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martedì 30 settembre 2014

Ostaggi della finanza o di chi?

di Raffaella Vitulano

Per quanto si volesse tenere riservata, la notizia che al Four Seasons di Milano si servisse l’argenteria italiana è balzata alle cronache. Organizzato dall’americana J. P. Morgan (un gruppo il cui bilancio è quasi pari al debito pubblico della Repubblica italiana) per circa 130 invitati, l’incontro sarebbe servito a creare contatti tra una trentina di imprese italiane ed alcuni degli hedge fund e fondi istituzionali più ricchi e di successo al mondo, come quello di John Paulson, il newyorkese che ha segnato record nei guadagni della storia dell’umanità scommettendo sul crollo dei mutui americani. E vallo a spiegare alle famiglie Usa, che solo ora stanno cominciando a rendersi conto del flusso di falsi allarmi che da tanto in quando Washington lancia con abilità propagandistica per indurla ad appoggiare la sua agenda segreta. Paul Craig Roberts, assistente segretario del Tesoro sotto la presidenza di Ronald Reagan, ci va giù duro: ”Le agende segrete, come quelle dei fratelli Dulles e dei regimi di Clinton, dei Bush e di Obama, contano sul non-dire e sulla manipolazione e, di conseguenza, creano sfiducia nella popolazione. Ma se gli americani hanno subito un lavaggio del cervello troppo prolungato per accorgersene, speriamo che ci siano molti cittadini stranieri che ne abbiano subito meno”. Gli europei studino, dunque. Non è questa la sede per citare il libro ”The Brothers” di Stephen Kinzer, la storia del lungo ruolo svolto da John Foster e Allen Dulles dietro le quinte del Dipartimento di Stato e la Cia. Di sicuro, qualcosa si capirebbe di più di alcuni avvenimenti, ma teniamoci al fatto che, malgrado dubbi e perplessità, sia la popolazione che i suoi rappresentanti al Congresso appoggino intanto ogni nuova avventura militare che ravvivi l’economia depressa.
Gli Usa fanno shopping in Italia. O meglio, il mondo anglosassone, in una Fiera Italia senza precedenti. Qualche commentatore si è spinto a paragonare l’evento al Four Season addirittura a quello avvenuto il 2 giugno 1992 sul panfilo Britannia, di proprietà della Corona inglese, che in quella data ospitò un convegno sulle prospettive delle privatizzazioni in Italia. Rievocando i fatti, lì ritroviamo anche il discorso introduttivo dell’allora direttore generale del Tesoro, Mario Draghi. E qualcosa vorrà pur dire. Oggi del Britannia si parla come di un evento fumoso, dai tratti più o meno complottistici. Resta tuttavia, con ogni probabilità, il momento in cui i fondi internazionali si accordarono per comprare a prezzi di saldo il patrimonio pubblico.
Il made in Italy è sempre piaciuto. Ai fondi e ai derivati. Questi ultimi, oggi ammontano ad una cifra enorme: 710 mila miliardi di dollari, 10 volte il Pil di tutto il mondo in mano a una quarantina di banche. Un mondo derivato o un mondo alla deriva? Difficile ormai scorgerne i confini. Di certo i veri poteri forti si fregheranno le mani. Quelli veri, come quel Bill Gross, vera e propria star dei gestori obbligazionari, soprannominato il ”re dei bond”, che venerdì ha lasciato il fondo Pimco per passare a Janus Capital, e che controlla fondi d’investimento superiori a tutto il Pil della Germania.
La dittatura del debito crea ogni giorno nuovi schiavi. E a chi sostiene che le banche centrali ci stanno salvando con un oceano di liquidità, forse occorrerebbe ricordare che per ora l’oceano serve solo per tenere a galla i loro azionisti. E che tra qualche anno potremmo pentirci di avere ingozzato e poi farcito un delizioso fois gras capitalistico con un’altra bolla.
Spinti dall’attivismo della Bce, i centotrenta del Four Seasons si sono apparecchiati alla parte produttiva del Paese. Però, almeno per ora, non per investire ma per comprare. I tempi, del resto, ispirano precauzioni, lungimiranza e scatti felini. Il mondo, del resto, parla la lingua dei droni, dei raid e delle forze speciali. Ma siamo anche nel mezzo di una guerra commerciale tra gli Usa e i cosiddetti Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) dettata da Wall Street per mantenere la supremazia del dollaro sulle altre valute. Lo Yuan cinese potrebbe davvero soppiantare il dollaro come valuta d’interscambio globale, facendo crollare l’economia americana? Per Washington il rischio è elevato e questo spiega la strategia statunitense di blindare enormi zone commerciali per proteggere i suoi prodotti attraverso l’Accordo Transpacifico e soprattutto con il TTIP (quello Usa-Ue), di difficile gestazione. Paura e democrazia, ideologie e dittature, conflitti e bugie, doppiogiochismi, rivoluzioni colorate e pilotate (ora è la volta della Cina), trinità onnipotenti e punitive (le Troike) s’incrociano pericolosamente in questi mesi. E come in tutte le guerre, sono i cittadini a farne le spese. Una cortina fumogena necessaria al solito gioco: lasciar parlare i tanti, mentre pochissimi decidono.

martedì 16 settembre 2014

Le "false flag" e la ripresa che non c'è

di Raffaella Vitulano

Nel ”Globalistan” crolla l’impero del dollaro, minacciato dall’Eu-topia dilagante. Il panico serpeggia negli Usa e si fa sempre più forte qualche dubbio che false flag (letteralmente operazioni sotto falsa bandiera) contro alcuni obiettivi nascondano in realtà i veri problemi occidentali: un Minsky Moment (dove lo stimolo del denaro facile non alimenta il credito perchè il sistema non vede opportunità per investirlo), l’assenza di crescita, la disoccupazione e l’accumulo di debito. In pratica un abile, scaltro, intreccio di menzogne e verità intorno al quale coalizzare l’opinione pubblica per giustificare crimini economici e finanziari. Messa subito da parte l’ipotesi di una nuova Yalta, l’inconcludenza dei politici di Washington e Bruxelles ha in questi anni fatto spazio al vuoto dei banchieri e degli squali. Et voilà, la Nato torna così ad essere decisiva, ed è per questo forse che Renzi ha, più o meno ironicamente, chiesto lo scorporo del 3% anche dalle spese per il riarmo durante il recente Vertice dell'Organizzazione. I margini di bilancio per la ripresa, del resto, sono stretti. Lo stesso Fmi in uno studio dello scorso luglio mostra l’evidenza oggettiva del fallimento totale delle teorie della troika, che l’Italia cerca in queste ore di dribblare come può. Il gioco della fantafinanza - ossia del denaro virtuale che alimenta ricchezze virtuali - sta però per giungere al game over e per molti titoli, azioni e obbligazioni si avvicina il redde rationem, la resa dei conti. Ieri l’economista Krugman lo confermava: ”Né la teoria né la storia giustificano il panico scatenatosi riguardo agli attuali livelli di debito pubblico, ma i leader europei e i repubblicani statunitensi hanno deciso di credere allo sparuto gruppo di economisti di opinione opposta, poi rivelatisi erronei”. Molti, dal canto loro, citano il New Deal di Roosevelt come panacea. Ma c’è da ricordare - e i libri di storia non lo fanno - che il New Deal da solo non bastò a salvare gli Usa dalla crisi. Nel dicembre ’41 gli Usa entrarono in guerra dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbour: i disoccupati erano in numero di gran lunga maggiore che nel 1933, anno in cui il presidente avviò il New deal, all’inizio della sua presidenza, per salvare gli Usa dagli effetti della Grande Depressione nata in seguito al crollo di Wall Street nel 1929. E’ lo stesso Roosevelt ad ammetterlo: nel 1938, in un discorso presidenziale, prende atto pubblicamente del fatto che alcune delle misure del New Deal stavano, al contrario, ritardando la ripresa. Non a caso, invece, la storia insegna che gli Usa si rimisero in piedi soltanto grazie ad una economia di guerra. Tutto già visto nel 1937, quando Uk e Usa smisero di stimolare l’economia e questa crollò di nuovo. Poi giunse Pearl Harbour. Una lezione mai dimenticata ad Ovest, al punto che oggi molti - non a caso - premono il pedale sull’acceleratore degli interventi militari “umanitari” o presunti tali. Sono passati tredici anni dalla proclamazione di Enduring Freedom, la guerra di lunga durata e senza quartiere che avrebbe dovuto stroncare il terrorismo islamico. Diversi gli obiettivi, fallimentari i risultati o entrambe le cose?

giovedì 11 settembre 2014

Avvoltoi e combattenti. Nella guerra come nella finanza

di Raffaella Vitulano

Debiti, debiti, debiti. Privati, sovrani. Chi più ne ha più ne metta. Durante la ricorrenza dell’11 settembre il web si riempie di notizie, bufale, indiscrezioni e predizioni provenienti dagli Usa. Tutta da verificare magari quella che preallerta su un attacco Nato alla Russia tra il 15 e il 26 settembre, durante l’esercitazione Rapid Trident. Assolutamente vera, invece, quella che riguarda il voto all’Onu, due giorni fa, di una bozza di risoluzione che riguarda la ristrutturazione del debito sovrano che, secondo la bozza stessa, “stabilisce la struttura multilaterale per i paesi affinché emergano dai loro impegni finanziari”. A New York, nel corso della riunione preparatoria della 69esima Assemblea generale delle Nazioni Unite, è stata approvata una mozione quadro legale proposta dall’Argentina sull’istituzione delle regole per la ristrutturazione del debito sovrano. Era ora. Tale risoluzione, tramite le consultazioni fra i governi dei vari paesi, mira ad istituire un quadro legale per risolvere le divergenze nella ristrutturazione del debito sovrano, elevando così l’efficienza, la stabilità e la prevedibilità del sistema finanziario internazionale. Bisogna poi vederne le difficoltà pratiche.
Tutto era partito dai fondi avvoltoio (tra cui il famigerato hedge fund Elliott Management, guidato dal miliardario Paul E. Singer) che hanno stritolato Buenos Aires, ma l’esigenza di tutelarsi dalla finanza rapace e dalle speculazioni riguarda l’intero pianeta. Gli speculatori videro nei travagli del paese un’opportunità per realizzare enormi profitti a spese del popolo argentino. Fu un attimo: acquistarono le vecchie obbligazioni a una frazione del loro valore nominale, quindi ricorsero al contenzioso per cercare di costringere l’Argentina a pagare cento centesimi per dollaro. Un vero disastro. Il resto, è storia.
Si anima così ora la danza macabra attorno ai debiti sovrani scricchiolanti. Perchè non sono solo gli “avvoltoi” argentini, ma anche gli operatori di mercato e i paesi emergenti a chiedere regole per le ristrutturazioni. Oltre la lodevole iniziativa di fissare delle regole alle arbitrarietà degli avvoltoi, è tuttavia interessante guardare il risultato del voto all’Onu. Favorevoli: 124. Contrari: 11. Astenuti: 41. Tra i favorevoli, la Cina e la Federazione Russa. Tra i contrari: Usa, Australia, Canada, Giappone, Germania, Israele, Regno Unito, Finlandia. Contrari, sì, perchè diversi ambasciatori sostengono che molti paesi con missioni diplomatiche presso le Nazioni Unite non sono formate da team di economisti specializzati in finanza. Pertanto, credono sia meglio trasferire il dibattito al G20, all’Fmi o alla Banca Mondiale. Con quali risultati, facile da predire. L’Italia, la Grecia, Cipro si sono però astenute. E perchè mai? Eppure la richiesta a New York seguiva di pochi giorni una lettera inviata a Ban Ki Moon da parte di due premi Nobel per l’Economia (Joseph Stiglitz e Robert Solow), dell’ex primo ministro canadese e padre fondatore del G20 (Paul Martin), e di due ex sottosegretari generali delle stesse Nazioni Unite (Kemal Dervis e José Antonio Ocampo). Una posizione più netta a favore o contro sarebbe stata decisamente più coraggiosa.

mercoledì 10 settembre 2014

Le press-titute dei poteri forti

di Raffaella Vitulano

A Bruxelles vince la linea del rigore e nella nuova Commissione europea i falchi dell’austerità battono le colombe, al punto tale che qualcuno parla già di Commissione ”commissariata”. E questo mentre in Europa molti signorotti dei Poteri marci, grandi capi aziendali che spesso hanno portato le imprese affidategli sull’orlo del fallimento, continuano a gonfiare a dismisura il loro portafogli, in onore al principio di Peter, secondo il quale ”in una gerarchia, ognuno tende a salire fino a raggiungere il proprio livello di incompetenza”. C’è chi sapeva di bolle pronte ad esplodere, ma ha taciuto; qualcuno non sapeva perchè o quando. Ma ha inseguito i propri interessi. E’ così che si è ipertrofizzata l’ascesa al potere di quegli avidi inetti che governano il capitalismo mondiale e che usano un arsenale di tattiche per dissimulare la loro incompetenza, distraendo l’attenzione dai propri errori e scaricandone le responsabilità su altri. Suggestiva l’immagine francese: una mise en abîme (sprofondare nell’abisso) di inganni, imposture, vigliaccherie, mediocrità. E la verità è sempre più annebbiata tra le righe di quella propaganda dei media che Paul Craig Roberts, già editor del Wall Street Journal e già assistente del segretario al Tesoro nell’Amministrazione Reagan, definisce con un gioco di parole presstitute. Craig ci va giù duro in alcuni suoi articoli, come quando scrive che ”la ricchezza delle élites è ottenuta non solo depredando i paesi più deboli i cui leader possono essere comprati (sul saccheggio basta leggere Confessioni di un sicario dell’economia di John Perkins), ma anche derubando i loro stessi cittadini”. Bugie, sospetti, falsità da parte di qualche burattino che metterebbe a rischio il mondo per la propria carriera. In questi giorni, in particolare, è a rischio la sopravvivenza di tutta l’Europa Occidentale ed Orientale.
La crisi - quella economica - colpisce l’Europa, ma il vento spira da Ovest. Oggi, a ridosso dell’anniversario dell’11 settembre, Il Foglio riportava la notizia lanciata da James Rickard - uomo di banca ed esperto Cia - di un summit economico dell’intelligence, dei barbouze come dicono Oltralpe (le barbe finte). Cia, Fbi e servizi segreti del Pentagono avrebbero riunito i loro esperti di finanza e mercati per passare in rassegna l’economia mondiale e lanciare alla Casa Bianca l’allarme rosso sulla nuova tempesta perfetta: indebitarsi non crea più sviluppo; la moneta non si muove; la Fed si trova ormai sull’orlo dell’insolvenza; il sistema bancario americano è super- indebitato; Wall Street è in piena bolla; i derivati continuano a crescere; è peggiorato anche l’indice della miseria che misura disoccupazione e inflazione. Gli equilibri rischiano così di saltare e il crollo del dollaro è vicino. La Cina compra oro; l’Fmi si prepara a diventare la vera banca centrale del mondo intero usando una valuta artificiale come i Diritti speciali di prelievo. La stampa tedesca comincia a distaccarsi dalla propaganda dell’informazione occidentale; il Bild inizia a riportare fatti e news in opposizione diretta con gli interessi americani in Ucraina e anche in Germania. Una difficilissima partita a scacchi, dagli esiti potenzialmente deflagranti.

mercoledì 3 settembre 2014

Il dollaro gonfia i muscoli

di Raffaella Vitulano

Una guerra mondiale c’è già da tempo. Quella valutaria globale, vale a dire una situazione in cui gli Stati o le macroaree competono per l’aumento di export svalutando le loro monete, per far aumentare le esportazioni. La presidente del Brasile, Rousseff, già quattro anni fa l’aveva detto: ”L’ultima volta che ci fu una serie di svalutazioni competitive siamo finiti nella seconda guerra mondiale”. La sequenza è ritmica: le guerre valutarie portano a guerre commerciali, che spesso portano infine a guerre degli eserciti. Molte iniziative delle banche centrali rivelano quanta influenza le potenze straniere possano avere sui ribelli, e ciò confermerebbe la tenacia di pressing piuttosto sofisticati, capaci di gestire quella che appare ai più un gruppo disordinato di ribelli in giro per il mondo. Si sa: ”Un’amicizia basata sul business è di gran lunga migliore di un business fondato sull’amicizia”, sosteneva John D. Rockefeller. Ma un articolo su Forbes a firma di Paul Roderick Gregory preconizza scenari ancora più ruvidi. ”Invece di sanzioni più immediate, l’Europa e gli Stati Uniti devono orientarsi verso un’assistenza militare, letale, diretta contro l'invasione russa;... approvare l’oleodotto Keystone e aprire più territori federali alle prospezioni petrolifere, approvare i terminali per l’esportazione di gas liquido, eliminare le restrizioni all’esportazione di petrolio, promuovere il fracking in Europa... Se gli Stati Uniti non guidano, nessuno guiderà. Noi abbiamo una opzione nucleare di cui pochi parlano: cacciare via le istituzioni finanziarie russe dal sistema Swift (il centro - sotto controllo diretto Usa - attraverso cui passano e vengono registrate tutte le transazioni bancarie della globalizzazione americana, ndr.) e guardarle mentre crollano. Un collega ama ricordarmi che le sanzioni finanziarie sono oggi l’equivalente della diplomazia delle cannoniere del secolo XIX. Gli Stati Uniti hanno le cannoniere grazie al sistema del dollaro”. Un piano di guerra ideato negli Stati Uniti; un progetto, più che una profezia. Ma proprio questo potrebbe compromettere l’ego ipertrofico del muscoloso dollaro americano. Le acrobazie della finanza stimolano infatti anche la Russia, che sta progettando un proprio sistema di pagamenti (basato sui Brics) e che ha avviato con la Cina la de-dollarizzazione. Le nuove superpotenze in ascesa abbandonano i Petrodollari e smettono di usare il biglietto verde come valuta di riserva .
E a fare le spese della crisi Ucraina potrebbero essere soprattutto gli europei, dato che la la Russia sarà costretta a rivolgere i suoi gasdotti a est. Le sanzioni a Mosca potranno peggiorare la recessione nella Ue. Perché il loro costo, in termini di minori traffici con la Russia, si scaricherà nel terzo trimestre, aggravando la crisi già in atto. I fanatici islamici finanziati chissà come sgozzano reporter e non solo, ma l’Occidente si volta altrove. Divisi in casa, impacchettati in involucri sotto vuoto, gli europei inseguono miraggi ed esercitazioni Nato. Ma il fallimento della diplomazia non si misura con il metro di Standard & Poor’s. E la cecità della politica pagherà un conto salatissimo.

lunedì 1 settembre 2014

L'Europa, la Storia e la geografia

di Raffaella Vitulano

La cancelliera Merkel si accorge finalmente che non siamo di fronte ”a un conflitto all’interno dell’Ucraina, ma ad uno scontro fra la Russia e l’Ucraina”. L’ennesima dimostrazione che l’Europa resta una gran chiacchierona. O che semplicemente è divisa come non mai. Il mondo intero è ormai una polveriera militarizzata e il premier polacco Donald Tusk, di fresca nomina a presidente del Consiglio Ue, si esterna in impegnativi paragoni della situazione attuale con quella che precedette la seconda Guerra mondiale. Il vertice della Nato in programma giovedì e venerdì prossimi in Galles ”si terrà in un mondo cambiato” e sarà ”summit cruciale nella storia dell'Alleanza”: per il segretario generale uscente, Anders Fogh Rasmussen, ora ”la Nato sarà più visibile a Est”. Il nostro continente, del resto, parla già benissimo l’americano di Washington o l’inglese di Wall Street.
Lo si sussurrò tre mesi fa, alla nomina di Jean-Claude Juncker a presidente della Commissione Ue. Lui sì, pare, parlasse molto bene americano.
E ieri, su molti siti d’informazione, la nomina della Mogherini quale Mrs. Pesc non veniva considerata una vittoria di Renzi quanto di una inedita saldatura tra il programma (Pnac) dei Neocon statunitensi e i fautori della “Responsabilità di Proteggere” (R2P - Responsability to protect), quelli che sostengono la necessità degli interventi militari per difendere i diritti umani ovunque nel mondo. Affinità tutte da verificare in un mondo dalle poliedriche sfaccettature.
La crisi degli spread, l’arrivo della Troika, l’imposizione delle politiche di austerità ai paesi del Sud Europa, le riforme strutturali e l’inconsistente gommapiuma degli atterraggi sociali ben poco morbidi hanno schiantato l’Europa mostrandone il lato oscuro dell’integrazione.
Il ministro del governo Prodi II, Padoa Schioppa, sosteneva che l’ingombrante ”diaframma di tutele” sociali europee aveva ”progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità”. Un diaframma che in realtà altro non era l’essenza stessa della democrazia parlamentare nata dalle ceneri della seconda guerra mondiale. Ma lo stesso Prodi, in un’intervista al Financial Times nel 2001, quando si trovava a capo della Commissione Europea, prevedeva altro: ”Un giorno ci sarà una crisi e nuovi strumenti di politica economica saranno creati”.
E oggi si prosegue con annunci ad effetto, inseguendo piuttosto, e ad ogni costo, la creazione di un vasto mercato transatlantico. L’asse russo-germanico, del resto, lo vogliono solo gli industriali, non la finanza anglofila, nè i mercati finanziari globali e nemmeno i politici.
L’ipotesi di ristrutturazione oligarchica della società europea con una governance light assume così sembianze più definite. Circondata dall’incredulità, dalla leggerezza, dalla follia, dalle egemonie, dalle ombre, dal dolore, l’Europa si consegna alla Storia. A una certa geografia, sembra essersi consegnata da un pezzo.