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martedì 29 luglio 2014

Rinascita

di Raffaella Vitulano
Rientrava dai viaggi di lavoro con una valigia marrone, sintetica, e una ventiquattr’ore di pelle cognac che nascondeva sempre qualche regalo per lei. La bambina lo guardava, rannicchiata nel corridoio umido dalle pareti rosse di un bilocale di periferia. Pensili di fortuna in cucina, a volte scarafaggi nel ripostiglio delle scarpe. I muri erano le tele preferite della bambina, colori messi a caso, con silenzio ed intuizione. Lui la lasciava fare, e pazientemente - di quando in quando - pitturava di bianco quelle pareti imbrattate. Le lasciava dar vita, con innesti cromatici volenterosi, alla calce grigia del bilocale al sesto piano. Le lasciava srotolare carta igienica, perché potesse crearne forme inedite. Colori vivaci, come quelli della tempera pastosa che lei usava sui chicchi di riso nei suoi mosaici infantili. Setosi come la velina da origami utilizzata anni prima da una bambina giapponese per realizzare gru. Tante gru. Che però non erano bastate a salvare la vita di Sadako in un ospedale di Hiroshima. La bambina di Milano piangeva ogni volta, rileggendo quella storia nel volume dalla copertina laccata. Singhiozzava, ma le lacrime sparivano quando il padre, ferroviere vagabondo, tornava. Le mani forti, la voce autorevole e rassicurante.
L’asilo, le focacce, gli angeli di carta rosa, la cioccolata, il proiettore con le diapositive a fumetti. Intorno alla bambina, le manifestazioni dei lavoratori della Pirelli, l’acciaio rapace dei pali della luce nella nebbia, i cavi dei tram, le rotaie arrugginite, l’odore cupo e metallico dei tubi di scappamento delle auto su viale Fulvio Testi, le esalazioni della manifattura tabacchi, il sapore fangoso e di uova marce delle nebulizzazioni respiratorie, gli antibiotici.
Qualche anno dopo, l’omicidio Moro. Lei era cresciuta, suo padre stava invecchiando. Ma lui scriveva ancora coraggiosi editoriali, trattava coi padroni e difendeva i lavoratori con la stessa passione di quando, studente d’ingegneria, teneva comizi nella piazza di Boscotrecase. La malattia lo colse la prima volta a cinquant’anni, era a capo del sindacato di categoria. Non si fermò. L’impegno e il lavoro, nel tempo, avrebbero fatto della bambina una ragazza a lui grata. Avrebbero creato la donna quando lui, palpebre serrate, se ne sarebbe andato. Oltre.
Stigma di dolore. Lento e profondo, come un movimento orientale.
Len-tis-si-mo.
Accadde in quel momento esatto. Uno strappo, sussulto malinconico.
Poi, la rinascita.


(il racconto fa parte della collana "Un Concerto di scrittori", realizzata dall'associazione umanitaria "Tuttiartisti", fondata e presieduta da Osvaldo Moi, sottufficiale e pilota di elicotteri dell'esercito italiano dal 1980 )

Europa, vaso di coccio

di Raffaella Vitulano

Qualcuno sostiene che Repubblica abbia fatto uno scoop lanciando l’allarme sul Ttip, il Trattato di libero commercio transatlantico. Ma a dire il vero, Conquiste ne scrive già da tempo riportando le preoccupazioni dei sindacati internazionali, e tra i primi quotidiani in Italia ha lanciato l’allarme sui rischi di carattere sociale ed economico che esso comporta. Il Ttip è un proposto accordo di libero scambio tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti. Gli Usa sostengono che l’accordo comporterà crescita economica per i paesi aderenti. La Ue - più cauta - frena sostenendo che aumenterà il potere delle multinazionali e renderà più difficile ai governi il controllo dei mercati per massimizzare il benessere collettivo. Perchè? Perchè perchè prevede un controverso sistema di arbitrato che consentirebbe alle multinazionali di portare alla sbarra gli Stati membri con richiesta di pesanti risarcimenti, in caso di ipotesi di perdita di profitti legate a norme o leggi votate e approvate dai legittimi Parlamenti. La bozza contiene inoltre limitazioni sulle leggi che i governi partecipanti potrebbero adottare per regolamentare diversi settori economici, in particolare banche, assicurazioni, telecomunicazioni e servizi postali. Il Ttip comporta inoltre rischi per la tutela dei consumatori (gas di scisto, ogm, etc.), grazie all’aggiramento delle giurisdizioni nazionali e del principio di precauzione, mentre contro le legislazioni europee sul lavoro basterebbe un arbitrato per aprire la strada alla deregulation più ampia, anche salariale, cancellando decenni di conquiste sindacali. Per non parlare del fatto che potrebbe cancellare ogni controllo sui movimenti di capitale. Insomma, la Ue litiga su Mrs. Pesc e si fa vaso di coccio, all’esterno verso Washington e all’interno verso Berlino: una matrioska di sovranità sovranazionali necessarie per tenere lontana Mosca. Ma chi ne parla? I negoziati sul trattato di libero scambio proseguono nell’ombra. La Germania, però, così come accaduto per il Meccanismo europeo di stabilità, vigila e due giorni fa la Sueddeutsche Zeitung rivelava che Berlino sarebbe sul punto di respingere l’accordo di libero scambio tra Ue e Canada, importante precedente a cui far riferimento per i negoziati sul Ttip. La Merkel punta i piedi. Secondo il sottosegretario tedesco all’economia Stefan Kapferer “il Governo tedesco non vede come necessaria la firma sulla protezione degli investitori, inclusi i casi di arbitrato tra investitori e lo Stato, considerato che gli Stati garantiscono un sistema legale resiliente ed una sufficiente protezione legale grazie ai tribunali nazionali indipendenti”. Nei fatti, ogni eventuale conquista normativa in campo sociale o ambientale potrebbe essere denunciata dagli investitori Usa come illegittima sottrazione alle loro aspettative di profitto; e per questo da rimborsare. A deciderne non un tribunale, ma un foro privato di avvocati. Il timore è che le clausole di garanzia per gli investitori consentano alle multinazionali straniere di scavalcare gli Stati.Tuttavia, basta un solo Paese contrario perché l’accordo non abbia effetto, e Angela è pronta a sfidare Obama. Ci piacerebbe che anche Roma dicesse la sua. Ma l’Europa intera sarebbe davvero pronta a svendere i gioielli di famiglia?

venerdì 18 luglio 2014

I sonnambuli del mondo

di Raffaella Vitulano

Ali spezzate. Tank in avvicinamento. La guerra, ovunque. Confusa tra riunioni in streaming, opacizzata da vegliarde euforie giudiziarie, annegata nel mare di parole, sfocata nelle foto di bambini straziati, cancellata dallo stridìo di immagini velocizzate sui monitor. La guerra dei tiranni, quella della disinformazione, quella finanziaria. Che poi, si sa, tutte s’incubano nello stesso viscido groviglio di coscienze annebbiate e responsabilità scaricate sull’impalcatura di rischio socializzato. Una matassa appiccicosa difficile da dipanare. Ricordo le parole della cancelliera Angela Merkel, al vertice Ue dello scorso dicembre. Lei certo si riferiva al crescente rischio di una deflagrazione politica ed economica dell’Unione e dell’euro, piuttosto che all’escalation delle tensioni in Afghanistan, in Iraq, a Gaza o in Ucraina. Ma fu allora, in uno dei pochi momenti di cruda sincerità a porte chiuse, che la Iron Lady di Germania ammise ai capi di stato e di governo le sue preoccupazioni come in una profezia: ”Verrà il momento - disse - in cui sbanderemo, come i sonnambuli d’Europa nell’estate 1914”. In un suo momento di raro, stupefatto timore, lei citò il libro di Christopher Clark sull’inizio della Grande Guerra. I sonnambuli raccontati da Clark sono quei governi che a inizio secolo scivolarono via via nel conflitto col presentimento di un cataclisma, senza far nulla tuttavia per evitarla. Erano gli sleepwalkers. Quelli che forse ancora oggi, leader della politica e della finanza d’Europa, dormendo camminano imperterriti e storditi, verso un’unica direzione. Essi stessi lanciano apparenti moniti; poi, in un abile gioco delle parti, suggeriscono a turno deboli soluzioni alle crisi lanciando roboanti appelli cui sanno che non daranno mai seguito. Gli storici sorvegliano il processo in atto; qualcuno s’azzarda a parlare di rischio di ”una nuova pistola fumante, cento anni dopo”. E qualcuno tra loro si preoccupa sulla possibilità di una miccia che farà detonare l’Unione Europea. Dunque, Berlino evoca il 1914 per dire che l’euro può sfracellarsi, pur tuttavia l’implosione dell’euro turba il mio sonno un po’ meno dell’esplosione del mondo e della cecità di decisori solo apparentemente vigili di fronte all’orrore che ci circonda. Molte tragedie d’attualità confermano la necessità di raggiungere il prima possibile soluzioni pacifiche alle gravi crisi in atto, sociali, economiche e politiche. Ma la comunità internazionale, disorientata, emula quei re, imperatori, ministri, ambasciatori, generali del 1914. Refrattari ad una sintesi tra crescita e austerità (due termini solo apparentemente contrapposti, dato che in regime di capitale quello che è crescita per uno è austerity per l’altro), i leader di un’Europa zoppa traballano sulla zattera mondiale, incapaci di mediare tra appetiti detonanti. Perfino la ostpolitik di Frau Merkel si trova a un bivio, data l’influenza sul partito socialista dell’ex cancelliere Gerhard Schröder che di Gazprom è il principale lobbista in Germania: privilegiare il rapporto con la Russia o quello con i partner Ue? Nel dilemma, gli incubi dei sonnambuli graveranno come sempre sulle persone che li votano.

lunedì 14 luglio 2014

Una sbornia mondiale

di Raffaella Vitulano

Sarà. Doveva scendere, scendere. E invece ieri il debito pubblico invece che essere ridotto continuava ad aumentare (e non ci salveremo da una manovra autunnale), mentre un italiano su 10 entrava ufficialmente in povertà.
Trafitti dai dardi dell’infatuazione calcistica, stregati dalle scarpette chiodate, sequestrati dai nuovi schermi comprati a rate, forse gli italiani non hanno compreso la portata di un recente documento del Fondo monetario internazionale. Durante la sbornia mondiale - dopo aver già informalmente suggerito una ”tassa sul debito” generalizzata per un importo del 10% per ogni famiglia della zona euro - l’istituto di Washington spingeva affinché i governi europei utilizzino i risparmi dei cittadini al servizio della riduzione dell’enorme debito nazionale. E questo varrebbe anche in caso di assicurazioni, immobili o fondi pensione. Per non parlare dell’estensione della maturazione delle cedole: ad esempio, un’obbligazione di due anni potrebbe divenire una obbligazione con scadenza tra 20 anni. Tutto è giustificato in nome del ripianamento di un debito che accurate strategie - probabilmente messe a punto dalle grandi oligarchie nelle officine delle cosiddette Ur-Lodges  sovranazionali e realizzate da governi consenzienti - sembrano non voler affatto frenare. Anzi. Il carico di debito dei governi su base globale è ormai così opprimente da bloccare i meccanismi stessi di democrazia. Niente può fermare la Germania, ma siamo sicuri che il problema sia solo Frau Merkel? Le tensioni tra Washington e Berlino rivelerebbero in realtà che il conflitto in atto si sta alzando tra espressioni di leadership inadeguate e non al passo con le trasformazioni in corso nel pianeta, i cui conflitti armati rappresentano solo l’estensione di conflitti geopolitici irrisolti e in pericolosa deflagrazione. Come ricordato in un acuto articolo dall’economista Giulio Sapelli, la Memorial lecture in honour of Tommaso Padoa Schioppa pronunciata da Mario Draghi a Londra qualche giorno fa è ”un documento destinato a rimanere nella storia”. Draghi auspica che il modo in cui si deve giungere al compimento delle riforme strutturali deve essere lo stesso che ha guidato l’elaborazione ”della fiscal governance ossia del Fiscal compact che noi italiani abbiamo addirittura inserito nella Costituzione”, universalizzando (livellandoli verso il basso, diciamolo) criteri di convergenza nel mercato del lavoro e così via. Tuttavia, cedere sovranità (tanto cara a Jean Bodin, citato da Draghi) ad una imprecisata, disarticolata ”sovranity together”, nella quale il concetto di democrazia, ammettiamolo, starà piuttosto stretto, sarebbe piuttosto rischioso. Una riflessione, infine, letta sulla Reuters: due fattori geopolitici dei prima anni del ventesimo secolo crearono le condizioni necessarie per l’improvvisa spirale che generò il conflitto: l’ascesa e la caduta della grandi potenze, e la fin troppo rigida osservanza dei trattati militari di mutua assistenza in caso di conflitto. Questi elementi stanno riemergendo per destabilizzare la situazione geopolitica (basta leggere l’attualità), esattamente un secolo dopo.

lunedì 7 luglio 2014

C'è vita su Washington o Bruxelles?

di Raffaella Vitulano

Flessibilità in cambio di riforme. Un mantra ormai svuotato dal precipitare della crisi e degli eventi internazionali, la cui gravità i nostri politici non intendono guardare più neppure dal buco della serratura, presi come sono a fissare quello del loro ombelico. E i giovani restano al palo. Non solo in Italia, a dire il vero. In America sono aumentati di oltre un 20% il costo dei mutui per il pagamento dei corsi universitari, che i giovani si pagano da soli, e così miliardi di dollari subprime hanno già reso schiavi del debito un’altra generazione, quella di milioni di futuri cervelli. I paladini della teoria economica del trickledown (letteralmente sgocciolamento verso il basso) e delle plutocrazie mondiali giustificano lo sforzo dell’indebitamento giovanile con una retribuzione anche minima. E lascia stare se il rigorismo ideologico e recessivo teso al risanamento dei bilanci pubblici crea asfissìa nella crescita. Di quella economica, certo, ma anche di quella dirompente della gioventù.
Cervelli strappati alla forza dell’età, che più che la disciplina di bilancio avrebbero dovuto seguire quella creativa, oggi imprigionata in un plumbeo futuro che puzza di austerità. C’è chi, come l’ex banchiere John Perkins, per oltre 20 anni economista in una delle principali società di consulenza ingegneristica, la Chas.T.Main di Boston, si confessa come ”sicario dell’economia”. Ancora oggi, a qualche anno di distanza dall’uscita delle sue confessioni, è attualissima la sua straordinaria testimonianza di come il potere politico ed economico possa pianificare e praticare lo sfruttamento di interi paesi attraverso una nuova forma di colonialismo, che al potere delle armi antepone quello della finanza. E di come, alla fine, armi e finanza deflagrino all’unisono. Lui racconta senza mezzi termini che ”i sicari dell’economia sono professionisti ben retribuiti che sottraggono migliaia di miliardi di dollari a diversi Paesi in tutto il mondo. Riversano il denaro della Banca Mondiale, dell’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (Usaid) e di altre ”organizzazioni umanitarie” nelle casse di grandi multinazionali e nelle tasche di quel pugno di ricche famiglie che detengono il controllo delle risorse naturali del pianeta. I loro metodi comprendono il falso in bilancio, elezioni truccate, tangenti, estorsioni, sesso e omicidio. Il loro è un gioco vecchio quanto il potere, ma che in quest’epoca di globalizzazione ha assunto nuove e terrificanti dimensioni”. A fronte della costruzione di grandi lavori pubblici, tramite proiezioni economiche volutamente falsificate, i sicari portano molti paesi ad imbottirsi di debito oltre le loro reali capacità di rimborso, per costringerli a cedere le proprie risorse alle condizioni imposte dalla multinazionali. Dopo i sicari sostenuti dai media distratti arrivano poi gli sciacalli, e quando anche gli sciacalli hanno fatto la propria parte, è il turno degli eserciti. Cosa vi ricorda? E’ ora di cambiare quella che Perkins chiama death economy in life economy.