Translate

martedì 25 novembre 2014

Guerra fredda. Anzi, gelida

di Raffaella Vitulano

Guerra fredda. Meglio, gelida come ghiaccio russo. Sembrerebbe ormai cosa nota che Putin abbia deciso di sostenere o addirittura finanziare una lista di partiti euroscettici ostili alle attuali politiche Ue e alla globalizzazione selvaggia dettata dalle lobbies di Washington. Lo scorso giugno, un ”Congresso di Vienna” degli Identitari ne avrebbe assunto le linee guida, mentre Putin approfittava del ribasso del prezzo dell’oro dal 2011 per saturare le volte della banca centrale di Russia con il metallo prezioso, in modo da essere pronto per la possibilità di una lunga, estenuante guerra economica con l’Occidente. Le ”bullion banks”, banche d’affari che trattano abitualmente grosse quantità di oro fisico (come Barclays, Deutsche Bank, HSBC, JPMorgan) spingono del resto al ribasso il prezzo dell’oro in modo da proteggere il dollaro Usa da una esplosione incontrollata dell’aumento del suo valore e dei suoi debiti. E ne approfitta Mosca, con cui flirta il nostrano Carroccio, dato che al momento i Crickets di Grillo sembrano schivarne le lusinghe. Nel frattempo, l’Aquila bicipite comincia a delinearsi su uno sfondo tricolore o di qualsiasi altra bandiera sia insofferente a monetarismi e tecnicismi. E questo nonostante la politica ufficiale dei governi nazionali europei sia piuttosto critica nei confronti di Putin. E se ad Est si scaldano i muscoli siberiani, ad Ovest non restano a guardare. Silurato il capo del Pentagono nella feroce lotta interna al team della Sicurezza nazionale, l’inner circle di Obama sfida il mondo cambiando rotta verso una politica estera più aggressiva, a partire dall’Afghanistan. Tendenza che qualcuno attribuisce al fallimento dell’estrazione gasifera da fracking sul fronte interno, nonchè alle pieghe inattese dei conflitti subappaltati nella regione. I rapporti di forza mondiali sono in rapido fluire. Per l’Italia, blog a browser unificati sentenziano come sempre più imminente il rischio di uno scenario ibrido tra Grecia e Argentina, forse già entro i prossimi 18 mesi. La Bce, intanto, è entrata ormai nel suo sedicesimo anno. Difficile età, adolescenziale, in cui la disincantata profondità del giovanile Sturm und Drang s’infrange contro i freddi calcoli adulti e l’imposizione di norme e regole della Bundesbank al cospetto delle quali i dolori del giovane Draghi potrebbero acuirsi nel momento in cui la Banca centrale europea facesse da garante comprando il peggio del peggio nel tentativo di diventare la bad bank dell’Europa, anzi la “bad hedge fund”. Si fa così sempre più concreta l’ipotesi della doppia velocità della moneta unica in cui, a differenza di Kohl, l’allora teorico ed attuale ministro tedesco delle Finanze Schäuble non avrebbe mai voluto l’Italia sin dal 1994. Oggi il governo tedesco non può cacciare nessuno dalla moneta unica, ma il sospetto che stia facendo di tutto per costringere alcuni paesi ad andarsene - o stia facendo i bagagli per approdare su un supereuro dei paesi ricchi lasciandoci nell’inferno dell’euro debole con una moneta comunque non governata dall’Italia - è più che fondato. Quando le autorità non riusciranno più a tenere in piedi il castello di carte, il crollo del castello sarà completo.

mercoledì 12 novembre 2014

Il Quirinale osserva Washington (e viceversa)

di Raffaella Vitulano

Il giornalista Tony Barber scrive un editoriale sul Financial Times dal titolo “Il senso del dovere di Napolitano brilla nell’oscurità italiana”. Pochi giri di parole con cui schianta il nostro paese: ”Negli ultimi 15 anni, c’è stato davvero poco di positivo da dire sulla performance economica dell’Italia, e ancora meno circa la qualità della sua vita politica... In Italia l’economia e la finanza pubblica sono ancora in una crisi profonda e la politica, a tutti i livelli, si contraddistingue per irresponsabilità e malgestione. Ed è difficile credere che un Paese possa evitare le conseguenze dei suoi fallimenti per sempre”. Pollice verso, dunque, ad un contesto in cui la tempistica della prossima rinuncia del presidente piuttosto ”appare quella giusta”. E se il mondo anglosassone ci studia, in rete c’è chi, studiando la tempistica, più che alla legge elettorale fa riferimento alle novità oltreoceano. Ieri Napolitano ha infatti ribadito quanto già detto il 4 novembre scorso in merito agli antagonismi interni, parlando di ”allarmante acuirsi di conflitti e tensioni a ridosso dei nostri confini” che rende ancor più necessario e prioritario ”procedere a razionalizzazioni e ammodernamenti” per avere ”Forze Armate pronte ed efficienti, in grado di garantire” la ”sicurezza del paese di fronte alle gravi minacce emergenti”. Non sarebbe un caso che questa accelerazione della sua uscita di scena sia giunta immediatamente dopo la débâcle di Obama con la perdita del Senato - che nel Congresso Usa sovrintende alla politica estera e alla Difesa - e alla notizia che George P. Bush, nipote di due presidenti, probabilmente sarà il candidato repubblicano nel 2016. Nè casuale sarebbe la sferzata di Renzi al Patto del Nazareno e al suo rapporto con il centro destra. Il Quirinale studia le mosse della Casa Bianca, insomma, e viceversa. Mentre i repubblicani italoamericani starebbero scaldando i muscoli in vista di un cambio della guardia a Washington. Molti oriundi oltreoceano, del resto, hanno occupato ed occupano posti prestigiosi in America, alla Corte Suprema o alle forze di Difesa. Un ruolo, quello degli italoamericani, da non sottovalutare nelle strategie nazionali. Dal prossimo gennaio, infatti, le conseguenze della perdita del Senato da parte dei democratici Usa si concretizzeranno nel fatto che le leve del comando della politica estera e della difesa saranno in mano repubblicana. Uno scenario di equilibri diversi da quelli di oggi, che potrebbe richiedere organigrammi diversi agli alleati. Se dunque, tanto per ipotizzare, si volesse tentare di fare eleggere un democratico al Quirinale, bisognerebbe fare in fretta; il cambiamento per quello schieramento dovrebbe avvenire entro fine gennaio prossimo. Se invece si punta su altri, allora si potrebbe anche aspettare. Non dovrebbero però più aspettare gli interessi nazionali, per evitare l’effetto di Olocausto greco. Gli annunci bellicosi di Napolitano, i selfie di Renzi al grido di ”più droni e meno proteste” all’inaugurazione del nuovo stabilimento di Piaggio Aerospace, non ci esimeranno dall’avere una vera politica estera, la cui alternativa non può essere una politica di difesa senza alcuna progettualità.

martedì 11 novembre 2014

Pron(t)i a tutto

di Raffaella Vitulano

Una nuova indagine da parte del sindacato Gruppo 20 (L20), che rappresenta il lavoro dei paesi del G20, rileva che il 56% delle politiche del G20 sono inefficaci nel migliorare le condizioni dei lavoratori. C’è da meravigliarsi? E’ per questo che oggi a capo della commissione europea ritroviamo un uomo che a capo del governo del Lussemburgo stringeva accordi fiscali segreti con centinaia di multinazionali e da presidente dell’Eurogruppo strigliava i Paesi periferici con feroci politiche economiche depressive. L’avviso di tempesta all’Italia si concretizza in un ”allarme preventivo” sui conti pubblici e sull’apertura di una procedura per deficit eccessivo. Interessante l’analisi di John Muellbauer - prof di economia all’università di Oxford - per il quale una strada percorribile per la ripresa della domanda sarebbe un Quantitative Easing for the People: fornire a tutti i lavoratori e pensionati in possesso del codice fiscale una somma di denaro, erogata dalla Bce, che i governi dovrebbero semplicemente aiutare a distribuire. O ancora, fare riferimento alle liste elettorali per una banca dati pubblica che la Bce potrebbe utilizzare indipendentemente dai governi. Dei circa 275 milioni di adulti possessori di codice fiscale nell’eurozona, circa il 90% è iscritto nelle liste elettorali. Negli Stati Uniti, nel 2001, un rimborso previdenziale pari a trecento dollari a persona ebbe l’effetto di aumentare la spesa del 25% circa del totale distribuito. Ecco che un assegno di 500 euro (640 dollari) emesso dalla Bce potrebbe aumentare la spesa di circa 34 miliardi di euro, cioè l’1,4% del Pil. Per di più, il gettito fiscale aggiuntivo derivante da questo rimborso ridurrebbe in modo significativo il disavanzo pubblico. Ma lo sguardo di Renzi sembra piuttosto distratto dalle banche, alle quali starebbe per fare un nuovo regalo: nella legge di stabilità c’è infatti una norma (contenuta nell’articolo 33 del ddl) che potrebbe comportare l’obbligo per l’Italia di versare miliardi di euro su conti esteri come garanzia per le grandi banche d’affari - come Morgan Stanley, Jp Morgan, Deutsche Bank - con cui a metà anni novanta il ministero guidato da Ciampi fece man bassa di derivati per un valore di 160 miliardi di euro in modo da portare il deficit all’interno dei parametri imposti ai Paesi che aspiravano a entrare nell’Eurozona. In quel periodo, ricorda il Financial Times, ”Mario Draghi era direttore generale del Tesoro” e oggi è difficile specificare le potenziali perdite dell’Italia sui derivati ristrutturati. La norma attribuirebbe alle banche d’affari anche un vantaggio  inedito: un credito privilegiato con la possibilità di rivalersi sui depositi di garanzia nel caso di un default sovrano dell’Italia (ad oggi per nulla escluso; basti seguire le mosse della Germania).  Mentre gli altri creditori, come tutti i piccoli risparmiatori italiani, dovrebbero mettersi in fila. Già dimenticati i due miliardi e 567 milioni di euro passati dalle casse del Tesoro a quelle di Morgan Stanley il 3 gennaio 2012? E questo mentre si chiedono sacrifici a pensionati, lavoratori e disoccupati. Bruxelles ci prende a schiaffi. Ma noi, per ora, restiamo pron(t)i al Fiscal Compact e al  Meccanismo europeo di stabilità.

martedì 4 novembre 2014

Quei droni sulla Via della Seta

di Raffaella Vitulano

Da ieri la Banca centrale europea ha assunto la responsabilità della vigilanza centrale del fragile sistema bancario. Ma per le grandi banche mondiali - scrive Il Sole 24 Ore - ci vuole piuttosto l’integrity test, l’esame di rettitudine. Per i big della finanza internazionale sembra infatti che le regole rimangano un optional: dopo i mutui subprime e i derivati, dopo la manipolazione dei tassi interbancari Libor ed Euribor, stanno venendo ora alla luce le manipolazioni dei tassi di cambio. Chi pagherà per questo silenzio? Le armi di distrazione di massa hanno funzionato ovunque. Ma un documentario della Tv statale greca ER ci riporta alla realtà, trattando dell’epidemia di depressione calata sul paese come un castigo biblico. Uno degli intervistati dice, ad un certo punto: ”Noi abbiamo il sole. Sono riusciti a farci sentire in colpa per avere il sole”. Un Mediterraneo punito; un genocidio senza sparare un solo colpo e accendere forni. Punito con la complicità della propaganda politica e mediatica; prova di un crimine contro l’umanità diluito da chi vorrebbe esportare la medesima terapia da noi e nel resto del sud. Oggi anche Francia e Olanda sono sull’orlo del precipizio e da qualche mese persino la Germania si affaccia al Club dei Paesi infelici. E presto altri si aggiungeranno, perchè i paesi Ue sono ormai gli unici a pagare tutto: pagano per l’avidità di chi li guida; per le sanzioni decise dagli Usa; per le contro-sanzioni decise dalla Federazione Russa. La Ue ormai non è nient’altro che un portafoglio aperto e sgualcito, mentre la finanza rapace vede nel processo democratico un ostacolo alla generazione di profitto. Il welfare è del resto diretta conseguenza dell’articolazione democratica e per abbassare i costi di welfare è indispensabile deprimere il tasso di democrazia. Lo spread, arma potentissima caricata dalla grande finanza, schizzerà in alto quando i mercati capiranno che non ci sarà nessun regalino di Natale per la montagna di titoli di Stato italiani e spagnoli che stanno comprando. Li svenderanno, sì, e s’impenneranno come renne gli interessi che quegli Stati ci pagano su. Europanico. A sua tutela, il governo britannico ha già emesso un nuovo titolo di Stato denominato in renminbi (o yuan) cinese. E’così evidente la svolta della guerra finanziaria, ma ancora una volta di questa storia si parla appena sulla stampa occidentale, occupata da minuzie nazionali di cortile che offuscano il capolinea dell’attuale sistema basato sul sistema dollaro. Cina e Russia spingono la Germania nella loro orbita economica che utilizzi le nuove rotte commerciali della ”Nuova Via della Seta”. Altro che droni e bombardamenti. Altro che forze mercenarie globali per combattere i terroristi. I cospirazionismi sulla crisi economica globale sfumano e svelano ormai che questa altro non è che una crisi energetica dell’Occidente, che non può più permettersi di rappresentare meno del 10% della popolazione mondiale e consumare l’80% delle risorse energetiche. Non può più permetterselo, a meno che non dichiari congiuntamente guerra ai Paesi Bric. La questione, dunque, è parallela a quella che scatenò la Guerra Fredda e trasformò un modello di sviluppo keynesiano in uno liberoscambista-concorrenziale. Ecco perchè la scelta del prossimo candidato progressista alla Presidenza degli Stati Uniti produrrà effetti politici molto importanti anche a Roma. Già molti guardano a Elizabeth Warren, economista e senatrice del Massachusetts, sensibile al tema della giustizia sociale e conscia dell’importanza dell’investimento pubblico quale volano per la creazione e l’equa distribuzione di nuova ricchezza. La sfida con la signora Clinton è tutta aperta.

lunedì 27 ottobre 2014

Del coltan e delle eccellenze

di Raffaella Vitulano
Il Wall Street Journal si iscrive alla Leopolda del presidente Renzi ma giudica le sue riforme del mercato del lavoro comunque ”modeste”. E a chi accusa il premier di ”avere abbassato il dialogo sociale a un livello visto solo con la Thatcher” il quotidiano statunitense replica che l’Italia ”sarebbe fortunata ad avere una Lady di Ferro”. L’iceberg della contrapposizione del premier ai dogmi europei si scioglie come neve al sole. La pantomima del cattivo Barroso, che sta per lasciare l’incarico e quindi si sarebbe prestato a qualsiasi ruolo, serve solo da sfondo ad una manovra che in realtà rispetta eccome le regole di un’Unione europea che, sul quotidiano britannico The Guardian, il ”magnate e filantropo” Soros scopre trasformata in un rapporto disfunzionale tra paesi creditori e debitori, con un conseguente risentimento diffuso. Un continente strappato a metà. Ma per gli Usa il nemico è sempre lo stesso: ”Il fallimento dell’esperimento europeo come governo sovranazionale farebbe della Russia una potente minaccia e la renderebbe molto più influente all’interno dell’Ue”. Déjà vu. In un discorso all’Istituto di Scienze Politiche alla Harvard University, il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden ammette che il governo degli Stati Uniti ha spinto l’Ue ad imporre sanzioni alla Russia per la crisi ucraina, benché l’Europa fosse contraria ad accettare di fare questo passo. E poco importa se il nostro continente versa in agonia e se la probabile soluzione finale a questa immensa deflazione da debiti sarà la possibilità di assistere a default selettivi di massa, sia privati che pubblici. Inevitabile, ricordando che in un’intervista alla Cnn l’ex premier Mario Monti già ammetteva che ”stiamo effettivamente distruggendo la domanda interna attraverso il consolidamento fiscale”. Italia sotto accusa, Bankitalia irritata: per gli stress test sono stati usati scenari tragici. Alta tensione. Nel sistema italiano - dicono da via Nazionale - mancava solo una pandemia di Ebola. Il tessuto produttivo si sfilaccia sempre più. Eppure, a proposito di virus e di riscatto italiano, l’Italia conta un’industria del modenese unica al mondo a costruire un dispositivo che consente di trasportare i malati senza rischio di contagio per il personale e che ha saputo riscattarsi dal disastro del sisma del 2012: la Tecnoline di Concordia sulla Secchia. Azienda coraggiosa, come quella di pneumatici Firestone, che in Liberia ha investito per non bloccare il suo ciclo produttivo, aprendo un suo ospedale e curando i residenti della città dove si trova la fabbrica. Il contagio è stato fermato e i decessi si sono ridotti al minimo, anche se il resto della Liberia non è stato così fortunato come i dipendenti della Firestone. E’ sempre questione di business, in Africa: coltan (richiestissimo dall’industria hi-tech, aerospaziale, air bag, visori notturni, fibre ottiche) e diamanti fanno gola all’Occidente. Il prezioso coltan è la principale causa della guerra che sta devastando la Repubblica Democratica del Congo. Nelle miniere della zona del Kivu, secondo le stime, si trova circa l’80% delle riserve mondiali di questo minerale. Chi controlla quella determinata zona controlla il mercato. Per estensione, chi controlla il mercato controlla una parte importante dello sviluppo della società moderna. Se l’Ebola lascia qualche possibilità di sopravvivere, l’avidità porta un indice di mortalità del 100%. Ovunque nel mondo. E' bene informarsi.

giovedì 16 ottobre 2014

Il mondo è a un bivio

di Raffaella Vitulano

Frau Merkel non cambia idea e richiama tutti gli Stati membri a rispettare in pieno le regole del patto di stabilità e crescita, proprio nel giorno in cui inizia il processo alla Corte di giustizia di Strasburgo contro il ”Whatever it takes” (pronti a tutto per salvare l’euro) pronunciato da Mario Draghi a luglio del 2012. Processo all’Omt (Outright monetary transactions), dunque, il programma di acquisto illimitato di titoli di stato in cambio di pesanti condizionalità ai governi, mai attivato. Con il capo delle finanze tedesche, Schäuble, il presidente della Bundesbank Weidmann si affanna a ripetere che la politica monetaria da sola non può risolvere nulla e utilizza perfino l’iperbole del ”Faust” di Goethe, nella cui seconda parte Mefistofele risolve ogni problema di debito stampando moneta. Ieri la Bce è corsa in aiuto delle banche greche, condizionato anch’esso alle amorevoli cure della troika (Ue, Bce, Fmi). Ma alcuni, tra cui l’economista Richard Koo, rimproverano a Draghi proprio la sua eccessiva insistenza sulle riforme strutturali. Koo insiste: sono piuttosto i recenti contesti normativi e regolamentari comunitari a sfavorire gli investimenti negli ultimi tempi, in Giappone come in Europa. E’ lì che bisogna intervenire. Alla politica monetaria lui oppone il ruolo dello Stato: il solo modo per affrontare le pressioni deflattive è che il governo prenda in prestito con garanzie i risparmi del settore privato. Venti asiatici, di cui tener conto. La Cina sta del resto diventando la più grande economia del mondo sorpassando ufficialmente gli Stati Uniti, con un peso economico ufficiale di 17,61 miliardi (contro i 17,40 degli Usa). Un evento storico da associare all’annuncio che Pechino adotterà un nuovo metodo di calcolo per il Pil, che comprenderà altri parametri oltre alla crescita, e che rublo e yuan sostituiranno il dollaro in molte transazioni. Questo attivismo tra Europa, Russia e Cina raggiunge il suo picco in questi giorni, con lo svolgimento del vertice Asem a Milano. L’evidente emersione cinese a sostegno di Mosca è stata affrettata dalla crisi ucraina e Pechino starebbe preparando un vero e proprio Piano Marshall per la ricostruzione dell’economia europea e di quella russa, parzialmente distrutte dalla guerra. Le mosse Usa, in nome delle armi, evidenziano falle. Il New York Times accusa: “L’America diede armi segrete e gas a Saddam. Ora sono nelle mani dei jihadisti dell’Isis”. E mentre Washington s’interroga, la Cina si frega le mani: ha già salvato la City di Londra dal fallimento (facendone il principale centro finanziario, fuori dalla Cina, abilitato ad emettere obbligazioni in yuan) e comprato gran parte del debito Usa. La stessa Bce ora considera l’aggiunta dello yuan fra le sue riserve internazionali. E il presidente russo Putin, dal canto suo, approfitta di un consesso in cui gli Stati Uniti sono assenti per cercare di indebolire l’asse transatlantico sulla crisi ucraina. Apre alla possibilità di un accordo con la Serbia sull’export in Russia di determinate quote di auto prodotte nello stabilimento Fiat di Kragujevac (Serbia centrale). Gazprom potrebbe inoltre riaprire in direzione di Kiev i rubinetti chiusi a giugno se il capo del Cremlino rafforzasse il dialogo col premier ucraino. Il mondo è a un bivio. E non solo economico.

martedì 14 ottobre 2014

Ebola, il business è servito

di Raffaella Vitulano

Renzi incontra oggi il Primo Ministro cinese Li Keqiang  per la firma di accordi commerciali ma l’Italia sembra al momento più interessante che strategica. La differenza è enorme, se pensiamo alla passione di Pechino per le materie prime russe o per l’industria tedesca. Il conflitto in Ucraina, che sta isolando la Russia, gioca il suo peso nelle scelte della Cina. E a dirla tutta, i flirt ambigui di Roma innervosiscono da un lato gli americani, che non gradiscono lo shopping del governo cinese su alcuni servizi chiave italiani (energia, telecomunicazioni, difesa); mentre dall’altro l’altlantismo inquieta Mosca e Pechino. In questo periodo la partita non è affatto solo economica. Basta guardare a Kiev e si capisce che il mondo sta diventando Asiacentrico, come se una nuova aria di Bandung (la conferenza che nel 1955 spinse la decolonizzazione) soffiasse sul pianeta. 
Costretta dagli eventi geopolitici, la Germania prende posizione e fa outing nell’informazione. Dopo le confessioni della giornalista tedesca Eva Herman, Udo Ulfkotte - ex direttore del Frankfurter Allgemeine Zeitung - ha ammesso a Russia Today di aver lavorato per la Cia e fatto propaganda contro la Russia e rivendica trasparenza nell’informazione. Il controllo della Cia sui mezzi di comunicazione è del resto ben documentato: si pensi alla Mockingbird, operazione che nel ’48 trasformò aziende di comunicazione in un veicolo di propaganda per l’alta finanza. Nella gestione della politica internazionale il gioco non è mai a carte scoperte e bisogna grattare sotto la vernice di propaganda in cui un frame, una cornice di giudizio viene formata rapidamente. Come nel caso Ebola, di cui i media solo distrattamente hanno trattato finché a settembre il presidente Obama ha deciso l’invio di 3 mila soldati, per ammissione delle stesse autorità Usa non addestrati per far fronte all’emergenza di questo virus. Ma allora perché mandarli? Di test su cavie militari di un virus che sì esiste, ma la cui rilevanza è comunque circoscritta, scrive chi racconta che un’impresa farmaceutica del Quebec avrebbe collaborato col Pentagono (alleanza già sperimentata nel programma Blue Angel promosso dalla Defense Advanced Research Projects Agency nel 2009 in risposta all’allarme pandemia di influenza suina) per lo sviluppo di vaccini contro il virus Ebola. Vaccini che secondo Bloomberg si baserebbero su sostanze ricavate dalla pianta del tabacco, d’interesse del settore della bio-difesa. Di proprietà di Mitsubishi Tanabe Pharma Corporation e Philip Morris, è canadese anche Medicago Inc., una società finanziata per 21 milioni di $ dai colossi dell’industria di sigarette per la produzione di anticorpi e vaccini ricavati dal tabacco. Agli inizi di settembre, infine, GlaxoSmithKline ha dichiarato da parte sua l’ intenzione di iniziare a fabbricarne fino a 10 000 dosi. Il British Medical Journal denuncia i passaggi che hanno spinto l’Oms a dichiarare l’esistenza di un’epidemia a partire dagli interessi finanziari delle lobbies. Resta accesa la minaccia biologica, che ha spinto anche Russia e Cina a sperimentare un vaccino contro l'Ebola. Ma gli interessi sullo scacchiere restano tutti da chiarire.

giovedì 9 ottobre 2014

Sexgates, quando si dice calcolo del Pil

di Raffaella Vitulano

C’è chi sostiene che troppe regole nel mercato del lavoro non invoglino gli investitori. Ma non saranno piuttosto criminalità organizzata e corruzione a metterli in fuga? Il regolamento per calcolare l’incidenza sul Pil dell’economia illegale, adottato dall’Istat su indicazione di Eurostat e in vigore da ottobre, proprio non convince e approda in commissione Antimafia: droga, prostituzione e contrabbando sono in gran parte controllate dalla criminalità organizzata e perlopiù estranee al concetto di consenso volontario. E l’aver incluso questi proventi nel calcolo ufficiale del Pil dei Paesi Ue sembra a tutti gli effetti un umiliante tentativo di crescita artificiale dell’Unione. Da secoli, però, le ricette economiche sembrano puntare più sui vizi privati che sulle pubbliche virtù. Il mondo, ad esempio, cambiò per sempre quando una tale Lewinsky si avvicinò troppo all’ex presidente Usa Bill Clinton. Volontariamente? Mah, va’ a sapere. Qualche maligno suggerisce che l’intero scandalo fu montato ad arte dai repubblicani più ultraliberisti e ultraconservatori, fino al ricatto finale. Per Bill fu facile scegliere tra la defenestrazione con impeachment da un lato e il pass per il Nafta, il divieto della regolamentazione dei derivati e la cancellazione della Glass-Steagall Act (la legge che separava le banche commerciali da quelle private) dall’altro. Un triplo salto mortale che ricorda a qualcuno il siluro destinato all’ex presidente dell’Fmi Strauss Kahn in un altro intrigo di sesso, potere, bugie, finanza e derivati. O quello al generale Petraeus. E’ così - grazie ad un rapporto eccessivamente amichevole tra Clinton e Wall Street - che fu servito al pianeta il disegno di legge sulla deregulation bancaria più radicale e distruttivo della storia americana. Dopo 66 anni i vincoli voluti da Roosvelt furono finalmente messi in soffitta. Ai banchieri, pare, costò soltanto qualche migliaio di dollari offerti all’innocua e rubiconda stagiaire. Più pil per tutti, nel mondo, sia pure con armi e contrabbando. Ed ecco che Clinton ruppe anche l’accordo che l’Amministrazione di George H.W. Bush fece nel 1990, quando Mosca acconsentì alla riunificazione della Germania (che diventò membro Nato) e in cambio Washington convenne che non ci sarebbe stata nessuna espansione della Nato verso est. Ma dopo il 1999 sappiamo com’è andata, e oggi le esercitazioni militari arrivano anche là. E a proposito di armi: nel calcolo del pil restano fuori i proventi dello specifico contrabbando, tuttavia le ”uscite” per gli armamenti saranno considerati “investimenti”. Potrebbero aver pensato così anche Oltreoceano, dato che uno studio commissionato dalla Ue al Conflict Armament Research rivelava ieri che le munizioni che lo Stato islamico sta impiegando nella sua campagna in Siria settentrionale e in Iraq provengono dagli Usa e da altri Paesi alleati contro il gruppo jihadista. Nel mare di illazioni, la risposta di Obama alla crisi finanziaria resta come quella della Ue sbilenca e inadeguata: le corporates e le banche hanno ricevuto incassi sontuosi, mentre le famiglie sono state deluse da piani radicalmente sottodimensionati per stimolo della crescita e riduzione del debito.

giovedì 2 ottobre 2014

Pulcinella sfida i bankster

di Raffaella Vitulano

Pulcinella sfida i bankster in grisaglia. E come poteva non accadere? Quale migliore idea, per la Bce, di scegliere Napoli, città economicamente e politicamente abusata, per ospitare un défilée dell’alta finanza bancaria? Ci stiamo avvicinando al maggior disastro finanziario nella storia del mondo, ma i sorrisi di rito e le insopportabili frasi di circostanza si sprecano. Con un debito nazionale di circa 17.700 miliardi di dollari e 40 trilioni di dollari di esposizione ai derivati, gli Usa stanno per implodere deflagrando in tutto il mondo. La Bce sembra tuttavia sorvolare su questo casinò a cielo aperto. Poco conta, da sola, l’impennata d’orgoglio francese sui vincoli di bilancio. L’allentamento dell'austerità minacciato allegramente dagli scolaretti di Roma e Parigi va piuttosto esaminato con l’espansione fiscale di Berlino e con la politica monetaria apparentemente accomodante della Bce. Il paradosso è che in questa fase di stagnazione secolare la stagione dell’austerità forse si avvia formalmente al termine, ma contemporaneamente allo strangolamento della crescita. È con Angela che si gioca la partita strategica più importante. La Cancelleria deve intanto fronteggiare anche gli attacchi che le giungono da Oltratlantico. E sì, perchè Washington tiene d’occhio la Merkel ma per risanare le sue finanze guarda soprattutto ai focolai di conflitto bellico, ai quali sembra assai più interessata che alle bolle finanziarie internazionali. Le rivoluzioni ad orologeria seminate nel pianeta alimentano così una guerra asimmetrica geofinanziaria a difesa, soprattutto, di un interesse: non far perdere al dollaro il primato di benchmark nel mercato valutario e negli scambi commerciali globali. Una guerra durissima e senza esclusioni di colpi, in cui s’intrecciano interessi ed organizzazioni di ogni tipo. Obama sfoggia la persuasione: “Dobbiamo usare la nostra forza con saggezza. Dobbiamo evitare di ripetere gli errori del passato”. Contenendo magari i costi in tempi di spending review. E così, un contingente globale di forze speciali e un progressivo “supporto privato” di contractors sono eternamente pronti a partire per qualsiasi punto del globo. Il ricorso a tali realtà, diciamolo, potrebbe agevolare governi nel bypassare i parlamenti e nel tacere a media e contribuenti il reale quantitativo di personale militare dispiegato. Ben vengano allora anche i mercenari, e al diavolo la diplomazia. Del resto, come sostiene l’ex segretario di stato e consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger - citato dai giornalisti Bob Woodward e Carl Bernstein - "i soldati non sono che ottusi, stupidi animali da usare come pedine nel gioco della politica estera". Numeri senza volto. In politica c’è chi si comporta da avventuriero, chi da miope, chi da spregiudicato. E accanto al disprezzo per le divise esibisce anche quello per l’esercito più grande che esista oggi al mondo, senza armi e senza diritti: l’esercito dei deboli. Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Incerti. Precari. Instabili. La crescita e l’occupazione sembrano uscite dalle agende concrete. In Europa il cinismo ha logorato l’autocritica e affilato il rimpallo delle responsabilità. Draghi esorta: ”Abbiamo portato i tassi a zero ora è necessario che le banche trasferiscano queste condizioni alle imprese e famiglie”. Subito crolla Piazza Affari. Ma dei ”molti errori e ritardi” di cui parlava ieri a Napoli il governatore Visco, risponderà mai qualcuno?

martedì 30 settembre 2014

Ostaggi della finanza o di chi?

di Raffaella Vitulano

Per quanto si volesse tenere riservata, la notizia che al Four Seasons di Milano si servisse l’argenteria italiana è balzata alle cronache. Organizzato dall’americana J. P. Morgan (un gruppo il cui bilancio è quasi pari al debito pubblico della Repubblica italiana) per circa 130 invitati, l’incontro sarebbe servito a creare contatti tra una trentina di imprese italiane ed alcuni degli hedge fund e fondi istituzionali più ricchi e di successo al mondo, come quello di John Paulson, il newyorkese che ha segnato record nei guadagni della storia dell’umanità scommettendo sul crollo dei mutui americani. E vallo a spiegare alle famiglie Usa, che solo ora stanno cominciando a rendersi conto del flusso di falsi allarmi che da tanto in quando Washington lancia con abilità propagandistica per indurla ad appoggiare la sua agenda segreta. Paul Craig Roberts, assistente segretario del Tesoro sotto la presidenza di Ronald Reagan, ci va giù duro: ”Le agende segrete, come quelle dei fratelli Dulles e dei regimi di Clinton, dei Bush e di Obama, contano sul non-dire e sulla manipolazione e, di conseguenza, creano sfiducia nella popolazione. Ma se gli americani hanno subito un lavaggio del cervello troppo prolungato per accorgersene, speriamo che ci siano molti cittadini stranieri che ne abbiano subito meno”. Gli europei studino, dunque. Non è questa la sede per citare il libro ”The Brothers” di Stephen Kinzer, la storia del lungo ruolo svolto da John Foster e Allen Dulles dietro le quinte del Dipartimento di Stato e la Cia. Di sicuro, qualcosa si capirebbe di più di alcuni avvenimenti, ma teniamoci al fatto che, malgrado dubbi e perplessità, sia la popolazione che i suoi rappresentanti al Congresso appoggino intanto ogni nuova avventura militare che ravvivi l’economia depressa.
Gli Usa fanno shopping in Italia. O meglio, il mondo anglosassone, in una Fiera Italia senza precedenti. Qualche commentatore si è spinto a paragonare l’evento al Four Season addirittura a quello avvenuto il 2 giugno 1992 sul panfilo Britannia, di proprietà della Corona inglese, che in quella data ospitò un convegno sulle prospettive delle privatizzazioni in Italia. Rievocando i fatti, lì ritroviamo anche il discorso introduttivo dell’allora direttore generale del Tesoro, Mario Draghi. E qualcosa vorrà pur dire. Oggi del Britannia si parla come di un evento fumoso, dai tratti più o meno complottistici. Resta tuttavia, con ogni probabilità, il momento in cui i fondi internazionali si accordarono per comprare a prezzi di saldo il patrimonio pubblico.
Il made in Italy è sempre piaciuto. Ai fondi e ai derivati. Questi ultimi, oggi ammontano ad una cifra enorme: 710 mila miliardi di dollari, 10 volte il Pil di tutto il mondo in mano a una quarantina di banche. Un mondo derivato o un mondo alla deriva? Difficile ormai scorgerne i confini. Di certo i veri poteri forti si fregheranno le mani. Quelli veri, come quel Bill Gross, vera e propria star dei gestori obbligazionari, soprannominato il ”re dei bond”, che venerdì ha lasciato il fondo Pimco per passare a Janus Capital, e che controlla fondi d’investimento superiori a tutto il Pil della Germania.
La dittatura del debito crea ogni giorno nuovi schiavi. E a chi sostiene che le banche centrali ci stanno salvando con un oceano di liquidità, forse occorrerebbe ricordare che per ora l’oceano serve solo per tenere a galla i loro azionisti. E che tra qualche anno potremmo pentirci di avere ingozzato e poi farcito un delizioso fois gras capitalistico con un’altra bolla.
Spinti dall’attivismo della Bce, i centotrenta del Four Seasons si sono apparecchiati alla parte produttiva del Paese. Però, almeno per ora, non per investire ma per comprare. I tempi, del resto, ispirano precauzioni, lungimiranza e scatti felini. Il mondo, del resto, parla la lingua dei droni, dei raid e delle forze speciali. Ma siamo anche nel mezzo di una guerra commerciale tra gli Usa e i cosiddetti Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) dettata da Wall Street per mantenere la supremazia del dollaro sulle altre valute. Lo Yuan cinese potrebbe davvero soppiantare il dollaro come valuta d’interscambio globale, facendo crollare l’economia americana? Per Washington il rischio è elevato e questo spiega la strategia statunitense di blindare enormi zone commerciali per proteggere i suoi prodotti attraverso l’Accordo Transpacifico e soprattutto con il TTIP (quello Usa-Ue), di difficile gestazione. Paura e democrazia, ideologie e dittature, conflitti e bugie, doppiogiochismi, rivoluzioni colorate e pilotate (ora è la volta della Cina), trinità onnipotenti e punitive (le Troike) s’incrociano pericolosamente in questi mesi. E come in tutte le guerre, sono i cittadini a farne le spese. Una cortina fumogena necessaria al solito gioco: lasciar parlare i tanti, mentre pochissimi decidono.

martedì 16 settembre 2014

Le "false flag" e la ripresa che non c'è

di Raffaella Vitulano

Nel ”Globalistan” crolla l’impero del dollaro, minacciato dall’Eu-topia dilagante. Il panico serpeggia negli Usa e si fa sempre più forte qualche dubbio che false flag (letteralmente operazioni sotto falsa bandiera) contro alcuni obiettivi nascondano in realtà i veri problemi occidentali: un Minsky Moment (dove lo stimolo del denaro facile non alimenta il credito perchè il sistema non vede opportunità per investirlo), l’assenza di crescita, la disoccupazione e l’accumulo di debito. In pratica un abile, scaltro, intreccio di menzogne e verità intorno al quale coalizzare l’opinione pubblica per giustificare crimini economici e finanziari. Messa subito da parte l’ipotesi di una nuova Yalta, l’inconcludenza dei politici di Washington e Bruxelles ha in questi anni fatto spazio al vuoto dei banchieri e degli squali. Et voilà, la Nato torna così ad essere decisiva, ed è per questo forse che Renzi ha, più o meno ironicamente, chiesto lo scorporo del 3% anche dalle spese per il riarmo durante il recente Vertice dell'Organizzazione. I margini di bilancio per la ripresa, del resto, sono stretti. Lo stesso Fmi in uno studio dello scorso luglio mostra l’evidenza oggettiva del fallimento totale delle teorie della troika, che l’Italia cerca in queste ore di dribblare come può. Il gioco della fantafinanza - ossia del denaro virtuale che alimenta ricchezze virtuali - sta però per giungere al game over e per molti titoli, azioni e obbligazioni si avvicina il redde rationem, la resa dei conti. Ieri l’economista Krugman lo confermava: ”Né la teoria né la storia giustificano il panico scatenatosi riguardo agli attuali livelli di debito pubblico, ma i leader europei e i repubblicani statunitensi hanno deciso di credere allo sparuto gruppo di economisti di opinione opposta, poi rivelatisi erronei”. Molti, dal canto loro, citano il New Deal di Roosevelt come panacea. Ma c’è da ricordare - e i libri di storia non lo fanno - che il New Deal da solo non bastò a salvare gli Usa dalla crisi. Nel dicembre ’41 gli Usa entrarono in guerra dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbour: i disoccupati erano in numero di gran lunga maggiore che nel 1933, anno in cui il presidente avviò il New deal, all’inizio della sua presidenza, per salvare gli Usa dagli effetti della Grande Depressione nata in seguito al crollo di Wall Street nel 1929. E’ lo stesso Roosevelt ad ammetterlo: nel 1938, in un discorso presidenziale, prende atto pubblicamente del fatto che alcune delle misure del New Deal stavano, al contrario, ritardando la ripresa. Non a caso, invece, la storia insegna che gli Usa si rimisero in piedi soltanto grazie ad una economia di guerra. Tutto già visto nel 1937, quando Uk e Usa smisero di stimolare l’economia e questa crollò di nuovo. Poi giunse Pearl Harbour. Una lezione mai dimenticata ad Ovest, al punto che oggi molti - non a caso - premono il pedale sull’acceleratore degli interventi militari “umanitari” o presunti tali. Sono passati tredici anni dalla proclamazione di Enduring Freedom, la guerra di lunga durata e senza quartiere che avrebbe dovuto stroncare il terrorismo islamico. Diversi gli obiettivi, fallimentari i risultati o entrambe le cose?

giovedì 11 settembre 2014

Avvoltoi e combattenti. Nella guerra come nella finanza

di Raffaella Vitulano

Debiti, debiti, debiti. Privati, sovrani. Chi più ne ha più ne metta. Durante la ricorrenza dell’11 settembre il web si riempie di notizie, bufale, indiscrezioni e predizioni provenienti dagli Usa. Tutta da verificare magari quella che preallerta su un attacco Nato alla Russia tra il 15 e il 26 settembre, durante l’esercitazione Rapid Trident. Assolutamente vera, invece, quella che riguarda il voto all’Onu, due giorni fa, di una bozza di risoluzione che riguarda la ristrutturazione del debito sovrano che, secondo la bozza stessa, “stabilisce la struttura multilaterale per i paesi affinché emergano dai loro impegni finanziari”. A New York, nel corso della riunione preparatoria della 69esima Assemblea generale delle Nazioni Unite, è stata approvata una mozione quadro legale proposta dall’Argentina sull’istituzione delle regole per la ristrutturazione del debito sovrano. Era ora. Tale risoluzione, tramite le consultazioni fra i governi dei vari paesi, mira ad istituire un quadro legale per risolvere le divergenze nella ristrutturazione del debito sovrano, elevando così l’efficienza, la stabilità e la prevedibilità del sistema finanziario internazionale. Bisogna poi vederne le difficoltà pratiche.
Tutto era partito dai fondi avvoltoio (tra cui il famigerato hedge fund Elliott Management, guidato dal miliardario Paul E. Singer) che hanno stritolato Buenos Aires, ma l’esigenza di tutelarsi dalla finanza rapace e dalle speculazioni riguarda l’intero pianeta. Gli speculatori videro nei travagli del paese un’opportunità per realizzare enormi profitti a spese del popolo argentino. Fu un attimo: acquistarono le vecchie obbligazioni a una frazione del loro valore nominale, quindi ricorsero al contenzioso per cercare di costringere l’Argentina a pagare cento centesimi per dollaro. Un vero disastro. Il resto, è storia.
Si anima così ora la danza macabra attorno ai debiti sovrani scricchiolanti. Perchè non sono solo gli “avvoltoi” argentini, ma anche gli operatori di mercato e i paesi emergenti a chiedere regole per le ristrutturazioni. Oltre la lodevole iniziativa di fissare delle regole alle arbitrarietà degli avvoltoi, è tuttavia interessante guardare il risultato del voto all’Onu. Favorevoli: 124. Contrari: 11. Astenuti: 41. Tra i favorevoli, la Cina e la Federazione Russa. Tra i contrari: Usa, Australia, Canada, Giappone, Germania, Israele, Regno Unito, Finlandia. Contrari, sì, perchè diversi ambasciatori sostengono che molti paesi con missioni diplomatiche presso le Nazioni Unite non sono formate da team di economisti specializzati in finanza. Pertanto, credono sia meglio trasferire il dibattito al G20, all’Fmi o alla Banca Mondiale. Con quali risultati, facile da predire. L’Italia, la Grecia, Cipro si sono però astenute. E perchè mai? Eppure la richiesta a New York seguiva di pochi giorni una lettera inviata a Ban Ki Moon da parte di due premi Nobel per l’Economia (Joseph Stiglitz e Robert Solow), dell’ex primo ministro canadese e padre fondatore del G20 (Paul Martin), e di due ex sottosegretari generali delle stesse Nazioni Unite (Kemal Dervis e José Antonio Ocampo). Una posizione più netta a favore o contro sarebbe stata decisamente più coraggiosa.

mercoledì 10 settembre 2014

Le press-titute dei poteri forti

di Raffaella Vitulano

A Bruxelles vince la linea del rigore e nella nuova Commissione europea i falchi dell’austerità battono le colombe, al punto tale che qualcuno parla già di Commissione ”commissariata”. E questo mentre in Europa molti signorotti dei Poteri marci, grandi capi aziendali che spesso hanno portato le imprese affidategli sull’orlo del fallimento, continuano a gonfiare a dismisura il loro portafogli, in onore al principio di Peter, secondo il quale ”in una gerarchia, ognuno tende a salire fino a raggiungere il proprio livello di incompetenza”. C’è chi sapeva di bolle pronte ad esplodere, ma ha taciuto; qualcuno non sapeva perchè o quando. Ma ha inseguito i propri interessi. E’ così che si è ipertrofizzata l’ascesa al potere di quegli avidi inetti che governano il capitalismo mondiale e che usano un arsenale di tattiche per dissimulare la loro incompetenza, distraendo l’attenzione dai propri errori e scaricandone le responsabilità su altri. Suggestiva l’immagine francese: una mise en abîme (sprofondare nell’abisso) di inganni, imposture, vigliaccherie, mediocrità. E la verità è sempre più annebbiata tra le righe di quella propaganda dei media che Paul Craig Roberts, già editor del Wall Street Journal e già assistente del segretario al Tesoro nell’Amministrazione Reagan, definisce con un gioco di parole presstitute. Craig ci va giù duro in alcuni suoi articoli, come quando scrive che ”la ricchezza delle élites è ottenuta non solo depredando i paesi più deboli i cui leader possono essere comprati (sul saccheggio basta leggere Confessioni di un sicario dell’economia di John Perkins), ma anche derubando i loro stessi cittadini”. Bugie, sospetti, falsità da parte di qualche burattino che metterebbe a rischio il mondo per la propria carriera. In questi giorni, in particolare, è a rischio la sopravvivenza di tutta l’Europa Occidentale ed Orientale.
La crisi - quella economica - colpisce l’Europa, ma il vento spira da Ovest. Oggi, a ridosso dell’anniversario dell’11 settembre, Il Foglio riportava la notizia lanciata da James Rickard - uomo di banca ed esperto Cia - di un summit economico dell’intelligence, dei barbouze come dicono Oltralpe (le barbe finte). Cia, Fbi e servizi segreti del Pentagono avrebbero riunito i loro esperti di finanza e mercati per passare in rassegna l’economia mondiale e lanciare alla Casa Bianca l’allarme rosso sulla nuova tempesta perfetta: indebitarsi non crea più sviluppo; la moneta non si muove; la Fed si trova ormai sull’orlo dell’insolvenza; il sistema bancario americano è super- indebitato; Wall Street è in piena bolla; i derivati continuano a crescere; è peggiorato anche l’indice della miseria che misura disoccupazione e inflazione. Gli equilibri rischiano così di saltare e il crollo del dollaro è vicino. La Cina compra oro; l’Fmi si prepara a diventare la vera banca centrale del mondo intero usando una valuta artificiale come i Diritti speciali di prelievo. La stampa tedesca comincia a distaccarsi dalla propaganda dell’informazione occidentale; il Bild inizia a riportare fatti e news in opposizione diretta con gli interessi americani in Ucraina e anche in Germania. Una difficilissima partita a scacchi, dagli esiti potenzialmente deflagranti.

mercoledì 3 settembre 2014

Il dollaro gonfia i muscoli

di Raffaella Vitulano

Una guerra mondiale c’è già da tempo. Quella valutaria globale, vale a dire una situazione in cui gli Stati o le macroaree competono per l’aumento di export svalutando le loro monete, per far aumentare le esportazioni. La presidente del Brasile, Rousseff, già quattro anni fa l’aveva detto: ”L’ultima volta che ci fu una serie di svalutazioni competitive siamo finiti nella seconda guerra mondiale”. La sequenza è ritmica: le guerre valutarie portano a guerre commerciali, che spesso portano infine a guerre degli eserciti. Molte iniziative delle banche centrali rivelano quanta influenza le potenze straniere possano avere sui ribelli, e ciò confermerebbe la tenacia di pressing piuttosto sofisticati, capaci di gestire quella che appare ai più un gruppo disordinato di ribelli in giro per il mondo. Si sa: ”Un’amicizia basata sul business è di gran lunga migliore di un business fondato sull’amicizia”, sosteneva John D. Rockefeller. Ma un articolo su Forbes a firma di Paul Roderick Gregory preconizza scenari ancora più ruvidi. ”Invece di sanzioni più immediate, l’Europa e gli Stati Uniti devono orientarsi verso un’assistenza militare, letale, diretta contro l'invasione russa;... approvare l’oleodotto Keystone e aprire più territori federali alle prospezioni petrolifere, approvare i terminali per l’esportazione di gas liquido, eliminare le restrizioni all’esportazione di petrolio, promuovere il fracking in Europa... Se gli Stati Uniti non guidano, nessuno guiderà. Noi abbiamo una opzione nucleare di cui pochi parlano: cacciare via le istituzioni finanziarie russe dal sistema Swift (il centro - sotto controllo diretto Usa - attraverso cui passano e vengono registrate tutte le transazioni bancarie della globalizzazione americana, ndr.) e guardarle mentre crollano. Un collega ama ricordarmi che le sanzioni finanziarie sono oggi l’equivalente della diplomazia delle cannoniere del secolo XIX. Gli Stati Uniti hanno le cannoniere grazie al sistema del dollaro”. Un piano di guerra ideato negli Stati Uniti; un progetto, più che una profezia. Ma proprio questo potrebbe compromettere l’ego ipertrofico del muscoloso dollaro americano. Le acrobazie della finanza stimolano infatti anche la Russia, che sta progettando un proprio sistema di pagamenti (basato sui Brics) e che ha avviato con la Cina la de-dollarizzazione. Le nuove superpotenze in ascesa abbandonano i Petrodollari e smettono di usare il biglietto verde come valuta di riserva .
E a fare le spese della crisi Ucraina potrebbero essere soprattutto gli europei, dato che la la Russia sarà costretta a rivolgere i suoi gasdotti a est. Le sanzioni a Mosca potranno peggiorare la recessione nella Ue. Perché il loro costo, in termini di minori traffici con la Russia, si scaricherà nel terzo trimestre, aggravando la crisi già in atto. I fanatici islamici finanziati chissà come sgozzano reporter e non solo, ma l’Occidente si volta altrove. Divisi in casa, impacchettati in involucri sotto vuoto, gli europei inseguono miraggi ed esercitazioni Nato. Ma il fallimento della diplomazia non si misura con il metro di Standard & Poor’s. E la cecità della politica pagherà un conto salatissimo.

lunedì 1 settembre 2014

L'Europa, la Storia e la geografia

di Raffaella Vitulano

La cancelliera Merkel si accorge finalmente che non siamo di fronte ”a un conflitto all’interno dell’Ucraina, ma ad uno scontro fra la Russia e l’Ucraina”. L’ennesima dimostrazione che l’Europa resta una gran chiacchierona. O che semplicemente è divisa come non mai. Il mondo intero è ormai una polveriera militarizzata e il premier polacco Donald Tusk, di fresca nomina a presidente del Consiglio Ue, si esterna in impegnativi paragoni della situazione attuale con quella che precedette la seconda Guerra mondiale. Il vertice della Nato in programma giovedì e venerdì prossimi in Galles ”si terrà in un mondo cambiato” e sarà ”summit cruciale nella storia dell'Alleanza”: per il segretario generale uscente, Anders Fogh Rasmussen, ora ”la Nato sarà più visibile a Est”. Il nostro continente, del resto, parla già benissimo l’americano di Washington o l’inglese di Wall Street.
Lo si sussurrò tre mesi fa, alla nomina di Jean-Claude Juncker a presidente della Commissione Ue. Lui sì, pare, parlasse molto bene americano.
E ieri, su molti siti d’informazione, la nomina della Mogherini quale Mrs. Pesc non veniva considerata una vittoria di Renzi quanto di una inedita saldatura tra il programma (Pnac) dei Neocon statunitensi e i fautori della “Responsabilità di Proteggere” (R2P - Responsability to protect), quelli che sostengono la necessità degli interventi militari per difendere i diritti umani ovunque nel mondo. Affinità tutte da verificare in un mondo dalle poliedriche sfaccettature.
La crisi degli spread, l’arrivo della Troika, l’imposizione delle politiche di austerità ai paesi del Sud Europa, le riforme strutturali e l’inconsistente gommapiuma degli atterraggi sociali ben poco morbidi hanno schiantato l’Europa mostrandone il lato oscuro dell’integrazione.
Il ministro del governo Prodi II, Padoa Schioppa, sosteneva che l’ingombrante ”diaframma di tutele” sociali europee aveva ”progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità”. Un diaframma che in realtà altro non era l’essenza stessa della democrazia parlamentare nata dalle ceneri della seconda guerra mondiale. Ma lo stesso Prodi, in un’intervista al Financial Times nel 2001, quando si trovava a capo della Commissione Europea, prevedeva altro: ”Un giorno ci sarà una crisi e nuovi strumenti di politica economica saranno creati”.
E oggi si prosegue con annunci ad effetto, inseguendo piuttosto, e ad ogni costo, la creazione di un vasto mercato transatlantico. L’asse russo-germanico, del resto, lo vogliono solo gli industriali, non la finanza anglofila, nè i mercati finanziari globali e nemmeno i politici.
L’ipotesi di ristrutturazione oligarchica della società europea con una governance light assume così sembianze più definite. Circondata dall’incredulità, dalla leggerezza, dalla follia, dalle egemonie, dalle ombre, dal dolore, l’Europa si consegna alla Storia. A una certa geografia, sembra essersi consegnata da un pezzo.

martedì 26 agosto 2014

I fuori-classe della democrazia

di Raffaella Vitulano

Opere più o meno raffinate di ingegneria politico-sociale antidemocratica attentano all’evoluzione della nostra contemporaneità. Ogni giorno assistiamo a nuovi strappi, che pure sarebbero accettabili se solo fossero nel solco dell’equità e se puntellassero finalmente altri diritti, troppo a lungo dimenticati. Ma il fatto è che a tali strappi non pare corrispondere alcun miglioramento globale della società, in nessun punto del mondo, piuttosto incline ad una deriva neo-oligarchica e tecnocratica della governance euroatlantica e mondiale.
E’ così che negli ultimi anni si è via via alimentato un blocco alternativo a quello finora dominante della Nato e dell’Occidente, ormai affogato nella tempesta di una crisi finanziaria, economica e sociale. Un Occidente involuto anche grazie all’incapacità e alla cecità del suo ceto dirigente, che negli ultimi due decenni ha dissipato un patrimonio culturale ed economico, creando le premesse per un’altra guerra mondiale dall’esito incerto. Alcuni esperti dei think-tank stanno ipotizzando che l’Unione europea dovrà fronteggiare scioperi e proteste sociali con la forza militare. L’art. 222 del Trattato di Lisbona ne creerebbe le premesse: ma è davvero questa la via per contrastare l’aggravarsi delle disuguaglianze sociali?
Questioni di casta, questioni di classe. Eppure il numero dei fuori-classe aumenta a dismisura. Resta intanto l’opzione Bce: uno dei capitoli più dibattuti riguarda appunto il quantitative easing, l’acquisto di titoli pubblici e privati in grande quantità che la Banca centrale europea potrebbe decidere a breve. Ma sui suoi effetti, gli economisti sono ancora divisi. L’obiettivo, aumentando la domanda, consisterebbe nell’abbassare i rendimenti sui prestiti e sui titoli evitando la deflazione, stimolando l’economia e dirottando il denaro su investimenti, consumi, azioni. Berlino frena, convinta che un eccesso di liquidità produca solo bolle finanziarie. Ma c’è anche chi sostiene che una immissione di liquidità della Bce a basso tasso di interesse per le banche italiane non serva sostanzialmente a nulla dato che un euro in più di credito disponibile non aumenterà la domanda semplicemente perché in Italia la domanda è stata già annientata dall’austerity.
Inoltre, permarrebbe il rischio che vincolando nella moneta unica il sistema bancario nazionale che lo riceve si disinnescherebbe l’opzionalità di riconversione in nuova valuta in caso di possibile default. Tutto da valutare, dunque, mentre il premier nostrano Renzi continua a dribblare in politica estera. L’importante è che non si ispiri troppo a Tony Blair, l’ex uomo del New labour ormai lingotto delle consulenze d’oro a J.P. Morgan ma anche a Mongolia, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Colombia e Albania. Quando la polizia sparò sugli operai dell’area petrolifera di Zhanaozen- in Kazakhstan - che protestavano per le condizioni di lavoro, era il dicembre del 2011. Oggi in una lettera, di quelle 14 morti accertate Blair scrive appunto che queste ”non devono oscurare” i progressi nel campo dei diritti umani (!). Una singolare idea di democrazia.

mercoledì 6 agosto 2014

Ebola, è guerra biologica?

di Raffaella Vitulano

Leggo sull'Ansa la notizia che  un malato arriva in Spagna, primo caso in Europa. E già è di per sè una notizia. Ma ammetto che quando leggo qualsiasi sito adoro scorrere i testi fino ad arrivare alla parte a volte più interessante, i commenti. Il primo, di un Top Commentator, lascia francamente di sasso: "Glenn Thomas, autorevole consulente dell’OMS a Ginevra, esperto in AIDS e, soprattutto, in Virus Ebola, era a bordo del Boeing 777 della Malaysia Airlines abbattuto ai confini tra l’Ucraina e la Russia. Glenn Thomas era anche il coordinatore dei media ed era coinvolto nelle inchieste che stavano portando alla luce le controverse operazioni di sperimentazione di virus Ebola nel laboratorio di armi biologiche presso l’ospedale di Kenema. Ora che questo laboratorio è stato chiuso per volontà del Governo della Sierra Leone, emergono ulteriori particolari in merito agli interessi che nascosti dietro la sua gestione". La nota a commento scorre come un rullo, citando addirittura Bill e Melinda Gates come aventi connessioni con i laboratori di armi biologiche situati a Kenema, al pari di George Soros che, tramite la sua Fondazione, finanzia lo stesso laboratorio di armi biologiche.  C'è già di che incuriosirsi. Dopo qualche commento misto a scetticismo, l'autore del post ci riprova e aggiunge altri particolari:  il virus dell'Ebola sarebbe stato brevettato negli USA nel 2009. E allega due interessanti link:
L'autore rinvia poi al sito Autismo e Vaccini dove campeggiano titoli come: "Il Governo della Sierra Leone ordina la chiusura dei laboratori di sperimentazione"  e "Epidemia Ebola: perché è stato assassinato Glenn Thomas".O ancora: "Disastro aereo in Ucraina, epidemia Ebola: coincidenza o fatalità?"
Titoli, diciamolo, che sui media ufficiali difficilmente troverebbero spazio. Forse è per questo che Autismo e Vaccini mette anche noi media sotto accusa: "I canali ufficiali dei media non hanno mai riportato una sola notizia in merito alla presenza del laboratorio di armi biologiche a Kenema, men che meno la disposizione di chiusura, né l’ordine di interrompere la sperimentazione di Ebola da parte della Tulane University. Quindi, quali altri canali ci sono rimasti perché queste informazioni diventino di pubblico dominio, e siano diffuse attraverso le reti sociali, se anche l’OMS e le istituzioni sanitarie evitano di rilasciare informazioni e di agire?". E ancora: "Il blackout dei media, il totale silenzio, la spinta delle più fantasiose promozioni vaccinali, l’incuranza dei laboratori nel maneggiare microrganismi letali, rappresenta a nostro avviso l’evidenza che siamo entrati in un’era di guerra biologica. La guerra principale non si svolge tra nazioni ma tra esponenti dell’élite mondiale che mettono in pericolo la vita dell’intera popolazione del globo utilizzando sempre più i vaccini, sempre più virus da guerra batteriologica e un orchestrato inganno di massa".  Le emergenze mondiali ci devono spingere a capirne di più. E' vero che noi giornalisti spesso siamo distratti e a volte superficiali. Però cerchiamo di non perdere di vista la nostra mission.
Da giornalisti verificheremo con attenzione le fonti. Noi i fatti dobbiamo provarli e il condizionale è sempre d'obbligo. Ma di materiali su cui riflettere nel succitato sito - che riporta fonti documentate ed autorevoli - mi sembra ce ne sia abbastanza, prima di liquidarli come bufale web o tesi complottiste.

martedì 5 agosto 2014

Ferragosto a caccia di Orsi

di Raffaella Vitulano

Sotto la vernice dorata di ferragosto c’è ormai quasi sicura brezza di manovra e probabilmente anche di prelievo forzoso in stile cipriota, prima di un eventuale intervento della troika. Ma questo lo sapremo non prima di dicembre. L’Europa scopre l’anticiclone Atlantico - non solo sui conti pubblici - e sullo scacchiere geopolitico s’affaccia lo spettro di una invasione russa destinata, si sussurra, a due finalità: il riarmo tedesco, inizialmente in chiave difensiva, e il rifiuto di intromissioni della Nato e degli Usa nella sfera di influenza continentale di Berlino (e questo spiegherebbe anche il suo veto all’Ucraina nella Nato). Da qualche mese Gauck, il presidente tedesco, sta infatti martellando l’opinione pubblica col messaggio che la potenza tedesca debba essere non solo economica ma anche militare. Gauck, cresciuto come Merkel nell’ex Ddr, sembrerebbe voler approfittare della debolezza imperiale americana paventando un attacco della Russia all’Europa proprio per poter sfidare le indicazioni di Yalta. Gli Stati Uniti, dal canto loro, si dicono persuasi che in Ucraina la Russia abbia violato il trattato sul disarmo del 1987. L’Alleanza Atlantica si sta così velocemente voltando verso Mosca. Segnali poco distensivi che lascerebbero supporre l’embrione di una Guerra fredda  3.0. La plutocrazia occidentale va a caccia di Orsi in pieno Ferragosto: non dimentichiamo inoltre che nel cda della neonata Burisma Holding, prima società gasifera ucraina nella storia (nata soprattutto col compito di resistere al colosso russo Gazprom, sul cui libro paga figura l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder), è entrato R. Hunter Biden, figlio del vicepresidente statunitense Joe.Una vera e propria sfida su un terreno, quello del gas, piuttosto accidentato.
Stiamo assistendo alla tendenza verso un neo bipolarismo strutturale mondiale dopo molte convergenze temporanee a geometrie variabili succedutesi negli ultimi anni. Gli Usa da un lato, e dall’altro un’integrazione delle economie di Ue e Russia attraverso la Germania, che diverrebbe parte di una più estesa integrazione eurasiatica che includa la Cina. E’ in questo quadro di disegno egemonico continentale che andrebbe considerata l’imposizione teutonica di dure misure economiche ai paesi europei più deboli. Non si può parlare o scrivere del peggioramento delle condizioni di vita degli italiani, dei greci, dei portoghesi e così via senza riflettere sullo smantellamento degli equilibri democratici consolidatisi all’indomani del secondo conflitto mondiale. Oggi Washington potrebbe sperare che gli eredi del Terzo Reich possano restare alleati contro Mosca, ma l’insofferenza di Frau Merkel (che parla già di prossime dimissioni) alle ingerenze di Obama rende la crisi con Berlino molto più complessa e piena di trappole proprio mentre il presidente Usa avrebbe bisogno della piena collaborazione tedesca su temi caldi come l’Ucraina, il Medio Oriente, il negoziato commerciale transatlantico. Un conflitto militare paventato potrebbe insomma sfociare in uno reale, mentre a classi politiche deboli e corrotte continuerà a mancare - nel liquame fangoso dell’ignavia - la percezione di quale sia il vero nemico strategico e finanziario da combattere.

martedì 29 luglio 2014

Rinascita

di Raffaella Vitulano
Rientrava dai viaggi di lavoro con una valigia marrone, sintetica, e una ventiquattr’ore di pelle cognac che nascondeva sempre qualche regalo per lei. La bambina lo guardava, rannicchiata nel corridoio umido dalle pareti rosse di un bilocale di periferia. Pensili di fortuna in cucina, a volte scarafaggi nel ripostiglio delle scarpe. I muri erano le tele preferite della bambina, colori messi a caso, con silenzio ed intuizione. Lui la lasciava fare, e pazientemente - di quando in quando - pitturava di bianco quelle pareti imbrattate. Le lasciava dar vita, con innesti cromatici volenterosi, alla calce grigia del bilocale al sesto piano. Le lasciava srotolare carta igienica, perché potesse crearne forme inedite. Colori vivaci, come quelli della tempera pastosa che lei usava sui chicchi di riso nei suoi mosaici infantili. Setosi come la velina da origami utilizzata anni prima da una bambina giapponese per realizzare gru. Tante gru. Che però non erano bastate a salvare la vita di Sadako in un ospedale di Hiroshima. La bambina di Milano piangeva ogni volta, rileggendo quella storia nel volume dalla copertina laccata. Singhiozzava, ma le lacrime sparivano quando il padre, ferroviere vagabondo, tornava. Le mani forti, la voce autorevole e rassicurante.
L’asilo, le focacce, gli angeli di carta rosa, la cioccolata, il proiettore con le diapositive a fumetti. Intorno alla bambina, le manifestazioni dei lavoratori della Pirelli, l’acciaio rapace dei pali della luce nella nebbia, i cavi dei tram, le rotaie arrugginite, l’odore cupo e metallico dei tubi di scappamento delle auto su viale Fulvio Testi, le esalazioni della manifattura tabacchi, il sapore fangoso e di uova marce delle nebulizzazioni respiratorie, gli antibiotici.
Qualche anno dopo, l’omicidio Moro. Lei era cresciuta, suo padre stava invecchiando. Ma lui scriveva ancora coraggiosi editoriali, trattava coi padroni e difendeva i lavoratori con la stessa passione di quando, studente d’ingegneria, teneva comizi nella piazza di Boscotrecase. La malattia lo colse la prima volta a cinquant’anni, era a capo del sindacato di categoria. Non si fermò. L’impegno e il lavoro, nel tempo, avrebbero fatto della bambina una ragazza a lui grata. Avrebbero creato la donna quando lui, palpebre serrate, se ne sarebbe andato. Oltre.
Stigma di dolore. Lento e profondo, come un movimento orientale.
Len-tis-si-mo.
Accadde in quel momento esatto. Uno strappo, sussulto malinconico.
Poi, la rinascita.


(il racconto fa parte della collana "Un Concerto di scrittori", realizzata dall'associazione umanitaria "Tuttiartisti", fondata e presieduta da Osvaldo Moi, sottufficiale e pilota di elicotteri dell'esercito italiano dal 1980 )

Europa, vaso di coccio

di Raffaella Vitulano

Qualcuno sostiene che Repubblica abbia fatto uno scoop lanciando l’allarme sul Ttip, il Trattato di libero commercio transatlantico. Ma a dire il vero, Conquiste ne scrive già da tempo riportando le preoccupazioni dei sindacati internazionali, e tra i primi quotidiani in Italia ha lanciato l’allarme sui rischi di carattere sociale ed economico che esso comporta. Il Ttip è un proposto accordo di libero scambio tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti. Gli Usa sostengono che l’accordo comporterà crescita economica per i paesi aderenti. La Ue - più cauta - frena sostenendo che aumenterà il potere delle multinazionali e renderà più difficile ai governi il controllo dei mercati per massimizzare il benessere collettivo. Perchè? Perchè perchè prevede un controverso sistema di arbitrato che consentirebbe alle multinazionali di portare alla sbarra gli Stati membri con richiesta di pesanti risarcimenti, in caso di ipotesi di perdita di profitti legate a norme o leggi votate e approvate dai legittimi Parlamenti. La bozza contiene inoltre limitazioni sulle leggi che i governi partecipanti potrebbero adottare per regolamentare diversi settori economici, in particolare banche, assicurazioni, telecomunicazioni e servizi postali. Il Ttip comporta inoltre rischi per la tutela dei consumatori (gas di scisto, ogm, etc.), grazie all’aggiramento delle giurisdizioni nazionali e del principio di precauzione, mentre contro le legislazioni europee sul lavoro basterebbe un arbitrato per aprire la strada alla deregulation più ampia, anche salariale, cancellando decenni di conquiste sindacali. Per non parlare del fatto che potrebbe cancellare ogni controllo sui movimenti di capitale. Insomma, la Ue litiga su Mrs. Pesc e si fa vaso di coccio, all’esterno verso Washington e all’interno verso Berlino: una matrioska di sovranità sovranazionali necessarie per tenere lontana Mosca. Ma chi ne parla? I negoziati sul trattato di libero scambio proseguono nell’ombra. La Germania, però, così come accaduto per il Meccanismo europeo di stabilità, vigila e due giorni fa la Sueddeutsche Zeitung rivelava che Berlino sarebbe sul punto di respingere l’accordo di libero scambio tra Ue e Canada, importante precedente a cui far riferimento per i negoziati sul Ttip. La Merkel punta i piedi. Secondo il sottosegretario tedesco all’economia Stefan Kapferer “il Governo tedesco non vede come necessaria la firma sulla protezione degli investitori, inclusi i casi di arbitrato tra investitori e lo Stato, considerato che gli Stati garantiscono un sistema legale resiliente ed una sufficiente protezione legale grazie ai tribunali nazionali indipendenti”. Nei fatti, ogni eventuale conquista normativa in campo sociale o ambientale potrebbe essere denunciata dagli investitori Usa come illegittima sottrazione alle loro aspettative di profitto; e per questo da rimborsare. A deciderne non un tribunale, ma un foro privato di avvocati. Il timore è che le clausole di garanzia per gli investitori consentano alle multinazionali straniere di scavalcare gli Stati.Tuttavia, basta un solo Paese contrario perché l’accordo non abbia effetto, e Angela è pronta a sfidare Obama. Ci piacerebbe che anche Roma dicesse la sua. Ma l’Europa intera sarebbe davvero pronta a svendere i gioielli di famiglia?

venerdì 18 luglio 2014

I sonnambuli del mondo

di Raffaella Vitulano

Ali spezzate. Tank in avvicinamento. La guerra, ovunque. Confusa tra riunioni in streaming, opacizzata da vegliarde euforie giudiziarie, annegata nel mare di parole, sfocata nelle foto di bambini straziati, cancellata dallo stridìo di immagini velocizzate sui monitor. La guerra dei tiranni, quella della disinformazione, quella finanziaria. Che poi, si sa, tutte s’incubano nello stesso viscido groviglio di coscienze annebbiate e responsabilità scaricate sull’impalcatura di rischio socializzato. Una matassa appiccicosa difficile da dipanare. Ricordo le parole della cancelliera Angela Merkel, al vertice Ue dello scorso dicembre. Lei certo si riferiva al crescente rischio di una deflagrazione politica ed economica dell’Unione e dell’euro, piuttosto che all’escalation delle tensioni in Afghanistan, in Iraq, a Gaza o in Ucraina. Ma fu allora, in uno dei pochi momenti di cruda sincerità a porte chiuse, che la Iron Lady di Germania ammise ai capi di stato e di governo le sue preoccupazioni come in una profezia: ”Verrà il momento - disse - in cui sbanderemo, come i sonnambuli d’Europa nell’estate 1914”. In un suo momento di raro, stupefatto timore, lei citò il libro di Christopher Clark sull’inizio della Grande Guerra. I sonnambuli raccontati da Clark sono quei governi che a inizio secolo scivolarono via via nel conflitto col presentimento di un cataclisma, senza far nulla tuttavia per evitarla. Erano gli sleepwalkers. Quelli che forse ancora oggi, leader della politica e della finanza d’Europa, dormendo camminano imperterriti e storditi, verso un’unica direzione. Essi stessi lanciano apparenti moniti; poi, in un abile gioco delle parti, suggeriscono a turno deboli soluzioni alle crisi lanciando roboanti appelli cui sanno che non daranno mai seguito. Gli storici sorvegliano il processo in atto; qualcuno s’azzarda a parlare di rischio di ”una nuova pistola fumante, cento anni dopo”. E qualcuno tra loro si preoccupa sulla possibilità di una miccia che farà detonare l’Unione Europea. Dunque, Berlino evoca il 1914 per dire che l’euro può sfracellarsi, pur tuttavia l’implosione dell’euro turba il mio sonno un po’ meno dell’esplosione del mondo e della cecità di decisori solo apparentemente vigili di fronte all’orrore che ci circonda. Molte tragedie d’attualità confermano la necessità di raggiungere il prima possibile soluzioni pacifiche alle gravi crisi in atto, sociali, economiche e politiche. Ma la comunità internazionale, disorientata, emula quei re, imperatori, ministri, ambasciatori, generali del 1914. Refrattari ad una sintesi tra crescita e austerità (due termini solo apparentemente contrapposti, dato che in regime di capitale quello che è crescita per uno è austerity per l’altro), i leader di un’Europa zoppa traballano sulla zattera mondiale, incapaci di mediare tra appetiti detonanti. Perfino la ostpolitik di Frau Merkel si trova a un bivio, data l’influenza sul partito socialista dell’ex cancelliere Gerhard Schröder che di Gazprom è il principale lobbista in Germania: privilegiare il rapporto con la Russia o quello con i partner Ue? Nel dilemma, gli incubi dei sonnambuli graveranno come sempre sulle persone che li votano.

lunedì 14 luglio 2014

Una sbornia mondiale

di Raffaella Vitulano

Sarà. Doveva scendere, scendere. E invece ieri il debito pubblico invece che essere ridotto continuava ad aumentare (e non ci salveremo da una manovra autunnale), mentre un italiano su 10 entrava ufficialmente in povertà.
Trafitti dai dardi dell’infatuazione calcistica, stregati dalle scarpette chiodate, sequestrati dai nuovi schermi comprati a rate, forse gli italiani non hanno compreso la portata di un recente documento del Fondo monetario internazionale. Durante la sbornia mondiale - dopo aver già informalmente suggerito una ”tassa sul debito” generalizzata per un importo del 10% per ogni famiglia della zona euro - l’istituto di Washington spingeva affinché i governi europei utilizzino i risparmi dei cittadini al servizio della riduzione dell’enorme debito nazionale. E questo varrebbe anche in caso di assicurazioni, immobili o fondi pensione. Per non parlare dell’estensione della maturazione delle cedole: ad esempio, un’obbligazione di due anni potrebbe divenire una obbligazione con scadenza tra 20 anni. Tutto è giustificato in nome del ripianamento di un debito che accurate strategie - probabilmente messe a punto dalle grandi oligarchie nelle officine delle cosiddette Ur-Lodges  sovranazionali e realizzate da governi consenzienti - sembrano non voler affatto frenare. Anzi. Il carico di debito dei governi su base globale è ormai così opprimente da bloccare i meccanismi stessi di democrazia. Niente può fermare la Germania, ma siamo sicuri che il problema sia solo Frau Merkel? Le tensioni tra Washington e Berlino rivelerebbero in realtà che il conflitto in atto si sta alzando tra espressioni di leadership inadeguate e non al passo con le trasformazioni in corso nel pianeta, i cui conflitti armati rappresentano solo l’estensione di conflitti geopolitici irrisolti e in pericolosa deflagrazione. Come ricordato in un acuto articolo dall’economista Giulio Sapelli, la Memorial lecture in honour of Tommaso Padoa Schioppa pronunciata da Mario Draghi a Londra qualche giorno fa è ”un documento destinato a rimanere nella storia”. Draghi auspica che il modo in cui si deve giungere al compimento delle riforme strutturali deve essere lo stesso che ha guidato l’elaborazione ”della fiscal governance ossia del Fiscal compact che noi italiani abbiamo addirittura inserito nella Costituzione”, universalizzando (livellandoli verso il basso, diciamolo) criteri di convergenza nel mercato del lavoro e così via. Tuttavia, cedere sovranità (tanto cara a Jean Bodin, citato da Draghi) ad una imprecisata, disarticolata ”sovranity together”, nella quale il concetto di democrazia, ammettiamolo, starà piuttosto stretto, sarebbe piuttosto rischioso. Una riflessione, infine, letta sulla Reuters: due fattori geopolitici dei prima anni del ventesimo secolo crearono le condizioni necessarie per l’improvvisa spirale che generò il conflitto: l’ascesa e la caduta della grandi potenze, e la fin troppo rigida osservanza dei trattati militari di mutua assistenza in caso di conflitto. Questi elementi stanno riemergendo per destabilizzare la situazione geopolitica (basta leggere l’attualità), esattamente un secolo dopo.

lunedì 7 luglio 2014

C'è vita su Washington o Bruxelles?

di Raffaella Vitulano

Flessibilità in cambio di riforme. Un mantra ormai svuotato dal precipitare della crisi e degli eventi internazionali, la cui gravità i nostri politici non intendono guardare più neppure dal buco della serratura, presi come sono a fissare quello del loro ombelico. E i giovani restano al palo. Non solo in Italia, a dire il vero. In America sono aumentati di oltre un 20% il costo dei mutui per il pagamento dei corsi universitari, che i giovani si pagano da soli, e così miliardi di dollari subprime hanno già reso schiavi del debito un’altra generazione, quella di milioni di futuri cervelli. I paladini della teoria economica del trickledown (letteralmente sgocciolamento verso il basso) e delle plutocrazie mondiali giustificano lo sforzo dell’indebitamento giovanile con una retribuzione anche minima. E lascia stare se il rigorismo ideologico e recessivo teso al risanamento dei bilanci pubblici crea asfissìa nella crescita. Di quella economica, certo, ma anche di quella dirompente della gioventù.
Cervelli strappati alla forza dell’età, che più che la disciplina di bilancio avrebbero dovuto seguire quella creativa, oggi imprigionata in un plumbeo futuro che puzza di austerità. C’è chi, come l’ex banchiere John Perkins, per oltre 20 anni economista in una delle principali società di consulenza ingegneristica, la Chas.T.Main di Boston, si confessa come ”sicario dell’economia”. Ancora oggi, a qualche anno di distanza dall’uscita delle sue confessioni, è attualissima la sua straordinaria testimonianza di come il potere politico ed economico possa pianificare e praticare lo sfruttamento di interi paesi attraverso una nuova forma di colonialismo, che al potere delle armi antepone quello della finanza. E di come, alla fine, armi e finanza deflagrino all’unisono. Lui racconta senza mezzi termini che ”i sicari dell’economia sono professionisti ben retribuiti che sottraggono migliaia di miliardi di dollari a diversi Paesi in tutto il mondo. Riversano il denaro della Banca Mondiale, dell’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (Usaid) e di altre ”organizzazioni umanitarie” nelle casse di grandi multinazionali e nelle tasche di quel pugno di ricche famiglie che detengono il controllo delle risorse naturali del pianeta. I loro metodi comprendono il falso in bilancio, elezioni truccate, tangenti, estorsioni, sesso e omicidio. Il loro è un gioco vecchio quanto il potere, ma che in quest’epoca di globalizzazione ha assunto nuove e terrificanti dimensioni”. A fronte della costruzione di grandi lavori pubblici, tramite proiezioni economiche volutamente falsificate, i sicari portano molti paesi ad imbottirsi di debito oltre le loro reali capacità di rimborso, per costringerli a cedere le proprie risorse alle condizioni imposte dalla multinazionali. Dopo i sicari sostenuti dai media distratti arrivano poi gli sciacalli, e quando anche gli sciacalli hanno fatto la propria parte, è il turno degli eserciti. Cosa vi ricorda? E’ ora di cambiare quella che Perkins chiama death economy in life economy.

mercoledì 25 giugno 2014

Giù col paracadute


di Raffaella Vitulano

La comunicazione ufficiale sembra voler abbandonare la retorica dell’austerità. Bruxelles, Berlino e dintorni studiano formule di rito per raccontarci improbabili schiarite. Di fatto, però l’abbandono delle politiche neoliberiste è ben lontano ed è del tutto verosimile pensare che le banche italiane utilizzeranno la liquidità ottenuta dalla Bce non tanto per concedere prestiti a famiglie e imprese, ma per promuovere (si parla di un primo colpo di 400 miliardi) forme di ristrutturazione di crediti problematici che altrimenti potrebbero passare a sofferenze. Il crac è dietro l’angolo, denunciato dalla stessa Bce nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria, e nei palazzi della politica economica italiana irrompe ora una scelta sempre più difficile da rinviare: il paracadute pubblico per salvare le banche private. Mai nella storia il denaro è costato meno. Lo stesso Mario Draghi stesso ha ammesso che la Bce ha raggiunto il limite del costo del denaro. Il passo successivo è quello di gettare soldi dall’elicottero, come promise il Presidente della Fed, Bernanke, in un famoso discorso.
Eliminando il costo del denaro, i risparmiatori dovrebbero poi essere spinti ad investire in borsa - l’unico luogo in cui i soldi sono nominalmente redditizi - e dove rischiano però di perdere molto se la borsa dovesse crollare o qualora, come azionisti od obbligazionisti, si accorgessero di essere diventati parte del paniere globale del bail-in, il prelievo forzoso per salvare le banche. Questo almeno è l’allarme lanciato da Georg Fahrenschon, capo dell’Associazione delle Casse di Risparmio tedesche. Quando gli è stato chiesto se la politica della Bce toccherà i risparmi, Fahrenschon non ha esitato a snocciolare cifre: con questa politica di bassi tassi d’interesse le famiglie tedesche perderanno circa quindici miliardi all’anno di rendita, circa duecento euro a testa.
Di fronte alla prospettiva di perdere entrate sui depositi (attualmente remunerati allo 0,2%) e sulle polizze di assicurazione vita, le famiglie tedesche sposteranno i propri risparmi in borsa, dove i rialzi sono ormai all’ordine del giorno spinti dalla bolla del credito, che a livello mondiale aumenterà ancora e diventerà ancor più pericolosa, dato che nei mesi scorsi i capitali sono fuggiti dai cosiddetti mercati emergenti e sono confluiti nell’Eurozona, gonfiando la bolla dei titoli pubblici e dei mercati azionari.
Ricordiamo che il compromesso sull’Unione Bancaria raggiunto il 19 marzo stabilisce che l’intero sistema sarà indipendente dai governi nazionali e che nel caso di una “risoluzione” (liquidazione) bancaria, verrà per primo utilizzato lo strumento del bail-in, e cioè del prelievo forzoso che non si applicherà solo ai depositi protetti dal sistema di garanzia (fino a 100mila euro) su azioni, obbligazioni e risparmi. Districandosi tra cavilli, i governi potranno tuttavia chiedere un prestito al Meccanismo europeo di stabilità (Mes), che nella pratica significherebbe consegnarsi alla Troika. In questo caso, se la casa di debito dovesse crollare, tra contribuenti e risparmiatori (o investitori) il rischio è che il giro di valzer del salvataggio da parte dei privati ce lo faranno fare due volte.

giovedì 19 giugno 2014

La crescita col FutuRisiko!

di Raffaella Vitulano

La cosa incredibile è che la sua riflessione era una Top Story pubblicata sul New York Times di qualche giorno fa. Mica su un gazzettino provinciale. Così, milioni di persone avranno trovato in quelle righe un suggerimento concreto per stimolare la crescita. E, in mezzo a quei milioni, qualche testa (poco) pensante troverà quella riflessione perfino d’ispirazione. Tyler Cowen, professore di economia alla George Mason University, attribuisce alla ”persistenza e l’aspettativa della pace” la costante lentezza della crescita economica nelle economie ad alto reddito. In altre parole, il mondo non cresce perchè non ci sono guerre. O meglio. Il mondo non ha vissuto così tante guerre ultimamente; i fatti dell’Iraq, la Somalia o l’Afghanistan fanno sembrare la terra un luogo molto cruento, ma il numero delle vittime di oggi scolorisce  alla luce delle decine di milioni di persone uccise nelle due guerre mondiali nella prima metà del 20° secolo. Insomma, le guerre ci sono ancora ma non fanno abbastanza morti per ridurre l’affollamento del pianeta, che secondo uno dei più grandi banchieri americani è già oggi abitato da almeno due o tre miliardi di persone di troppo. E questo sarebbe un problema. Altro che il video Gaia. E’ aberrante, ma per alcuni economisti il maggior pacificismo del mondo può rendere meno urgente, e quindi meno probabile, il raggiungimento di alti tassi di crescita economica. La preparazione della guerra necessiterebbe dell’aumento di spesa pubblica e metterebbe le persone al lavoro. Il conflitto porta sì morte e distruzione, ma spingerebbe i governi a velocizzare alcune decisioni fondamentali a lungo termine, soprattutto negli investimenti e nella liberalizzazione dell’economia, per poi ricostruire. Per Cowen, innovazioni tecnologiche fondamentali come l’energia nucleare, il computer, l’aviazione moderna, Internet e la Silicon Valley sono state tutte spinte da un governo americano desideroso di progetti industriali e militari per sconfiggere le potenze dell’Asse o, più tardi, di vincere la Guerra Fredda. Perfino Ian Morris, professore di letteratura e storia a Stanford, nel suo recente libro Guerra! A che cosa serve? ripropone l’ipotesi che i conflitti armati siano un fattore importante di crescita economica, e a riprova cita l’Impero romano e l’Europa del Rinascimento. E al pari suo Kwasi Kwarteng, membro conservatore del Parlamento britannico, si concentra sui mercati dei capitali sostenendo che la necessità di finanziare le guerre ha portato i governi a sviluppare le istituzioni monetarie e finanziarie, consentendo l’ascesa dell’Occidente. Ora pensiamo ai recenti avvenimenti in Ucraina e allo scacchiere geopolitico, scomparso dai giornaloni distratti dalle beghe di cortile. Pensiamo ai due blocchi Usa-Eurasia. In cerca del loro Armageddon, nel logoramento della loro coscienza, teorici, banchieri ed economisti alzano la posta nel FutuRisiko!, solo che per loro resterà un gioco da tavolo, ma per miliardi di persone sarà morte certa. A quel punto,  l’appropriazione delle risorse altrui sarà già cosa fatta (ne abbiamo già qualche esempio), dalle bolle finanziarie, dalle tasse e dalle imposte. Ma l’esplosione del pil, tanto attesa,  sarà finalmente realtà.

venerdì 13 giugno 2014

La guerra dentro



di Raffaella Vitulano
La guerra. Parola da evitare, in diplomazia. Meglio chiamarle missioni di pace. Quelle ci sono, spesso. Ma anche la guerra c'è, eccome. C'è la guerra, e c'è la morte.
Ci sono gli acrobati sul filo delle missioni, uomini e donne in divisa. Equilibristi delle armi e delle strategie, di guerra e di pace. Vestono una divisa per convinzione, quasi mai per necessità. Compiono il loro dovere nella cinica, malconcia e colpevole indifferenza di una politica balbettante e nella ipocrita diffidenza alle catastrofi umane e sociali di un mondo iperconnesso. Ma lo spirito di sacrificio è sempre evidente, come olio sull'acqua.
Ci sono poi gli acrobati nei villaggi, uomini, donne e bambine in abiti civili, e vaglielo a spiegare agli afghani che era meglio che quelle missioni non fossero mai state pianificate: quel puzzle di democrazia imperfetta ha concesso loro il diritto di voto, e ha concesso alle bambine afghane di andare a scuola, ad esempio. Le persone, prima di tutto. Anche quelle coperte da un drappo plissettato e da fitte grate di tessuto intrecciato attraverso il quale la luce non filtra mai. Così, quella stoffa appiccicata al sudore del viso e alle narici costringe le donne ad ascoltare il proprio respiro ritmato.
Infine, ci sono i giornalisti. Quelli di guerra, di cronaca o quelli economici. Gli acrobati delle parole, di quelle dette e non dette. Delle emozioni, degli sguardi incrociati, dei documenti. Quelli che raccontano le storie, i fatti, gli eventi. La morte. La vita che rinasce. Quei funamboli che non vogliono proprio perderlo il vizio della denuncia di abusi e soprusi da parte dei plutocrati mondiali e dei burocrati europei, telecomandati dalla finanza. I giocolieri di tempi complessi, stretti tra una società derelitta e una politica complice di lobbies. Perchè gli interessi economici in gioco, in Somalia, in Afghanistan, così come in Iraq o in altri Paesi, dettano la linea ai governi che dispongono ormai di un menu fisso e non più à la carte, ed intrecciano business di forniture che nel caso del traffico di armi, di vaccini sperimentali, di oppio ed eroina o altre sostanze chimiche uccidono con dolo senza pietà.
Incontro Barbara Schiavulli alla stazione Termini. E' sempre in viaggio, con quel trolley lucido viola che la segue ovunque. Un tempo l'aveva di un altro colore, la chiamavano "la giornalista free lance con la valigia rosa" e i militari ironizzavano. Perfino il giubbetto antiproiettile realizzato con imbottitura più leggera portava la scritta press in rosa. Anche oggi, a Roma, ha scelto per l'appuntamento le tonalità del sabbia e del fucsia. E non è un vezzo. Essere donna non fa differenza. Essere giornalista, sì. Soprattutto quando ti muovi in ambienti dove il pregiudizio verso la nostra professione è più radicato. Figuriamoci quando una giornalista decide di mettere a nudo le emozioni dei soldati. Lei è reporter di guerra. Ha cominciato in cronaca nera al Gazzettino di Venezia, poi ha scelto la sua vita.
Cerchiamo un caffè, un posto dove sederci; optiamo per il fast food orientale. Ritrovarlo, però, nel sottopassaggio a Termini non sembra cosa semplice. Perché per questa giornalista globetrotter il senso d'orientamento non è, stranamente, il suo forte. E meno male. Me lo dice di fronte agli spring rolls, con l'ironia necessaria a sopravvivere al dolore che la circaonda nei suoi viaggi. "Mi perdo spesso. Ma a volte mi dicono che sia un bene. Nel mio lavoro in zone di guerra ripetere lo stesso percorso all'andata e al ritorno può facilitare i rapimenti. Non corro questo rischio" esordisce. Ma ne corre altri. "In realtà, corri più rischi tra i civili che tra i militari. Con loro in missione ti senti molto più protetta. Le guerre si fanno nelle città, nei viali, sui tetti, per strada. E' lì che io sono un obiettivo. Ed è lì che la gente muore". Figlia di un'americana, Barbara ha lineamenti esotici. Ed è questo che spesso l'ha aiutata in certi teatri di tensione, mimetizzandosi tra le donne locali. Poi, la sua tenacia e il suo coraggio hanno fatto il resto. Riuscì ad ottenere un'intervista con Arafat sul conflitto israelo-palestinese. Partì con la sua valigia per una settimana, fece l'intervista, ma restò a Gerusalemme per tre anni. Una vera gambler, che non considera il giornalismo come "utilità di servizio" ma "partecipazione alla conoscenza".
La missione. E' in quel momento che lei esalta l'osservazione.
E nel suo ultimo libro scruta nell'animo dei soldati, raccontandone ineditamente aspetti impensabili. Lo aveva già fatto con un'intervista a Marines americani, che scoppiarono in lacrime a fine racconto. Oggi parla dei militari italiani, scrive del loro lato più intimo e familiare, delle loro emozioni. "La guerra è uno di quegli argomenti che ti costringe a schierarsi. Al di sopra di tutto c'è la politica, buona o cattiva che sia. Al di sotto c'è chi combatte senza chiedere troppo, fa quello che deve perchè risponde all'istituzione, che sia d'accordo o no. Si può essere contro le guerre, dunque, ma non contro gli uomini. La Guerra Dentro (le emozioni dei soldati) entra nelle vite di dieci militari che hanno trascorso lunghi periodi in zone di crisi e hanno trovato la forza di aprirsi alle loro emozioni. Quelle che fluiscono dalla paura di morire o dal dolore di perdere un compagno, dalla forza di riprendersi da un ferimento o dal coraggio, dall'adrenalina, dalla nostalgia di casa. Per Barbara la guerra "è morte, fango, puzza di corpi bruciati, intestini sparsi. E' paura, mancanza di sicurezza, è il fallimento della politica. Ma è anche il posto dove la gente lotta, tira fuori il peggio o il meglio di sé. Dove ci si stringe sotto il suono delle bombe, dove non ci sono differenze". Ed ecco che nel libro prendono forma le storie del luogotenente artificiere; il capitano ferito; il generale che perde i suoi uomini; il capitano delle forze speciali; il rallista; il generale dottore; il sommergibilista capitano di corvetta; il tiratore scelto; il pilota colonnello; il capitano psicologa.
Raccontare delle guerre dà dignità alle persone che quelle guerre le subiscono. Come per le guerre sociali e per quelle finanziarie, la missione di ogni giornalista è studiare ed esserci per denunciarlo e testimoniarlo: se i soprusi, le vessazioni, gli inganni, il dolore delle persone non venissero raccontate, sarebbe come non fossero mai esistite. Ed invece quelle vite hanno nomi e cognomi.
Il modello di Barbara è Martha Gellhorn, considerata una delle più grandi corrispondenti di guerra del XX secolo e terza moglie dello scrittore Ernest Hemingway. La giornalista, che in seconde nozze sposò il direttore di Time, non aveva dubbi: "Seguivo la guerra ovunque riuscissi a raggiungerla." Così anche Oriana Fallaci, di cui pure aspetti della vita privata oggi confermano le sue passioni. Così Tiziano Terzani, che ha conosciuto. Così Franco Di Mare, collega e amico. Così Barbara, che sul suo profilo Facebook ci informa di "tutte le notizie che non leggerete sui giornali". Ora Barbara sta pianificando nuovi viaggi, mentre il suo compagno, Danilo, capitano dell'esercito appassionato di gialli, è in partenza la prossima settimana per una missione in Somalia. Il mondo dei giornalisti è più piccolo di quanto sembri. E con quello dei militari ha in comune il contatto con popoli lontani o del territorio locale. Il rispetto delle regole. L’analisi. La strategia. L'indagine. La sfida. La tenacia. La responsabilità. Osmosi sociale, mai simbiosi.
E a volte l'alchimia tra i due mondi funziona, come nel loro caso. Oggi Danilo lavora al centro d'eccellenza della Counter Ied, dove si studia la lotta all'ordigno. C'è tutta una teoria su come impedirne la realizzazione e lo scoppio, vero incubo sui territori. La loro storia è stata sfiorata dalla serendipità. Nel 2008 si conoscono a Kabul, dove lui era ufficiale di collegamento. Nessuna scintilla, si perdono di vista. Poi, in quella fitta rete di intrecci informatici e di casualità, si ritrovano sui social, si tengono in contatto finché nel 2012 si rivedono a Roma. E da quel momento non si sono più lasciati, sviluppando una grande flessibilità e rafforzando il carattere, "se no non reggi". Oggi vivono a Marino, ai Castelli Romani, con il loro golden retriever Sheila, che affidano alla dog sitter quando partono per le rispettive missioni. E anche Barbara presto calpesterà il territorio somalo. Qualche giorno in base, qualche altro all'esterno, pagando anche mille dollari al giorno da free lance tra interpreti e varie, per pezzi che cercherà di vendere a diverse testate. Peccato che gli esteri, nei giornali, siano in ribasso. E allora lei cerca fondi anche col crowdfunding, perchè la passione è troppo forte. E li trova, perchè la sete di conoscenza degli internauti non si placa mai.
Somalia, terra pericolosa dove una sua carissima amica canadese, Amanda Lindhout, nel 2008 è stata rapita e trattenuta per quindici mesi. Violentata, seviziata, torturata. Alla fine lei e il suo fotografo furono rilasciati. L'inferno alle spalle. L'aborto. Il trauma. Barbara è consapevole dei rischi, ma non cede: andrà in Somalia investendo in sicurezza e protezione per continuare a raccontare la guerra. Solo una cosa è certa, dicono: quando si parte per un conflitto non si torna mai come si era prima. Soprattutto dentro.