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giovedì 29 maggio 2014

Made in Italy

Il trailer di YouWork dedicato al made in Italy. Due anni fa... Che successo di critica e di pubblico!!!


Il futuro del lavoro...


E chi lo dimentica Ciccio che mi faceva ripetere sempre le scene nel trailer di YouWork? Un grande professionista!




You Work, ve lo ricordate?


Due anni fa finivano le riprese di You Work, rubrica dedicata alle professioni ideata e curata da me? Ve la ricordate? Fu un successo!.......

L'Europa insegue le lucciole

di Raffaella Vitulano

Dopo il risultato delle urne, l’Europa dovrebbe avviarsi ad un cambiamento di rotta. Persino l’integralista presidente dell’Unione Herman Van Rompuy sosteneva oggi quanto fosse "urgente" ed ”essenziale” che la Ue sia ”anche protettiva”,”non solo degli affaristi, ma anche degli impiegati” e ”dei lavoratori”, ”non solo quelli con i diplomi e che sanno le lingue ma di tutti i cittadini”. Forse è per questo che tutti i Paesi Ue, Italia inclusa, inseriranno ”una stima nei conti (e quindi nel Pil)” delle attività illegali. La notizia è di qualche giorno fa: in pratica, ”traffico di sostanze stupefacenti, servizi della prostituzione e contrabbando (di sigarette o alcol)” saranno inseriti a partire dal 2014 nei conti, in coerenza con le linee Eurostat. Insomma, dal ”piano B” per l’Europa al ”lato B”.
Nonostante gli appelli all’ottimismo, la crisi che dal 2008 ha determinato l’esplosione dei debiti sovrani pressoché in quasi tutti i Paesi dell’eurozona (difficilmente ripagabili con gli interessi maturati) spinge i governi a diluirli misurandoli in rapporto al singolo pil, inserendo parametri di difficile calcolo dato che sono riferiti ad attività criminali. Ora, non entro sull’opportunità di tali norme, ma bisogna ammettere che la novità è quantomeno singolare e non spinge l’Europa esattamente verso quel muro di trasparenza tanto auspicato.
Nei documenti burocratici, il 2014 segna il passaggio ”ad una nuova versione delle regole di contabilità”. E se le spese per ricerca e sviluppo saranno considerate investimenti e non più costi (cambiamento che potrebbe portare per l’Italia ad una revisione al rialzo del livello del Pil tra l’1% e il 2%), Bruxelles ammette con candore che tra le riserve trasversali avanzate, il calcolo di proventi derivanti da marchette e scatoloni di contrabbando - che farebbero scolorire quelli nei film della Loren e di De Niro - può aiutare i conti pubblici. Le attività illegali aiutano i bilanci legali? Ma da quando? Già il precedente sistema dei conti nazionali, datato 1995, prevedeva di comprendere ”tutte le attività che producono reddito, indipendentemente dal loro status giuridico”.
Che l’Italia andasse a puttane (pardon) sembrava cosa nota, ma mettere a punto una stima del peso di quest’area nel range pare cosa difficile, anche se, ricordiamolo, l’Istat già inserisce nel pil il sommerso economico derivante dall’attività di produzione di beni e servizi che, pur essendo legale, sfugge all’osservazione diretta in quanto connessa al fenomeno della frode fiscale e contributiva. I governi dell’eurozona, anche in applicazione del Fiscal Compact, dovendo restringere il rapporto debito-pil e non “potendo” agire sul primo parametro, hanno ben pensato di agire sul secondo. Resta il dubbio, più o meno fondato, che i governi, verosimilmente, diverranno via via sempre più tolleranti verso quelle attività criminali considerate nel calcolo delle performances economiche, poiché produrranno pil aggiuntivo appagando, è il caso di dire, solo apparentemente i conti pubblici.
L’Italia, su questo versante, potrebbe ben sfidare gli altri paesi. Così, mentre Eurasia avanza grazie all’accordo tra Cina e Russia e il gas allontana ulteriormente Bruxelles e Mosca proprio mentre le due parti  rinegoziano le forniture, l’Europa ”protettrice” di Van Rompuy insegue le lucciole. E il nostro paese, stavolta, potrebbe agguantare la maglia rosa.

venerdì 23 maggio 2014

Prendersi cura degli altri

Berlino (dal nostro inviato Raffaella Vitulano)- E’ quando ascolti parole come le sue in sala che capisci di non doverti mai arrendere. Capisci che il sindacato ha una sua forza nell'unità d'azione e lui te lo ribadisce con ferma convinzione. Per molti anni ha avuto il privilegio di lavorare a stretto contatto con Nelson Mandela: Jay Naidoo è stato segretario generale del Congresso dei sindacati sudafricani dal 1985 al 1993 prima di diventare ministro responsabile per il programma di ricostruzione e sviluppo nell'ufficio del Presidente, e con Mandela è stato in prima linea nella lotta contro l'apartheid: ”Ho trascorso molto tempo fuori dai cancelli di fabbriche e alloggi che ospitavano i lavoratori migranti, e ho parlato con uomini e donne, esausti dopo il lavoro”. ”Il Cosatu scelse di rimanere indipendente, determinato a non trasmettere le idee di nessun partito politico, ed eravamo così uniti che i nostri membri sono stati in grado di porre fine all'apartheid. L'indipendenza fa parte del Dna della nostra organizzazione. Eravamo una forza unita. Niente ci poteva fermare”. Naidoo fa una pausa. Poi ricorda eventi più recenti. Quel 16 agosto 2012, quando in Sudafrica la polizia uccise 34 minatori nel massacro di Marikana che i giornali titolarono come Le tombe di Rustenburg. Ricorda quel 24 aprile 2013 quando, a migliaia di chilometri di distanza, in Bangladesh, un edificio commerciale di otto piani, il Rana Plaza, crollò uccidendo 1.132 lavoratori. ”Cosa sta succedendo? Come abbiamo potuto permetterlo?”, si chiede. E parla di un nemico senza nome e senza volto: la diseguaglianza. Quella stessa in cui il rapporto Ocse Growing Unequal mette sotto accusa lo scandalo dell'elusione ed evasione fiscale da parte delle classi agiate a fronte del taglio dei servizi pubblici. E senza girarci intorno: ”Per dirla semplicemente, dopo gli eventi che hanno cambiato il mondo negli ultimi decenni del 20° secolo, il sindacalismo sembra aver perso il suo scopo, ha perso il suo dinamismo e perso di vista il suo nemico”. Ecco perchè, secondo lui, oggi, quasi 21 milioni di persone affrontano condizioni di lavoro forzato. Una provocazione, uno stimolo a ritrovare passione e impegno, a proseguire nell’opera di proselitismo in tutto il mondo. Sui luoghi di lavoro, tra i precari, mentre assistiamo ”alla determinazione dei governi e del mondo finanziario di usare la crisi economica globale, causata dall’avidità umana e dagli eccessi di una élite vorace, come un rullo compressore per ridurre i diritti dei lavoratori”. Ma per lui ”l’impossibile è possibile” e i sindacati possono ancora indicare la strada capendo che la loro forza viene dalla base e dal negoziato. Questa potrebbe essere la via da seguire con fiducia per l’obiettivo che l'Ituc si è data: conseguire 20 milioni di nuovi iscritti entro il 2018. In un mondo che cerca ovunque nuovi messia, nella Germania della Merkel che come il Belgio bandirà i sussidi agli stranieri disoccupati perchè ”la Ue non è un’unione sociale”, lui prova a trarre un insegnamento dal passato: ”Cerchiamo disperatamente eroi ed eroine, potremmo semplicemente non aver guardato nei posti giusti. E tempo di rimettere a fuoco la nostra azione e contare sulla nostra stessa gente. E’ lì che troveremo legioni di nuovi Mandela che lavorano disinteressatamente in un mondo che altrimenti avrebbe cessato di prendersi cura degli altri”.

Controllori o controllati?


Berlino (dal nostro inviato Raffaella Vitulano) - Un sondaggio diffuso durante il terzo Congresso della Confederazione internazionale dei sindacati (Ituc) evidenzia che per metà della popolazione mondiale i governi dovrebbero saper controllare, ridimensionandolo, il potere delle aziende e delle multinazionali, mentre i bassi salari e precarietà del lavoro minacciano la ripresa economica. La gente, insomma, non è più disposta a fare sconti a nessuno:  in tutto il mondo i lavoratori perdono la fiducia riposta nei rispettivi governi nazionali, che darebbero priorità agli interessi delle grandi imprese piuttosto che ai propri. E questo potrebbe riguardare anche lo stesso cancelliere Angela Merkel, che finora ha snobbato la promessa di intervenire al congresso dei sindacati mondiali. Il sondaggio d'opinione - effettuato dalla Società internazionale di ricerche di mercato TNS nel mese di gennaio in Sud Africa, Germania, Australia, Belgio, Brasile, Canada, Cina, Stati Uniti, Francia, India, Italia, Giappone, Regno Unito e Russia  esprime il parere della popolazione di 14 paesi, che rappresentano oltre 3,7 miliardi di persone, la metà della popolazione mondiale. L'indagine mostra una evidente sfiducia nei confronti dei governi e del sistema economico: il 68% degli intervistati ritiene che il loro governo stia facendo un cattivo lavoro nella lotta contro la disoccupazione; quattro su cinque (il 78%) ritengono che il sistema economico favorisca i ricchi piuttosto che l'equità; più della metà degli intervistati ritiene che l'attuale situazione economica nel loro paese è pessima.

L'indagine rivela poi che il 79 % degli intervistati ritiene che il salario minimo non sia sufficiente per una vita dignitosa; l'82% dei partecipanti ha dichiarato che i salari sono diminuiti o rimasti invariati rispetto al costo della vita; l'88% degli individui intervistati sono a favore di un aumento del salario minimo in tutti i paesi del mondo. La popolazione è dunque decisamente insoddisfatta della politica, i cui dirigenti sembrano sempre più sottomessi all'influenza di potenze e lobbies commerciali e finanziarie. Se dunque la loro indipendenza nelle decisioni economiche e sociali viene messa a dura prova, l'indagine rivela anche che l'incertezza aumenta rispetto al reddito familiare: un cittadino su due non riesce a seguire l'aumento del costo della vita; sette europei su dieci ritengono che i loro redditi non sono aumentati come il costo della vita. L'indagine mostra infine una crescente preoccupazione per la sicurezza del lavoro: un cittadino su due ha una esperienza personale o familiare di disoccupazione; il 41% degli intervistati si aspetta che il lavoro dia meno sicurezza nei prossimi due anni; solo il 2% pensa che la prossima generazione possa trovare un lavoro dignitoso. La Ituc è la più grande comunità democratica internazionale, dato che rappresenta 176 milioni di lavoratori all'interno di 325 organizzazioni affiliate in 161 paesi. La speranza è che i governi sappiano dire no ad aziende tiranniche che accentuano le disuguaglianze nei propri interessi, rifiutando investimenti esteri che sferrano attacchi ai diritti. E' il caso di Deutsche Telekom, i cui lavoratori hanno manifestato contro le pratiche antisindacali della statunitense T-mobile. Il messaggio da Berlino è chiarissimo: la Camera di commercio americana deve smettere di fare ingerenze nella politica interna di altri paesi, "come ha già fatto in Moldavia, Romania, Portogallo, Spagna, Irlanda, Cina e Qatar". "Cercate un'offensiva mondiale contro i diritti in materia di lavoro e troverete nell'ombra la minaccia di fuga dei capitali ed investimenti da parte della Camera di commercio americana" è la durissima e coraggiosa denuncia dei sindacati.

Il monte dei pegni dei mercati

Berlino (dal nostro inviato Raffaella Vitulano) - I manifesti elettorali di Angela Merkel e Martin Schulz campeggiano ovunque sui pali in città. Alcuni sono ricoperti di adesivi tondi e rosacei piazzati in punti strategici come la punta del naso o le guance, o di adesivi rettangolari a mo' di cerotto sulla bocca. Il dibattito preelettorale, diciamocelo, sembra piuttosto sonnecchioso qui in Germania. I giornali, tuttavia, non sembrano così distratti sulle questioni europee ed internazionali. Comunque, meno distratti che a casa nostra, se non altro perchè la difesa degli interessi del proprio paese di fronte agli osservatori stranieri è prerogativa della cancelliera di ferro, la Iron lady Angela Merkel. Gli eroi non celebrati delle stragi sul lavoro, le vittime di uno strangolamento finanziario ormai chiaramente alambiccato ai piani alti di un pianeta in ebollizione, trovano perfino spazio al Berlin City Cube. Una struttura architettonica industriale in vetro ed acciaio che ancora gronda vernice e cemento dalla sua incompiutezza, in uno stile volutamente sobrio nel segno del minimalismo che segna la città e il momento storico. Jayati Ghosh, professoressa indiana d'economia all'università di Nuova Dehli, ci va giù duro: piuttosto che aumentare le spese per gli investimenti in salute, i governi stanno favorendo bolle sul credito domestico, in aree come la casa e i beni di consumo: "E queste bolle porteranno lacrime". L'economia reale recuperi allora il protagonismo, è il contenuto del videomessaggio del segretario confederale Cisl Annamaria Furlan ai delegati: la produzione e lo scambio di beni e servizi devono tornare ad essere prevalenti, riagganciando il sistema delle transazioni finanziarie, che invece oggi al 90% è riservato alla speculazione nei mercati finanziari globali. Una storia che Ghosh ben conosce quando si spinge a dire che i paesi poveri fortemente indebitati dell'Africa potrebbero insegnare qualcosa ai paesi euro massacrati dal debito, come la Grecia o l'Italia: le misure deflazionistiche imposte ai governi, la riduzione del pil renderanno sempre più arduo onorare i debiti, eppure non sembra esserci alternativa alla ristrutturazione dello stesso, dato che l'austerity non può risolvere il problema. Anzi. Una ristrutturazione dei pallottolieri del sud, infatti, favorirebbe i paesi indebitati ma danneggerebbe quelle banche tedesche e francesi che durante il boom si sono fatte prestatori internazionali con somme ingenti che hanno solo aggravato gli squilibri competitivi di Grecia o Italia. Una conclusione di cui poco si scrive, preferendovi politiche macroeconomiche di forte contrazione che finiranno solo per indebolire ulteriormente anche il nostro paese. Ecco che allora, in tale contesto, il ruolo dei corpi intermedi e la contrattazione restano l'unica garanzia per il governo delle economie complesse nelle moderne democrazie. Furlan lo ribadisce rivendicando le ragioni dei lavoratori e dei paesi più poveri rispetto ad una "logica di sviluppo che definisce circuiti ristretti di benessere e determina esclusione per quanti non reggono gli spietati livelli della concorrenza nelle economie di mercato". E Ozlem Onaran, professore di politica del lavoro e sviluppo economico all' Università di Greenwich, condanna per questo senza appello l'austerità fiscale: "Sono un modo brutale, una terapia d'urto per ripristnare i profitti, per garantire le  rendite finanziarie e per l'attuazione delle contro-riforme liberiste. Quello che sta succedendo è fondamentalmente la convalida da parte degli Stati dei crediti finanziari sulla produzione e sul pil futuro. Ecco perchè la crisi ha nazionalizzato i debiti privati facendo loro assumere la forma di una crisi del debito sovrano". Come dire: qualunque cosa produrrete è come data al monte dei pegni dei mercati. E sarà difficile recuperarla.

Palloni d'acciaio

di Raffaella Vitulano

Incede solenne, serissimo. E in un attimo non esita a denunciare che "il Qatar mi ha trattato come uno schiavo". A differenza dei suoi colleghi distratti da donne, motori e champagne, il calciatore Abdeslam Oaddou ha scelto l'impegno civile e sfida i potenti del business del calcio intervenendo al congresso dei sindacati internazionali ed invitando i suoi colleghi calcatori a "non giocare più in paesi e stadi dove si calpestano i diritti umani". Nel fragile mondo di cartapesta del football, dove la violenza spesso spezza i sogni di giocatori e tifosi, dove i valori dello sport a volte si piegano ai più beceri scambi d'interessi dietro le quinte di reti violate o inviolate a comando, il coraggioso trentaquattrenne Abdeslam ci racconta una storia kafkiana ambientata nel 2010 nel club del Qatar Lekhwiya, di proprietà dello sceicco al-Thani, che detiene anche il Psg. Ci racconta di un potente che compra e vende i giocatori come fossero schiavi, che non rispetta i contratti e che a suo piacimento decide di non pagarli più e di trattenerli forzatamente nel paese sottraendo loro i documenti quando questi si rivolgono alle autorità giudiziarie. E quando, dopo una lunga battaglia, il marocchino Abdeslam riesce a tornare in Francia, le minacce continuano: "Tu attacchi gente troppo potente". E lui replica, coraggioso: "Il denaro non può comprare tutto". Quella Coppa del Mondo 2022 assegnata al Qatar proprio non gli va giù ("una vergogna"). Un paese in cui "il codice del lavoro è fasullo. La nuova Carta è una vera farsa". I Mondiali che servono a lucidare l'immagine delle argenterie degli sceicchi non possono macchiare vite umane e annerire le speranze di chi mette a rischio la propria vita lavorando nella costruzione degli stadi e delle infrastrutture del paese senza alcuna tutela. Nel Qatar, un contratto di lavoro non vale nulla, si può fare e disfare a piacimento, e il lavoratore viene licenziato su due piedi "come una vecchia ciabatta". Lui si batte per recuperare anche un anno di salario, ma soprattutto si batte per quanti si trovano nella sua situazione: l'allenatore Stephane Morello, bloccato in Qatar da cinque anni, e Zahir Belounis, altro giocatore francese messo da parte con disprezzo. Il suo commovente appello di aiuto alle leggende Zinadine Zidane e Pep Guardiola sulle pagine del Guardian sembrava restato sulla carta. Un incubo. Sua madre, la vedova algerina che ha tirato su da sola tre figli, gli dà la forza per continuare a vivere. E così sua moglie. Zahir, sfuggito alla repressione nella squadra El Jaish, ora cerca riscatto nei club londinesi, dopo un tentativo di suicidio e il recupero dall'alcol. "Non credevo che sarei riuscito ad uscire dal paese, anche se finalmente mi stavano conducendo in aeroporto. Ma quando ho sentito il rumore del timbro sul visto, lì, finalmente, in quell'esatto momento, ho capito che sarei tornato libero".

giovedì 8 maggio 2014

Euroboys, game over

 di Raffaella Vitulano

Sembrano tempi orwelliani, così come predetti nel romanzo 1984, il cui protagonista, Winston Smith, è un membro di partito incaricato di ”correggere” i libri e gli articoli di giornale già pubblicati, modificandoli in modo da rendere riscontrabili e veritiere le previsioni fatte dal partito e di modificare la storia scritta, contribuendo così ad alimentare la fama di infallibilità del Partito stesso. Niente è come sembra, niente è come scritto; a chi s’interroga tutto sembra vischioso e confuso nei fumi delle polemiche sterili. Smarriti in una fitta nebbia di propaganda spacciata per informazione, oggi gli europei (e non solo) sono costretti a districarsi tra narrazioni conflittuali su quanto accade nel proprio paese e nel mondo (si pensi anche all’Ucraina) senza poter avere accesso a dati concreti. Trasparenze, opacità, ossessioni, fissazioni, dogmi. Nessuno sembra rimettere in discussione idee acquisite, immolandole come preconcette sull’altare del dovere.
Oggi Bruxelles celebra la festa, si fa per dire, dell’Europa. Di quale Europa? Ormai ne conosciamo solo il volto sfigurato dalla dittatura finanziaria, non più quella spinelliana degli antifascisti di Ventotene. Prova ne è che in questi ultimi mesi, a ridosso delle prossime elezioni, ai cittadini sembra richiesta l’abdicazione al principio scientifico del dubbio, preposto invece ad ogni forma di conoscenza e di democrazia. Perchè meravigliarsi, in fondo, della liturgica sacralizzazione del potere dello spread? Perchè discutere dell’inesorabile genuflessione ai processi di involuzione parlamentare? Il cubo di Rubik non è più un rompicapo per i pupari che usano il debito per imporre la schiavitù. Quegli stessi pupari che utilizzano i propri burattini organici al capitale per screditare chi è contro il sistema di intrecci di potere che gli stessi alimentano. I fili sono talmente invisibili che ingenui e sprovveduti rampanti dovrebbero tenersene fuori piuttosto che parlare di temi che non conoscono. La costruzione di potere edificata nel grigio teatrino in cartapesta di tale sistema europeo riflette non solo l’abominio di una democrazia ormai fragilissima ed estranea all’esercizio delle più elementari regole sociali, ma anche imposizioni ed artifici giuridici completamente estranei alle regole base della macroeconomia ed al libero mercato, che rischiano di condurre inevitabilmente ad un collasso sistemico. Oggi più che mai, invece, servirebbe un approccio scientifico e logico nell’argomentazione ”quantitativa” delle proprie tesi, abbandonando quelle ”qualitative” in cui il politico di turno espone assiomi sostanzialmente ideologici senza prendersi la briga di dimostrare le proprie tesi con grafici, dati, casi storici e quant’altro.
Sarebbe auspicabile che nel 64º compleanno l’Europa non si ritrovasse ostaggio di quella che l’economista Paolo Savona definisce ”una patetica minoranza” incapace di ammettere che la Ue è stata mal costruita, e che affida il suo ingiusto governo al terrore sociale brandendo stereotipi da cortile.