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martedì 29 aprile 2014

Piccole imprese (non) crescono



di Raffaella Vitulano
 
I numeri li conosciamo già: l’evasione fiscale costa all’Italia oltre 180 miliardi di euro all’anno. Una cifra che pone il nostro paese al primo posto in assoluto nella Ue, che può invece contare su un ”bottino” di circa mille miliardi annui di euro annui in evasione ed elusione. Va da sè che Bruxelles, accusata di scarsa attenzione verso il fenomeno, in vista delle imminenti elezioni abbia poco più di un mese fa formalmente adottato la decisione sulla revisione della direttiva risparmi, con la quale gli Stati membri raccolgono dati sui risparmi dei non residenti e automaticamente li forniscono alle autorità del Paese in cui la persona risiede.
Sulla scia dell’entusiasmo elettorale, la Commissione europea ha inoltre presentato una proposta di direttiva sulla società a responsabilità limitata ad un unico partner (unipersonale la Societas unius personae - Sup), che i sindacati europei bollano come ”un modo per evitare le tasse e aggirare le leggi nazionali del lavoro”. Un modello costitutivo unico, disponibile in tutte le lingue Ue, permetterà di limitare la presenza di notai o legali. Tempi tagliati all’osso: le società dovranno essere costituite entro 3 giorni, con un requisito patrimoniale minimo di un euro e la possibilità di riserve su base volontaria. Gli Stati membri sarebbero obbligati a consentire la registrazione diretta e online delle Sup, in modo che il fondatore non debba recarsi a tal fine nel paese in cui intende registrare la società.
Con queste premesse la Commissione europea ha in realtà presentato la direttiva come un modo per aiutare le piccole imprese ad attività in tutto il mercato interno, ma i sindacati osservano che nulla impedisce alle grandi aziende di creare filiali per eludere la normativa fiscale e del lavoro. A leggerla bene, la direttiva presenta in effetti due grossi difetti: non definisce la dimensione della società cui si applica la direttiva e consente ad una società una registrazione amministrativa in un luogo diverso da quello in cui opera realmente. Da questo punto di vista, la direttiva consentirebbe alle aziende di maggiori dimensioni di abusare della legge scegliendo un quartier generale in un paese dove le tasse sono più basse e dove la tutela dei lavoratori è inferiore. E consentirebbe alle imprese degli Stati membri dell’Ue in cui la rappresentanza dei lavoratori nei consigli di amministrazione è un requisito legale di eludere le norme nazionali registrando le loro attività in un altro paese in cui tali norme non entrano in vigore. Basta questo a far nutrire qualche perplessità sull’utilizzo pratico finale di questa direttiva? Probabilmente sì, proprio in un momento in cui la lotta all’evasione fiscale dovrebbe registrare segnali concreti. I sindacati vogliono promuovere le piccole imprese, ma la direttiva sembra in effetti contenere elementi che incoraggerebbero l’evasione fiscale e l’aggiramento delle norme nazionali del lavoro. Resta il fatto che attualmente troppi ostacoli intralciano l’attività economica delle pmi all’interno del mercato unico. Solo una piccola percentuale di pmi (2%) investe e costituisce controllate all’estero, mentre le grandi multinazionali spadroneggiano.

giovedì 24 aprile 2014

Un grattacielo sulla sabbia

di Raffaella Vitulano

I lavoratori italiani sono tra i più insoddisfatti d'Europa: lo rivela l'ultima indagine Eurobarometro pubblicata ieri, che esamina come la crisi abbia inciso sulla qualità del lavoro. Del campione italiano, il 73% reputa "negative” le proprie condizioni di lavoro, e l’85% ritiene che siano peggiorate con la crisi negli ultimi cinque anni. Dati molto al di sopra della media europea (43%). 
Ma gli italiani tra poco tempo potrebbero avere un motivo in più di insofferenza. L’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie, infatti, che dal primo luglio salirà al 26% dal 20% attuale, non risparmierà i conti deposito: conti correnti e conti postali oltre che altri strumenti finanziari. Unici salvi rimangono i titoli di Stato, con Bot e Btp che manterranno l’aliquota agevolata del 12,5%, e i fondi pensione (11%). Dei circa 3 miliardi prodotti nel 2015 dall’aumento della tassazione dal 20 al 26%, ben 755 milioni arriveranno dal prelievo sugli interessi per depositi e conti correnti. Il top del prelievo verrà raggiunto nel 2016, quando famiglie e imprese si vedranno trattenere dai conti correnti una cifra intorno ad 1,1 miliardi di euro.
Decreti cocenti. E quei depositi e conti postali diventano piuttosto buchi con le ciambelle intorno. Ma le elezioni europee si avvicinano, i controlli di Bruxelles pure, e le calcolatrici di via XX settembre lavorano senza sosta. Un fattore di confortante - diciamo così - doping legale ai nostri conti pubblici sembra in queste ore provenire da Esa 2010, acronimo di European system of national and regional accounts: il nuovo sistema di contabilità pubblica utilizzato dai Paesi membri dell’Unione europea per preparare i bilanci nazionali. Da settembre il nostro Pil potrà così contare, secondo la Commissione Ue, su una spinta supplementare stimata tra l'1 e il 2% . Come? Già negli anni ’90 il premio Nobel Modigliani sosteneva che fosse una follia non distinguere gli investimenti dalla spesa corrente. Ora sarà infatti sufficiente spostare gli investimenti in ricerca e sviluppo dalla casella delle spese a quella degli investimenti, per avere immediati benefici contabili. Nell’Esa entreranno anche le spese militari per nuove armi, le merci lavorate all’estero e le polizze assicurative. Lungi da mero artificio contabile, il nuovo modello pone fine a un’asimmetria con Washington, che da tempo ha adottato questo sistema di calcolo. I paesi più favoriti da questo punto di vista sembrano tuttavia essere quelli scandinavi, dove la spesa per ricerca e investimenti è ben superiore alla media europea. Anche in questo caso, dunque, nulla potrà impedire all’Italia di rappresentare il fanalino di coda o quasi.
A distanza di 15 anni (ad una data si riferisce quel 2010 dopo l’acronimo), l’Europa finalmente si scuote, dopo la sveglia della crisi ucraina. La storia assume un passo di carica. Il ritmo degli eventi brucia le tappe. Il mondo è davanti a un’altra svolta, e le scelte degli europei a maggio ne determineranno il corso. Il rischio è che lo facciano con l’ignara, inconsapevole, insostenibile letizia nello sguardo di chi ammira un grattacielo di vetro con le fondamenta sulla sabbia.


mercoledì 23 aprile 2014

Spagna, uscita dalla crisi?


La Spagna è davvero uscita dalla crisi? Nel reportage, testimonianze e racconti all'indomani della Marcia per la Dignità, sostenuta dai sindacati. L'aumento degli investimenti esteri ha certamente frenato il crollo dell'economia. E il settore del mercato dell'auto è riuscito a far fronte al crollo degli ordinativi. Ma la riforma del mercato del lavoro imposta dal premier Rajoy nel 2012 ha completamente sregolato i contratti: ora un imprenditore può licenziare da un giorno all'altro. Così, la disoccupazione conta oggi 6 milioni di persone.

23 aprile 2014

Guarda il video su YouTube:

oppure su Labor Tv



giovedì 10 aprile 2014

Machiavelli tra le aiuole

di Raffaella Vitulano


Un dubbio s’insinua: cosa accade quando le aziende, anziché influenzare il processo legislativo delle istituzioni europee, decidono addirittura quale esso debba essere prima ancora che sia iniziato? Ormai è cosa nota: molti funzionari di Bruxelles, a fine mandato, passano a gruppi di pressione, le lobbies. Un fenomeno chiamato revolving door del conflitto d’interesse: porte ancora più girevoli in vista del voto di maggio. Nella Ue, la carica dei 6.486 lobbisti nell’ufficiale Transparency Register sembra aver messo a posto qualche tassello. Oggi sappiamo ad esempio che l’industria finanziaria ne occupa almeno 1.700 spendendo almeno 120 milioni di euro all’anno per influenza le scelte Ue. Un prudenziale da mettere a confronto con una disponibilità intorno ai 4 milioni per ong, società civile e sindacati. Un rapporto superiore a 30 a 1 che fa impallidire sugli interessi prioritari dei gruppi di pressione. Il sindacalista austriaco Oliver Röpke, di ÖGB Europabüro, ammette che ”tale situazione rappresenta un severo problema democratico che i politici devono affrontare. Un primo passo sarebbe quello di adottare regole forti ed efficaci di trasparenza contro influenze non dovute”. Se possibile va ancora peggio alla Bce, che ha promosso Stakeholder Groups (”portatori di interessi”) che prevede 95 membri provenienti dal settore finanziario, e 0 (zero!) tra organizzazioni della società civile, consumatori, sindacati. Che interesse possono dunque avere, nei confronti di cittadini e lavoratori, le politiche della Banca Centrale Europea?
L’indebolimento degli Stati nazionali negli ultimi vent’anni sta facendo crescere il potere delle lobbies. Ma la selezione degli advisory group - i gruppi di esperti che si occupano di suggerire proposte legislative alla Commissione Ue - è ancora tutta da combattere. In tutto ci sono circa 1.000 gruppi (tra formali, informali, temporanei e permanenti), formati da oltre 30 mila esperti, che si riuniscono almeno 85 volte all’anno per formulare pareri, consigli, segnalazioni. E anche qui: il 90% dei gruppi esterni (circa 500) alla Commissione è rappresentato dalle industrie e per Olivier Hoedeman, coordinatore di Corporate Europe observatory, solo l’1% dai sindacati. A Bruxelles ”il lobbista deve essere come Machiavelli”, spiega il politologo olandese Rinus van Schendelen: deve avere l’ambizione necessaria per vincere, studiare e prepararsi al meglio e quindi, in battaglia, essere prudente. Nella Ue ogni combattimento è molto più duro, competitivo: se in Italia hai 15-20 gruppi di potere che lavorano su un dossier, a Bruxelles ce ne sono 180-200. Come ben riporta Lettera43, a Bruxelles le lobby non crescono solo all’interno delle istituzioni ma anche nelle aiuole. In rue Wiertz, appena fuori dal parlamento europeo, c’è un albero. A piantarlo nel 2001 è stata la Society of european affairs professionals (Seap), l’organizzazione che riunisce i lobbisti europei. Insomma: piantati i semi, piccoli Machiavelli crescono.