le quinte. Ma il segretario di Stato Tillerson è persona vicina a Kissinger, e quindi potrebbe spingere in questa direzione se superasse le diffidenze del consigliere per la sicurezza nazionale Flynn. Una volta per tutte, insomma, occorre ragionare sul fatto che ostacolare l’immigrazione è altrettanto grave che portare guerra e morte in quegli stessi paesi - soprattutto con menzogne come nel caso Iraq - distruggendo e causando migrazioni di massa. Il congelamento dei visti Usa a sette Paesi musulmani, del resto, riguarda anche noi, perché i rifugiati che non andranno negli Stati Uniti cercheranno altre strade, verso l’Europa e la Turchia. ”Decenni di retorica europeista - osserva Lucio Caracciolo in un recente studio dal titolo ’Difendere l'Europa’ - hanno coperto un fatto storico decisivo. L’Europa comunitaria non fu un progetto europeo ma americano. La comunità europea venne preceduta da due pilastri essenziali, il piano Marshall (1947) e la fondazione della Nato (1949): è allora che nasce la nozione di Occidente atlantico con l’obiettivo di tenere unito il continente, fare muro contro l’Unione sovietica e l’infiltrazione del comunismo. Il progetto comunitario culminato nell’Unione seguiva questa logica geopolitica”. Ma questa Europa non è mai nata, e oggi con Trump alla Casa Bianca la ”trade war” tra le due sponde dell’Atlantico assume contorni sempre più netti. Washington si ribella apertamente al surplus commerciale di Berlino. E Bruxelles cosa fa? Isolata dalla Russia, pensa bene di isolarsi anche dagli Usa: Guy Verhofstadt, negoziatore per la Brexit del Parlamento europeo sostiene che Donald Trump è parte di un tentativo a tre punte per minare l’Unione europea, insieme all’Islam radicale e al presidente russo Vladimir Putin. Questo è il problema: l’Ue accusa tutti, ma mai se stessa, per i propri fallimenti e collasserà poiché è in totale negazione dell’esistenza di un gravissimo problema. Se e come i gruppi dirigenti intendano affrontare le drammatiche lacune dei trattati europei resta un mistero. Un pericoloso mistero che disaffeziona i cittadini. Di certo si sa solo che Berlino punta a sostituirsi a Washington al comando dell’Europa, ma Theodore Roosevelt Malloch, prossimo ambasciatore Usa presso l’Ue mette le cose in chiaro: ”A Trump non piace un’organizzazione sovranazionale, non eletta e non democratica, dove comandano i burocrati”. Washington affila eventuali contromisure: critiche aperte, deprezzamento del dollaro, dazi e svalutazioni, fino a progressive destabilizzazioni interne all’Europa. Sarà il caso, per Bruxelles, di non scherzare col fuoco incrociato. Né col fuoco amico.

lunedì 16 gennaio 2017

Grandi Fratelli. D'Italia. Ma non solo

di Raffaella Vitulano

Passano i giorni, ma non cessano le polemiche sull’Italian Job di spionaggio dei fratelli Occhionero. L’obiettivo del cyberspionaggio era di ”acquisire informazioni e dati sensibili” per crearsi un ”vantaggio nel mondo politico e dell’alta finanza” grazie alla ’cattura’ di oltre 18. 327 dossier ”univoci”. Le ipotesi investigative procedono poi in un’altra direzione, quella dello spionaggio per fini politici. Sembrerebbe che i due esperti di informatica abbiano cercato di svolgere in qualche modo attività di lobbying (in nome e per conto di chi ancora non si comprende bene). Dati riservati, tra gli altri, di Camera, Senato e dei ministeri dell’Interno, degli Esteri, del Tesoro e della Giustizia, dell’Enav e di Westlands Securities sono finiti in server “schermati” negli Usa. Ma nel database oggetto dell’indagine della Procura della Repubblica di Roma sono stati trovati poi domini di importanti società private o enti istituzionali come Istruzione.it, Gdf.it, Banca d'Italia.it, Camera.it, Senato, Esteri, Tesoro, Interni, Regione Campania, Regione Lombardia, nonché Cisl.it . Oggi per spiare un concorrente o avere anticipazioni su decisioni governative basta pagare pochi dollari e il cyberspionaggio viene servito di tutto punto. Nel famoso dark web non si trovano solo persone che vendono di tutto compiendo i reati più infami, ma anche chi vende brevetti di una azienda, cioè il suo know how, all’insaputa della stessa, chi vende password, chi informazioni riservate etc. a meno di 40 dollari all’ora. Così sostiene l’Fbi che in una recente conferenza a Londra di InfoSec ( sicurezza delle informazioni), ha rivelato che ormai vi sono prove dell’esistenza di una vera e propria industrializzazione del crimine informatico, al punto che i prezzi del ’malware’ globale, subiscono ormai le pressioni delle stesse forze di mercato che governano qualsiasi settore legale. Oggi esistono hacker che mettono le proprie competenze a disposizione attraverso le ”botnet” (dove ”bot” sta per abbreviazione di robot) per scardinare interi sistemi informatici, magari per appropriarsi di tutti i dati di una società per rivenderli poi in cambio di poche migliaia di euro, 4-5 mila, sotto forma di ”bitcoin”, la moneta digitale che permette transazioni anonime in rete. Si chiama ”ramsomware”, estorsione informatica. E ci sarebbe addirittura la Cia (Central Intelligence Agency americana) dietro alle malefatte di Giulio e Francesca Maria Occhionero, i due fratelli romani accusati di aver spiato per anni le caselle di posta elettronica di numerosi politici, economisti, funzionari istituzionali, sindacalisti, grazie ad un gioco di scatole cinesi che non finisce più. Il piano rientrerebbe in quella strategia ormai di lungo corso riconducibile al Datagate che esplose nel 2013, quando Edward Snowden raccontò al Guardian come funzionava il sistema di sorveglianza della National Security Agency su capi di governo e di stato, organizzazioni politiche ed economiche internazionali, multinazionali e imprese straniere e americane. Un’attività funzionale alla sicurezza, ma anche alla raccolta di informazioni utili alla politica estera americana. Esigenza piuttosto sentita da Washington in questo periodo di grave frattura tra la Russia e gli Stati Uniti, contrapposti in una rivalità geopolitica ad ampio raggio. Il 5 maggio 2002, a Pratica di Mare fu firmato uno storico protocollo d’intesa tra Russia e Nato che avrebbe potuto diventare iconico di una nuova epoca nei rapporti tra la Russia e l’Occidente. Tuttavia, il clima di tensioni in nome della lotta al terrorismo seguita alla strage dell’11 settembre ne frantumò le speranze. Donald Trump saprà ricostruire la fiducia tra Washington e Mosca o nel corso della sua presidenza le scintille sprizzeranno su tutto il pianeta? Secondo Soros, in tutto il mondo occidentale la democrazia liberale e la ”società aperta” sono fallite per colpa della cancelliera tedesca, cui il miliardario Usa attribuisce la responsabilità del fatto che l’elettorato ha perso ogni fiducia nella democrazia. La Merkel non sarebbe stata in grado di guardare al di là dei propri interessi, a favore delle persone che da essi dipendono. Una politica miope che altro non é che il riflesso del suo elettorato, stufo di dover continuamente sostenere finanziariamente quei ‘dissoluti’ paesi europei meridionali. Grandi Fratelli ovunque: c’è già chi, in pieno caos, ormai sostiene che il progetto dell’euro, che il predecessore della Merkel - Kohl - fu praticamente costretto dalla Francia ad accettare, ha un futuro a lungo termine piuttosto discutibile.

giovedì 29 dicembre 2016

2017, odissea nello spazio. Di un anno

di Raffaella Vitulano
 
Fine anno, tempo di bilanci. Fuori dai luoghi comuni, magari, come quelli che ci segnalano come cicale d’Europa. Thomas Fricke, economista e giornalista, su Der Spiegel ricorda tuttavia proprio ai tedeschi che l’Italia ha i conti in ordine e non può prendere lezioni dai professoroni tedeschi, neppure sul fronte dell’efficienza della pubblica amministrazione, di avanzi commerciali con l’estero, moderazione salariale o equilibri di bilancio. Il problema italiano, semmai, starebbe nell’immobilismo della congiuntura economica e nel contenimento della spesa. Ma ormai siamo nel tritacarne, e Berlino alza la posta per spedirci dritti nella braccia della troika per incassare appetitose risorse con le quali pagare l’eventuale rischioso costo dello smantellamento dell’euro da negoziare con Trump. L’euro diventa strumento della lotta di classe? Vedremo. Se l’Italia chiedesse un piano di aiuti all’Esm - il Meccanismo di stabilità europeo diretto dal tedesco Klaus Regling - o al Fondo monetario internazionale perderebbe ogni residua iniziativa di governo al pari della Grecia, dove lo scorso 14 dicembre l’Esm ha sospeso le sue più recenti misure di alleggerimento del debito in reazione all’approvazione da parte del parlamento di Atene di un provvedimento una tantum a favore dei pensionati più poveri. E’ bastato il pollice verso del ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schaüble perché gli aiuti ad Atene venissero sospesi. Ditemi, c’è un nome per tutto questo? Io credo di sì. All’interno della logica imposta dall’abbandono della sovranità monetaria regna la logica della guerra fra poveri. Nel caso delle banche, magari ci diranno che il contribuente ha salvato il risparmiatore, ponendo il problema in termini di antagonismo tra due soggetti che, tra l’altro, largamente coincidono. Un conflitto insensato, alimentato nel tempo e dal dogma della confusione tra l’attività bancaria tradizionale e quella di investimento (Banche di Affari, leggasi Glass-Steagall Act). Se ne parla in Europa, ma anche nel mondo anglosassone. A Londra, dove i ”Remain” riacquistano vigore approfittando anche della malattia della regina. A Washington, dove si scopre che del saldo netto di 10 milioni di posti di lavoro creati dal 2005 al 2015 la quasi totalità, cioè il 94%, è fatto contratti a progetto, partite Iva, on demand , interinali di vario genere, in appalto e cose simili. Nel 2017 cambieranno molte cose. E saranno proprio gli Usa a dover riflettere sui loro obiettivi: durante la guerra fredda erano quelli di impedire un’unione tra le nazioni dell’Heartland. Con il crollo del muro, l’obiettivo è passato all’improbabile conquista delle nazioni del Heartland. E a furia di concentrarsi ossessivamente su quello, gli Stati Uniti sono stati centrifugati a meri osservatori di unioni ed integrazioni eurasiatiche che rivoluzioneranno il pianeta nei prossimi 50 anni. Ed ecco che c’è chi scrive che la ricerca disperata per prolungare il momento unipolare di Washington ha finito per accelerare l’ascesa di una realtà multipolare. Analisi ineccepibile.Trump pretenderà ora una rinegoziazione degli accordi bilaterali, preferendoli ai trattati di libero scambio. Cina e Germania dovranno cominciare a guardarsi bene le spalle. A Washington, l’anno nuovo vedrà soprattutto l’acutizzarsi nei primi giorni dello scontro sulla politica estera più complesso degli ultimi settant’anni. Sulla questione di Israele, su cui si gioca il vero tentativo di boicottaggio della prossima Amministrazione a opera della vecchia. Ma anche sulla dittatura in Turchia, la guerra in Siria in Iraq e in Afghanistan, la Libia terra di nessuno, l’Egitto nel caos, una nuova corsa all’allargamento nucleare. Per non parlare della Disunione europea dilaniata dal terrorismo, dell’Iran e di tante altre zone calde. Un finale di presidenza Obama ad alta tensione, che prima di consegnare le chiavi del 1600 di Pennsylvania Avenue a Donald Trump, venderà cara la pelle, soprattutto con una serie di misure punitive nei confronti della Russia per le (presunte) ingerenze del Cremlino nelle elezioni presidenziali americane. Contro media troppo critici, il 23 dicembre scorso 2016 il presidente Barack Obama ha istituito il Centro di impegno globale (Global Engagement Center), finalizzato alla lotta contro la propaganda e la disinformazione nemiche . Questa nuova istituzione si aggiunge al Centro di comunicazione strategica della Nato e all’Unità di comunicazione strategica dell’Unione europea e disporrà di un budget di 140 milioni di dollari. Dal canto suo, il ministero degli Esteri russo ha annunciato che se gli Stati Uniti intraprenderanno nuovi passi ostili nei confronti della Russia ci sarà una risposta da parte di Mosca. Tutte premesse di un sereno 2017. Auguri a tutti!

mercoledì 14 dicembre 2016

Fake News, se provassimo a guardare oltre?

di Raffaella Vitulano

Ma sì, apriamo le finestre e diamo aria alle polemiche italiane, guardando piuttosto agli scenari internazionali in cui il nuovo governo si incastona come una tessera in bianco e nero di un mosaico a colori, perché la geopolitica non è mai stata così fluida come in questi giorni. Guardiamo a Washington, ad esempio, dove - parola di Trump - il ceo di Exxon Mobil, Rex Tillerson, scelto come prossimo Segretario di Stato Usa ”sosterrà gli interessi americani nel mondo dando una svolta alla politica estera dove per anni sono stati compiuti errori grossolani e disastri”. Il neo presidente è determinato a rottamare le politiche interne e internazionali delle precedenti amministrazioni Bush e Obama. Ammesso che non inciampi in qualche ostacolo: quaranta membri del Collegio Elettorale - che il 19 dicembre deve designare ufficialmente Trump alla presidenza - hanno infatti firmato una lettera chiedendo un briefing di intelligence su interferenze russe che avrebbero tentato di modificare l’esito delle elezioni a favore di Hillary Clinton. A Washington e a Bruxelles cominciano ad andare di moda le Fake News e la Fake Intelligence. Tutti giù per terra a modificare, manipolare e rettificare notizia o bufale. C‘è chi si sostiene che Donald Trump non avrebbe conquistato la presidenza degli Stati Uniti se non avesse beneficiato di una propaganda fuorviante via internet. E c’è chi dice il contrario. Il fenomeno dei media alla guerra, che inizialmente poteva far sorridere, si sta rivelando un fattore in grado di condizionare le consultazioni elettorali in vari Paesi. E distinguere tra True e Fake diventa impresa ardua.
Per il giornalista investigativo Wayne Madsen, i media degli Stati Uniti, in poche ore, sono passati dalle “notizie false” su innocue pizzerie legate alla pedofilia all’“intelligence falsa” sulla presunta operazione di cyber-spionaggio della Russia volta ad eleggere il Presidente Donald Trump. Ma l’intelligence della Cia - insinua Madsen - sul coinvolgimento della Russia nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti è così scadente che il Federal Bureau of Investigation (Fbi), in risposta alle domande dei congressisti testimoniava alla commissione Servizi Segreti della Camera che l’affermazione della Cia sulla Russia è “confusa e ambigua”affermando che mancano “fatti e prove tangibili”. Chi non vede l’ora di sabotare la nomina di Trump del Ceo di Exxon Rex Tillerson a Segretario di Stato è la “coppia neocon” dei senatori John McCain e Lindsey Graham. Troppo amico di Putin, quello che con Assad ha attaccato i ”ribelli moderati in Siria”. Nel polverone mediatico alza una mano pure Robert Fisk, dell’Independent, annunciando che stiamo per apprendere molti più particolari sui ”ribelli” che noi stessi in Occidente - negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e nei Paesi “tagliatori di teste” del Golfo - avremmo foraggiato. Ciononostante, l’Unione europea ha adottato nuove sanzioni contro la Siria per la sua offensiva anti-terrorismo nella città di Aleppo. Così, mentre il nostro ombelico è concentrato su Palazzo Chigi, scopriamo nientedimeno che il più grande successo di soft power di Vladimir Putin sarebbe addirittura il film natalizio ” Masha e orso”e ci scateniamo a capire cosa c’è dietro all’Animaccord, la società di animazione con quartier generale a Mosca. Tremino anche i social, dove la propaganda del Cremlino avrebbe conquistato il sesto video più visto su YouTube con “Masha e il porridge”. Ad ogni modo, gli eventi di Washington avranno un indiscutibile impatto sul mondo intero, Europa compresa. Berlino sa che l’euro sarà a forte rischio se ingaggerà una contrapposizione con gli Usa, e Parigi sta cercando di arraffare tutto quanto possibile prima del 20 gennaio prossimo, giorno dell’insediamento di Trump. Così molti analisti spiegherebbero anche l’attacco a Mediaset, pochi giorni dopo l’annuncio che Crédit Agricole ha acquistato Pioneer, l’asset manager di Unicredit che un Ad francese, messo al comando del gigante bancario italiano, ha venduto non casualmente alla prima banca francese. C’è chi sa leggere le minacce di Pechino e Mosca, ma non quelle di tedeschi e francesi per operazioni non proprio gradite agli alfieri del politicamente corretto. Asse che pensa di sostituirsi a Washington in Europa, fino a pensare di costruire un proprio esercito ed un proprio arsenale strategico alternativo a Russia ed Usa. E’ in Europa la vera resa dei conti. E’ qui che dovremmo evitare i tentativi di destabilizzazione. Soprattutto con il governo Gentiloni, ex ministro sul quale si scrissero fiumi di inchiostro per l’intesa che in base a una convenzione Onu del 1982 aggiornava l’estensione delle acque territoriali con la Francia.

mercoledì 30 novembre 2016

Derivati e dintorni, la dolce mannaia di Reykjavík

 di Raffaella Vitulano

“Il consumatore è un lavoratore che non sa di esserlo”: un concetto piuttosto di moda, soprattutto alla luce della minuziosa quanto stancante attività svolta durante il Black Friday e il Cyber Monday, ennesime ricorrenze commerciali importate dagli Usa dopo Halloween. ll sociologo francese Baudrillard, con questa affermazione, aveva visto giusto con largo anticipo, soprattutto se si pensa ai click isterici su Amazon, la multinazionale americana con sede a Seattle e che - secondo uno studio di Mediobanca - nel 2014 ha registrato nell’ultimo anno una crescita di fatturato di circa il 20%, raggiungendo gli oltre 73 miliardi di euro. La filiale italiana del colosso delle vendite on line ha sbancato, segnando il suo record storico: in un solo giorno ha registrato 1,1 milioni di prodotti venduti, con una media di 12 vendite al secondo. I consumatori hanno acquistato una quantità tale di aspirapolveri che, se impilate, creerebbero un monte alto 2500 metri. E il forte richiamo all’igiene avrebbe segnato anche le vendite di un quantitativo record di spazzolini elettronici. Diverse le istantanee di crisi scattate invece in Grecia, dove sono aumentano i poveri che rovistano tra i rifiutie i fondi-avvoltoio che aleggiano su case acquistate con mutuo. C’è chi, guardando allo spettrale scenario greco, trattiene il fiato pensando a quello che potrebbe accadere in Italia. Steve Eisman, grande esperto e protagonista di speculazioni internazionali, proprietario di uno dei maggiori hedge fund, in un’intervista al Guardian dice con chiarezza ciò che finora veniva solo intuito o sussurrato: è in corso un attacco alle banche italiane, da parte degli speculatori internazionali, tramite vendite allo scoperto. Una notizia, più che un sospetto. Gli istituti di credito tremano, attendendo un terremoto imminente di cui, almeno qui in patria, probabilmente a fare le spese saranno i soliti noti, quegli stessi consumatori/clienti che qualche giorno prima si affannavano su Amazon. Così invece non sembra essere accaduto in Islanda, dove ben nove banchieri sono stati ritenuti colpevoli e condannati a decenni di carcere per reati legati al crollo economico del 2008. Kaupthing Bank era la più grande banca islandese (davanti alla Landsbanki) e la settima banca dei paesi nordici, con oltre 58 miliardi di euro di asset. In seguito alla grave crisi finanziaria che ha colpito l’economia mondiale e anche l’Islanda, nel corso dell’ottobre 2008 il governo di Reykjavík ha preso il controllo della banca. La banca è in seguito tornata privata, e il 20 novembre 2009 ha cambiato nome in Arion Banki. Giovedì scorso la Corte Suprema islandese ha restituito un verdetto di colpevolezza per tutti e nove gli imputati di manipolazione del mercato nella Kaupthing, dopo un lungo processo, tra cui l’ex direttore Hreiðar Már Sigurðsson. La crisi della Kaupthing , crollata nel 2008 sotto enormi debiti, ha paralizzato l’economia della piccola nazione, che nei primi anni Duemila aveva conosciuto un periodo di grande espansione, fino a far vantare ai suoi abitanti uno dei redditi pro-capite più alti del pianeta. Questo grazie non tanto alle poche attività manifatturiere ed agricole presenti, ma al suo sistema finanziario, praticamente da piazza offshore, incentrato proprio su tre banche private: Kaupthing, Landsbanki e Glitnir, che negli anni dell’euforia finanziaria crescono raccogliendo depositi da tutt’Europa, specie dal Regno Unito. Poi salta in aria la Lehman Brothers, tutti si spaventano e tanti begli investimenti che si pensava fossero sicurissimi diventano carta straccia, soprattutto quando inizia una vera e propria corsa a vendere qualsiasi cosa sia denominata in corone islandesi, dai titoli di stato agli speculativi Glacier Bond. Chiedendo che i banchieri siano soggetti alle stesse leggi come il resto della società, l’Islanda ha optato per una strategia molto diversa sul piano delle responsabilità rispetto al resto d’Europa e agli Stati Uniti, dove le banche hanno ricevuto multe in importi nominali, e amministratori e dirigenti sono sfuggiti ad ogni punizione. Restano le conseguenze del crollo sulle aziende controllate dalla Kaupthing, che ora sta cercando di vendere Oasis, Warehouse and Coast che impiegano 5422 persone. Oggi questi marchi , acquisiti nel 2009 da Mosaic Fashion - in amministrazione controllata dopo che l’azionista Baugur era crollato sulla scia della crisi - tornano sul mercato per un valore inferiore a 100 milioni di sterline.

lunedì 21 novembre 2016

Un vezzoso corsetto d'acciaio per Bruxelles

 di Raffaella Vitulano

La stampa internazionale comincia a preoccuparsi seriamente del destino dell’Italia e dell’Europa. Ieri, a braccetto, il Financial Times e il Wall Street Journal s’interrogavano sulle possibili conseguenze degli esiti del referendum, segnalando entrambi possibili rischi per l'euro. Munchau sul Ft, in particolare, evidenziava una possibile Italexit causata da una debole performance economica del Paese (che ”ha perso il 5% di produttività dall’adozione dell’euro nel 1999, mentre in Germania e Francia è salita del 10%”) e dal ”fallimento” dell’Ue ”che non ha saputo costruire una vera Unione economica e bancaria dopo la crisi del 2010-2012 e ha invece imposto l’austerità”. Sul primo punto, conosciamo ormai fin troppo bene le scaltre mosse franco-tedesche ai danni di Roma. Quanto al secondo punto, sarà il caso di ricordare che il Superstato Europeo delineato dai cinque presidenti (Jean Claude Juncker, presidente della Commissione europea; Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo; Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo; Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, e Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea) nel Five Presidents’ Report, sembra delineare nei fatti da qui al 2025 un futuro fatto di austerità e rigore. E stringe la crescita in un vezzoso corsetto d’acciaio, nonostante il contesto drammatico. Un po’ a dire: se l’Europa bella vuole apparire, deve pur soffrire. Ma perché? Chi l’ha detto? Trump ha vinto perché ha saputo cogliere la radice del malessere dell’elettorato americano, che Samuel Huntington (quello del The Crisis of Democracy, libro spartiacque del neoliberismo) identifica nella denazionalizzazione delle élites. Il politologo americano di stanza ad Harvard nota la frattura venutasi a creare tra elettorato statunitense ed élites in merito alle questioni legate all’identità nazionale, mentre gli elettori si preoccupano della sicurezza e della stabilità sociale, scossi dalle forze dirompenti della globalizzazione di cui si giovano piuttosto le élites partecipanti al grande gioco del domino globale. Ma le tessere non coincidono più e la linea di demarcazione dunque non starebbe tanto tra establishment e anti-establishment, tra élites e anti-élites (giacché le élites sono sempre esistite e sempre esisteranno) ma tra chi vede nel controllo dei confini, fisici e culturali, una precondizione per la stabilità sociale, nazionale e internazionale; e chi invece vede nei confini e nell’interesse nazionale un limite arbitrario alle proprie opportunità, da espandere senza se e senza ma. Senza vincoli né regole. Non é questione di poco conto, perché se la globalizzazione non viene costruita tenendo conto anche delle esigenze locali - magari senza bollarle di populismo - il bel castello di carte imposto da Bruxelles crolla miseramente. E il Financial Times, diciamolo, poteva anche accorgersene prima. Ci siamo lanciati senza fare i calcoli necessari, e oggi ci prepariamo ad un brusco atterraggio: le Trumponomics de-globalizzate contro il Neoliberismo stanno per lanciare l’ultima fase della battaglia del secolo. Quattro mesi fa la Nomura Holdings Inc. ha pubblicato un rapporto intitolato “Trumping Asia“: oltre il 77 % degli intervistati prevedeva che Trump avrebbe bollato la Cina come un paese manipolatore della valuta e che metterà tasse sull’export da Cina, Corea del Sud e Giappone. Vedremo. Repubblicani e democratici possono però intanto concordare su una cosa: l’elezione di Donald Trump rappresenta il colpo di grazia definitivo al Partenariato transpacifico (Tpp). Lo scorso 10 novembre, il senatore Charles E. Schumer ha comunicato al consiglio esecutivo dell’Afl-Cio che il trattato che favorisce soprattutto gli interessi delle multinazionali non sarà ratificato dal Congresso. Peccato per Big Pharma, che ad esempio avrebbe beneficiato di misure di tutela dei brevetti tali da assicurare alla aziende farmaceutiche la possibilità di ritardare l’introduzione delle versioni generiche dei loro prodotti. Il cuore del problema sta dunque nella distanza che le élites dell’utopia cosmopolita di una super-comunità globale (sponsorizzata da Soros nella open society) decidono di porre tra il proprio destino e quello della comunità politica nazionale di cui pretendono farsi portavoce. Un concetto che dovrebbe ormai esser chiaro alle élites europee. Eppure, fedele alle sue convinzioni sulla non necessità della riduzione del debito greco, Schauble ieri ha di nuovo detto che“la Grecia vive al di sopra dei propri mezzi“. Miopia o gretta stupidità?

mercoledì 9 novembre 2016

11/9-9/11. Trump #cambiaverso

di Raffaella Vitulano

Crollino le borse, svengano i futures, si fermino gli orologi, si offuschi il sole, tremi lo yen, fremano le pannocchie, il cambio al vertice del governo Usa è arrivato. Inutile ora ricordare quel Coefficiente di Gini secondo il quale una iniquità estrema diminuisce il potenziale di crescita distruggendo la coesione sociale, aumentando il malcontento pubblico e alimentando il conflitto sociale. E lì cominciano i guai e le radicalizzazioni.Certo, una vittoria di tale misura non é probabilmente spiegabile solo con il carisma del candidato repubblicano, appoggiato semmai da una poderosa quota di establishment sulla base - sussurrano i ben informati - di un preciso piano su due punti: la rinascita industriale degli Usa e il patto con la Russia di Putin per il rialzo del prezzo del petrolio, che converrebbe a entrambi e ai loro alleati, a cominciare dai sauditi. Lontano dalle piazze e dal circo mediatico, insomma, altrettanti potenti interessi economici avrebbero supportato con discrezione Trump puntando su punti nodali come anche il crollo dei salari e il credito bancario che ”non dovrebbe essere utilizzato per facilitare la manipolazione dei valori delle Borse”. Così come ”non dovrebbe esserci credito per la speculazione e assolutamente per gli hedge fund”. Trump spinge per la cancellazione di questi mezzi speculativi alzando le tasse sugli introiti a breve termine dati dal trading, interrompendo i vantaggi fiscali sui prestiti e bloccando il credito a favore della speculazione. Quanto basta per aver suscitato l’avversione di Wall Street e attirato l’attenzione che chi chiede che i vari Carl Icahan e i vari George Soros si vedano ultratassati i loro profitti derivanti da speculazione. Il nuovo inquilino della Casa Bianca dunque punta sugli Henry Ford per ricostruire tutte le Detroit che stanno andando allo sfascio, e scarica i saccheggiatori di Wall Street . E stop anche alla “guerra del petrolio”, venduto finora a prezzi stracciati per colpire la Russia. Come dicono i sostenitori di Trump, ”è un obiettivo nazionale degli Usa, perché un valore di mercato più alto renderebbe gli Stati Uniti stessi indipendenti dal punto di vista energetico. Ciò è parte significativa della rivoluzione di Trump”. Sauditi e russi avrebbero già avviato un pre-negoziato sulla crescita del prezzo del greggio fino ai 100 dollari al barile. Il Pentagono non potrebbe opporsi, perché, dice un sostenitore di Trump, ”è negli interessi del complesso militare-industriale raggiungere l’obiettivo di una totale indipendenza energetica e rimpatriare tutte le industrie belliche sul territorio nazionale”. Non é un caso che Michael Flynn, ex capo della Dia (servizi segreti militari), abbia sostenuto Trump. Il generale Flynn ha anche raccontato al giornalista Seymour Hersh come, da quella poltrona, abbia sabotato gli sforzi della Cia per rifornire di armi libiche i terroristi scatenati dai sauditi e dai turchi in Siria. Insomma, lui è parte di quello “stato profondo patriottico” che proprio non voleva la famiglia Clinton alla Casa Bianca . Quale convenienza possano trovare in questo piano invece gli strateghi di Jp Morgan sarà tutta da verificare. Aspettiamoci ora con molte probabilità la svalutazione del dollaro, uno scossone all’euro, il ridimensionamento definitivo della Germania, un riorientamento delle priorità della Nato verso il Mediterraneo, la restituzione agli europei di quote di autonomia effettiva. E proprio in quest’ambito l’elezione di Trump proprio il 9 novembre, anniversario del crollo del Muro di Berlino, spinge a riflettere anche sull’esaltazione acritica della globalizzazione e del multiculturalismo senza valutarne gli impatti. E ammesso che sia davvero solido il suo programma geopolitico, bisogna capire se e quanto potrà attuarlo, dato che nel suo staff si è insinuato un super-falco come Michael Ledeen, uno specialista della strategia della tensione, come anche il neo-vicepresidente, Mike Pence, l’uomo che avrebbe gestito la questione antrace come per poter invadere l’Iraq di Saddam. L’exploit di Trump punta comunque dal 9 novembre a rovesciare l’impostazione della Casa Bianca dall’11 settembre 2001 e a mettere in discussione i pilastri della governance globale degli ultimi 70 anni. Ma significa anche un ritorno al Medioriente degli anni 70: divisione di zone d’influenza tra Usa e Russia, stabilizzazione dei conflitti di grande ampiezza. Tuttavia non dobbiamo pensare che l’elezione di Mr. Trump significhi un semplice ritorno all’isolazionismo del periodo tra le due guerre: gli Stati Uniti continueranno a intervenire diplomaticamente e militarmente nel mondo, ma in un modo più pragmatico e probabilmente più efficace. Meno interventi ma più decisivi. In questo nuovo contesto l’India - legata energeticamente alla Russia e geopoliticamente gli Stati Uniti - potrebbe svolgere un ruolo di arbitro tra le due potenze in Ucraina. Per quanto riguarda la Cina, non sembra che Trump la veda come un reale avversario geopolitico. Il riavvicinamento con la Russia sarà certamente arbitrato da parte di Israele, paesi deluso da Obama e che ha stabilito contatti militari con la Russia.Criticando l’accordo nucleare con l’Iran, Trump avrà l’appoggio dell’Arabia Saudita, terrorizzato dalla crescita di Teheran nella regione, e a cui gli Stati Uniti potrebbero fornire un aiuto finanziario per sostenere la sua transizione al post-petrolio.

giovedì 20 ottobre 2016

L'amiko americano

di Raffaella Vitulano

Dalle stelle e strisce alle stelle gialle su campo blu. Passando per una sbirciatina a Marte. Galvanizzato dall’endorsement di Washington, il nostro premier affronta ora l’arena di Bruxelles, dove il duo franco tedesco lo guarderà con ancor più diffidenza. E già. Perché il “demolition man” (rottamatore) citato da Obama si è ormai definitivamente schierato - almeno a parole - contro un selciato europeo caratterizzato da austerità e asfissia. L’amico americano attribuisce all’Italia un ruolo strategicamente importante. Roma ricambia l’amicizia affettuosa. Ma forse, più che amicizia è una necessaria quanto reciproca strategia. Di conquista degli italiani all’estero, ad esempio. E di ri-conquista di un territorio europeo a tratti ostile alle politiche statunitensi. La Germania, prima di tutti, si è smarcata dal ruolo di cuscinetto con Washington cercando di assurgere a guida dei Ventisette dopo aver depredato i paesi del Sud. Strizzando l’occhio a Mosca, dribblando le sanzioni, ingozzandosi con l’export, scendendo in piazza contro il Ttip, ha sfidato la diplomazia ed é inciampata in una brutta guerra commerciale con gli Usa.  E c’era da aspettarselo: non a caso Washington ha deciso da inizio anno di criticare apertamente le misure oppressive messe in campo da Berlino in una tenzone che ha spaccato il Vecchio Continente, e che per forza centrifuga ha definitivamente spinto Roma fuori dal nucleo di comando Ue. Non riuscendo ad imporsi sullo scenario continentale, Roma si é riunita con Londra nell’orbita - mai abbandonata in realtà - degli Usa. Nella contropartita c’è da leggere l’invio dei nostri militari in Lettonia, in Libia e nelle altre zone d’interesse atlantico, come l’Iraq. L’azione diplomatica del governo per ottenere il sostegno degli Stati Uniti aveva preso tempo, concedendo l’uso della base di Sigonella per operazioni con i droni americani in Libia. Ma abbiamo dovuto concedere di più. E così, mentre l’opinione pubblica è distratta dal processo di riforme costituzionali - che incassano un sì convinto da Obama - Matteo Renzi si trova a dover gestire crisi assai più delicate e importanti per l’intero pianeta e per gli equilibri geopolitici ed economici. La vera guerra del Presidente del Consiglio, insomma, non è quella interna. Ma giocando, lui sì con abilità, la carta del populismo contro l’austerity e cavalcando l’euroscetticismo contro la Merkel, Renzi cerca di traghettare l’Italia fuori da quel luogo scomodo di mezzo che ieri era tra la Nato ed il patto di Varsavia, oggi tra la Nato e la Russia. Forte delle concessioni all’amico americano, oggi Renzi sfida Bruxelles in un confronto che si annuncia duro e polemico. In Europa del resto si moltiplicano i segnali di una crisi mal gestita: su Bloomberg, un grafico mostra una nuova accelerazione della fuga dei capitali dal nostro paese, segno di una crescente sfiducia nella tenuta del progetto dell’euro e anche di un timore diffuso per la crisi bancaria. Capitali che abbandonano l’Italia e vanno in Germania, tutelando gli interessi del più forte. Tanto per cambiare. E non é affatto un bel segnale per noi. Mentre lo é per la formica berlinese, che con i tassi della Bce vanta un pareggio di bilancio grazie a centinaia di miliardi di euro di servizio sul debito risparmiati negli ultimi anni, e che oggi sta facendo incetta di case alimentando una bolla immobiliare . Eppure proprio un tedesco, Otmar Issing, uno dei membri fondatori del comitato esecutivo della Banca centrale europea, ha concesso una straordinaria intervista nel corso della quale, parlando del futuro dell'euro, ha dichiarato che ”il castello di carte crollerà”. Issing sostiene  che l'euro è stato tradito dalla politica, lamentando che l'esperimento è andato male fin dall'inizio. Ma é davvero così o é semmai il contrario?  Peccato guardare sempre al nostro ombelico italiano o europeo. Là fuori c’è un mondo che meriterebbe di essere studiato ed affrontato con maggiore interesse. Si scoprirebbe, ad esempio, che la politica, in definitiva, non può più decidere nulla, perché il quadro istituzionale nel quale è inserita le impedisce di farlo. Che il blocco franco tedesco non è poi così omogeneo (cit: Martin Feldstein: ”L'aspirazione francese all'uguaglianza non è compatibile con le aspettative tedesche di egemonia"). E che avremmo dovuto capire qualcosa da tempo (cit. Krugman: ”L’Unione monetaria non è stata progettata per fare tutti contenti. È stata progettata per mantenere contenta la Germania , per offrire quella severa disciplina antinflazionistica che tutti sanno essere sempre stata desiderata dalla Germania, e che la Germania sempre vorrà in futuro”).

giovedì 6 ottobre 2016

Il Big Business tra informazione e propaganda

di Raffaella Vitulano

Ciò di cui l’Italia ha bisogno non sono più leggi approvate più rapidamente, ma piuttosto meno e migliori leggi: Tony Barber, la più importante firma del Financial Times sulle questioni europee, critica in maniera esplicita sia la riforma costituzionale che la riforma elettorale: ”Una sconfitta di Renzi al referendum non deve necessariamente destabilizzare l’Italia. Una vittoria, d’altra parte, potrebbe rappresentare la follia di anteporre l’obiettivo tattico della sopravvivenza di Renzi alla necessità strategica di una sana democrazia in Italia”. Ma a sua volta il quotidiano della City prende le distanze da Barber e sottolinea come le parole del suo columnist non rispecchino la posizione ufficiale del board editoriale: ”Al Financial Times ci atteniamo ai più elevati standard giornalistici, e siamo davvero orgogliosi di poter ospitare tante diverse opinioni nelle nostre pagine dei commenti”. Realizziamo ormai con piena consapevolezza che il conflitto politico coincide con il conflitto economico, cioè con la concorrenza spietata, soprattutto quella salariale. Un momento delicatissimo. Il mercato globale delegittima Stati e democrazie ed ostenta sicurezza valoriale in un sistema in realtà virtualmente fatuo quanto aggressivo, mentre ai confini nazionali lascia i brandelli delle polemiche interne.
Siamo sempre più confusi. Chi é che ci distrae mentre fuori dai nostri confini si giocano le vere partite a scacchi che creano guerre sempre più cruente, profughi, catastrofi ambientali, economie reali in affanno, speculazioni finanziarie, approcci ambigui a territori lacerati da conflitti intricati, crescita zero, disoccupazione impennata ovunque? Convergiamo sì, ma verso quale iceberg? Possiamo cercare di capirlo informandoci, leggendo. Ma distinguere tra informazione e propaganda é diventato davvero arduo di questi tempi.
Pensiamo ai buoni intenti di un documento europeo fondamentale di ormai un anno e mezzo fa - ma passato sotto silenzio - che si chiama “5 Presidents report”, che parla tanto di integrazione europea ma considera l’Unione Politica solo l’ultima delle fasi, dopo il raggiungimento di una Unione Economica, Finanziaria e di Bilancio.
Ancora sulla democrazia: la Costituzione del 1948 è stata dichiarata di grado inferiore nella gerarchia delle fonti rispetto alla legge europea dalla Corte Europea di Giustizia (parte del Trattato di Lisbona), la quale decreta, testualmente “Nell’opinione 1/91 della Corte Europea di Giustizia, i Trattati europei sono descritti come la Carta Costituzionale di una Comunità Legale, per il beneficio della quale i singoli Stati ora limitano i propri diritti sovrani”. Quanti cittadini ne sono a conoscenza nei dibattiti di questi tempi?
E quando la democrazia si esporta, prima o poi qualche domanda su ambigue alleanze dovremo pur porcela, è lo stimolo ulteriore del direttore di Analisi Difesa, Gaiani: ”Anche noi italiani dovremmo essere un po’ arrabbiati con i sauditi dopo i bombardamenti effettuati dai jet di Ryad sugli stabilimenti delle aziende italiane nello Yemen: Caprari Pumps Yemen Ltd, specializzata nella produzione di pompe per acqua e il tubificio e mattonificio Alsonidar a Sana’a. Gli aerei da guerra, come ha riportato la Reuters, hanno colpito con le loro bombe tre differenti aziende provocando gravi danni a tutte le strutture prese di mira...Nulla di nuovo in una guerra ma sorprende che in Italia ed Europa abbiano così vasta eco le vittime civili siriane (ovviamente solo quelle uccise da russi e regime di Assad secondo i ribelli jihadisti amici dei sauditi) ma a nessuno interessino i civili yemeniti sciti uccisi dalle bombe di Riad tutte costruite in Occidente, Italia inclusa.”L’Europa pensa a far quadrare i bilanci e perde di vista il delicatissimo contesto geopolitico. Il Congresso Usa preme infatti sul generale Dunford, capo degli stati maggiori riuniti, perché esita a stabilire una no-fly zone in Siria. Alla Commissione Difesa il generale ha risposto: “Per noi prendere il controllo dell’intero spazio aereo della Siria richiederebbe che facessimo la guerra contro Siria e Russia. E' una decisione fondamentale che non sarò io a prendere”. Civili guerrafondai contro militari esitanti, chi l’avrebbe mai detto?
Tensione alle stelle tra Usa e Russia. Voi obiettate: e questo che c’entra con noi? Siete proprio certi che non debba interessarci?

martedì 20 settembre 2016

Roma, vaso di coccio tra vasi d'acciaio

di Raffaella Vitulano

L’ultimo affondo tedesco riguarda le pensioni: ritirarsi dal lavoro sempre più tardi, possibilmente mai. Gli economisti della Bundesbank, la banca centrale tedesca presieduta da Jens Weidmann, lanciano un chiaro messaggio: se a fare i conti con le ristrettezze di bilancio è anche Berlino, figuriamoci quanto dovranno stringere la cinghia quelle cicale del Sud Europa. Il falco teutonico lancia poi un anatema su Roma, che secondo lui non avrebbe mai fatto vera austerità. Roma si allineerà al nuovo, imperioso diktat?
A dire il vero, il governo Renzi sembra negli ultimi tempi strattonare platealmente l’asse Parigi-Berlino per restare ferma sotto l’ala di Washington, che a partire dal 2008 ha rilanciato la crescita col deficit mentre la Ue l’ha bloccata con un’austerità che ha di fatto favorito solo Germania e Olanda. Paesi i cui bilanci non hanno esitato ad ingozzarsi alle spalle di coloro che invece quel rigore euroimposto l’hanno subìto con violenza. Diciamolo con franchezza, da tempo Roma è quel fragilissimo vaso di coccio in mezzo a vasi decisamente più solidi. Fatti con la durezza e la freddezza dell’acciaio. Ma schierarci solo con Washington alla vigilia di un voto il cui esito incerto potrebbe rivoluzionare la nostra partnership atlantica, ci rende ancor più isolati nel contesto globale.
Lo strappo al vertice di Bratislava arriva dopo le recenti polemiche anglo-italiane sulle disinvolte posizioni francesi in Libia, dove i cugini d’Oltralpe sono sempre più propensi ad impossessarsi dei giacimenti di Eni per sostenere una disastrata Total. E questo spiegherebbe anche la decisione italiana di inviare militari in Libia, che contrasta con posizioni assunte in passato dalla Difesa. Il caos europeo è al parossismo, e tuttavia le sortite del premier a Bratislava contro Hollande e Merkel sembrano più scenografiche che altro, dato che alle conclusioni del vertice avrebbe potuto comunque porre un veto se davvero avesse disapprovato con fermezza.
Ragionare con gesti concreti sui limiti del deficit imposto dall’Ue all’Italia, sul fiscal compact, sulle questioni fiscali, sarebbe una risposta vera e non di facciata per uscire dal cul de sac di un asse franco - tedesco sempre più simile a quello che fu il Vichy di nazionalsocialista memoria.
I governi nazionali traballano, sul filo d’equilibrio di confini geografici e di poteri quasi dissolti a favore delle entità sovranazionali. Oggi sappiamo, grazie alle recenti conferme del ministro della Giustizia Andrea Orlando, che la vecchia Troika (Bce, Ue e Fmi) pochi anni fa avrebbe chiesto senza mezzi termini al nostro paese di approvare la modifica costituzionale del Pareggio di Bilancio, così come probabilmente lo stesso accadde al momento della ratifica del Fiscal Compact e del Mes. Ormai è cruda realtà. Orlando, in un’intervista, ricorda come, sostanzialmente, poteri sovranazionali spesso non legittimati democraticamente siano in grado di mettere le democrazie di fronte al fatto compiuto. E’ quanto con buona percentuale di successo potrebbe accentuare l’accordo Usa-Ue (Ttip), grazie al quale le multinazionali potrebbero far causa ai governi se le legislazioni nazionali ostacolassero i loro business.
L’Italia resta intanto sorvegliata speciale. George Friedman, fondatore di Stratfor - think tank di intelligence statunitense con molto seguito - attacca le regole del bail in europeo e punta di nuovo il dito contro la crisi bancaria italiana, che potrebbe portare ad una nuova crisi globale come quella del 2008 (ma di natura maggiormente politica e amministrativa) e al fallimento del sistema internazionale. Roma grimaldello di nuove tensioni. Le banche europee sono infatti fortemente interconnesse e la miccia italiana darà fuoco alle polveri della Deutsche Bank, ritenuta dall’Fmi “il maggior singolo contributore” alle minacce sistemiche. E sono sempre gli Usa a rilanciare il conflitto con l’asse Parigi-Berlino chiedendo il risarcimento alla Deutsche Bank, dopo che Bruxelles ha alzato il tiro contro la Apple.
Incalza senza sosta la Trade War fra le sponde dell’Atlantico, e Roma guarda a Washington mentre la Ue sembra aver completamente perso di vista i propri interessi. Se da una lato mantiene infatti le sanzioni alla Russia (che danneggiano probabilmente meno Mosca di quanto non danneggino produttori ed agricoltori europei), dall’altro è incapace di disegnare una vera strategia di crescita rispetto agli altri mercati. E in questo stallo affonda, ogni giorno di più.