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martedì 25 novembre 2014

Guerra fredda. Anzi, gelida

di Raffaella Vitulano

Guerra fredda. Meglio, gelida come ghiaccio russo. Sembrerebbe ormai cosa nota che Putin abbia deciso di sostenere o addirittura finanziare una lista di partiti euroscettici ostili alle attuali politiche Ue e alla globalizzazione selvaggia dettata dalle lobbies di Washington. Lo scorso giugno, un ”Congresso di Vienna” degli Identitari ne avrebbe assunto le linee guida, mentre Putin approfittava del ribasso del prezzo dell’oro dal 2011 per saturare le volte della banca centrale di Russia con il metallo prezioso, in modo da essere pronto per la possibilità di una lunga, estenuante guerra economica con l’Occidente. Le ”bullion banks”, banche d’affari che trattano abitualmente grosse quantità di oro fisico (come Barclays, Deutsche Bank, HSBC, JPMorgan) spingono del resto al ribasso il prezzo dell’oro in modo da proteggere il dollaro Usa da una esplosione incontrollata dell’aumento del suo valore e dei suoi debiti. E ne approfitta Mosca, con cui flirta il nostrano Carroccio, dato che al momento i Crickets di Grillo sembrano schivarne le lusinghe. Nel frattempo, l’Aquila bicipite comincia a delinearsi su uno sfondo tricolore o di qualsiasi altra bandiera sia insofferente a monetarismi e tecnicismi. E questo nonostante la politica ufficiale dei governi nazionali europei sia piuttosto critica nei confronti di Putin. E se ad Est si scaldano i muscoli siberiani, ad Ovest non restano a guardare. Silurato il capo del Pentagono nella feroce lotta interna al team della Sicurezza nazionale, l’inner circle di Obama sfida il mondo cambiando rotta verso una politica estera più aggressiva, a partire dall’Afghanistan. Tendenza che qualcuno attribuisce al fallimento dell’estrazione gasifera da fracking sul fronte interno, nonchè alle pieghe inattese dei conflitti subappaltati nella regione. I rapporti di forza mondiali sono in rapido fluire. Per l’Italia, blog a browser unificati sentenziano come sempre più imminente il rischio di uno scenario ibrido tra Grecia e Argentina, forse già entro i prossimi 18 mesi. La Bce, intanto, è entrata ormai nel suo sedicesimo anno. Difficile età, adolescenziale, in cui la disincantata profondità del giovanile Sturm und Drang s’infrange contro i freddi calcoli adulti e l’imposizione di norme e regole della Bundesbank al cospetto delle quali i dolori del giovane Draghi potrebbero acuirsi nel momento in cui la Banca centrale europea facesse da garante comprando il peggio del peggio nel tentativo di diventare la bad bank dell’Europa, anzi la “bad hedge fund”. Si fa così sempre più concreta l’ipotesi della doppia velocità della moneta unica in cui, a differenza di Kohl, l’allora teorico ed attuale ministro tedesco delle Finanze Schäuble non avrebbe mai voluto l’Italia sin dal 1994. Oggi il governo tedesco non può cacciare nessuno dalla moneta unica, ma il sospetto che stia facendo di tutto per costringere alcuni paesi ad andarsene - o stia facendo i bagagli per approdare su un supereuro dei paesi ricchi lasciandoci nell’inferno dell’euro debole con una moneta comunque non governata dall’Italia - è più che fondato. Quando le autorità non riusciranno più a tenere in piedi il castello di carte, il crollo del castello sarà completo.

mercoledì 12 novembre 2014

Il Quirinale osserva Washington (e viceversa)

di Raffaella Vitulano

Il giornalista Tony Barber scrive un editoriale sul Financial Times dal titolo “Il senso del dovere di Napolitano brilla nell’oscurità italiana”. Pochi giri di parole con cui schianta il nostro paese: ”Negli ultimi 15 anni, c’è stato davvero poco di positivo da dire sulla performance economica dell’Italia, e ancora meno circa la qualità della sua vita politica... In Italia l’economia e la finanza pubblica sono ancora in una crisi profonda e la politica, a tutti i livelli, si contraddistingue per irresponsabilità e malgestione. Ed è difficile credere che un Paese possa evitare le conseguenze dei suoi fallimenti per sempre”. Pollice verso, dunque, ad un contesto in cui la tempistica della prossima rinuncia del presidente piuttosto ”appare quella giusta”. E se il mondo anglosassone ci studia, in rete c’è chi, studiando la tempistica, più che alla legge elettorale fa riferimento alle novità oltreoceano. Ieri Napolitano ha infatti ribadito quanto già detto il 4 novembre scorso in merito agli antagonismi interni, parlando di ”allarmante acuirsi di conflitti e tensioni a ridosso dei nostri confini” che rende ancor più necessario e prioritario ”procedere a razionalizzazioni e ammodernamenti” per avere ”Forze Armate pronte ed efficienti, in grado di garantire” la ”sicurezza del paese di fronte alle gravi minacce emergenti”. Non sarebbe un caso che questa accelerazione della sua uscita di scena sia giunta immediatamente dopo la débâcle di Obama con la perdita del Senato - che nel Congresso Usa sovrintende alla politica estera e alla Difesa - e alla notizia che George P. Bush, nipote di due presidenti, probabilmente sarà il candidato repubblicano nel 2016. Nè casuale sarebbe la sferzata di Renzi al Patto del Nazareno e al suo rapporto con il centro destra. Il Quirinale studia le mosse della Casa Bianca, insomma, e viceversa. Mentre i repubblicani italoamericani starebbero scaldando i muscoli in vista di un cambio della guardia a Washington. Molti oriundi oltreoceano, del resto, hanno occupato ed occupano posti prestigiosi in America, alla Corte Suprema o alle forze di Difesa. Un ruolo, quello degli italoamericani, da non sottovalutare nelle strategie nazionali. Dal prossimo gennaio, infatti, le conseguenze della perdita del Senato da parte dei democratici Usa si concretizzeranno nel fatto che le leve del comando della politica estera e della difesa saranno in mano repubblicana. Uno scenario di equilibri diversi da quelli di oggi, che potrebbe richiedere organigrammi diversi agli alleati. Se dunque, tanto per ipotizzare, si volesse tentare di fare eleggere un democratico al Quirinale, bisognerebbe fare in fretta; il cambiamento per quello schieramento dovrebbe avvenire entro fine gennaio prossimo. Se invece si punta su altri, allora si potrebbe anche aspettare. Non dovrebbero però più aspettare gli interessi nazionali, per evitare l’effetto di Olocausto greco. Gli annunci bellicosi di Napolitano, i selfie di Renzi al grido di ”più droni e meno proteste” all’inaugurazione del nuovo stabilimento di Piaggio Aerospace, non ci esimeranno dall’avere una vera politica estera, la cui alternativa non può essere una politica di difesa senza alcuna progettualità.

martedì 11 novembre 2014

Pron(t)i a tutto

di Raffaella Vitulano

Una nuova indagine da parte del sindacato Gruppo 20 (L20), che rappresenta il lavoro dei paesi del G20, rileva che il 56% delle politiche del G20 sono inefficaci nel migliorare le condizioni dei lavoratori. C’è da meravigliarsi? E’ per questo che oggi a capo della commissione europea ritroviamo un uomo che a capo del governo del Lussemburgo stringeva accordi fiscali segreti con centinaia di multinazionali e da presidente dell’Eurogruppo strigliava i Paesi periferici con feroci politiche economiche depressive. L’avviso di tempesta all’Italia si concretizza in un ”allarme preventivo” sui conti pubblici e sull’apertura di una procedura per deficit eccessivo. Interessante l’analisi di John Muellbauer - prof di economia all’università di Oxford - per il quale una strada percorribile per la ripresa della domanda sarebbe un Quantitative Easing for the People: fornire a tutti i lavoratori e pensionati in possesso del codice fiscale una somma di denaro, erogata dalla Bce, che i governi dovrebbero semplicemente aiutare a distribuire. O ancora, fare riferimento alle liste elettorali per una banca dati pubblica che la Bce potrebbe utilizzare indipendentemente dai governi. Dei circa 275 milioni di adulti possessori di codice fiscale nell’eurozona, circa il 90% è iscritto nelle liste elettorali. Negli Stati Uniti, nel 2001, un rimborso previdenziale pari a trecento dollari a persona ebbe l’effetto di aumentare la spesa del 25% circa del totale distribuito. Ecco che un assegno di 500 euro (640 dollari) emesso dalla Bce potrebbe aumentare la spesa di circa 34 miliardi di euro, cioè l’1,4% del Pil. Per di più, il gettito fiscale aggiuntivo derivante da questo rimborso ridurrebbe in modo significativo il disavanzo pubblico. Ma lo sguardo di Renzi sembra piuttosto distratto dalle banche, alle quali starebbe per fare un nuovo regalo: nella legge di stabilità c’è infatti una norma (contenuta nell’articolo 33 del ddl) che potrebbe comportare l’obbligo per l’Italia di versare miliardi di euro su conti esteri come garanzia per le grandi banche d’affari - come Morgan Stanley, Jp Morgan, Deutsche Bank - con cui a metà anni novanta il ministero guidato da Ciampi fece man bassa di derivati per un valore di 160 miliardi di euro in modo da portare il deficit all’interno dei parametri imposti ai Paesi che aspiravano a entrare nell’Eurozona. In quel periodo, ricorda il Financial Times, ”Mario Draghi era direttore generale del Tesoro” e oggi è difficile specificare le potenziali perdite dell’Italia sui derivati ristrutturati. La norma attribuirebbe alle banche d’affari anche un vantaggio  inedito: un credito privilegiato con la possibilità di rivalersi sui depositi di garanzia nel caso di un default sovrano dell’Italia (ad oggi per nulla escluso; basti seguire le mosse della Germania).  Mentre gli altri creditori, come tutti i piccoli risparmiatori italiani, dovrebbero mettersi in fila. Già dimenticati i due miliardi e 567 milioni di euro passati dalle casse del Tesoro a quelle di Morgan Stanley il 3 gennaio 2012? E questo mentre si chiedono sacrifici a pensionati, lavoratori e disoccupati. Bruxelles ci prende a schiaffi. Ma noi, per ora, restiamo pron(t)i al Fiscal Compact e al  Meccanismo europeo di stabilità.

martedì 4 novembre 2014

Quei droni sulla Via della Seta

di Raffaella Vitulano

Da ieri la Banca centrale europea ha assunto la responsabilità della vigilanza centrale del fragile sistema bancario. Ma per le grandi banche mondiali - scrive Il Sole 24 Ore - ci vuole piuttosto l’integrity test, l’esame di rettitudine. Per i big della finanza internazionale sembra infatti che le regole rimangano un optional: dopo i mutui subprime e i derivati, dopo la manipolazione dei tassi interbancari Libor ed Euribor, stanno venendo ora alla luce le manipolazioni dei tassi di cambio. Chi pagherà per questo silenzio? Le armi di distrazione di massa hanno funzionato ovunque. Ma un documentario della Tv statale greca ER ci riporta alla realtà, trattando dell’epidemia di depressione calata sul paese come un castigo biblico. Uno degli intervistati dice, ad un certo punto: ”Noi abbiamo il sole. Sono riusciti a farci sentire in colpa per avere il sole”. Un Mediterraneo punito; un genocidio senza sparare un solo colpo e accendere forni. Punito con la complicità della propaganda politica e mediatica; prova di un crimine contro l’umanità diluito da chi vorrebbe esportare la medesima terapia da noi e nel resto del sud. Oggi anche Francia e Olanda sono sull’orlo del precipizio e da qualche mese persino la Germania si affaccia al Club dei Paesi infelici. E presto altri si aggiungeranno, perchè i paesi Ue sono ormai gli unici a pagare tutto: pagano per l’avidità di chi li guida; per le sanzioni decise dagli Usa; per le contro-sanzioni decise dalla Federazione Russa. La Ue ormai non è nient’altro che un portafoglio aperto e sgualcito, mentre la finanza rapace vede nel processo democratico un ostacolo alla generazione di profitto. Il welfare è del resto diretta conseguenza dell’articolazione democratica e per abbassare i costi di welfare è indispensabile deprimere il tasso di democrazia. Lo spread, arma potentissima caricata dalla grande finanza, schizzerà in alto quando i mercati capiranno che non ci sarà nessun regalino di Natale per la montagna di titoli di Stato italiani e spagnoli che stanno comprando. Li svenderanno, sì, e s’impenneranno come renne gli interessi che quegli Stati ci pagano su. Europanico. A sua tutela, il governo britannico ha già emesso un nuovo titolo di Stato denominato in renminbi (o yuan) cinese. E’così evidente la svolta della guerra finanziaria, ma ancora una volta di questa storia si parla appena sulla stampa occidentale, occupata da minuzie nazionali di cortile che offuscano il capolinea dell’attuale sistema basato sul sistema dollaro. Cina e Russia spingono la Germania nella loro orbita economica che utilizzi le nuove rotte commerciali della ”Nuova Via della Seta”. Altro che droni e bombardamenti. Altro che forze mercenarie globali per combattere i terroristi. I cospirazionismi sulla crisi economica globale sfumano e svelano ormai che questa altro non è che una crisi energetica dell’Occidente, che non può più permettersi di rappresentare meno del 10% della popolazione mondiale e consumare l’80% delle risorse energetiche. Non può più permetterselo, a meno che non dichiari congiuntamente guerra ai Paesi Bric. La questione, dunque, è parallela a quella che scatenò la Guerra Fredda e trasformò un modello di sviluppo keynesiano in uno liberoscambista-concorrenziale. Ecco perchè la scelta del prossimo candidato progressista alla Presidenza degli Stati Uniti produrrà effetti politici molto importanti anche a Roma. Già molti guardano a Elizabeth Warren, economista e senatrice del Massachusetts, sensibile al tema della giustizia sociale e conscia dell’importanza dell’investimento pubblico quale volano per la creazione e l’equa distribuzione di nuova ricchezza. La sfida con la signora Clinton è tutta aperta.