Translate

lunedì 27 ottobre 2014

Del coltan e delle eccellenze

di Raffaella Vitulano
Il Wall Street Journal si iscrive alla Leopolda del presidente Renzi ma giudica le sue riforme del mercato del lavoro comunque ”modeste”. E a chi accusa il premier di ”avere abbassato il dialogo sociale a un livello visto solo con la Thatcher” il quotidiano statunitense replica che l’Italia ”sarebbe fortunata ad avere una Lady di Ferro”. L’iceberg della contrapposizione del premier ai dogmi europei si scioglie come neve al sole. La pantomima del cattivo Barroso, che sta per lasciare l’incarico e quindi si sarebbe prestato a qualsiasi ruolo, serve solo da sfondo ad una manovra che in realtà rispetta eccome le regole di un’Unione europea che, sul quotidiano britannico The Guardian, il ”magnate e filantropo” Soros scopre trasformata in un rapporto disfunzionale tra paesi creditori e debitori, con un conseguente risentimento diffuso. Un continente strappato a metà. Ma per gli Usa il nemico è sempre lo stesso: ”Il fallimento dell’esperimento europeo come governo sovranazionale farebbe della Russia una potente minaccia e la renderebbe molto più influente all’interno dell’Ue”. Déjà vu. In un discorso all’Istituto di Scienze Politiche alla Harvard University, il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden ammette che il governo degli Stati Uniti ha spinto l’Ue ad imporre sanzioni alla Russia per la crisi ucraina, benché l’Europa fosse contraria ad accettare di fare questo passo. E poco importa se il nostro continente versa in agonia e se la probabile soluzione finale a questa immensa deflazione da debiti sarà la possibilità di assistere a default selettivi di massa, sia privati che pubblici. Inevitabile, ricordando che in un’intervista alla Cnn l’ex premier Mario Monti già ammetteva che ”stiamo effettivamente distruggendo la domanda interna attraverso il consolidamento fiscale”. Italia sotto accusa, Bankitalia irritata: per gli stress test sono stati usati scenari tragici. Alta tensione. Nel sistema italiano - dicono da via Nazionale - mancava solo una pandemia di Ebola. Il tessuto produttivo si sfilaccia sempre più. Eppure, a proposito di virus e di riscatto italiano, l’Italia conta un’industria del modenese unica al mondo a costruire un dispositivo che consente di trasportare i malati senza rischio di contagio per il personale e che ha saputo riscattarsi dal disastro del sisma del 2012: la Tecnoline di Concordia sulla Secchia. Azienda coraggiosa, come quella di pneumatici Firestone, che in Liberia ha investito per non bloccare il suo ciclo produttivo, aprendo un suo ospedale e curando i residenti della città dove si trova la fabbrica. Il contagio è stato fermato e i decessi si sono ridotti al minimo, anche se il resto della Liberia non è stato così fortunato come i dipendenti della Firestone. E’ sempre questione di business, in Africa: coltan (richiestissimo dall’industria hi-tech, aerospaziale, air bag, visori notturni, fibre ottiche) e diamanti fanno gola all’Occidente. Il prezioso coltan è la principale causa della guerra che sta devastando la Repubblica Democratica del Congo. Nelle miniere della zona del Kivu, secondo le stime, si trova circa l’80% delle riserve mondiali di questo minerale. Chi controlla quella determinata zona controlla il mercato. Per estensione, chi controlla il mercato controlla una parte importante dello sviluppo della società moderna. Se l’Ebola lascia qualche possibilità di sopravvivere, l’avidità porta un indice di mortalità del 100%. Ovunque nel mondo. E' bene informarsi.

giovedì 16 ottobre 2014

Il mondo è a un bivio

di Raffaella Vitulano

Frau Merkel non cambia idea e richiama tutti gli Stati membri a rispettare in pieno le regole del patto di stabilità e crescita, proprio nel giorno in cui inizia il processo alla Corte di giustizia di Strasburgo contro il ”Whatever it takes” (pronti a tutto per salvare l’euro) pronunciato da Mario Draghi a luglio del 2012. Processo all’Omt (Outright monetary transactions), dunque, il programma di acquisto illimitato di titoli di stato in cambio di pesanti condizionalità ai governi, mai attivato. Con il capo delle finanze tedesche, Schäuble, il presidente della Bundesbank Weidmann si affanna a ripetere che la politica monetaria da sola non può risolvere nulla e utilizza perfino l’iperbole del ”Faust” di Goethe, nella cui seconda parte Mefistofele risolve ogni problema di debito stampando moneta. Ieri la Bce è corsa in aiuto delle banche greche, condizionato anch’esso alle amorevoli cure della troika (Ue, Bce, Fmi). Ma alcuni, tra cui l’economista Richard Koo, rimproverano a Draghi proprio la sua eccessiva insistenza sulle riforme strutturali. Koo insiste: sono piuttosto i recenti contesti normativi e regolamentari comunitari a sfavorire gli investimenti negli ultimi tempi, in Giappone come in Europa. E’ lì che bisogna intervenire. Alla politica monetaria lui oppone il ruolo dello Stato: il solo modo per affrontare le pressioni deflattive è che il governo prenda in prestito con garanzie i risparmi del settore privato. Venti asiatici, di cui tener conto. La Cina sta del resto diventando la più grande economia del mondo sorpassando ufficialmente gli Stati Uniti, con un peso economico ufficiale di 17,61 miliardi (contro i 17,40 degli Usa). Un evento storico da associare all’annuncio che Pechino adotterà un nuovo metodo di calcolo per il Pil, che comprenderà altri parametri oltre alla crescita, e che rublo e yuan sostituiranno il dollaro in molte transazioni. Questo attivismo tra Europa, Russia e Cina raggiunge il suo picco in questi giorni, con lo svolgimento del vertice Asem a Milano. L’evidente emersione cinese a sostegno di Mosca è stata affrettata dalla crisi ucraina e Pechino starebbe preparando un vero e proprio Piano Marshall per la ricostruzione dell’economia europea e di quella russa, parzialmente distrutte dalla guerra. Le mosse Usa, in nome delle armi, evidenziano falle. Il New York Times accusa: “L’America diede armi segrete e gas a Saddam. Ora sono nelle mani dei jihadisti dell’Isis”. E mentre Washington s’interroga, la Cina si frega le mani: ha già salvato la City di Londra dal fallimento (facendone il principale centro finanziario, fuori dalla Cina, abilitato ad emettere obbligazioni in yuan) e comprato gran parte del debito Usa. La stessa Bce ora considera l’aggiunta dello yuan fra le sue riserve internazionali. E il presidente russo Putin, dal canto suo, approfitta di un consesso in cui gli Stati Uniti sono assenti per cercare di indebolire l’asse transatlantico sulla crisi ucraina. Apre alla possibilità di un accordo con la Serbia sull’export in Russia di determinate quote di auto prodotte nello stabilimento Fiat di Kragujevac (Serbia centrale). Gazprom potrebbe inoltre riaprire in direzione di Kiev i rubinetti chiusi a giugno se il capo del Cremlino rafforzasse il dialogo col premier ucraino. Il mondo è a un bivio. E non solo economico.

martedì 14 ottobre 2014

Ebola, il business è servito

di Raffaella Vitulano

Renzi incontra oggi il Primo Ministro cinese Li Keqiang  per la firma di accordi commerciali ma l’Italia sembra al momento più interessante che strategica. La differenza è enorme, se pensiamo alla passione di Pechino per le materie prime russe o per l’industria tedesca. Il conflitto in Ucraina, che sta isolando la Russia, gioca il suo peso nelle scelte della Cina. E a dirla tutta, i flirt ambigui di Roma innervosiscono da un lato gli americani, che non gradiscono lo shopping del governo cinese su alcuni servizi chiave italiani (energia, telecomunicazioni, difesa); mentre dall’altro l’altlantismo inquieta Mosca e Pechino. In questo periodo la partita non è affatto solo economica. Basta guardare a Kiev e si capisce che il mondo sta diventando Asiacentrico, come se una nuova aria di Bandung (la conferenza che nel 1955 spinse la decolonizzazione) soffiasse sul pianeta. 
Costretta dagli eventi geopolitici, la Germania prende posizione e fa outing nell’informazione. Dopo le confessioni della giornalista tedesca Eva Herman, Udo Ulfkotte - ex direttore del Frankfurter Allgemeine Zeitung - ha ammesso a Russia Today di aver lavorato per la Cia e fatto propaganda contro la Russia e rivendica trasparenza nell’informazione. Il controllo della Cia sui mezzi di comunicazione è del resto ben documentato: si pensi alla Mockingbird, operazione che nel ’48 trasformò aziende di comunicazione in un veicolo di propaganda per l’alta finanza. Nella gestione della politica internazionale il gioco non è mai a carte scoperte e bisogna grattare sotto la vernice di propaganda in cui un frame, una cornice di giudizio viene formata rapidamente. Come nel caso Ebola, di cui i media solo distrattamente hanno trattato finché a settembre il presidente Obama ha deciso l’invio di 3 mila soldati, per ammissione delle stesse autorità Usa non addestrati per far fronte all’emergenza di questo virus. Ma allora perché mandarli? Di test su cavie militari di un virus che sì esiste, ma la cui rilevanza è comunque circoscritta, scrive chi racconta che un’impresa farmaceutica del Quebec avrebbe collaborato col Pentagono (alleanza già sperimentata nel programma Blue Angel promosso dalla Defense Advanced Research Projects Agency nel 2009 in risposta all’allarme pandemia di influenza suina) per lo sviluppo di vaccini contro il virus Ebola. Vaccini che secondo Bloomberg si baserebbero su sostanze ricavate dalla pianta del tabacco, d’interesse del settore della bio-difesa. Di proprietà di Mitsubishi Tanabe Pharma Corporation e Philip Morris, è canadese anche Medicago Inc., una società finanziata per 21 milioni di $ dai colossi dell’industria di sigarette per la produzione di anticorpi e vaccini ricavati dal tabacco. Agli inizi di settembre, infine, GlaxoSmithKline ha dichiarato da parte sua l’ intenzione di iniziare a fabbricarne fino a 10 000 dosi. Il British Medical Journal denuncia i passaggi che hanno spinto l’Oms a dichiarare l’esistenza di un’epidemia a partire dagli interessi finanziari delle lobbies. Resta accesa la minaccia biologica, che ha spinto anche Russia e Cina a sperimentare un vaccino contro l'Ebola. Ma gli interessi sullo scacchiere restano tutti da chiarire.

giovedì 9 ottobre 2014

Sexgates, quando si dice calcolo del Pil

di Raffaella Vitulano

C’è chi sostiene che troppe regole nel mercato del lavoro non invoglino gli investitori. Ma non saranno piuttosto criminalità organizzata e corruzione a metterli in fuga? Il regolamento per calcolare l’incidenza sul Pil dell’economia illegale, adottato dall’Istat su indicazione di Eurostat e in vigore da ottobre, proprio non convince e approda in commissione Antimafia: droga, prostituzione e contrabbando sono in gran parte controllate dalla criminalità organizzata e perlopiù estranee al concetto di consenso volontario. E l’aver incluso questi proventi nel calcolo ufficiale del Pil dei Paesi Ue sembra a tutti gli effetti un umiliante tentativo di crescita artificiale dell’Unione. Da secoli, però, le ricette economiche sembrano puntare più sui vizi privati che sulle pubbliche virtù. Il mondo, ad esempio, cambiò per sempre quando una tale Lewinsky si avvicinò troppo all’ex presidente Usa Bill Clinton. Volontariamente? Mah, va’ a sapere. Qualche maligno suggerisce che l’intero scandalo fu montato ad arte dai repubblicani più ultraliberisti e ultraconservatori, fino al ricatto finale. Per Bill fu facile scegliere tra la defenestrazione con impeachment da un lato e il pass per il Nafta, il divieto della regolamentazione dei derivati e la cancellazione della Glass-Steagall Act (la legge che separava le banche commerciali da quelle private) dall’altro. Un triplo salto mortale che ricorda a qualcuno il siluro destinato all’ex presidente dell’Fmi Strauss Kahn in un altro intrigo di sesso, potere, bugie, finanza e derivati. O quello al generale Petraeus. E’ così - grazie ad un rapporto eccessivamente amichevole tra Clinton e Wall Street - che fu servito al pianeta il disegno di legge sulla deregulation bancaria più radicale e distruttivo della storia americana. Dopo 66 anni i vincoli voluti da Roosvelt furono finalmente messi in soffitta. Ai banchieri, pare, costò soltanto qualche migliaio di dollari offerti all’innocua e rubiconda stagiaire. Più pil per tutti, nel mondo, sia pure con armi e contrabbando. Ed ecco che Clinton ruppe anche l’accordo che l’Amministrazione di George H.W. Bush fece nel 1990, quando Mosca acconsentì alla riunificazione della Germania (che diventò membro Nato) e in cambio Washington convenne che non ci sarebbe stata nessuna espansione della Nato verso est. Ma dopo il 1999 sappiamo com’è andata, e oggi le esercitazioni militari arrivano anche là. E a proposito di armi: nel calcolo del pil restano fuori i proventi dello specifico contrabbando, tuttavia le ”uscite” per gli armamenti saranno considerati “investimenti”. Potrebbero aver pensato così anche Oltreoceano, dato che uno studio commissionato dalla Ue al Conflict Armament Research rivelava ieri che le munizioni che lo Stato islamico sta impiegando nella sua campagna in Siria settentrionale e in Iraq provengono dagli Usa e da altri Paesi alleati contro il gruppo jihadista. Nel mare di illazioni, la risposta di Obama alla crisi finanziaria resta come quella della Ue sbilenca e inadeguata: le corporates e le banche hanno ricevuto incassi sontuosi, mentre le famiglie sono state deluse da piani radicalmente sottodimensionati per stimolo della crescita e riduzione del debito.

giovedì 2 ottobre 2014

Pulcinella sfida i bankster

di Raffaella Vitulano

Pulcinella sfida i bankster in grisaglia. E come poteva non accadere? Quale migliore idea, per la Bce, di scegliere Napoli, città economicamente e politicamente abusata, per ospitare un défilée dell’alta finanza bancaria? Ci stiamo avvicinando al maggior disastro finanziario nella storia del mondo, ma i sorrisi di rito e le insopportabili frasi di circostanza si sprecano. Con un debito nazionale di circa 17.700 miliardi di dollari e 40 trilioni di dollari di esposizione ai derivati, gli Usa stanno per implodere deflagrando in tutto il mondo. La Bce sembra tuttavia sorvolare su questo casinò a cielo aperto. Poco conta, da sola, l’impennata d’orgoglio francese sui vincoli di bilancio. L’allentamento dell'austerità minacciato allegramente dagli scolaretti di Roma e Parigi va piuttosto esaminato con l’espansione fiscale di Berlino e con la politica monetaria apparentemente accomodante della Bce. Il paradosso è che in questa fase di stagnazione secolare la stagione dell’austerità forse si avvia formalmente al termine, ma contemporaneamente allo strangolamento della crescita. È con Angela che si gioca la partita strategica più importante. La Cancelleria deve intanto fronteggiare anche gli attacchi che le giungono da Oltratlantico. E sì, perchè Washington tiene d’occhio la Merkel ma per risanare le sue finanze guarda soprattutto ai focolai di conflitto bellico, ai quali sembra assai più interessata che alle bolle finanziarie internazionali. Le rivoluzioni ad orologeria seminate nel pianeta alimentano così una guerra asimmetrica geofinanziaria a difesa, soprattutto, di un interesse: non far perdere al dollaro il primato di benchmark nel mercato valutario e negli scambi commerciali globali. Una guerra durissima e senza esclusioni di colpi, in cui s’intrecciano interessi ed organizzazioni di ogni tipo. Obama sfoggia la persuasione: “Dobbiamo usare la nostra forza con saggezza. Dobbiamo evitare di ripetere gli errori del passato”. Contenendo magari i costi in tempi di spending review. E così, un contingente globale di forze speciali e un progressivo “supporto privato” di contractors sono eternamente pronti a partire per qualsiasi punto del globo. Il ricorso a tali realtà, diciamolo, potrebbe agevolare governi nel bypassare i parlamenti e nel tacere a media e contribuenti il reale quantitativo di personale militare dispiegato. Ben vengano allora anche i mercenari, e al diavolo la diplomazia. Del resto, come sostiene l’ex segretario di stato e consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger - citato dai giornalisti Bob Woodward e Carl Bernstein - "i soldati non sono che ottusi, stupidi animali da usare come pedine nel gioco della politica estera". Numeri senza volto. In politica c’è chi si comporta da avventuriero, chi da miope, chi da spregiudicato. E accanto al disprezzo per le divise esibisce anche quello per l’esercito più grande che esista oggi al mondo, senza armi e senza diritti: l’esercito dei deboli. Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Incerti. Precari. Instabili. La crescita e l’occupazione sembrano uscite dalle agende concrete. In Europa il cinismo ha logorato l’autocritica e affilato il rimpallo delle responsabilità. Draghi esorta: ”Abbiamo portato i tassi a zero ora è necessario che le banche trasferiscano queste condizioni alle imprese e famiglie”. Subito crolla Piazza Affari. Ma dei ”molti errori e ritardi” di cui parlava ieri a Napoli il governatore Visco, risponderà mai qualcuno?