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mercoledì 25 giugno 2014

Giù col paracadute


di Raffaella Vitulano

La comunicazione ufficiale sembra voler abbandonare la retorica dell’austerità. Bruxelles, Berlino e dintorni studiano formule di rito per raccontarci improbabili schiarite. Di fatto, però l’abbandono delle politiche neoliberiste è ben lontano ed è del tutto verosimile pensare che le banche italiane utilizzeranno la liquidità ottenuta dalla Bce non tanto per concedere prestiti a famiglie e imprese, ma per promuovere (si parla di un primo colpo di 400 miliardi) forme di ristrutturazione di crediti problematici che altrimenti potrebbero passare a sofferenze. Il crac è dietro l’angolo, denunciato dalla stessa Bce nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria, e nei palazzi della politica economica italiana irrompe ora una scelta sempre più difficile da rinviare: il paracadute pubblico per salvare le banche private. Mai nella storia il denaro è costato meno. Lo stesso Mario Draghi stesso ha ammesso che la Bce ha raggiunto il limite del costo del denaro. Il passo successivo è quello di gettare soldi dall’elicottero, come promise il Presidente della Fed, Bernanke, in un famoso discorso.
Eliminando il costo del denaro, i risparmiatori dovrebbero poi essere spinti ad investire in borsa - l’unico luogo in cui i soldi sono nominalmente redditizi - e dove rischiano però di perdere molto se la borsa dovesse crollare o qualora, come azionisti od obbligazionisti, si accorgessero di essere diventati parte del paniere globale del bail-in, il prelievo forzoso per salvare le banche. Questo almeno è l’allarme lanciato da Georg Fahrenschon, capo dell’Associazione delle Casse di Risparmio tedesche. Quando gli è stato chiesto se la politica della Bce toccherà i risparmi, Fahrenschon non ha esitato a snocciolare cifre: con questa politica di bassi tassi d’interesse le famiglie tedesche perderanno circa quindici miliardi all’anno di rendita, circa duecento euro a testa.
Di fronte alla prospettiva di perdere entrate sui depositi (attualmente remunerati allo 0,2%) e sulle polizze di assicurazione vita, le famiglie tedesche sposteranno i propri risparmi in borsa, dove i rialzi sono ormai all’ordine del giorno spinti dalla bolla del credito, che a livello mondiale aumenterà ancora e diventerà ancor più pericolosa, dato che nei mesi scorsi i capitali sono fuggiti dai cosiddetti mercati emergenti e sono confluiti nell’Eurozona, gonfiando la bolla dei titoli pubblici e dei mercati azionari.
Ricordiamo che il compromesso sull’Unione Bancaria raggiunto il 19 marzo stabilisce che l’intero sistema sarà indipendente dai governi nazionali e che nel caso di una “risoluzione” (liquidazione) bancaria, verrà per primo utilizzato lo strumento del bail-in, e cioè del prelievo forzoso che non si applicherà solo ai depositi protetti dal sistema di garanzia (fino a 100mila euro) su azioni, obbligazioni e risparmi. Districandosi tra cavilli, i governi potranno tuttavia chiedere un prestito al Meccanismo europeo di stabilità (Mes), che nella pratica significherebbe consegnarsi alla Troika. In questo caso, se la casa di debito dovesse crollare, tra contribuenti e risparmiatori (o investitori) il rischio è che il giro di valzer del salvataggio da parte dei privati ce lo faranno fare due volte.

giovedì 19 giugno 2014

La crescita col FutuRisiko!

di Raffaella Vitulano

La cosa incredibile è che la sua riflessione era una Top Story pubblicata sul New York Times di qualche giorno fa. Mica su un gazzettino provinciale. Così, milioni di persone avranno trovato in quelle righe un suggerimento concreto per stimolare la crescita. E, in mezzo a quei milioni, qualche testa (poco) pensante troverà quella riflessione perfino d’ispirazione. Tyler Cowen, professore di economia alla George Mason University, attribuisce alla ”persistenza e l’aspettativa della pace” la costante lentezza della crescita economica nelle economie ad alto reddito. In altre parole, il mondo non cresce perchè non ci sono guerre. O meglio. Il mondo non ha vissuto così tante guerre ultimamente; i fatti dell’Iraq, la Somalia o l’Afghanistan fanno sembrare la terra un luogo molto cruento, ma il numero delle vittime di oggi scolorisce  alla luce delle decine di milioni di persone uccise nelle due guerre mondiali nella prima metà del 20° secolo. Insomma, le guerre ci sono ancora ma non fanno abbastanza morti per ridurre l’affollamento del pianeta, che secondo uno dei più grandi banchieri americani è già oggi abitato da almeno due o tre miliardi di persone di troppo. E questo sarebbe un problema. Altro che il video Gaia. E’ aberrante, ma per alcuni economisti il maggior pacificismo del mondo può rendere meno urgente, e quindi meno probabile, il raggiungimento di alti tassi di crescita economica. La preparazione della guerra necessiterebbe dell’aumento di spesa pubblica e metterebbe le persone al lavoro. Il conflitto porta sì morte e distruzione, ma spingerebbe i governi a velocizzare alcune decisioni fondamentali a lungo termine, soprattutto negli investimenti e nella liberalizzazione dell’economia, per poi ricostruire. Per Cowen, innovazioni tecnologiche fondamentali come l’energia nucleare, il computer, l’aviazione moderna, Internet e la Silicon Valley sono state tutte spinte da un governo americano desideroso di progetti industriali e militari per sconfiggere le potenze dell’Asse o, più tardi, di vincere la Guerra Fredda. Perfino Ian Morris, professore di letteratura e storia a Stanford, nel suo recente libro Guerra! A che cosa serve? ripropone l’ipotesi che i conflitti armati siano un fattore importante di crescita economica, e a riprova cita l’Impero romano e l’Europa del Rinascimento. E al pari suo Kwasi Kwarteng, membro conservatore del Parlamento britannico, si concentra sui mercati dei capitali sostenendo che la necessità di finanziare le guerre ha portato i governi a sviluppare le istituzioni monetarie e finanziarie, consentendo l’ascesa dell’Occidente. Ora pensiamo ai recenti avvenimenti in Ucraina e allo scacchiere geopolitico, scomparso dai giornaloni distratti dalle beghe di cortile. Pensiamo ai due blocchi Usa-Eurasia. In cerca del loro Armageddon, nel logoramento della loro coscienza, teorici, banchieri ed economisti alzano la posta nel FutuRisiko!, solo che per loro resterà un gioco da tavolo, ma per miliardi di persone sarà morte certa. A quel punto,  l’appropriazione delle risorse altrui sarà già cosa fatta (ne abbiamo già qualche esempio), dalle bolle finanziarie, dalle tasse e dalle imposte. Ma l’esplosione del pil, tanto attesa,  sarà finalmente realtà.

venerdì 13 giugno 2014

La guerra dentro



di Raffaella Vitulano
La guerra. Parola da evitare, in diplomazia. Meglio chiamarle missioni di pace. Quelle ci sono, spesso. Ma anche la guerra c'è, eccome. C'è la guerra, e c'è la morte.
Ci sono gli acrobati sul filo delle missioni, uomini e donne in divisa. Equilibristi delle armi e delle strategie, di guerra e di pace. Vestono una divisa per convinzione, quasi mai per necessità. Compiono il loro dovere nella cinica, malconcia e colpevole indifferenza di una politica balbettante e nella ipocrita diffidenza alle catastrofi umane e sociali di un mondo iperconnesso. Ma lo spirito di sacrificio è sempre evidente, come olio sull'acqua.
Ci sono poi gli acrobati nei villaggi, uomini, donne e bambine in abiti civili, e vaglielo a spiegare agli afghani che era meglio che quelle missioni non fossero mai state pianificate: quel puzzle di democrazia imperfetta ha concesso loro il diritto di voto, e ha concesso alle bambine afghane di andare a scuola, ad esempio. Le persone, prima di tutto. Anche quelle coperte da un drappo plissettato e da fitte grate di tessuto intrecciato attraverso il quale la luce non filtra mai. Così, quella stoffa appiccicata al sudore del viso e alle narici costringe le donne ad ascoltare il proprio respiro ritmato.
Infine, ci sono i giornalisti. Quelli di guerra, di cronaca o quelli economici. Gli acrobati delle parole, di quelle dette e non dette. Delle emozioni, degli sguardi incrociati, dei documenti. Quelli che raccontano le storie, i fatti, gli eventi. La morte. La vita che rinasce. Quei funamboli che non vogliono proprio perderlo il vizio della denuncia di abusi e soprusi da parte dei plutocrati mondiali e dei burocrati europei, telecomandati dalla finanza. I giocolieri di tempi complessi, stretti tra una società derelitta e una politica complice di lobbies. Perchè gli interessi economici in gioco, in Somalia, in Afghanistan, così come in Iraq o in altri Paesi, dettano la linea ai governi che dispongono ormai di un menu fisso e non più à la carte, ed intrecciano business di forniture che nel caso del traffico di armi, di vaccini sperimentali, di oppio ed eroina o altre sostanze chimiche uccidono con dolo senza pietà.
Incontro Barbara Schiavulli alla stazione Termini. E' sempre in viaggio, con quel trolley lucido viola che la segue ovunque. Un tempo l'aveva di un altro colore, la chiamavano "la giornalista free lance con la valigia rosa" e i militari ironizzavano. Perfino il giubbetto antiproiettile realizzato con imbottitura più leggera portava la scritta press in rosa. Anche oggi, a Roma, ha scelto per l'appuntamento le tonalità del sabbia e del fucsia. E non è un vezzo. Essere donna non fa differenza. Essere giornalista, sì. Soprattutto quando ti muovi in ambienti dove il pregiudizio verso la nostra professione è più radicato. Figuriamoci quando una giornalista decide di mettere a nudo le emozioni dei soldati. Lei è reporter di guerra. Ha cominciato in cronaca nera al Gazzettino di Venezia, poi ha scelto la sua vita.
Cerchiamo un caffè, un posto dove sederci; optiamo per il fast food orientale. Ritrovarlo, però, nel sottopassaggio a Termini non sembra cosa semplice. Perché per questa giornalista globetrotter il senso d'orientamento non è, stranamente, il suo forte. E meno male. Me lo dice di fronte agli spring rolls, con l'ironia necessaria a sopravvivere al dolore che la circaonda nei suoi viaggi. "Mi perdo spesso. Ma a volte mi dicono che sia un bene. Nel mio lavoro in zone di guerra ripetere lo stesso percorso all'andata e al ritorno può facilitare i rapimenti. Non corro questo rischio" esordisce. Ma ne corre altri. "In realtà, corri più rischi tra i civili che tra i militari. Con loro in missione ti senti molto più protetta. Le guerre si fanno nelle città, nei viali, sui tetti, per strada. E' lì che io sono un obiettivo. Ed è lì che la gente muore". Figlia di un'americana, Barbara ha lineamenti esotici. Ed è questo che spesso l'ha aiutata in certi teatri di tensione, mimetizzandosi tra le donne locali. Poi, la sua tenacia e il suo coraggio hanno fatto il resto. Riuscì ad ottenere un'intervista con Arafat sul conflitto israelo-palestinese. Partì con la sua valigia per una settimana, fece l'intervista, ma restò a Gerusalemme per tre anni. Una vera gambler, che non considera il giornalismo come "utilità di servizio" ma "partecipazione alla conoscenza".
La missione. E' in quel momento che lei esalta l'osservazione.
E nel suo ultimo libro scruta nell'animo dei soldati, raccontandone ineditamente aspetti impensabili. Lo aveva già fatto con un'intervista a Marines americani, che scoppiarono in lacrime a fine racconto. Oggi parla dei militari italiani, scrive del loro lato più intimo e familiare, delle loro emozioni. "La guerra è uno di quegli argomenti che ti costringe a schierarsi. Al di sopra di tutto c'è la politica, buona o cattiva che sia. Al di sotto c'è chi combatte senza chiedere troppo, fa quello che deve perchè risponde all'istituzione, che sia d'accordo o no. Si può essere contro le guerre, dunque, ma non contro gli uomini. La Guerra Dentro (le emozioni dei soldati) entra nelle vite di dieci militari che hanno trascorso lunghi periodi in zone di crisi e hanno trovato la forza di aprirsi alle loro emozioni. Quelle che fluiscono dalla paura di morire o dal dolore di perdere un compagno, dalla forza di riprendersi da un ferimento o dal coraggio, dall'adrenalina, dalla nostalgia di casa. Per Barbara la guerra "è morte, fango, puzza di corpi bruciati, intestini sparsi. E' paura, mancanza di sicurezza, è il fallimento della politica. Ma è anche il posto dove la gente lotta, tira fuori il peggio o il meglio di sé. Dove ci si stringe sotto il suono delle bombe, dove non ci sono differenze". Ed ecco che nel libro prendono forma le storie del luogotenente artificiere; il capitano ferito; il generale che perde i suoi uomini; il capitano delle forze speciali; il rallista; il generale dottore; il sommergibilista capitano di corvetta; il tiratore scelto; il pilota colonnello; il capitano psicologa.
Raccontare delle guerre dà dignità alle persone che quelle guerre le subiscono. Come per le guerre sociali e per quelle finanziarie, la missione di ogni giornalista è studiare ed esserci per denunciarlo e testimoniarlo: se i soprusi, le vessazioni, gli inganni, il dolore delle persone non venissero raccontate, sarebbe come non fossero mai esistite. Ed invece quelle vite hanno nomi e cognomi.
Il modello di Barbara è Martha Gellhorn, considerata una delle più grandi corrispondenti di guerra del XX secolo e terza moglie dello scrittore Ernest Hemingway. La giornalista, che in seconde nozze sposò il direttore di Time, non aveva dubbi: "Seguivo la guerra ovunque riuscissi a raggiungerla." Così anche Oriana Fallaci, di cui pure aspetti della vita privata oggi confermano le sue passioni. Così Tiziano Terzani, che ha conosciuto. Così Franco Di Mare, collega e amico. Così Barbara, che sul suo profilo Facebook ci informa di "tutte le notizie che non leggerete sui giornali". Ora Barbara sta pianificando nuovi viaggi, mentre il suo compagno, Danilo, capitano dell'esercito appassionato di gialli, è in partenza la prossima settimana per una missione in Somalia. Il mondo dei giornalisti è più piccolo di quanto sembri. E con quello dei militari ha in comune il contatto con popoli lontani o del territorio locale. Il rispetto delle regole. L’analisi. La strategia. L'indagine. La sfida. La tenacia. La responsabilità. Osmosi sociale, mai simbiosi.
E a volte l'alchimia tra i due mondi funziona, come nel loro caso. Oggi Danilo lavora al centro d'eccellenza della Counter Ied, dove si studia la lotta all'ordigno. C'è tutta una teoria su come impedirne la realizzazione e lo scoppio, vero incubo sui territori. La loro storia è stata sfiorata dalla serendipità. Nel 2008 si conoscono a Kabul, dove lui era ufficiale di collegamento. Nessuna scintilla, si perdono di vista. Poi, in quella fitta rete di intrecci informatici e di casualità, si ritrovano sui social, si tengono in contatto finché nel 2012 si rivedono a Roma. E da quel momento non si sono più lasciati, sviluppando una grande flessibilità e rafforzando il carattere, "se no non reggi". Oggi vivono a Marino, ai Castelli Romani, con il loro golden retriever Sheila, che affidano alla dog sitter quando partono per le rispettive missioni. E anche Barbara presto calpesterà il territorio somalo. Qualche giorno in base, qualche altro all'esterno, pagando anche mille dollari al giorno da free lance tra interpreti e varie, per pezzi che cercherà di vendere a diverse testate. Peccato che gli esteri, nei giornali, siano in ribasso. E allora lei cerca fondi anche col crowdfunding, perchè la passione è troppo forte. E li trova, perchè la sete di conoscenza degli internauti non si placa mai.
Somalia, terra pericolosa dove una sua carissima amica canadese, Amanda Lindhout, nel 2008 è stata rapita e trattenuta per quindici mesi. Violentata, seviziata, torturata. Alla fine lei e il suo fotografo furono rilasciati. L'inferno alle spalle. L'aborto. Il trauma. Barbara è consapevole dei rischi, ma non cede: andrà in Somalia investendo in sicurezza e protezione per continuare a raccontare la guerra. Solo una cosa è certa, dicono: quando si parte per un conflitto non si torna mai come si era prima. Soprattutto dentro.




mercoledì 11 giugno 2014

Non dimentichiamo le bambine

di Raffaella Vitulano

Violenza sui bambini. Su quelli che cuciono i palloni con piccole dita esperte e consunte da aghi arrugginiti. Violenza sulle bambine a cui è negata l’istruzione e l’opportunità economica, mentre spesso sono impegnate in lavori pericolosi e non protetti, tra cui le moderne forme di schiavitù.
Che poi, di quelle bambine, diciamolo, si parla meno. Molto meno. E oggi voglio parlarne. Proprio oggi, sì, perchè da domani molti uomini assisteranno ai mondiali di calcio. E alcuni di loro, poi, magari in India, mentre il mondo distratto guarderà stadi, uomini in campo e perizomi brasiliani, usciranno a cercare donne fragili e discriminate, di casta inferiore, per sfogare sui loro corpi martoriati la violenza, tra terreni aridi e pozzanghere monsoniche e impiccarle ad un albero di mango, come di recente avvenuto in un villaggio dell’Uttar Pradesh.
Boati maschili risuoneranno in tutto il pianeta per ogni goal segnato. Ma per quelle innocenti nessuno alzerà mai abbastanza la voce. Quando nascono, e per solo fatto di essere donne, molte neonate vengono gettate nelle fogne, come fagotti ingombranti di una società troppo assuefatta per scuotersi dal torpore e dall’autismo finanziario. A otto, dieci anni, verrà imposto loro un matrimonio di convenienza con uomini padroni. E molte famiglie indiane dalit (senza casta) acconsentiranno per necessità. Intorno, un deserto di desolazione e povertà. A Bombay come nelle favelas di Rio.
L’assenza di servizi igienici spinge le bambine, le donne, ad andare nei campi appena dietro casa. E proprio lì, spesso, mentre sono rannicchiate e assorte, tra l'afa e i vapori del terreno, le sorprendono gli stupratori. Macellai in branco. A volte assassini. In India, uno stupro ogni 22 minuti. Eh no, lo stupro non può essere, come ha detto un ministro, ”un crimine relativo; a volte ci sta, a volte è sbagliato” da parte di ragazzotti esuberanti. Lo stupro è sempre un crimine; una bestemmia raccapricciante che le istituzioni pronunciano contro Dio ogni volta che abbandonano in solitudine le donne, indiane o non. Una parabola dell’umanità che offusca e paralizza per l’orrore, ma che richiede condanna ferma e non cultura di omertà.
Lì, tra quei campi, molte donne vengono uccise anche da presunti militanti indipendentisti che fracassano loro la testa a colpi di fucile automatico per avere resistito ad un tentativo di stupro. E a volte proprio lì, tra quelle gambe sanguinanti e ormai inerti, laddove si genera la vita, le donne trovano la morte. Giacciono nel silenzio assordante di un mondo sbadato e smemorato, seduto di fronte agli schermi televisivi, di un tablet o di un computer.
Eppure altri uomini, i loro padri, spesso si scontrano con gli uomini della polizia appena verificano la scomparsa delle loro figlie.
Umiliato, in ginocchio, il padre in lacrime supplica quelle divise di fare qualcosa. Qualcuno dietro la scrivania, con sguardi complici e di scherno dimentica in quel momento esatto le madri, le sorelle. Gli ride in faccia sopra l’audio di un televisore svalvolato anni ’80, ricordandogli che i violentatori delle figlie appartengono ad una casta superiore ed intimandogli di andarsene. Gli uomini senza casta s’aggrappano allora alla speranza. Cercano nell’indignazione, oltre l’orrore che ormai si fa strada nella loro mente, quelle figure familiari. Per poi ritrovarle, asfittiche, stuprate, in due figure rigide penzolanti da un ramo.