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venerdì 14 marzo 2014

Focus Ce lo chiede l Europa - i sindacati e le elezioni all'Europarlamen...

La crisi in Europa (+playlist)

rifiuti campania bufale e verità (+playlist)

Fiat storie di lavoro operaio (+playlist)

Cangioli l'imprenditore e gli operai (+playlist)

Yamaha, Valentino sbanda sugli operai di Lesmo. (+playlist)

Fiat - Chrysler : Intervista a Bob King (+playlist)

symposium del 5 settembre 2011 (+playlist)

Fiat ad est di Mirafiori (+playlist)

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La Riforma del Lavoro in Francia (+playlist)

La crisi in Europa

Nella Terra dei Fuochi - reportage

Focus Ce lo chiede l Europa - i sindacati e le elezioni all'Europarlamento

giovedì 13 marzo 2014

Italians, giardinieri dei tedeschi

di Raffaella Vitulano
 
Niall Ferguson - storico britannico, in gioventù allineato con la linea punk dei Sex Pistols e oggi biografo di Henry Kissinger - immagina che, tra non molti anni, gli italiani faranno i camerieri o i giardinieri alle seconde case dei tedeschi. Una suggestiva quanto spericolata capriola, che ci suggerisce come la strada intrapresa dall'Italia rischi di deragliare verso il colonialismo monetario della Germania. Fa poi riflettere l'intervento del Presidente tedesco Joachim Gauck, per il quale la Germania dovrebbe ora far sentire con più forza il suo peso e la sua influenza nel mondo per la potenza economica che rappresenta. Eppure un altro tedesco, il sociologo Wolfgang Streeck, erede del pensiero critico della storica Scuola di Francoforte, ha di recente denunciato il miraggio monetario di chi non si è reso conto della pericolosa macchinazione bancaria che c'é dietro il mito del rigore ad ogni costo, sostenitore del quale è il neo ministro dell'Economia,Pier Carlo Padoan. Il premier Renzi parla con Obama ed apre ad una sostanziosa riduzione del cuneo fiscale sul lavoro, cavallo di battaglia all'Ocse di Padoan, senza però indviduare coperture. E qui arriva il suggerimento di un gruppo di economisti, che azzardano un'azione dirompente in tempi brevi sul cuneo fiscale ricorrendo allo strumento della Emergency Liquidity Assistance (Ela), previsto dall'articolo 14.4 dello Statuto del Sistema europeo di banche centrali, il cosiddetto Sebc, che consente alla banche centrali nazionali di stampare moneta in caso di emergenza, opzione sostenuta anche dal The Economist. Ma non operazioni di quantitative easing (le cosiddette QE) convenzionali, che si limitano ad iniettare moneta ai frequentatori di Wall Street e non di Main Street, quanto una politica monetaria di Overt Money Financing, una manovra assolutamente legale a favore della gente in cui si bypassano le banche e si concedono soldi freschi di stampa direttamente agli Stati ad una condizionalità (ad es. proprio la riduzione del cuneo fiscale), senza che tale operazione rientri nel quadro della politica monetaria unitaria europea. So che non amate le sigle, ma un'operazione di Omf fatta con lo strumento dell'Ela non violerebbe neppure l'art. 123 del Trattato di Lisbona (che non consente alla Bce di finanziare direttamente gli Stati), e in quanto strumento di emergenza potrebbe assicurarci magari anche 50 miliardi. L'ex governatore della Fed, Ben Bernanke, da anni sostiene che nei casi come quello del Giappone e dell'Italia la migliore via d'uscita sia proprio quella dell'Omf, la cui approvazione in sede Bce forse comincerebbe coi fatti a ridare ai cittadini fiducia in quest'Europa malconcia.
r.vitulano@cisl.it

(25 febbraio 2014)

Dimenticate le baionette

di Raffaella Vitulano

Siamo nel pieno di una guerra. Quella valutaria. Dimenticate le baionette, e forse anche le atomiche. Oggi le guerre si fanno coi nervi sul mercato dei cambi, e il tiro alla fune spezzerà l'euro? Da questo, e non dai bla bla bla di politici ruspanti, dipendono le sorti di imprese e lavoratori. E' dalle plissettature intricate di nodi europei che si srotolerà il tessuto produttivo italiano. Il prelievo sui patrimoni sembra la proposta-chiave per il risanamento d'Italia ideata da Davide Serra, il finanziere del fondo Algebris, consulente economico di Mr. Renzi. E non a caso, dietro rispunta Bruxelles. In un documento segreto, la Commissione europea - rivela la Reuters- spiega infatti come "i risparmi dei 500 milioni di cittadini dell'Unione Europea saranno usati per finanziare investimenti a lungo termine per stimolare l'economia e contribuire a riempire il vuoto lasciato dalle banche dall'inizio della crisi finanziaria". In pratica, sarà la confisca dei vostri risparmi depositati in banca il vero volano della ripresa (ammesso che ci sia). E sempre la Commissione suggerirà inoltre agli stati membri, con un disegno-bozza di legge, di "mobilitare più risparmi personali per pensioni allo scopo di finanziare a lungo termine" progetti produttivi. Quando? Nella seconda metà dell'anno, ipotizza Reuters. A Bruxelles cominciano intanto a prendere forma i contratti bilaterali per le riforme, fortemente voluti dalla Merkel; aulici, volontari e indefiniti "Partenariati per la crescita, l'occupazione e la competitività". L'idea e che la Commissione offra maggiori margini per il deficit in cambio di vincoli ancora più stretti sul lato delle riforme, frase ambigua dietro cui si celerebbe una lettera di Frau Angela su come emendare il Trattato di Maastricht, in particolare il Protocollo n˚14, per rendere piu cogenti i contractual agreements tra Stati membri dell'Ue e la Commissione e il Consiglio, rafforzando le misure di austerità, di riforma dei mercati del lavoro e di riduzione del debito pubblico, ecc.. In cambio, vaghe promesse di future misure di solidarietà, con meccanismi fumosi, complicati, ancora una volta di incerta natura giuridica comunitaria. In aggiunta, per rifinanziare l'economia reale resterà il costoso Mes, meccanismo di stabilità con il quale ci hanno gabellato - manco fosse un sortilegio del mago Faust e non un trattato approvato dal parlamento - un Fondo Salva Banche Tedesche con un Fondo Salva Stati in difficoltà . E infatti un fondo a cui l'Italia contribuisce con decine di miliardi annui, e che i gestori del Fondo investono in bond con tripla A; ossia esclusivamente in titoli germanici. Sicchè la povera Italia alla fine finanzia la Germania. Alla faccia della solidarietà.
r.vitulano@cisl.it
(5 marzo 2014)


mercoledì 12 marzo 2014

Stanislao Moulinski è in Europ@




di Raffaella Vitulano



Andiamo verso l’estate, ma le coperture non saranno light. Deve aver pensato questo il premier, ieri, mentre dava i numeri della pregiata Casa d’aste Eatalia. Ma sì, i maestri della Troika saranno indulgenti, faranno finta di non guardare dietro la lavagna per un paio di mesi e se poi a giugno servirà una manovra correttiva, pazienza: ”Ce lo chiede l’Europa”, e la rassegnazione scatterà nella scuola di Bruxelles tutta fiocchi e grembiulini. Ma per ora è svolta. Un capolavoro di rinnovamento, non c’è che dire, come negli abili travestimenti di Stanislao Moulinsky nei cartoon di Nick Carter. La sinistra Europe@ (quella tutta tweet, asterischi e cancelletti) sfida l’austerity con la candidatura di un tedesco: hanno deciso di deflazionare l’Europa del Sud in onore al miracolo tedesco. Siamo in un’Europa bipolare in cui chi comanda lo fa sulla base del differenziale di indebitamento e di risparmio, una criminale speculazione creditizia del vero Potere e nessun governo riesce a fronteggiarla. I sicari della Troika silurano l’Italia; voti all’unanimità decisi in tempi non sospetti affondano l’economia reale e dossier riservati di Nomura, J.P. Morgan, Merrill Lynch, Lombard Street Research sono già pronti alla deflagrazione dell’euro. Continuano a raccontarci la favoletta dell’Italia sperperona, ma il debito aumenta solo a causa degli interessi passivi, sviluppati dai nuovi vincoli di organismi sovranazionali, per lo più illegittimi. Eliminare o ridurre al minimo questi interessi significherebbe risolvere il problema numero uno addotto da tutti i Governi come spiegazione all’immobilismo verso lavoratori e imprese in crisi. Eppure la soluzione alla crisi del Bel Paese è scritta nell’articolo 123 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (Tfue), che consente agli Stati dell’Eurozona di dotarsi di una banca statale e di usarla per finanziarsi presso la Bce ai tassi che questa pratica alle banche. Gli analisti Giovanni Zibordi e Claudio Bertoni hanno ricevuto parere positivo in materia dalla stessa Bce. E l’avvocato Marco Della Luna ipotizza ora di procedere con una denuncia alla Corte dei Conti per danno erariale. Su quali basi? Diversamente da quanto si crede, lo Stato Italiano, dal 1992-93, spende meno di quanto incassa in tasse. Per fare cassa basterebbe una soluzione giuridica semplice e permessa dai Trattati: il governo può creare una banca di proprietà statale che lo finanzi. Il sistema è semplice: la Bce crea il denaro e lo presta alla banca pubblica allo 0,25% e la banca pubblica lo presta allo Stato allo 0,50% invece che all’attuale 4%. Su 2.000 miliardi di debito pubblico arriveremo a risparmiare 70-80 miliardi l’anno. Troppo bello per essere vero? La Germania e Francia lo fanno già, perché da noi non se ne parla neppure?
Alla Bce è infatti sì vietato l'acquisto di titoli di stato dei paesi membri sul mercato primario (articolo 123, comma 1 del Tfue), però al paragrafo 2 si specifica che "le disposizioni del paragrafo 1 non si applicano agli enti creditizi di proprietà pubblica che, nel contesto dell'offerta di liquidità da parte delle banche centrali, devono ricevere dalle banche centrali nazionali e dalla Banca centrale europea lo stesso trattamento degli enti creditizi privati". In pratica, dunque, teoricamente, una banca avente capitale sociale con partecipazioni pubbliche (anche fino al 100%) , ottiene dalla Bce lo stesso trattamento di tutte le banche private.
Possibilità concreta già attuata in Germania e in Francia.
In Germania la banca pubblica si chiama Kfw, in Francia si chiama Bpi, banche pubbliche che potrebbero ricevere il denaro dalla Bce allo 0,25% come lo ricevono le banche private e comprare i titoli di stato italiani allo 0,35% per esempio. Questo consentirebbe un risparmio di interessi sul debito pubblico quantificabile - come dicevamo - in circa 80 miliardi annui. Con un altro notevole vantaggio. Nel caso tedesco, ad esempio, il debito della Kfw in Germania
(considerata forse la banca più solida al mondo) non rientra nel debito pubblico tedesco.
Riassumiamo. Lo stato italiano non può accedere al noleggio degli euro direttamente (al costo dello 0,25%) ma deve farlo attraverso il mercato primario (cioè grandi banche private internazionali) con costi medi attuali del 4,5% (utile netto delle banche il 3.700% circa). Tuttavia: se lo stato deve piazzare bot, secondo voi, a chi si rivolgerà, alle banche private (4,5%) o alla sua banca (0,25%)?
La Germania ha tutt'ora più di un istituto di credito di proprietà pubblica che finanzia le imprese e lo stato a tassi molto agevolati, prendendo liquidità direttamente dalla Bce. Le passività di questi istituti non vengono conteggiate nel bilancio nazionale, quindi è come se la Germania si fosse "scontata" centinaia di miliardi di euro di debito pubblico. Tutto ciò, per inciso, è perfettamente legale. In Italia questo ruolo potrebbe essere affidato alla Cassa Depositi e Prestiti. Oppure si potrebbe nazionalizzare una banca, magari in cattive acque come il Monte dei Paschi di Siena, usandola come veicolo - attraverso l'acquisizione facilitata di euro - per sostenere i titoli di Stato e abbattere lo spread. Le banche francesi, invece, hanno goduto del sostegno della Bce con piani di finanziamento a breve termine che hanno abbattuto drasticamente gli interessi sul debito. Ora, ci si chiederà perché i governi che si stanno succedendo in Italia non vogliano approfittare di questa possibilità offerta dal Trattato europeo, salvando le finanze pubbliche senza più imporre "sacrifici umani", tasse e tagli ai servizi vitali. Forse perché sono al servizio degli stessi beneficiari di questo travaso. Detentori di interessi e di poteri che hanno, con successo e profitto, realizzato quanto sopra, acquisendo il controllo delle istituzioni nazionali ed europee.

(12 marzo 2014)

mercoledì 5 marzo 2014

Il bavaglio di Sarkozy

di Raffaella Vitulano

Così fan tutti: all'approssimarsi del 1˚ maggio, giorno di manifestazioni sindacali anche a Parigi, lo staff della campagna elettorale del presidente Nicolas Sarkozy ha chiesto al Consiglio superiore dell'audiovisivo di scalare dal tempo di parola del socialista François Hollande tutte le affermazioni ‘anti-Sarkozy' che faranno responsabili sindacali in radio e tv. Anche se è Primo Maggio, insomma, lo spazio televisivo è suo, e i sindacati devono restare al loro posto. A noi di Conquiste i recinti informativi proprio non piacciono. E siccome ci piace invece l'idea di espandere il più possibile il messaggio della Cisl, da oggi ci facciamo anche il restyling. Un nuovo look che, se avete letto il mio editoriale del 19 aprile, si accompagnerà a contenuti sempre più global e glocal che vi racconteranno e commenteranno fatti e misfatti vicini ai lavoratori dei quattro angoli del mondo e del nostro territorio. Lo faremo dalle pagine di questo giornale, dai nostri blog, dal sito web, sui social network, in sinergia con Labor Tv, la tv della Cisl che oggi spegne la prima candelina. Seguiteci in questa nuova avventura e scriveteci!

 (1° maggio 2012) 

r.vitulano@cisl.it

Europa, "Sortez les sortants"

  di Raffaella Vitulano

Madame Carla Bruni in Sarkozy dimentica il documento d'identità al seggio e torna a recuperarlo: un gesto inconscio, quasi a ricordare il peso di quel suo voto (poco) segreto nelle urne. Mai dati definitivi sulla vittoria del leader del partito socialista François Hollande sbriciolano in serata le ultime speranze di Carla. Prepara così i bagagli per l'Eliseo l'uomo che il The Economist considera senza mezzi termini pericoloso per il suo totale rifiuto verso le riforme e i tagli alla spesa, che "potrebbero avere effetti disastrosi sull'intera eurozona". In realtà, uomini a lui vicino raccontano che in ogni caso nessuno oserà contestare apertamente la dottrina dell'integrità fiscale; d'altro canto, c'è da registrare che perfino alcuni policymaker tedeschi ormai stanno iniziando a domandarsi se politica economica non voglia dire qualcosa di più che tagliare la spesa pubblica e aumentare le tasse. Lo smarrimento per la crisi spinge gli elettori a mandare a casa il loro capo, con modi garbati o risoluti ("Sortez les sortants!"). Di destra o di sinistra, come accaduto in Spagna.
Vince, insomma, chi non stava al governo durante la crisi. Ma programmi di crescita, in tutt'Europa, ancora squillano a vuoto. 

(8 maggio 2012)

r.vitulano@cisl.it

Crisi e serotonina

di Raffaella Vitulano
I consumi soffrono la crisi. Ma per controllarne l'evoluzione, alcuni analisti di Wall Street insistono: non seguite ogni giorno le variazioni dello spread, osservate meglio le donne. Secondo alcuni (bizzarri e discutibili) studi di settore, le nostre scelte marcano infatti cambiamenti epocali e sarebbero indicatori certi di crisi: compriamo più rossetti (lipstick effect), fondotinta o smalti vivaci, allunghiamo chiome ed orli, usiamo tacchi più alti e dimentichiamo abiti e pizzi. Come negli anni '40 o '70. Studi con un vago sapore sessista,comese il lusso sostenibile fosse solo il rossetto, a cui non si rinuncia, mentre si tagliano altre spese. In realtà, definire quanti e quali siano i beni cui si rinuncia in un'epoca di incertezza è articolato come risolvere un cruciverba di Bartezzaghi. Certo é che quello che sta succedendo modificherà radicalmente i comportamenti dei consumatori: marchi noti spariranno, altre fabbriche chiuderanno, nuovi brand e prodotti insospettabili saranno maggiormente ricercati. Ai grigi e tristi broker e guru suggeriamo due prodotti semplici che aiutano nei (loro) momenti di crisi di nervi: fumetti e cioccolata. 

(12 giugno 2012)
r.vitulano@cisl.it

Supermario, test e testate

di Raffaella Vitulano

Berlusconi riferiva ieri che Monti è partito per Bruxelles "nell'indeterminatezza più assoluta", pronto a trattare ad oltranza al summit in cui si decideranno le sorti dell'euro. A noi piace pensare che quell'indeterminatezza sia piuttosto una prudente mossa in attesa di sferrare un attacco alle politiche asfittiche di Frau Angela; un'apertura con scacco alla Cancelliera. Solo l'unione politica può salvare l'euro e l'Ue, e solo Supermario potrebbe persuadere la Germania: lo sostiene il columnist del Financial Times, Wolfgang Münchau. Che poi si chiede: ma Monti lo farà? La Germania contromano sembra inarrestabile, e all'Italia giovedì è chiesto di fermarla. Un test di credibilità, nelle sale della diplomazia e sul campo di calcio (unica sede in cui col rigore si resta nell'Euro).
I giornali riportano alchimie diplomatiche minimaliste, ma l'unica vera speranza per l'Ue politica è che qualcuno dall'interno se la senta di sfidare Merkel, e nessuno più del premier italiano sarebbe per l'Ft nella giusta posizione per farlo. È Monti, insomma, l'ultimo insider europeo, un tecnico con consensi in calo e con pacata eloquenza. Nella lista dei paesi attaccati dai mercati, il suo è il prossimo. E l'Unione europea non ha un piano "B". In ogni caso, Monti cosa avrebbe da perdere?
Hollande ha ormai dal canto suo rinunciato a mettere sul tavolo del negoziato gli eurobond.
E tutto lascia credere che non darebbe testate politiche alla Zidane. Merkel ha cuore e testa solo per la Nato. Tuttavia Obama ha perso credibilità e non è più un partner affidabile, mentre la socialdemocratica Hannelore Kraft ha surclassato Merkel nelle preferenze dei tedeschi.
Forse l'Europa politica potrebbe ripartire proprio da qui.


 (27 giugno 2012)
 
r.vitulano@cisl.it

Italia, Spagna e l'arena di Kiev

di Raffaella Vitulano

Tre Supermario intorno a Frau Merkel. Passata l'euforia per Balotelli e in attesa delle Furie Rosse spagnole, l'Italia studia le mosse di Draghi e Monti. Ci sono i pessimisti, che di buono non vedono nulla nel finale dell'afoso vertice di Bruxelles, e che preferiscono parlare di paracetamolo finanziario se non proprio di tachipirina avvelenata. Ci sono gli ottimisti, che rivendicano un accordo storico contro il feticismo dell'austerity. E ci sono i possibilisti del salvataggio: su Twitter impazza il Bailout-elli. L'unico chiaro dato negativo del vertice Ue è in realtà lo scontro tra Londra, Parigi e Berlino per la sede della Corte Unica, ultimo dettaglio che rinvia ancora il varo del dossier atteso da 40 anni dall'industria europea, uno degli elementi più importanti del pacchetto per la crescita. La pressione fatta da Italia e Spagna è comunque andata a beneficio di tutta l'eurozona. Salvata la moneta, Monti e il premier iberico Rajoy si ritroveranno ora rivali nell'arena ucraina per la finale di Euro 2012. Suoni il clarino. E che vinca il migliore. Alla faccia del boicottaggio del regime di Kiev. 

(30 giugno 2012)
 
r.vitulano@cisl.it

Dalla ricerca, bilanci di stile

di Raffaella Vitulano

Da "particella maledetta" (goddamparticle) a "particella di Dio" (God particle). Così la scoperta storica di ieri nella fisica, il bosone grazie al quale ogni cosa ha una massa, rivendica alla ricerca l'esercizio e l'esaltazione della genialità umana. Nella fisica, dunque, come nel design e in qualsiasi altra attività, la ricerca è vincente. Basti ricordare Pininfarina, talento indiscusso del made in Italy, rispettoso della tradizione ma coraggioso nell'innovazione. A differenza di Marchionne, che ieri stizzito dai risultati negativi del mercato dell'auto Ue ipotizzava di chiudere uno stabilimento Fiat in Italia, l'altro Sergio avrebbe puntato su ricerca, qualità e design. Lui aveva capito che permisurarsi col mercato bisogna saper anticipare i sogni dei consumatori, non inseguirli con gelidi bilanci e modelli d'antan. Bisogna saper dettare stile; saper cambiare, progettare e costruire nuovi stabilimenti; coniugare funzionalità ed estetica estendendo le attività dell'azienda al design industriale in un eccellente esempio di lavoro collettivo. E' solo così che la genialità si tramuta in crescita e sviluppo. 

(5 luglio 2012)

r.vitulano@cisl.it

La rivolta dei Piigs

di Raffaella Vitulano

L'iperattivismo del ministro spagnolo delle Finanze velocizzava ieri l'applicazione delle decisioni Ue. E poco importa che Frau Merkel possa perdere la tripla A, stelletta al merito della fiducia nell'eurozona. Dietrofront! Scrolliamoci di dosso il blues continentale e seguiamo i provocatori consigli del Daily Telegraph: è arrivato il momento che i Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) passino al contrattacco e alla resa dei conti con i loro voti di maggioranza al consiglio direttivo della Bce per forzare un cambiamento nelle politiche monetarie. La Germania ha due voti su 23, e in totale lo zoccolo duro ne ha sette o otto al massimo. Se la Germania dovesse abbandonare l'unione monetaria in segno di protesta, per i latini sarebbe un'ottima soluzione. Conserverebbero l'euro e così potrebbero rispettare i loro contratti di debito in euro con un basso rischio di default, dato che beneficerebbero di una forte crescita dovuta allo stimolo monetario e alla debolezza dell'euro latino rispetto allo yuan cinese, al nuovo marco tedesco e al fiorino. Un azzardo? 

(26 luglio 2012)
 
r.vitulano@cisl.it

Corto circuito

di Raffaella Vitulano

Le fabbriche del mondo vanno in corto circuito. E non solo in senso figurato. Ieri le autorità pakistane hanno accusato di strage, spiccando un mandato di cattura, i tre proprietari dello stabilimento tessile di Karachi che martedì sera ha preso fuoco causando la morte di almeno 300 operai. Molti di loro si trovavano in un enorme locale nel sottosuolo della fabbrica, dal quale era impossibile fuggire. L'abbigliamento destinato all'export va in cenere; i corpi dei lavoratori vengono ricomposti sotto teli a stampa della fabbrica, che sorge nella zona industriale di Baldia Town. La tragedia nazionale deve però far riflettere soprattutto sui comportamenti globali e sui committenti, che affidano a contoterzisti privi di scrupoli produzioni senza controlli. L'Organizzazione Internazionale del Lavoro sottolinea la necessità di prendere misure concrete per prevenire simili tragedie. Bruciano abiti, scarpe, persone. Ma l'import europeo è sempre più pakistano e quello di Berlino parla sempre più cinese. Nel 1993, 188 lavoratori, per lo più donne, morirono in una fabbrica di giocattoli in Thailandia. E a 20 anni da quell'episodio siamo ancora qui a chiedere il rafforzamento delle misure per migliorare la sicurezza e la salute nelle officine oscure e tossiche del mondo. In tale contesto, scottano le dichiarazioni sul voto di ieri del Parlamento Europeo sull'abolizione dei dazi per i prodotti tessili e di abbigliamento pakistani. Una decisione che qualcuno considera uno "scandaloso pretesto" dei diritti umani dopo le alluvioni di due anni fa. Pur consapevole dei danni che questa decisione produrrà sull'industria europea, credo che la questione vada comunque affrontata in un'ottica più complessa, o in corto circuito finirà il mercato del lavoro. E piuttosto che far risalire il Pakistan dall'abisso, globalizzeremo la miseria.

 (14 settembre 2012)
 
r.vitulano@cisl.it

Quella Fiat d'autore

di Raffaella Vitulano

Una Cinquecento rossa completamente smontata. Tutti i pezzi e gli ingranaggi adagiati sul pavimento di un atelier newyorkese, in attesa che un gruppo di artisti li riassembli in surreali installazioni artistiche. Davvero simbolica l'ultima puntata di Work of Art, format in onda su Sky 1: giovani che si misurano con una Fiat (sponsor ufficiale del format tv) e cercano di ricavarne un pezzo d'arte contendendosi il premio di 25 mila $ offerti da Fabbrica Italia. Così spiega il conduttore televisivo citato da GalleristNy, aggiungendo: "Fiat capisce quanto sia importante una nuova ispirazione - l'industria dell'auto - peruno spirito creativo". A vincere, una specie di corallo bianco realizzato con l'imbottitura del sedile e un pistone. La puntata è stata registrata più di un anno fa, quando Fabbrica Italia sembrava cosa fatta. Ora mi sovviene una riflessione: i giovani possono ancora trarre ispirazione da una '500? E se fosse Fiat a trarre ispirazione dai giovani? Forse capirebbe meglio il mercato, affidando a giovani progettisti il compito di creare, finalmente, un modello nuovo.

 (18 ottobre 2012)
r.vitulano@cisl.it

Che fine ha fatto l'Europa?

di Raffaella Vitulano

A.A.A. Europa cercasi in una giornata che di approfondimento sembrava avere davvero poco. Sullo sfondo dell'angoscia sociale degli operai della fabbrica Ford di Genk, di Alcoa o di Ikea, si stagliano lo stesso disorientamento e la sfiducia verso un rigore squilibrato.
Ma oltre la rabbia, gli slogan, le polemiche, le violenza, i bla bla bla, l'analisi comune resta necessaria. Dobbiamo leggere, informarci. E farci più domande su quest'Unione Europea che avrebbe dovunto diventare un soggetto politico di tipo federale ma che il meccanismo europeo di stabilità (Mes) appena approvato dai 17 paesi dell'Eurozona rischia di sfracellare con le sue pesanti condizionalità e un programma di indebitamento ulteriore con la Troika (Commissione Ue, Bce e Fmi). Qualche dato: in tutto, entro il 2014, il fondo avrà in cassa 80 miliardi di euro. Altri 620 miliardi saranno "garantiti": i vari paesi aderenti si impegnano insomma a tirarli fuori nel caso ce ne fosse bisogno. Con questo totale di 700 miliardi (cui l'Italia contribuisce per il 17,9%, pari a 125 miliardi, 395 milioni e 900.000 euro tra soldi versati e garanzie), il Mes potrà emettere obbligazioni o altri strumenti finanziari per raccogliere sul mercato circa 500 miliardi di euro. Non di più, perché 200 miliardi dovranno restare liberi: una specie di riserva di emergenza, per garantire che quei 500 miliardi di obbligazioni continuino a godere di un rating tripla A come quello già emesso da Fitch.
Secondo alcuni, sfruttando il meccanismo di leva il Mes potrebbe arrivare a poter prestare in capitalizzazione fino a 2 mila miliardi di euro. Il problema è che così facendo gli stati membri non dovrebbero più garantire soltanto i 700 miliardi iniziali, ma tutti i 2 mila miliardi. La Corte suprema tedesca ha giustamente rivendicato l'incostituzionalità di progressive orge debitorie senza fine. L'attivazione delle garanzie rischia poi di produrre effetti moltiplicativi e di contagio della crisi. In pratica, per ogni 100 euro che si rendessero necessari per salvare gli altri Paesi dell'euro, il bilancio di ciascun Paese contribuente sarebbe gravato di un numero di euro pari alla sua percentuale nel bilancio del meccanismo europeo. E poichè il Mes potrebbe fare ricorso al mercato finanziario "esterno" (Cina o Golden Sachs, ad esempio), c'è da chiedersi in che modo gli Stati saranno protetti dal rischio di ingerenza di ulteriori capitali sconosciuti nelle operazioni di finanziamento. Raffreddare gli spread e surriscaldare gli animi in piazza ci fanno solo perdere di vista la vera minaccia dell'Europa finanziaria e dei subdoli derivati avvelenati, su cui dovremmo invece informarci per saperne di più. Altrimenti per i lavoratori, i precari, i pensionati il rischio sarà altissimo.  

(15 novembre 2012)
r.vitulano@cisl.it

Quell'affondo di solidarietà

di Raffaella Vitulano
 


La Corte di Giustizia europea ha confermato ieri la legittimità del Meccanismo europeo di Stabilità (Mes), che presterà assistenza finanziaria ai paesi in difficoltà che garantiscano di restare "soggetti alla logica di mercato allorquando contraggono debiti". Ecco, è questa logica di mercato che proprio non mi entra in testa. Riepiloghiamo: uno Stato versa una bella somma di miliardi nel salvadanaio del fondo Mes sperando di poterci contare quando sarà messo in difficoltà dalle tempeste finanziarie. Ma a quel punto il Mes non si farà affatto carico del suo debito ma gli cercherà nuovi creditori sul mercato secondario di titoli (magari cinesi) pagandone un prezzo ai titolari. Accedendo a quel prestito, lo Stato indebitato resterà responsabile dei propri impegni nei confronti dei suoi creditori, ma aprirà un nuovo debito col Mes, "maggiorato con un margine adeguato". Se poi lo Statomembro non dovesse procedere al pagamento, una richiesta di capitale incrementato è indirizzata a tutti gli altri membri. Ma vi sembra davvero un fondo salva Stati?

(28 novembre 2012)
 
 r.vitulano@cisl.it

Tra il Sudafrica e la Bulgaria

  di Raffaella Vitulano

La crisi non ha aiutato. Ma non può essere una giustificazione. Nella classifica annuale della percezione della corruzione pubblica affondiamo sempre di più, in buona compagnia di Tunisia (72º posto), Bosnia Erzegovina e Sao Tomé. L'anno scorso eravamo al 69º posto; nel 2010 al 67º, tra Rwanda e Georgia. Non è normale la corruzione; non è normale che oltre il12% (dati Eurobarometro) della società italiana rubi a se stessa; che trasformi le risorse in viscide ragnatele di profitti illeciti e ricatti incrociati. Certo, la corruzione non è un fenomeno solo italiano. Clemenceau diceva che non c'è democrazia che ne sia al riparo. Indro Montanelli si spingeva oltre: "Ormai sono giunto alla conclusione che la corruzione non ci deriva da questo o quel regime o da queste o quelle regole, di cui battiamo, inutilmente, ogni primato di produzione. Ci deriva da qualche virus annidato nel nostro sangue e di cui non abbiamo mai trovato il vaccino. Tutto in Italia ne viene regolarmente contaminato". Il guaio è che,nella quotidianità, troppi se ne credono immuni.

(6 Dicembre 2012)
 
r.vitulano@cisl.it

Il gioco (tedesco) dell’Oca

di Raffaella Vitulano

Tra populismi e fiducia cieca nel dogma monetario Ue, esiste anche la possibilità di un moderato sentimento di critica consapevolezza del terreno accidentato di Bruxelles su cui si traballa il nostro paese. Insomma, si possono individuare zone d'ombra senza per questo essere antieuropeisti.
Ad esempio, succede che grazie all'accordo di ieri, la supervisione bancaria integrata sarà operativa dal 1º marzo 2014. E la richiesta tedesca di introdurre nell'eurozona contratti vincolanti per evitare gli squilibri macroeconomici fa temere che Berlino voglia imporre, tramite Bruxelles, la possibilità di "commissariare" un governo espressione della volontà degli elettori. Alla faccia della democrazia. Frau Angela über Alles: all'origine dell'impennata dello spread italiano ci fu proprio Deutsche Bank, che nel luglio 2011 vendette una quantità ingente di titoli di stato italiani (Btp) sul mercato secondario per circa 7 miliardi. Il meccanismo era quello del gioco dell'Oca (amabile sintesi del Financial Times), in cui si torna sempre al punto di partenza: un paese, per finanziare il suo deficit, vende inizialmente miliardi di titoli di Stato magari a banche francesi e tedesche, che poi nel 2011 decidono di liberarsene. A quel punto interviene la Ue che spinge le banche del paese indebitato a riacquistare - con gli interessi - i suoi stessi titoli di Stato che aveva precedentemente venduto per finanziarsi. I miliardi degli aiuti girano così in tondo, appaiono sotto altra forma sui monitor delle Borse e poi ritornano al punto di partenza, ma durante il percorso qualcuno si impoverisce e qualcun altro si arricchisce. E quelli che si arricchiscono non siamo noi.
Ma i tedeschi non smettono d'interessarsi al nostro Paese: il 20 ottobre 2011 Deutsche Bank presenta poi un lungo lavoro al Governo tedesco e alla Troika (Fmi, Bce e Ue), intitolato "Guadagni, concorrenza e crescita", a firma di Dieter Brauninger, economista fra i più quotati dell'istituto tedesco, nel quale s'ipotizza che vengano privatizzati i sistemi di welfare e i beni pubblici di Francia, Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda.
Infine, qualche altro memo made in Europe: il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) ci è costato già 15 miliardi di anticipo e ci ha indebitati di almeno 125. Il Fiscal Compact ci costerà 50 miliardi all'anno e in conseguenza della sua ratifica il Parlamento ha inserito in Costituzione l'obbligo del Pareggio di Bilancio, dimenticando Maastricht e i Trattati Ue.
La gente aspetta equità, la chiede a gran voce. Ma per ora, l'unica cosa certa è la ricapitalizzazione diretta delle banche in difficoltà. 

(14 Dicembre 2012)
r.vitulano@cisl.it

I Maya e lo spread

di Raffaella Vitulano

La mia amica Litsa mi scrive dalla Grecia per gli auguri di Natale: "Per fortuna stiamo ancora tutti bene, ma purtroppo da oggi mio marito Alexis rimarrà senza lavoro perché Citibank ha chiuso altre 20 sedi nel paese. Cerco di rimanere calma e aiutarlo, so che è molto difficile per lui trovare un nuovo lavoro mentre le spese e i debiti aumentano con 2 figli". Perfino il giornale tedesco Frankfurter Allgemeine scrive che quanto sta accadendo in Grecia non può più essere definito solo una crisi, dato che "la devastazione economica e sociale ha ormai assunto i tratti di un trauma collettivo". Ad Atene le persone che vanno in ospedale sono invitate a portarsi da casa lenzuola e cibo. Storie vere, reali, mica virtuali come quel denaro che azzanna la vita della gente. Intanto i soldi si spostano come l'aria: gassosi, sospinti avanti e indietro dall'avidità, incerti, instabili. Le idee invece restano sotto chiave, e con loro le identità. Eppure proprio in questi giorni è importante recuperare sogni e valori culturali. Per il resto, la gente fa quel che può per sorridere. A Lisbona, in alcuni negozi è possibile acquistare il nuovo gioco intitolato "Arriva la troika". Le regole sono semplici: i giocatori devono proteggere i milioni guadagnati grazie alla loro influenza, vincere le elezioni e mettersi al sicuro prima di pescare la carta che svelerà i loro piani. La carta in questione è quella dei tre uomini in nero con la faccia truce, la troika, che si impadronisce di tutti i guadagni. In questa fine d'anno possiamo andare oltre i Maya e lo spread, ne sono sicura. Ma non declinare l'europeismo con deleghe in bianco a un'oligarchia di bancofili ebbri di capitalismo sfrenato e di finanza. Intanto leggete il "Cantico di Natale" di Dickens che pubblicheremo in questi giorni su Conquiste: la 'conversione' di Scrooge, uomo avaro e cattivo. Ne riparliamo nel 2013. Auguri!

(21 Dicembre 2012)
r.vitulano@cisl.it

Rimedi alchemici

 di Raffaella Vitulano

L'eurogruppo di lunedì eleggerà il suo nuovo presidente e si concentrerà sulla possibile ricapitalizzazione diretta delle banche tramite il Meccanismo europeo di stabilità (Mes). I cittadini sono sempre più in difficoltà, ma stando a quanto riferisce il Wall Street Journal, il Mes sgomita perchè sarebbe già a corto di fondi: gli Stati dovranno erogare i finanziamenti prima dell'intervento del Mes e impegnarsi a garantire o indennizzare il fondo salva-Stati da eventuali perdite. Fatemi capire: appena creato con grandi sacrifici dei cittadini è già a secco?
Ora non è chiaro chi e in quale misura, tra Mes e paesi membri, si debba invece accollare i costi di requisiti più stringenti. Perchè un prestito di 60 miliardi a una banca, secondo studi del Mes citati dal quotidiano economico, costerebbe al fondo tanto quanto un prestito da 180 miliardi a uno Stato, e quindi le casse del salvastati sarebbero presto vuote. E allora prestateli direttamente allo Stato che peraltro lo ha finanziato, no? No.
Un'opzione sarebbe quella di creare una sorta di filiale del Mes ad hoc per i governi ma questo implicherebbe nuovi finanziamenti da parte degli stati membri, e molti non sono d'accordo. E vorrei vedere.
Banche e governi: un perverso alchemico meccanismo circolare; miliardi che vengono creati dal niente e girano avanti e indietro nel circuito finanziario e bancario senza quasi toccare l'economia reale. E intanto gli interessi lievitano e il debito sovrano aumenta. E nella crisi, la necessità di agire in fretta per evitare la catastrofe viene strumentalizzata per tentare di modificare l'assetto istituzionale dell'Unione Europea.
Prima si fanno i progetti, insomma, e poi si cambiano le regole preesistenti con cavilli impronunciabili tipo le Collective Action Clauses sui titoli del Tesoro o il Correcting e Preventig Macroeconomic Imbalances per permettere a quei progetti - tipo il Fiscal Compact - di poter essere approvati. E ancora, la struttura di Controllo del Rischio (Risk Contol Framework) e l'Outright Monetary Transactions da parte della Bce sulle banche italiane. Quando si invocano nuove cessioni di sovranità si dovrebbe comunque considerare che già oggi, nel caso dell'Eurozona, è pressoché totale, dato che concede alla Commissione e al Consiglio Europeo poteri di intervento sulle politiche del lavoro, sulla tassazione, sullo Stato sociale, sui servizi essenziali e sui redditi per imporre tagli e maggiori tasse, sul contenimento degli stipendi, sull'emissione di titoli di stato. Il nostro paese dipende già in buona parte dai mercati di capitali internazionali per la vita dello Stato. Forse bisognerebbe rivedere alcuni accordi europei. O la crescita resterà un lusinghiero ed allettante slogan elettorale.

 (18 gennaio 2013)

r.vitulano@cisl.it

Gli indifferenti

 di Raffaella Vitulano

A due giorni da un vertice storico, i Ventisette sferruzzano la pungente maglia del bilancio. Rumors riferiscono di tagli proprio alle voci di spesa per crescita e occupazione. Conti in ordine, sforbiciate d'obbligo. A Bruxelles, come a Davos, proliferano a centinaia le istituzioni filantropiche e caritatevoli. Ma i leader Ue sembrano ormai indifferenti al destino della classe media. Sguardi fissi, storditi dagli spread e dall'economia voodoo: il credo della magia del libero mercato. E se per ipotesi avesse ragione Greg Palast, quando dalle colonne del Guardian rivela le parole del Nobel Robert Mundell, architetto dell'euro e prof alla Columbia University? L'attenzione alla moneta unica starebbe facendo in tempo di crisi esattamente quello che il suo ideatore aveva previsto e per cui era stato programmato: sollecitare decisioni macroeconomiche allontanando la partecipazione dei governi eletti alle politiche monetarie e stringendo i tempi della deregolamentazione in nome della concorrenza. L'idea che l'euro abbia "fallito" diventerebbe così pericolosamente ingenua.

(6 febbraio 2013)
 
r.vitulano@cisl.it

Castelli di banconote

di Raffaella Vitulano

Tu chiamale, se vuoi, corruzioni. Ma anche tangenti, concussioni, fondi neri, mazzette, pizzo e merletti sullo sfondo della desertificazione industriale e di denaro più o meno virtuale che corre sul bit e plana su portafogli gonfi. Il sequel di arresti e di scandali degli ultimimesi rievoca una stagione che segnò l'azzeramento di un'intera classe politica. L'intreccio tra politica e affari, però, ora marca un segno ancora più globale. E tuttavia ribolle - da quest'ingorgo marcio e arrugginito - l'incapacità tutta nazionale di riflettere sull'etica delle regole e di imparare dalle lezioni del passato, quando arsero su brucianti pagine di documenti grottesche scorribande finanziarie di ogni genere.
A fare le spese del crollo dei castelli di banconote, restano gli onesti. In Italia suscitano ironia le reazioni tedesche agli scandali locali. E l'ologramma sembra quello noto: da una parte le nazioni del nord Europa, con la loro efficienza, il loro rigore, la loro saccente, cattedratica presupponenza. Dall'altra quelle 'povere' democrazie in svendita del sud Europa, con la loro presunta inefficienza, la loro corruzione. Ma sotto l'ologramma si celano a volte altre realtà che spesso rivelano quanto i cattivi non siano soli, forse. L'ex ministro della Difesa greco Akis Tsochatzopoulos, ad esempio, con un accordo risalente a dodici anni avrebbe intascato tangenti per 8 milioni di euro dalla Ferrostaal - Man in cambio del via libera per l'acquisto di quattro sottomarini. Ma sul Partenone della corruzione si ersero manager tedeschi a raffinare tecniche di vendita in paesi con crisi finanziarie. Nella mentalità straniera, tuttavia, gli errori dei politici rimettono necessariamente in discussione la loro capacità di esercitare le loro funzioni.
Forse è questo che dovrebbe davvero ispirarci, come si converrebbe in una piena democrazia.(16 febbraio 2013)

r.vitulano@cisl.it

ClubMed, a prescindere

 di Raffaella Vitulano

Il nostro paese - lacerato negli ultimi tempi da una politica desolatamente autorerefenziale - appare a prescindere (per dirla con Totò) - un'incognita agli occhi degli osservatori internazionali, che da Oltretevere attendono anche un nuovo Papa che dovrà misurarsi nei rapporti tesi con la Cina. Global, glocal: la confusione regna sovrana nella penisola a metà strada tra Grecia e Spagna. La cuginetta iberica, dal canto suo, sferruzza una maglia sociale che contenga i disastri dell'austerità, considerata banale "paracetamolo". A Pamplona il sangue scorre solo a San Fermín, per la fiesta
patronale: così, dopo una lunga e travagliata riflessione "in nome della dignità umana" i fabbri hanno deciso all'unanimità che non accompagneranno più gli ufficiali giudiziari negli interventi di sfratto e soprattutto non cambieranno più le serrature di inquilini morosi. Dopo la protesta dei fabbri di Pamplona, ora è la volta dei pompieri di Madrid. Attraverso comunicati sindacali, i bomberos fanno sapere che "non contribuiranno ad aumentare le disuguaglianze e la miseria di cui soffrono i lavoratori". E anche i sindacati delle forze dell'ordine lamentano un eccessivo stress degli agenti dovuto all'esponenziale aumento delle procedure di sfratto volute dal governo di Mariano Rajoy per ripagare i prestiti ricevuti dall'Europa, mentre il suo stipendio negli ultimi 4 anni lievitava del 30%.A prescindere dalla crisi. Nel momento in cui la spesa sociale è bersaglio nella Ue delle 'spending review', l'Ilo ricorda che "il lavoro non è una merce", dunque non puòessere oggetto di transazioni. La stessa Commissione europea invita a rivedere le strategie nazionali perchè la spesa sociale "non è solo un consumo ma anche un investimento che consente una crescita inclusiva". Dovremmo ricordarlo ai ferrei europeisti dogmatici. A prescindere dalla finanza.

(26 febbraio 2013)

r.vitulano@cisl.it

Cavoletti di Bruxelles

 di Raffaella Vitulano

Tanto tuonò che piovve. Solo ora il ministro per gli Affari europei sostiene che il Fiscal Compact (obbligo di pareggio o avanzo di bilancio) va ammorbidito dando modo agli Stati di poter investire più soldi pubblici nella crescita, anche se questo può voler dire sforare il Patto di stabilità. Ci volevano le urne italiane a rivedere la linea d'asfissia nel prossimo Consiglio europeo di giovedì e venerdì. Che sia stata anche l'alzata di scudi tedeschi a modificare il trend europeo? Bruxelles trema, il vento del cambiamento soffia forte a tal punto che perfino il Paese più severo, quello che ha dettato ai maiali Piigs l'agenda dell'austerity, ha ribadito che certi provvedimenti incostituzionali possono e devono essere bloccati o modificati. La Germania - a onor del vero - lo ha fatto per la seconda volta, dopo avere in precedenza ridefinito e limitato l'infernale Meccanismo europeo di stabilità (Mes) mentre da noi ancora si ciancia su Imu e congiuntiviti. L'Italia l'ha sottoscritto nel silenzio belato del timore della certificazione junk (spazzatura) di Fitch, quella che si dà ai paesi senza speranza. Abbiamo firmato cambiali per 150 miliardi di riduzione del debito pubblico entro il 2015 mentre la macchina taglia debiti, in realtà i debiti li fa aumentare, dato che in caso contrario l'Italia dovrà effettuare presso la Bce un deposito che potrà poi essere trasformato in una sanzione variabile tra lo 0,2% e lo 0,5% del Pil.
Magari potevamo tenerci i criteri di Maastricht senza inasprirli. Fermarci a quel 3% di deficit/pil, una cifra che voci di corridoi europei fanno risalire a una semplice boutade cabalistica dell'allora presidente francese Mitterrand: "Il numero 3 suonava bene, ed era perfetto per togliermi di torno i ministri che mi assediavano con le loro continue richieste di soldi".
Davvero profonda, questa Europa nonchalance.

r.vitulano@cisl.it

Ventisette sfumature di grigio

di Raffaella Vitulano

L'Europa in crisi affida ormai le sue valutazioni a titolistiche librarie. Così il presidente Ue Herman Van Rompuy, premettendo che "il risanamento richiede tempo per dare frutti", che "abbassare gli spread non aiuta le persone che hanno bisogno", ieri andava dritto al dunque: crescita e austerità non sono che diverse "sfumature di grigio" .
Non posso certo conoscere che tipo di letture intriganti abbiano particolarmente coinvolto il presidente negli ultimi tempi, ma va da sé che l'evocazione del bestseller avrebbe dovuto essere ulteriormente spiegata in conferenza stampa a Bruxelles.
E' probabile che le politiche di sola austerità abbiano contribuito a dare dell'Europa l'immagine di una matrigna, di una mistress più capace di punire che non di aiutare i Paesi in difficoltà, gli slaves ormai alle corde. E questo spiegherebbe eventuali frustini.
I giochi di ruolo giustificherebbero così mascherine e bende di seta sugli occhi di leader che non hanno voluto vedere quanto stesse accadendo alle persone comuni, attenti piuttosto a percepire solo i temuti fruscii di kimoni orientali, di mercati di yen e yuan che distraevano l'Europa, ammanettata al rigore.
Nelle sfumature di grigio della frattura ideologica crescita - rigida austerità si fa strada anche il blame game, il gioco delle accuse e dei rimproveri reciproci tra le parti. Forse Van Rompuy ha scelto la vibrante allegoria per evitare il linguaggio comunitario, condito da frasi fatte, riciclate di continuo con qualche leggera variazione e codificate nei documenti costitutivi stessi dell'Ue, struttura portante di qualsiasi sua espressione scritta o orale. Speriamo allora che la golden rule, la flessibilità del deficit che consentirebbe la ripresa degli investimenti in un continente dove i disoccupati sono saliti a quasi 25 milioni, possa sortire un effetto più duraturo di un semplice piumino da solletico. O un Charlie Tango sarà inevitabile.
Il grigio è un colore dalle nuances eleganti. Quello europeo, al momento, lo definirei però grigiore. Tanto vale affidare l'Europa a nuovi Christian Grey.

r.vitulano@cisl.it

(15 marzo 2013)

Tre metri sotto il cielo

 di Raffaella Vitulano

Di un altro Francesco si parlava ieri. Si chiamava Assaiante, e i giornali non si erano mai occupati di lui. O forse sì. Forse quando - con cinismo da pallottoliere - raccontavano statisticamente di un mucchio indistinto di persone stritolate da dogmi speculativi e follemente spinti alla rinuncia della vita. In quella follia non c'è alcun metodo. Non c'è Polonio shakespeariano che tenga, nè logica di convenienza o di protagonismo. Nella stanza di via Ruoppolo, il cielo aveva lasciato posto a una decomposta disperazione. Eppure ieri era vietato essere tristi, nella prima giornata mondiale della felicità istituita dall'Onu, celebrata a Bruxelles sui luoghi di lavoro, tra sorrisi e abbracci. L'organizzazione delle Nazioni Unite sostiene che negli ultimi 30 anni il mondo è diventato un po' più felice, dello 0,14%, per l'esattezza.
Per l'Italia un ventottesimo posto, due gradini appena sopra la Germania. Per Francesco, tre metri più sotto, in una terra martoriata. Se non hai soldi per te e per la tua famiglia hai ben poco da festeggiare. E quello 0,14% proprio non ti torna.

r.vitulano@cisl.it

(21 marzo 2013)

L'ideogramma della verità

 di Raffaella Vitulano
 
In un ormai celebre discorso a Indianapolis del 12 aprile 1959 John Kennedy fece notare come il termine cinese wei-ji, tradotto con "crisi", fosse composto da due ideogrammi che indicavano, rispettivamente, "pericolo" e "opportunità". Alquanto suggestivo. Peccato che - come hanno osservato alcuni sinologi - wei designi effettivamente "pericolo", ma ji indichi il "punto cruciale" e non (o non tanto) "opportunità". La fortuna di questo straordinario falso consiste tuttavia nella sua veridicità: oltre all'ossimoro resta l'incontestabile fatto che nei tempi di crisi, anche i più severi, i pericoli convivano con le opportunità, soprattutto nel punto più cruciale della crisi stessa.
E sono il coraggio, la determinazione, la visione dei singoli a riconoscerli, a distinguerli, a sfruttarli a vantaggio della collettività. Di fronte al pericolo, allora, non si tratta più di scegliere tra bene o male; si tratta di scegliere consapevolmente, di scegliere senza retorica, di dire la verità a se stessi e agli altri.
Qualcuno a Bruxelles si chiede se sia sempre il caso di essere onesti e si domanda se abbia fatto bene Jeroen Dijsselbloem, presidente olandese dell'Eurogruppo, a menzionare il sistema bail-in (che prevede un contributo da parte di creditori, azionisti e risparmiatori al salvataggio delle banche) lo stesso giorno in cui Cipro veniva salvato dal fallimento. Il neo capo dell'Euroclub e ministro delle Finanze olandese ha fatto crollare i mercati, che avevano preso una buona piega dopo l'accordo per il salvataggio, perché ha candidamente risposto sì alla domanda: "Lei pensa che questo sia un modello?" Ma Dijsselbloem non è un economista. Il ministro olandese delle finanze è un laureato in economia agraria (il suo nome tra l'altro contiene la parola "fiore" in olandese), è uno che ama allevare maiali nella sua casa di campagna e che non parla francese (cosa che a Bruxelles è giudicata una lacuna grave). E ha scelto di dire la verità, di fronte al pericolo dei mercati, perchè lavorare insieme, prima che "essere in tanti", significa soprattutto scegliere ed essere scelti sulla fiducia. Così, alla vigilia di Pasqua ha squarciato il velo che oscurava l'ovvietà degli ultimi anni: i leader europei sono ormai impegnati a spostare il rischio del finanziamento del salvataggio delle banche dai contribuenti agli investitori privati.
Quando vede un pericolo, lo struzzo non mette la testa sotto la sabbia. Allunga solo il collo per terra, rasente il suolo. Ecco tutto. Raccontare la verità è dunque sensato? Nel momento in cui cominciamo a raccontare a noi stessi, in quell'istante accade qualcosa. Ci si allontana dal sé, si diviene altro, il nostro io non rimane tale, bla bla bla. Ma soprattutto, si affonda la Borsa.

r.vitulano@cisl.it

(28 marzo 2013)

Il Principio di Peter

 di Raffaella Vitulano

Un grillo per la testa. O sulla spalliera del divano rustico fiorato da cui Mario Monti in prorogatio rilascia un'intervista al Tg delle 20 del 30 marzo. L'ortottero nero s'inerpica verso la sua spalla. Dapprima macchiolina nera, poi figura nitida, il grillo assurge così a notorietà televisiva. Zampette rapide, antenne in movimento, scruta Monti e s'avvicina. Ma è solo un attimo. Poi, come tutti i grilli, prende le distanze e scompare dietro la struttura, fuori dalle telecamere, tornando ad ammonire i burattini con la voce della coscienza. Quella che sembrano avere smarrito molti leader politici, tra i quali sembra ormai dilagare l'ironico principio di Peter, secondo cui all'interno di organizzazioni gerarchiche alcuni salgono di grado fino al proprio livello di "incompetenza", ovvero lo svolgimento di compiti di natura diversa da quelli svolti in precedenza e che richiederebbero competenze lavorative ahimè non possedute, con le conseguenze che tutti possiamo immaginare. Non si spiegherebbero altrimenti alcune euroincompetenze evitabili, magari con una doverosa revisione dei meccanismi europei di salvataggio, tagliole del nord che con troppa disinvoltura vengono proposte ai paesi del sud Europa. Benissimo lo sblocco dei 40 miliardi dei crediti che lo Stato deve alle imprese. Basta però ricordare che verrà contabilizzato a deficit pubblico, portandolo al 2,9% nel rapporto col pil programmato per il 2013 (lasciando dunque disponibile a nuovi investimenti solo lo 0,1%). Attenti anche ad alchimie come quelle prodotte dall'ebollizione in cui le banche tedesche e francesi scaricarono il debito italiano in portafoglio sulle banche nostrane, che ne procedettero alla rivendita sui mercati secondari con la benevolenza della Bce. Un'operazione che - grazie a speculazioni globali di eurocompetenti - ha garantito agli hedge funds enormi profitti e, qualcuno azzarda, la manipolazione al ribasso del valore pagato sui Btp. Così, se e quando i cinesi batteranno cassa allo scadere dei Btp, l'impossibilità di pagare i reali interessi sul debito potrebbe determinare il default dell'Italia. E Pinocchi incompetenti si pentiranno di non aver dato retta al grillo.

r.vitulano@cisl.it

(2 aprile 2013)

Euro-visione o usato sicuro?

di Raffaella Vitulano

Veti incrociati, tattiche esanimi. La politica italiana scherza pericolosamente con le sabbie mobili. Time out, svegliamoci e sfatiamo anche l'euromito per cui le misure anticrisi Ue siano diktat imposti dall'alto, quando in realtà sono sottoposte allo stretto controllo di parlamenti distratti, più attenti a toto-nomine che alle ripercussioni di alcuni strumenti dai nomi altisonanti sui bilanci nostrani. Pensiamo alla procedura d'infrazione per deficit di bilancio di cui ieri si parlava in merito ai debiti P.a., o al Six-pack o al Meccanismo europeo di stabilità (Mes), o all'Outright monetary transactions. I pallottolieri nazionali è con quelli che devono fare i conti. Tutti questi strumenti meriterebbero nalisi e dibattito in Italia, perché è nell'alchimia di questa sciagurata premessa che il deficit emocratico si ridurrebbe se i parlamenti nazionali, in disastroso ritardo nel processo di europeizzazione, esercitassero correttamente la loro funzione di controllo di quanto viene loro sottoposto a votazione. Un ultimo esempio: l'Europarlamento starebbe negoziando già da mesi con i Paesi europei una vera e propria legge che preveda la possibilità del bail-in sui depositi superiori ai 100mila euro, e quindi un prelievo forzoso sul coinvolgimento dei privati in caso di fallimento delle banche, introducendolo in legislazione Ue. Qualcuno ci aveva avvertito di questa possibilità prima del caso Cipro? La proposta di direttiva, presentata dalla Commissione Ue lo scorso 6 giugno 2012, dimostrerebbe allora che quell'iniziativa non sarebbe l'invenzione isolata di una Troika a trazione tedesca che ha spiegato le ali contro gli evasori russi ma piuttosto un'operazione a lungo pianificata da parte della Commissione per tutta l'Eurozona, come confermato dal membro Bce Klaas Knot e dal relatore della legge, Gunnar Hokmark. Quando, abbandonando le confortevoli linee dell'"usato sicuro" i partiti si concentreranno sul riordino di sovranità istituzionale nel rapporto con la Ue? Che poi, usato sicuro: ma da questi distratti lo comprereste davvero?

r.vitulano@cisl.it
 
10 aprile 2013

Eurofficine di concertazione

 di Raffaella Vitulano

Emma Marcegaglia è il nuovo presidente di BusinessEurope: guiderà la Confindustria europea con un mandato di due anni rinnovabile una sola volta. Succederà a Jurgen Thumann lavorando insieme al direttore generale Markus Beyrer, la sua squadra, e alle 41 federazioni membre dell'organizzazione. Giusto in tempo per un primo aperitivo a palazzo Berlaymont: contro la crisi, dicono a Bruxelles, si rilancino pure dialogo sociale e concertazione, in crisi d'ossigeno come spiegato due giorni fa dallo stesso esecutivo. Et voilà: lunedì e martedì prossimi a Budapest si terrà una conferenza di alto livello con le parti sociali e il 2 maggio il collegio dei commissari riceverà le parti sociali europee, come ai tempi di monsieur Jacques Delors, che lanciò il processo di consultazioni a Val Duchesse nel 1985. Tempi ormai lontani. Le riforme anti-crisi vengono attuate dai governi, soprattutto da quelli sotto programma di aiuto, senza alcun tipo di confronto con imprese e sindacati, in una malcongegnata architettura di controllo finanziario dal nome che rievoca i geli politici dell'Est, la Troika, di cui la Commissione stessa fa parte. La coesione sociale è a rischio, il commissario europeo per l'Occupazione e gli affari sociali, Laszlo Andor, vuole correre ai ripari da bufere sfavorevoli. Ma se i margini di concertazione si sono ridotti soprattutto nei paesi tenuti a stecchetto dalle raccomandazioni specifiche dell'esecutivo comunitario e la situazione è stata sottovalutata o sfuggita di mano, le risposte di Andor non aiutano a dissipare i dubbi. Dicendo no all'austerità la Troika non concede gli aiuti. E così il dialogo diventa solo una forma di striminzita cortesia all'interno di un percorso già segnato.
L'evasione fiscale, intanto, costa all'Europa mille miliardi di euro l'anno, una cifra che equivale al pil della Spagna, all'intero bilancio Ue dei prossimi 7 anni, ed è quasi 100 volte superiore al prestito accordato a Cipro tra mille paletti e condizionalità.
Nel momento in cui gli europei vengono invitati a stringere la cinghia e 26 milioni di loro non hanno un lavoro, il dato fornito dalla Commissione europea è molto significativo. Forse il Parlamento europeo potrebbe evitare intanto di affittare, per 12 anni, a partire dal 31 marzo 2014, un nuovo edificio di 40.000 metri quadrati, in cui saranno trasferiti uffici di deputati e assistenti, per 750mila euro all'anno. E prima di allargare i 17 metri quadrati a testa degli uffici d'Europa, si poteva ragionare sull'approfondimento dell'Europa oltre che sull'allargamento, tormentoni proprio in quegli anni di dialogo sociale?

r.vitulano@cisl.it

(13-14 aprile 2013)

Lost in stagnation

 di Raffaella Vitulano

Prendiamo in prestito il titolo del Financial Times che ci racconta all'estero come simbolo di una "crisi di leadership politica ed economica di cui la classe politica è l'espressione". Una panoramica inevitabilmente desolante, come quella delineata da Philippe Ridet nel suo blog su Le Monde "Campagne d'Italie". Tant'é, e non basta ricostruire un mosaico scolorito e frantumato per recuperare credibilità, neppure tra gli italiani che considerano quanto meno bizzarro che un Papa dimissionario trovi facilmente sostituti mentre un anziano presidente della Repubblica debba fare da baby sitter a forze politiche adulte. Politici che, piuttosto che favorire la naturale rinascita del paese, si sono affidati in sequenza alla supplenza di Monti, alla pressione di Grillo, ai 10 saggi e adesso al bis di Napolitano, con incomprensibili sterzate operate da politici compressi in una palude stagnante. Distratti dal livore e dal potere personale ad ogni costo, incuranti delle vite quotidiane nelle banlieux dei Palazzi, convinti che le responsabilità fossero sempre altrui, come i comportamenti arroganti, uomini e donne amorali hanno fatto a pezzi l'Italia dal punto di vista industriale e finanziario. Hanno tagliuzzato le richieste di aiuto della disastrata economia reale comportandosi piuttosto come allenatori di squadre rionali di calcio, esaltando con disprezzo le rispettive tifoserie. Del calcio hanno anche condiviso la passione per il rigore e il cane da guardia Spread da un lato, e della folla imbandierata, vociante, tumultuante, dall'altro. La Storia ci consegna così un parlamento di canuti adolescenti follower su Twitter o Facebook, che come sismografi impazziti perdono ogni autorevolezza di pensiero. Usano i social media senza attenzione al social: let's tweet again, e poco importa approfondire la direttiva Emir che mette in Europa vincoli allo scambio non regolamentato dei derivati, o la Volcker rule (separazione tra banca commerciale e banca d'affari). L'importante è esserci, al potere; non, partecipare allo sviluppo. La rotta, del resto, è già tracciata - sempre per il nostro bene - dagli eurocrati, dai mercati, dagli alleati di Washington, dalla Troika. Una prospettiva d'austerity forse pianificata da tempo. L'Italia flirta con l'impasse politica. Il bis di Napolitano, in questa prospettiva sistemica, significa soprattutto prendere tempo, fermare l'orologio della storia politica italiana. Quello che succede nei vertici dell'Unione europea quando non si riesce a risolvere un problema nei tempi previsti, come nel caso del bilancio, che ieri vedeva di nuovo avversari nord e sud: Fish & Pigs (Francia, Italia, Irlanda, Spagna, Olanda, Portogallo, Grecia) contro tutti. Forse è il caso di riavviare le lancette e mettere la sveglia. 

r.vitulano@cisl.it

(23 aprile 2013)

La Kasta diva e i micropoteri


  di Raffaella Vitulano
 
La polverizzazione del lavoro è molto più di uno slogan d'effetto. Vallo a spiegare alle famiglie delle centinaia di lavoratori morti qualche giorno fa nel crollo del Rana Plaza a Savar, nella regione di Dhaka in Bangladesh, un fatiscente edificio di 8 piani costruito in un terreno paludoso. Il lavoro, la cui festa si celebra domani in tutto il mondo, si è sbriciolato insieme alle mura crepate di una delle 5 fabbriche i cui proprietari non avevano mai dato peso alcuno agli allarmi lanciati dagli operai, costretti a produrre, per pochi dollari al giorno, capi anche per Mango, C&A, Kik e Wal-Mart. E' la globalizzazione, bellezza.
Appelli inascoltati, come quelli che - di ovvia diversa natura - sono rivolti anche in Italia ad una Kasta poco al servizio della 'ggente e molto della propria sopravvivenza. Il nastro dell'attualità e della protesta è sembrato scorrere davanti ai loro occhi con la velocità di un fotone, riuscendo ad impressionarli solo per qualche istante prima che un autistico livore narcisista li riposizionasse in ammaestramenti di comodo. Col nuovo governo, tuttavia, è da auspicare che venga sopita la prima vera forma di antipolitica: quella che, sostenuta per un ventennio da insulti e diffidenze delle due principali coalizioni, ha causato la delegittimazione reciproca. E' così che si è privato di legittimità il sistema nel suo complesso, inutile frugare altrove.
Il fenomeno dello sgretolamento del potere, almeno come l'abbiamo conosciuto finora, è comunque solo in apparenza opposto alla globalizzazione: grandi imprese, democrazie rappresentative, organizzazioni internazionali, eserciti, tutti gli strumenti tradizionali di esercizio del potere oggi subirebbero - sosteneva ieri Diego Marani in un'interessante analisi - gli attacchi di quelli che il politologo Moisés Naim definisce micropoteri nel suo saggio "The end of power". E' in un panorama ripiegato su se stesso e votato all'angoscia di solitudini disperate che gruppuscoli, singoli individui, hacker, minuscoli partiti politici, attivisti solitari, effimeri movimenti su Facebook rivendicano attenzione. Sostiene Moisés Naim, inoltre, che il potere del futuro sarà sempre più facile da frantumare e sempre più difficile da consolidare.
Il dibattito politico italiano dovrebbe tenerne conto, dato che nell'incattivimento della società c'è concorso di colpa. Dalla disgregazione si passi insomma alla costruzione, o almeno ci si provi, anche sul terreno delle maggioranze variabili. Il nuovo governo italiano ha la possibilità di rilanciare il dialogo su crescita economica, aggiustamento fiscale e riforme, e cercare di ammorbidire le posizioni oltranziste del rigore.
Cominciamo oggi, a rapporto da Angela Merkel.

r.vitulano@cisl.it

Benvenuti in Eu-merica


  di Raffaella Vitulano

Perfino la cancelliera Merkel, leader del paese in cui il 2,4% della popolazione è di origine turca, ha definito "troppo dura" la risposta del governo di Ankara allo sciopero indetto ieri dal sindacato. Mentre la guerriglia urbana insanguina le piazze, c'è chi si domanda se il pugno di ferro di Erdogan sarebbe scattato se la Turchia fosse già nella Ue, e se il crollo del sistema bancario di Cipro sarebbe mai potuto avvenire se l'isola non fosse ancora divisa.
Mediterraneo incendiato. Dal quartiere ribelle di Exarchia al ricco sobborgo di Kifissia, Atene invece appare sì irritata dagli errori dichiarati dell'Fmi, ma i giorni della protesta sembrano sempre più lontani tra la gente esausta.
Il primo ministro Samaras torna così oggi ad incontrare i responsabili della troika dei creditori internazionali con buone speranze. La gente vuole credere che le cose stiano migliorando. Sanno che non è così, ma hanno bisogno di crederci. E questo non succede solo in Grecia. In tutt'Europa c'è consapevolezza che la crisi del debito sovrano sia tutt'altro che risolta e che la crescita economica sia continuamente spostata in avanti, nella speranza che i massicci interventi di espansione monetaria attuati dalle grandi banche centrali comincino a dare i loro frutti. Il tema del lavoro, tuttavia, per i Trattati Ue resta sostanzialmente di competenza nazionale. Dunque, la priorità resta la stessa: attrarre gli investimenti per favorire l'occupazione. Sì ma di che tipo? Chi fa impresa sembra disposto ad investire se può quantificare verosimilmente i contingency costs, ovvero i costi non prevedibili in anticipo, come quelli relativi alla chiusura di una linea produttiva o gli oneri legali necessari a supportare una causa di lavoro. Così, mentre pur lodevolmente il governo italiano promuove un confronto tra i primi quattro Paesi dell'eurozona, alcuni economisti si stanno già appassionando ad una tipologia di contratto a tempo indeterminato che consentirebbe al datore di lavoro di licenziare - per qualsiasi ragione e senza incorrere in sanzioni o cause di lavoro - con un preavviso temporale inversamente proporzionale al salario. In pratica, lo stipendio di un lavoratore che accetta un preavviso di un mese sarebbe notevolmente superiore allo stipendio di chi accetta un preavviso di due anni. Ecco perchè la competizione internazionale richiede di grattare la vernice d'oro degli annunci di circostanza. O i milioni di posti di lavoro sulle due sponde dell'Atlantico derivanti dall'accordo commerciale Usa-Ue e sbandierati ieri da Obama al G8 resteranno lettera morta: l'unità dell'Europa non rientra tra le priorità del presidente Usa e il rischio del disincanto è concreto. 

r.vitulano@cisl.it

(18 giugno 2013)

Salvataggio decaffeinato


  di Raffaella Vitulano

Vigilia di un vertice Ue che dovrebbe assumere decisioni sull'unione bancaria. Per gli analisti, come Antonio Guglielmi che ha lanciato l'allarme in un report di Mediobanca, o si ritrova un po' di crescita, oppure il peggioramento della crisi "potrebbe costringere il paese alla richiesta di salvataggio". Un rapporto riservato, consegnato soltanto ai clienti, che ha allarmato gli istituti di credito. Eppure qualcuno sostiene che la divulgazione di analisi pessimistiche sulla situazione italiana non farebbe che far precipitare la crisi. Sì, perchè così come esiste il wishful thinking, esisterebbe il predictive panic, ovvero la diffusione di dossier riservati che fa concretizzare gli incubi. La finanza, insomma, sarebbe un'ardita specie di Freddy Krueger: appena vi addormentate, può far alzare la forbice trabund e btp (il malfamato spread) per creare emergenza tra i contribuenti. Non foss'altro perchè sta arrivando in queste ore alle battute finali una direttiva europea sul salvataggio delle banche. Lo schema finora individuato prevede che in caso di fallimento le perdite si riverserebbero prima sugli azionisti, poi sugli obbligazionisti e solo alla fine sui depositi sopra i centomila euro dei risparmiatori. Secondo il Financial Times, l'idea di un'unione bancaria europea, che falcerebbe i legami tra banche in crisi e governi nazionali, si è scontrata con la realtà dei "negoziati politici". Con l'approssimarsi del vertice dei capi di stato e di governo, la linea ufficiale è che i mancati progressi dell'unione bancaria sono dovuti a questioni strategiche, ma il corrispondente dell'FT a Bruxelles riporta i sussurri di alti funzionari per i quali il ritardo è dovuto soprattutto alla noncuranza provocata dalla quiete dei mercati finanziari e dall'avvicinarsi della campagna elettorale tedesca. E in questo senso è probabile che non siano prese decisioni prima del voto di settembre. Nel progetto di unione bancaria, per i Paesi euro svetta il fondo salva-Stati permanente Mes. Una ricapitalizzazione diretta attraverso il Meccanismo europeo di stabilità (per 60 mld di euro che potranno essere
investiti in azioni bancarie a partire dal 2014) potrà evitare che i governi nazionali siano costretti ad aiutare le loro banche. Resta tuttavia, nel Mes, il macigno dei giganteschi interessi sul debito finanziato, che impediranno la ripresa e la crescita e non spezzeranno il circolo vizioso tra debito privato e pubblico. E alla fine, chi pagherà veramente se una banca dovrà essere risanata o chiusa? El Periódico scrive che l'Eurogruppo starebbe optando per un "salvataggio diretto decaffeinato" delle banche in difficoltà. Ma se è vero che tutto passa a questo mondo, salvo il caffè nei cattivi filtri, occorrerà definirli con accuratezza. 

r.vitulano@cisl.it

(26 giugno 2013)

Quell’azzardo derivato


  di Raffaella Vitulano

Per ora è un modello 45, un fascicolo senza ipotesi di reato o indagati. Ma potrebbe approfondirsi l'inchiesta aperta ieri sui titoli 'derivati' accesi alla fine degli anni '90 e rinegoziati nel 2012. Fioccano smentite, ma il problema è d'approccio: perchè raschiare il fondo dei conti pubblici per spiccioli destinati all'occupazione mentre la speculazione finanziaria brucia somme a nove zeri? Qualcuno dice che all'origine della resa dei conti e dei bilanci ci sarebbe proprio lo scontro tra il Tesoro e Bankitalia. E sarebbe ingenuo liquidare le tensioni tra tenocrati come affari interni. La vera resa dei conti e della cassa del Potere potrebbe giocarsi proprio lì, tra retoriche e profitti, vischiosità e operazioni disinvolte, tra l'incubo del contagio e l'azzardo morale. La riduzione del debito di per sé spiana la strada per la crescita, ma non la innesca per magia. Servirebbero semmai politiche che affrontino direttamente il ribilanciamento delle spese all'interno dell'Eurozona e la riallocazione delle spese all'interno delle economie periferiche, per rilanciare la domanda.

r.vitulano@cisl.it

(27 giugno 2013)

L’Europa delle gelate e dei rigori

 di Raffaella Vitulano

Il rating dell'Europa è in continuo calo. Quello della percezione dei cittadini, intendo. Ed è facile leggerne i diagrammi, grattando sotto la vernice argentata di annunci e proclami. Gratta e perdi. Gli addetti ai livori danno un clima politico glaciale per chi è favorevole ad ambiziose iniziative di integrazione, come la condivisione del debito o l'unione bancaria. Rovesci e temporali erano già evidenti il mese scorso nella fredda dichiarazione del governo olandese che liquidava come chiusa l'epoca "di una maggiore unione" in ogni settore politico. La fragilità dell'intento comune fa pendant ormai solo con la bulimia finanziaria e il rigore, acciaccato dalle toppe messe alla rinfusa sopra i tentativi di ricucire i laceri buchi in bilancio. E la ripresa tanto strombazzata si allontana sempre più. Del resto, siamo abituati agli stornelli della troika. Nel 2008, con l'accentuarsi della crisi dei mutui subprime ed il fallimento della Lehman Brothers cinguettarono che la ripresa sarebbe arrivata a fine 2009. Anno in cui assistemmo al crollo del pil per tutto il mondo delle economie avanzate. Pizzicarono le corde del violino raccontando che la ripresa sarebbe arrivata nel primo semestre dell'anno successivo, quando in Grecia è crollato tutto fuorché il Partenone. Con l'innesco della crisi del debito sovrano il tamburo della ripresa tuonò per l'inizio 2011, anno in cui invece abbiamo assistito all'intensificarsi della debolezza in Europa. Nel 2012 sono andate a regime le temute politiche di austerity che hanno depresso ancora maggiormente l'economia: e l'uscita dalla crisi è stata predetta per il 2013. Anno in cui sembriamo tutti un po' più suonati. E via così, nel nirvana in cui i fondamentali macroeconomici finiscono col perdere evidenza allo sguardo degli investitori rispetto all'oceano di liquidità (vedi soprattutto gli Usa) che occulta ogni problema. Consoliamoci: neppure la profezia dei Maya è andata a segno. E se perfino l'Eurotower ieri scriveva che "il recente inasprimento delle condizioni nei mercati monetari e finanziari mondiali e le incertezze connesse potrebbero incidere negativamente sulla situazione economica", non ci resta che la messianica attesa delle elezioni politiche tedesche del prossimo 22 settembre. L'assenza di un "modello di successo" nella gestione della crisi spinge così all'immobilismo. Sarà per questo che l'esperto di rigori Olli Rehn - ex calciatore finlandese, dal febbraio 2010 commissario europeo per gli affari economici e monetari, e dall'ottobre 2011 vicepresidente della commissione europea - considera "pura speculazione" l'ipotesi di nuove misure che la Ue potrebbe chiedere all'Italia in autunno se il deficit salisse al 3%? 

r.vitulano@cisl.it

(12 luglio 2013)

Politici nello spazio


  di Raffaella Vitulano

Noi l'avevamo intervistato quattro anni fa, nel video "Icaro, professione astronauta" che trovate su YouTube e Labor Tv. Allora, di Luca Parmitano non parlava nessuno, ma a noi raccontò già del suo sogno spaziale. Ieri il premier Enrico Letta ha avuto un videocollegamento con l'astronauta italiano, da circa due mesi in orbita. Hanno mostrato reciproco orgoglio per il ruolo dell'Italia nella ricerca aerospaziale. Quella stessa Italia che i governi che si succedono vogliono fare a pezzettini. Dopo la vendita di prestigiosi marchi del made in Italy a gruppi francesi si passa alla svendita del patrimonio pubblico. Oltre alle ipotesi su Eni, etc, ieri si è appreso anche che l'Eur Spa avrebbe sottoscritto un accordo con l'amministratore delegato della ditta Fendi (di proprietà del gruppo LVMH) per l'affitto dell'intero Palazzo della Civiltà (il cosiddetto "colosseo quadrato") a Vuitton. "Quando torna l'aspetto qui perché avrei tante domande da farle - ha chiesto Letta a Parmitano - e se ha un posto per la prossima missione vorrei venire io". I politici nello spazio: perchè no?

r.vitulano@cisl.it

(19 luglio 2013)