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venerdì 18 dicembre 2015

Roma si schiera. Sulla diga di Mosul

di Raffaella Vitulano

Sembra ieri che prendevamo lezioni dalla maestrina Merkel, che ci consigliava un rigore destinato in realtà solo a far fallire i paesi periferici a vantaggio tedesco. E prima di lei pendevamo dagli oracoli ortodossi sulla tenuta dei conti pubblici, che nemmeno una colla Millechiodi poteva far di meglio.
E ora leggiamo invece delle tensioni tra Matteo Renzi e Angela Merkel sul tema dell'Unione monetaria. 'Non potete raccontarci che state donando il sangue all'Europa, cara Angela', ha detto il presidente del Consiglio rivolto alla cancelliera, non prima di aver ricordato che ’purtroppo in passato i governi italiani duravano meno di un gatto in autostrada’ e che invece ora il suo governo ci mette la faccia per rispettare gli impegni europei.
Ma come? Eravamo uno scendiletto e ora siamo un tappeto elastico per salti in alto? Qui gatta ci cova. La Germania non vuole lo schema europeo della comunitarizzazione dei depositi bancari e avrebbe cassato la proposta della creazione progressiva e graduale di un fondo di garanzia europeo sulle banche, con una motivazione logica, nell’ottica tedesca: se esistesse un fondo di garanzia le banche non cercherebbero di limitare i rischi, ma sarebbero spinte a prendere rischi eccessivi. Con la stessa logica potremmo smontare airbag e cinture di sicurezza dalle automobili, per avere guidatori più prudenti. O abolire il casco per invitare i motociclisti a moderare la velocità.
Quello che sta capitando, tuttavia, è incredibile: finalmente, dopo aver attaccato tutti quelli che andavano contro l’Europa tedesca, perfino il Corriere online si sveglia e sostiene che la protervia di Berlino va combattuta dagli italiani, dato che la Germania vuole far morire l’Italia. La Germania, infatti, non vuole autorizzare la garanzia europea sui risparmi dei correntisti fino a 100 mila euro ed intende vietare alla banche italiane di comprare i titoli del debito pubblico nazionale. Si dice che la Merkel non abbia mai perdonato a Renzi lo sgarbo di non cedere il nostro colosso elettrico a Berlino, ma questo basta a risvegliare il patriottismo del premier? Berlino ci vuole al tappeto, ma le due cose - la garanzia sul bail in e l’impedimento per le banche di comprare Btp - non hanno nessun legame se non quello di voler attaccare l’Italia, forse oggi l’alleato Usa di maggior peso nell’Europa continentale. La guerra tra Berlino e Washington segna il passo e trascina ormai i paesi Ue allo schieramento. Ce lo chiede l’Europa. Ce lo chiede Obama.
E così durano poco le posizioni autonome sull’allentamento delle sanzioni a Mosca da parte di Roma , che si schiera decisa: sanzioni alla Russia e Italia in Iraq. Di mezzo c’è il fatto descritto dal Deutsche Wirtschaft Nachrichtetn: gli Stati Uniti insistono che la Russia attui pienamente gli accordi di Minsk lasciando il controllo delle regioni separatiste dell’Ucraina sotto il controllo del governo. Solo allora le sanzioni contro la Russia saranno allentate o rimosse. E poco importa che Kiev, ufficialmente in default, non ripagherà il debito con la Russia in scadenza il 20 dicembre, e che l’associazione di imprenditori italiani operanti in Russia, oltre al danno economico quantificabile in circa 100 miliardi di euro di diminuzione dell’interscambio, registri una significativa perdita di fiducia da parte russa nei confronti dei nostri paesi e delle istituzioni europee.
Quanto al secondo punto, quello dell’Italia in Iraq, la società Trevi ha vinto l'appalto per la ristrutturazione della grande diga sull'Eufrate. Nessun crollo o crisi, smentisce lo stesso direttore dell'impianto che ha dichiarato che l'impianto opera in assoluta normalità. L'investimento di miliardi di euro serve semmai ad un potenziamento dell'opera e la vittoria all'asta dell'azienda nostrana rientra nel normale business. All'interno dei quali rientrano però anche le spese sulla sicurezza, in genere affidate ormai ai ”contractors”, contemporanea versione degli storici mercenari, oggi organizzati in società ipertecnologiche . In questo caso, sembrerebbe invece che Trevi possa risparmiare su tali spese - fatto che le malelingue dicono abbia influito anche nel suo successo nel conseguire l'appalto - dato che sarebbero a carico dello stato italiano che invierà le proprie truppe. E c’è già chi polemizza: dopo la privatizzazione della guerra ora abbiamo l'uso privato delle truppe pubbliche, e i nostri soldati vengono inviati in Iraq solo per tutelare un grande affare? La questione non è di poco conto, se si pensa che l'obiettivo dichiarato della missione italiana a protezione della diga è impedire che i terroristi possano minare la sicurezza della zona. Il premier Matteo Renzi aveva affermato che i militari italiani da inviare in Iraq non combatteranno, ma dalle brigate sciite irachene di Hezbollah è giunta ieri una minaccia che non si può ignorare: qualsiasi forza straniera in Iraq sarà considerata come una forza occupante, compresi gli italiani.

mercoledì 25 novembre 2015

Quella ragion di Stato di Stati irragionevoli

di Raffaella Vitulano

Fatemi capire: sembrava assolutamente intoccabile dagli eventi e dal tempo, ma oggi l'euro non ha più senso ? La gente si è suicidata, è fallita e/o vive in condizioni di povertà per il rispetto dei criteri di bilancio e ora il presidente Juncker dice che l'euro non ha senso se si ripristina il controllo ai confini per questioni di sicurezza? Non si può chiedere agli europei di scegliere tra euro e sicurezza. E’ antistorico in un contesto troppo fluido per poterne prevedere evoluzioni o involuzioni quotidiane. Un esempio: non era mai successo durante la Guerra Fredda che un aereo militare russo fosse preso di mira da un Paese Nato, né è mai successo l’inverso. E’ vero che Ankara ha in ballo molti affari con Mosca,  ma quando si accendono contese sulle reciproche sfere d’influenza l’economia passa in secondo piano. Gli accordi commerciali possono saldare alleanze geopolitiche ma non ne sono il perno essenziale. Ecco come si fa dunque largo l’ambiguità di tutti i players. Riferendosi allo Stato islamico e all'Arabia Saudita, lo scrittore e giornalista algerino Kamel Daoud sul New York Times li distingue tra Isis nero e Isis bianco: i primi sgozzano, uccidono, lapidano, tagliano mani, distruggono il patrimonio dell'umanità, e odiano archeologia, donne e paesi non musulmani. I secondi sono meglio vestiti, ma fanno la stessa cosa: ”Nella sua lotta contro il terrorismo, l'Occidente fa la guerra al primo mentre stringe la mano all'altro”. Questo è un meccanismo di negazione che la dice lunga quando retoricamente denunciamo il jihadismo come male del secolo ma non ci soffermiamo su ciò che lo ha creato e lo sostiene.
E così, in un video al-Qaeda ringrazia ”i ribelli moderati” per la fornitura di armi Usa; agli studenti di Harvard il vicepresidente Usa John Biden ammette quel che ufficialmente gli Usa negano: che “gli alleati” sono quelli che armano Daesh, e li nomina ( Erdogan, Sauditi, Emirati), che non c’è in Siria alcuna opposizione “moderata”, che gli Usa in Siria non possono intervenire perché non possono più essere visti come aggressori di un altro paese musulmano. Ancora, sulle ragioni di Stato: alcune informazioni rivelerebbero che il ministero della Difesa del Qatar rifornisce di sistemi di difesa aerea ucraina le organizzazioni terroristiche in Siria attraverso Bulgaria e Turchia; il sito Usa Zero Hedge riporta le dichiarazioni in conferenza stampa di un generale statunitense: gli americani, costretti dall’intervento dei russi a colpire il commercio del petrolio che sostiene l’Isis, hanno lanciato dei volantini per avvisare degli imminenti bombardamenti. Insomma, scendete dai vostri camion, scappate e salvate quel che potete. E così, nel caos di facciata ma negli interessi ben definiti, le ragioni degli stati si scontrano con gli stati senza ragioni.
Sulla base dei fatti, lucidissima è dunque l’analisi del generale italiano Fabio Mini: ”Lo schema è quello classico, in pratica una guerra antiquata e meccanicistica nella sequenza di azione e reazione uguale e contraria. Il problema di Daesh è risolvibile militarmente in poche settimane, il vero problema insolubile sono i rapporti tra gli Stati che lo sostengono e fingono di combatterlo. La strage di Parigi non è un esempio di maestria terroristica, ma di povera prevenzione”. I legami degli interessi, specialmente se sporchi, sono insomma più forti del ribrezzo dei massacri. Ma senza agire sulle matrici del terrorismo interno la caduta militare dell’Isis sarebbe priva di significato.
L’Isis è soltanto ciò che noi vogliamo che sia. Già definirlo Stato è errato, giacché é piuttosto agente del terrorismo. Sono invece Stati sponsor tutti quelli che alimentano il mercato nero del petrolio, delle armi, dei reperti archeologici, che sottostanno alle estorsioni e forniscono le compagnie di facciata per le speculazioni finanziarie e le imprese commerciali. Perfino una formale dichiarazione dello stato di guerra porterebbe a riconoscere che l'Isis sia uno Stato con tutto ciò che ne consegue a livello di diritto internazionale umanitario. Ecco perché la Russia e parte dell'Occidente insistono piuttosto sulla nozione di terrorismo internazionale. Al momento non risulta, inoltre, che le altre decine di paesi che hanno subito attacchi terroristici con danni umani e alle infrastrutture ben superiori a quelli francesi abbiano dichiarato di essere in guerra.
Concetti troppo complessi in una fase concitata alle quali nella contemporaneità è difficile dare risposte certe nello spazio dei labili confini tra “terrorismo” e “controterrorismo”. Troppe lacune e incongruenze che fanno dubitare delle ragioni degli stati e della loro risposta a colpi di “stato d’eccezione” e di azioni di guerra militare.

lunedì 23 novembre 2015

Esportare la democrazia uccidendo in nome di Dio? No, #notinmyname


di Raffaella Vitulano

Giorni complessi. Facciamo surf mediatico leggendo di tutto e il contrario di tutto. Cominciamo a ragionare solo dopo un’accurata selezione di dati ed analisi. E comunque, diciamolo, resta alla fine la sconfitta considerazione del non aver avvertito lo stesso dolore per quel che ogni giorno, da anni, accade in Medioriente o altrove nel mondo. Piuttosto, la soglia di trasformazione di un sentimento emotivo in pensiero politico è data dal dubbio: guerra o terrorismo? E cui prodest? Chi ne trae vantaggio? Finora non è stata ancora individuata una strategia unitaria di contrasto forse perché gli interessi nazionali non lo sono affatto. Bisognerebbe acquisire la certezza di sponsorizzazioni e/o finanziamento di Stati esteri per metterli di fronte alle loro responsabilità. E comunque non basterebbe. Tuttavia, come ha fatto l’Isis - che fino al 2012 contava solamente mille unità - a diventare in breve l’organizzazione terrorista più ricca e potente del mondo, con un patrimonio che supera i 2 miliardi di dollari? Se pensiamo che la somma dei patrimoni di: Talebani (560mln), Farc (350mln), Al Shabaab (100mln) e Hamas (70mln) non raggiunge la ricchezza dell’Isis, ci rendiamo conto che qualcosa non va.
Andiamo oltre. Stefano Fugazzi, giornalista e consulente finanziario di Borsa, ha verificato il nervosismo e le oscillazioni dell’indice VIX - quello della paura - nelle fasi precedenti a tutti i maggiori eventi terroristici della storia recente: quando è alto tutti vendono, quando è basso tutti comprano. Quello che ha scoperto è impressionante. L’indice della paura si è impennato del 9,31% venerdì 13 novembre, senza alcun motivo apparente. Non solo, il VIX ha manifestato un rialzo del 40% nei 5 giorni precedenti all’attentato di Parigi, così come prima dell’11 settembre 2001, l’11 marzo 2004 (metropolitana di Madrid), il 7 luglio 2005 (metropolitana di Londra), o il 7 gennaio 2015 (Charlie Hebdo) . Ovviamente, il ricercatore ne ha concluso che si tratta di un caso. Ma in molti sussurrano che le Borse fossero allertate. Dubbi, 
Quel che è certo però è che l'escalation della guerra in Siria subito dopo gli attentati di Parigi ha un primo grande vincitore: l'industria bellica. Ma, diciamolo, non potrebbe essere diversamente. I dieci maggiori produttori di armi a livello globale hanno guadagnato 12.925 milioni di euro sul mercato azionario. La classifica aggiornata da José M. Del Puerto su El boletino rileva come l'incremento maggiore sia dell'italiana Finmeccanica - al nono posto mondiale per produzione di armi al mondo - che ha registrato in borsa un incremento dell'8,2% nei primi cinque giorni successivi agli attentati. Lockheed Martin (+3,78%); Boeing (+3,55%); US Raytheon, produttore del noto Tomahawk, con plusvalenze di 1.684 milioni di euro. Tra i dieci giganti, anche tre europei: il consorzio Airbus, l’inglese Bae Systems e la francese Thales. Spiegazione intuitiva: i grandi fondi d'investimento credono che la guerra abbia generato un ambiente che preveda un aumento delle vendite nel medio termine. 
Tra chi ci guadagna, poi, decolla anche il settore delle droghe. Qualcuno in Arabia Saudita e tra i simpatizzanti wahhabita salafiti sta fornendo oltre ad ideologia, denaro ed armi a Isis, anche farmaci per rendere ancora più efficienti macchine i guerrieri in Medio Oriente e in Europa. Prima su tutte, l’anfetamina chiamata Captagon . Ed è solo la più nota. I siti specializzati in difesa non spingono affatto per l’azione militare. Suggeriscono piuttosto l’interazione del binomio Intelligence/Forze di Polizia, non solo a livello nazionale ma anche in sede comunitaria ed internazionale, dotandolo di strumenti adeguati per contrastare ed individuare le cellule operative portatrici di morte. Gli elementi fondanti del terrorismo, oltre al leader ed agli adepti profondamente motivati, sono anche e soprattutto finanziamenti, armi, documenti di riconoscimento, addestramento e Stati sponsor. 
L'ex segretario alla Difesa, Chuck Hagel, taglia corto: gli Stati Uniti d'America devono concentrarsi su come sconfiggere i terroristi dell'Isis e non rovesciare il presidente siriano. A Washington il dibattito è infuocato. Già il mese scorso la deputata del Congresso nord-americano ed ex militare, l’hawaiana democratica Tulsi Gabbard, aveva detto definito alla Cnn ”controproducente” e ”illegale”lo sforzo di Washington di destituire Assad , accusando poi la Cia di armare quegli stessi terroristi che la Casa Bianca usava definire "nemici giurati". Gabbard aveva detto al pubblico americano che il governo stava per far iniziare la "terza guerra mondiale". Parole che a Washington risuonano forti e che il circo mediatico dei "jesuischarlie" e dei "jesuisparis" dell'etere omettono sempre nella loro narrativa. Dopo l’11 settembre George W. Bush si rivolse all’Altissimo per chiedere la benedizione della sua crociata in Medio Oriente contro “l’asse del Male”. Esportare la democrazia in nome di Dio? Anche in questo caso #notinmyname

venerdì 23 ottobre 2015

Il Big Business ha in pugno il mondo

di Raffaella Vitulano 

L'intervista: Alberto Forchielli
 
Ironico, caustico, diretto. Ma lui si definisce ”pragmatico, passionale e ossessivo”. Partner fondatore di Mandarin Capital Partners, Alberto Forchielli è un manager di lunga esperienza. Non ama i sindacati, ”ma i sindacati non sono il problema” dell’Italia, che avrà un futuro molto buio se i giovani non smetteranno di andare in discoteca e di giocare alla PlayStation. Ricette miracolose tuttavia non esistono, per nessun governo (”Negli anni '70 i problemi erano gli stessi”). Forchielli è un vero globetrotter, un cittadino del mondo. Agli italiani rimprovera un distratto provincialismo che li fa accartocciare sulle pagliuzze senza far loro vedere la vera trave della grande evasione internazionale. Quella dei derivati, delle grandi imprese, delle multinazionali, soprattutto quelle legate a internet e alla vendita online. In diverse interviste lui batte su questo tasto, fondamentale. ”L’elusione su tali fronti è colossale. Le multinazionali, in sostanza, non pagano più le tasse”. Il suo sguardo è sempre a 360º, con un occhio attento al Big Business.
 
Forchielli, che ne pensa del recente accordo sul Tpp?
Serve al Big Business, sopratutto pharma e hi-tech ed al Governo Usa per contenere la Cina nel Pacifico dettando un template più avanzato di regole commerciali. I lavoratori Usa hanno sofferto dopo Nafta, Wto e Fta con la Korea e finiranno penalizzati probabilmente anche con il Tpp. Quanto ai presunti vantaggi geo-politici sono tutti da verificare sul terreno. Dubito che serva a contenere e normare la Cina, un elefante che può solo inciampare su sé stessa, ma che nessuno può fermare.
In Germania c’è stata di recente una grande manifestazione contro il Ttip tra Europa e Usa. La Germania spesso si è allineata a Washington, ma non esita a prendere iniziative contro Trattati che rischiano di penalizzare i suoi prodotti. Anche la sua Corte di giustizia attaccò il Fiscal Compact. E le critiche di Berlino non si fanno mancare. Questo potrebbe giustificare il timing dello scoppio dello scandalo Volkswagen?
No, non credo ai complotti. I Tedeschi sono senza scrupoli, sopratutto quando si muovono all'estero, i peggiori corruttori, il caso VW è emblematico, ma poteva solo scoppiare negli Usa. Qualunque altro governo se la sarebbe fatta sotto.
I sindacati americani, per quanto legati al partito democratico,  hanno duramente contestato Obama sul Ttip. Coraggiosi o irrealistici?
I sindacati Usa hanno fatto terribili esperienze nel passato (vedi sopra al punto 1), sanno a cosa di male vanno incontro con il Tpp che farà perdere altri posti di lavoro in patria. Sono realistici e combattivi, ma nessuno può nulla contro il Big Business Usa che ha il Congresso in pugno.
Lei spesso mette l’accento sulla grande evasione, quella dei derivati, delle grandi imprese, delle multinazionali, soprattutto quelle legate a internet e alla vendita online. Quanta responsabilità hanno le multinazionali nella crisi attuale?
Le Multinazionali hanno accumulato un potere esagerato che ha piegato la politica nazionale ed ha travolto l'equilibrio delle società civili. La crisi attuale ha molti padroni e le multinazionali sono uno si essi. La crisi di sovrapproduzione mondiale e le crescenti diseguaglianze di reddito nei paesi sviluppati sono in gran parte a loro imputabili. Il connubio Cina-multinazionali ha fatto il resto, ma uno spazio sul podio va riservato alla Grande Finanza ed alle grandi Società di Media Internazionali che hanno avuto un ruolo perverso di sostegno. Nessun trattato commerciale come il Wto, il Nafta sarebbe passato senza le lobby dell'industria e della finanza internazionale. Per chi era fuori dal giro era impossibile capire, per chi era dentro non era rilevante analizzare l'impatto sociale.
Ormai l’Italia è così poco competitiva e così tanto tar-tassata che anche per un’azienda del ricco settore chimico industriale diventa più economico delocalizzare in America. E le aziende estere con sedi in Italia le chiudono (come la famosa Basf) perché costa meno tornare a far produrre direttamente negli Stati Uniti. Da dove comincerebbe per rimettere le cose a posto?
Mille cose, ma se me ne chiede una Le dico che dobbiamo investire gli ultimi stracci nella tecnologia e nella scuola, far sì che università, ospedali, banche, imprese, cittadini, consumatori, risparmiatori, istituzioni la promuovano armonicamente in tutte le forme possibili anche se ciò comportasse aumentare le tasse.
Parliamo di lavoro: i giovani devono fuggire all’estero? Lo suggerisce nel titolo di un suo libro
Non credo più a niente ed a nessuno in Italia, quando un giovane mi chiede che fare, non posso mentire.
Ha lavorato con Beniamino Andreatta e Romano Prodi.  Anche lei è tra quelli che chiedono “più Europa”?
Questa Europa è pezzente. Sognavamo un Europa diversa, ma col senno di poi, ci siamo fatti ingannare dalle nostre speranze ed illusioni di un'Europa unita che unita non era ed un'Italia moderna che moderna non era. Inebriati dal sogno di un'EU grande solo nelle statistiche abbiamo pensato si dovesse accelerare con € e allargamento anziché consolidare i risultati raggiunti.
Lei sostiene che quelli del Bilderberg sono dei “pensionati sfigati che hanno del tempo da perdere”.  Insomma, chi sono i poteri forti, quelli che contano davvero?
Conta chi ha i soldi, ma sopratutto chi li gestisce, ossia fondi, banche e grandi famiglie che direttamente e indirettamente controllano industria, finanza e stampa. Un discorso a parte meritano banche centrali e fondi sovrani che il più delle colte si muovono di concerto
Nelle sue arringhe televisive è bipartisan. Nel suo mirino sono finiti un po’ tutti.  Su, ci dica cosa dovrebbero fare i sindacati, in Italia e a livello globale.
I sindacati dovrebbero: a) proteggere con modulazione diversa i lavoratori a seconda del loro impegno e della loro professionalità; b) favorire una cultura del merito; c) spingere per l'ammodernamento tecnologico del paese.
I lavoratori europei diventeranno presto la manodopera cinese a basso costo di un tempo?
Alcuni sì, altri finiranno sotto un ponte, al resto penseranno gli immigrati insieme ai nuovo padroni stranieri, in gran parte cinesi, che rimodelleranno nuovi contratti sociali in tutta Europa.
Le imprese italiane che esportano in Cina sono a rischio in questo periodo?
A rischio no, ma cresceranno poco e guadagneranno ancora meno.
Eni, Enel, Snam, Terna, Telecom, Fca-Fiat. Gli investimenti cinesi in Italia si moltiplicano: qual è la strategia di Pechino nei confronti del nostro Paese e dell’Europa?
Adesso comprano a saldo, un domani ci daranno ordini, del resto le civilizzazioni hanno sempre avuto dei cicli, noi siamo alla fine del nostro, loro solo all'inizio e l'Italia rimane sempre un gran bel paese in cui si vive bene se hai i soldi.
L'atteggiamento assertivo della Cina in politica estera crea, come sappiamo, malumori con gli altri Paesi vicini. Gli americani sfruttano questa situazione spingendosi verso oriente. Il quadro geopolitico oggi è  teatro di straordinarie tensioni.  Che previsioni belliche azzarda?
Prima o poi Pakistan e India si menano. Gli USA lasceranno alla Cina lo spazio nel Pacifico che la Cina sarà in grado di prendersi in funzione di quanto sarà in grado di sciogliere le proprie contraddizioni interne. In teoria USA, Cina e Russia possono imporre un nuovo ordine mondiale e placare il mondo musulmano anche se la Russia rimane una grande incognita. L'Europa rimarrà soggetto passivo, stanza di compensazione di gran parte dei rigurgiti internazionali creati da conflitti locali e dall'effetto serra.

Tutto ha un prezzo. A volte troppo alto

di Raffaella Vitulano

Cambio di rotta. Qualcosa non quadra nella strategia dell’Amministrazione Obama e l’ex segretario di Stato Henry Kissinger, in un articolo pubblicato sul 'Wall Street Journal' spiega che l’operazione anti-terrorismo russo in Siria diretta contro lo Stato Islamico ha distrutto l’ordine politico del Medio Oriente, guidato da Washington per oltre 40 anni: ”La Casa Bianca dovrebbe agire in maniera più costruttiva e riconoscere che la distruzione dell’Isis è più importante di rovesciare Bashar al Assad”. Non sembra pensarla così Hakan Fidan, capo dei servizi segreti turchi, che in un’intervista all’agenzia di stampa spiega che è necessario aprire un consolato dell’Isis a Istanbul, per dar modo al Califfato di agire pubblicamente. Insomma, all’Isis serve un ufficio di rappresentanza in Europa.
”L’Emirato islamico è una realtà e noi dobbiamo accettare che non possiamo sradicare una istituzione bene organizzata e popolare come l’Emirato islamico: di conseguenza, urgo i miei colleghi occidentali di rivedere le loro opinioni sulle correnti politiche islamiche, di mettere da parte la loro cinica mentalità e di contrastare i piani di Vladimir Putin per schiacciare i rivoluzionari islamisti siriani”. Un messaggio piuttosto esplicito per Bruxelles, in particolare se si considera anche che negli stessi giorni la Cancelliera tedesca Angela Merkel si è recata in Turchia per stringere un accordo con Erdogan al fine di evitare nuove ondate di migranti e favorire l’ingresso di Ankara in Europa. Le parole di Fidan stridono con quanto sta avvenendo in Turchia, dove le autorità hanno dato la colpa all’Isis per le recenti stragi che hanno bersagliato pacifisti legati al partito curdo. Questo fa capire quanto la matassa geopolitica sia piuttosto annodata.
Kissinger richiama il governo degli Stati Uniti a riconoscere la necessità di un dialogo con le altre grandi potenze, sottolineando che ”si tratta di geopolitica non di ideologia. Qualunque sia la loro motivazione, le forze russe sono già nella regione e la loro partecipazione alle operazioni di combattimento sono una sfida per la politica statunitense in Medio Oriente, su una scala mai vista prima, almeno nel corso di quattro decenni”.
Secondo Kissinger, gli Stati Uniti d'America devono capire che ”la principale preoccupazione di Mosca è che il crollo di Assad possa riprodurre il caos della Libia, portare al potere lo Stato islamico a Damasco e trasformare tutta la Siria in un paradiso per i terroristi, che potrebbero poi raggiungere le regioni musulmane della Russia, del Caucaso e altrove”. Se non fosse che ormai il web mostra foto e documenti che spiegano come dietro la formazione dell’Isis (vedi la fornitura delle Toyota su cui sfrecciano i terroristi) ci siano anche gli Usa, ci sarebbe da credere ad un cambio di strategia di Washington. Ma forse non è così.
Conscio che l’opinione pubblica americana è stanca della guerra sin dalla débâcle in Iraq, Obama è stato costretto a cambiare semmai la sua retorica, da un cambio di regime in Siria alla lotta contro il terrorismo Isis. Ma la sostanza resta quella. Il forte allarmismo causato dalle brutalità Isis ha dato a Obama il consenso di cui aveva bisogno per rinnovare la guerra permanente americana in Iraq e fornendogli una porta d’accesso in Siria. Altro che dialogo. Basta pensare che gli Usa sono pronti ad approvare contratti per armi e navi con l’Arabia saudita per 11,25 miliardi di dollari; grazie all’accordo con l’Iran. Molti appaltatori della difesa americani si stanno preparando per un boom commerciale con i paesi arabi che spendono quantità record di denaro in armi. L’anno scorso l'Arabia Saudita aveva già speso 80 miliardi in armamenti e la palla passa ora al Congresso, che può o meno approvare la richiesta.
Zero Hedge analizza come la strategia Usa in Siria vada avanti da decenni come parte della guerra per metter fine al monopolio della Russia sulle forniture di gas all’Europa, ed è ampiamente documentata nelle comunicazioni diplomatiche riservate trapelate. Ora forse anche i media americani cominciano a mettere in dubbio l’autenticità delle motivazioni alla guerra. Nel frattempo tanti paesi sono distrutti e milioni di rifugiati si riversano in Europa e l’Isis continua a prosperare grazie alla vendita sotto banco di petrolio, con almeno 500 milioni di dollari incassati negli ultimi 12 mesi (fonte Financial Times in un’inchiesta che smonta le indicazioni dei servizi occidentali sull’impatto dei bombardamenti sulla capacità petrolifere dei jihadisti).
Piuttosto chiara l’analisi del New York Times, che ha pubblicato un pezzo dal titolo ”Le armi Usa stanno trasformando la Siria in una guerra per procura con la Russia”. L’articolo ammette che i ribelli siriani stanno ricevendo grandi quantità di armi dalla Cia che vengono utilizzate per combattere l’avanzata delle truppe di Assad, sostenute dalla Russia, mentre cerca di riprendere la Siria dai vari gruppi ribelli, islamici, e terroristi entrati in gran parte del territorio. Quasi nessuno della cinquantina di conflitti attualmente in atto nelle differenti aree di crisi risponde alla tradizionale concezione della guerra tra Stati condotta con norme giuridiche codificate, ma è costituito da guerre civili, di secessione, interne, ecc. dall'incerto quadro giuridico di riferimento, mentre dal punto di vista mediatico si parla di guerre silenziose, frozen, forgotten.
Oggi non assistiamo più ad un conflitto in cui due eserciti riconosciuti si fronteggiano sul campo di battaglia. Forze militari si oppongono a gruppi armati più o meno mercenari in un logorante e spesso interminabile e non risolutivo confronto: le cosidette guerre asimmetriche. Ma il conflitto armato è solo il braccio di una guerra finanziaria che i Trattati commerciali in discussione stanno definendo nei dettagli.
Slavoj Žižek, ricercatore sloveno all’Istituto di Sociologia dell'Università di Lubiana e Direttore del Birkbeck Institute for the Humanities presso l’Università di Londra, sostiene che ad esempio lo scenario generale dell’impatto sociale del Ttip (il Trattato commerciale in discussione tra tra Usa e Ue) è chiaro a sufficienza ed equivale a niente di meno di un assalto selvaggio alla democrazia. Lo si evince più chiaramente che mai nel caso delle cosiddette “Risoluzioni delle controversie tra investitori e Stato” (Isds) che autorizzano le aziende a querelare i governi nel caso in cui le loro politiche determinassero una perdita dei loro guadagni. Ciò significa che società multinazionali non elette possono imporre le loro politiche a governi democraticamente eletti.
Questi tipi di risoluzione sono già in atto in alcuni accordi commerciali bilaterali e possiamo ben vedere come funzionano. La società energetica svedese Vattenfall ha citato per svariati miliardi di dollari il governo tedesco dopo che ha deciso di eliminare gradualmente le centrali nucleari dopo il disastro di Fukushima: una politica di salute pubblica approvata da un governo eletto con un processo democratico è messa a rischio da un colosso energetico a causa di una possibile perdita di introiti.
Le multinazionali dettano l’agenda, i governi eseguono.
Si pensi alla crescente importanza del settore della tecnologia degli Stati Uniti negli affari mondiali. Il 26 settembre, il Ceo di Facebook Mark Zuckerberg ha parlato in occasione della riunione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York. Il giorno dopo, Zuckerberg è volato al quartier generale di Facebook in California per ospitare il primo ministro indiano Narendra Modi. In passato, le aziende tecnologiche potrebbero aver invocato i diplomatici di Washington per trasmettere le loro preferenze di politica estera. Oggi, le dimensioni e il volume d’affari dei giganti della tecnologia degli Stati Uniti consentono insomma ai loro amministratori delegati di bypassare Washington e comunicare direttamente con i leader mondiali.
L’espansione dei giganti della tecnologia potrebbe avere profonde implicazioni per la geopolitica. Ora che queste aziende detengono un valore pari al prodotto interno lordo di paesi piccoli e hanno un numero di utenti attivi che rivaleggiano con le popolazioni dei grandi paesi, non è sorprendente che stiano giocando un ruolo maggiore sulla scena mondiale, sedendo ormai agli stessi tavoli dei capi più o meno democraticamente eletti ed influendo sulle sorti del pianeta più di un presidente o capo di governo.
Tra governi e multinazionali è guerra aperta. Non è un caso che l’Unione Europea abbia chiesto alla catena Starbucks e a Fiat di restituire fino a 30 milioni di euro ciascuno in tasse, segnando un punto contro le tassazioni favorevoli per le multinazionali. “Tutte le società, grandi o piccole, multinazionali o meno che siano, devono pagare le tasse in maniera adeguata“, sono state le parole del commissario Ue per la competizione Margrethe Vestager, mentre annunciava che il governo olandese deve recuperare i soldi dalla catena Usa del caffè, mentre al Lussemburgo spetta richiederli alla società automobilistica.
E ci sono governi che ancora danno filo da torcere alle multinazionali con numeri impressionanti. Pensiamo a Pechino. Jim Edwards, su informationclearinghouse.info, racconta che in questi giorni il 18° Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese vedrà riunirsi la sua quinta assemblea plenaria e annuncerà il 13° piano quinquennale per la nazione decidendo il tasso di crescita del suo Pil per i prossimi 5 anni: ”Potrebbe sembrare una supercazzola di un pugno di maoisti ai nostri occhi occidentali, ma se si è interessati a dove sta andando l’economia mondiale, questa è roba che scotta. Potreste pensare che la cosa non vi riguardi perché non siete cinesi. Sbagliato! La Cina rappresenta il 32% della crescita del Pil mondiale e circa il 30% della spesa mondiale, secondo Credit Suisse. In altre parole, se la Cina starnutisce, il resto del mondo prende una polmonite”. La gente è abituata all’idea che la Cina non dica la verità rispetto alla sua crescita reale. Per cui i numeri vengono tenuti al ribasso. Ma resta il fatto che l’economia cinese sta rallentando; la richiesta di beni come ad esempio il rame della Glencore è crollata negli ultimi 5 anni; tutti temono le banche che hanno concesso troppi prestiti o in possesso di credit default swaps, in cui il valore di quelle scommesse dipende da beni come il rame; se tutto va male, potrebbe scatenarsi una recessione globale.
Di recente Obama sta stuzzicando anche la Cina. Nell’ultimo paio di anni le relazioni tra Usa e Cina sono crollate molto rapidamente e se saltano le relazioni commerciali tra le due più grandi economie del mondo, ci possono essere pesanti ripercussioni per l’economia mondiale. La Cnn ha mostrato che navi da guerra statunitensi potrebbero presto navigare entro le acque territoriali attorno alle Isole Spratly. Queste isole sono rivendicate dal governo cinese, ma il governo Usa non è d’accordo e Obama sembra intenzionato a mostrare i muscoli in quell’area, dispiegando navi da guerra vicino alle isole artificiali cinesi nel Mar Cinese del Sud. Se Obama manderà le sue navi da guerra in quell’area, ci sono grandi possibilità che vengano attaccate. Questi scambi sembrano portare Usa e Cina verso un temuto, ma previsto, confronto militare. Tutte e due le parti sembrano essere convinte di poter prevalere, questo è il lato più preoccupante.
Un quadro poco rassicurante, in cui l’Europa resta il vaso di coccio.

Euroligarchie, sfida cinica alla democrazia

 di Raffaella Vitulano


Abiti su misura. Di fogge diverse e accessoriati come ognuno vuole o può. Sì, di quelli che ognuno si cuce un po’ come gli pare, e vada a ramengo lo stile. E che, tradotti nel linguaggio burocratico della finanza mondiale - perchè sempre lì si va a parare - sono simbolici di quel mondo à la carte in cui ognuno arraffa quel che può ai danni degli altri. Inutile girarci attorno e gridare al complottismo: sta accadendo tutto alla luce del sole, si chiama terza guerra mondiale. Quella economica, certo. La guerra del capitale contro il lavoro. E poi c’è l’altra, quella degli eserciti. Perchè di una non si può parlare senza l’altra per quanto sono interconnesse. Oggi come allora. Perchè le oligarchie sono sempre esistite e in ogni epoca storica hanno tessuto trame e orditi di giacche reazionarie o rivoluzionarie (che in alcuni casi coincidono nel mandante).
Prendiamo le oligarchie europee, legate a doppio filo con quelle oltreoceano. Negli ultimi tempi, il Ttip (Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti) ha acquisito un nuovo simbolo, il glaciale volto di Cecilia Malmström. Donna spigolosa nei lineamenti e spesso di rosso vestita, con giacche e accessori di fuoco che la dicono lunga sulla sua passione per gli scambi commerciali. La commissaria europea risponde alla polemica nata in seguito alla pubblicazione di un blog di John Hilary, direttore della Ong “War on want”, in cui Hilary scriveva che la commissaria gli aveva detto “il mio mandato non mi arriva da popolo europeo”. “Si tratta solo di un fraintendimento”, ha spiegato Malmström in risposta alla domanda di una giornalista durante la presentazione della strategia della Commissione sul commercio. Quella che intendeva dire è che il suo mandato - come commissaria - non le è stato dato dal popolo, ma ”dal Parlamento, dove siedono i rappresentanti diretti del popolo” dei Paesi membri per negoziare il Ttip. Un giro di parole con unghie che stridono scivolando sulle pareti gialle e azzurre di Bruxelles.
Diciamolo, ormai viviamo in un’epoca da “Corporate democracy” che qualcuno azzarda a definire ”il sequestro delle Nazioni”. In fondo lo conferma con nonchalance anche Juncker, attuale presidente della commissione Ue: “Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che cosa succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno”. E c’è chi dal nord Europa ci va giù ancora più duro. ”La crisi dell’area euro mostra come il modello sociale europeo è morto”, spiega candidamente il presidente della Banca Centrale Europea (Bce), Mario Draghi, in un’intervista al Wall Street Journal, sollecitando le liberalizzazioni dei prodotti e servizi. Vederlo scritto così, nero su bianco, senza esitazione alcuna, fa rabbrividire pensando a quel modello sociale che tanto era il nostro vanto comunitario. E a proposito di Mario Draghi, doveva testimoniare nel corso delle udienze al processo di Trani contro “Standard & Poor’s“. Era stato citato dal Pm Michele Ruggiero, ma non verrà, dato che “è un momento delicato per l’economia mondiale” e “teme clamori mediatici“. Sul banco degli imputati c’è l’agenzia di rating che il 21 maggio 2011 preannunciava in un report l’instabilità dell’Italia e che nel gennaio 2012 la declassava da A a BBB+. Una brutta storia, di cui poco si scrive. Lo scorso 24 settembre i giudici hanno ascoltato Giulio Tremonti, che all’epoca dei fatti era il Ministro dell’Economia, che ha dichiarato come ”Il quadro economico finanziario dell’Italia era solido; l’economia del Paese correva più di Francia e Germania, esposte molto più per i prestiti alla Grecia; e non c’era rischio di una paralisi politica”. Tenta di fare maggiore chiarezza il colonnello della Guardia di Finanza Adriano D’Elia, classe 1967, comandante del Nucleo di Polizia Tributaria di Firenza, quando azzarda che ”Standard & Poor’s non ha personale adeguato a svolgere valutazioni sul debito sovrano”. Tuttavia, scorrendo gli storici si scopre che aveva in compenso azionisti preparatissimi, visto che Morgan Stanley controllava Mc Graw Hill, con sede nel Rockefeller Center a New York, a sua volta azionista proprio di Standard & Poor’s. E cosa succede subito dopo che S&P declassò l’Italia? Mario Monti avrebbe trasferito immediatamente un assegno da 2 miliardi e mezzo a Morgan Stanley, che aveva un bel contrattino di finanziamento con una clausola per la quale in caso di downgrade sarebbe passata all’incasso. Il meccanismo ce lo ha spiegato bene ByoBlu: Morgan Stanley possiede Standard & Poor’s che declassa l’Italia che quindi deve pagare 2 milardi e mezzo a Morgan Stanley. Le banche d’affari si pagano subito, che se no ci ricaricano gli interessi. I piccoli imprenditori e i lavoratori italiani possono aspettare. Il 19 novembre e il 10 dicembre saranno chiamati a testimoniare, tra gli altri, Romano Prodi, Mario Monti, il ministro Pier Carlo Padoan e la dottoressa Maria Cannata, direttore del dipartimento debito pubblico del Ministero del Tesoro.
Soldi, soldi, soldi. Tanti soldi. Un bel giro di soldi che le oligarchie muovono e spostano a piacimento. Jeff Nielson ha reso eloquente il meccanismo in un pezzo che ha recentemente pubblicato: ”Nessuno capisce i derivati. Quante volte i lettori hanno sentito quest’espressione? Perché nessuno capisce i derivati? Per molti la risposta a questa domanda sarebbe troppo difficile. Per gli altri, la miglior risposta è non rispondere affatto. I derivati sono scommesse. Questa non è una metafora, o analogia, o generalizzazione. I derivati sono scommesse. Stop. Questo è tutto ciò che vediamo nel passato. Questo è tutto quello che vedremo nel futuro”. Warren Buffett ha dal canto suo una volta denominato gli strumenti derivati ”armi finanziarie di distruzione di massa“, e mai definizione fu più azzeccata. Oggi, nonostante la calma apparente di Wall Street, una grande quantità di problemi sta bollendo appena sotto la superficie. Scommesse, ok? Sembra che alcune istituzioni finanziarie abbiano cominciato a entrare in una quantità significativa di difficoltà a causa di tutte le scommesse temerarie che stanno facendo. Ed è questo che sta per provocare il crollo del nostro sistema finanziario.

Ciononostante, le euroligarchie premono. Di fronte ai gravi problemi economici e sociali che attanagliano l'Europa, la Commissione europea non ha altro da proporre che un incremento delle attività finanziarie, di nuovo un affidamento alle magnifiche sorti e progressive dell'economia virtuale. Non hanno dubbi, le élites: ”Se le cartolarizzazioni nell'Ue tornassero ai livelli di emissione medi pre-crisi, sarebbe possibile generare tra i 100 e i 150 miliardi di euro di finanziamenti supplementari per l'economia”. Come se alla base della Grande recessione, nella quale per certi versi ancora siamo immersi, non ci fosse stata proprio la crescita ipertrofica della finanza speculativa ed il sistema bancario ombra (Shadow banking system), tra le cui attività le cartolarizzazioni hanno sempre avuto un peso più che rilevante.
Ma se questo è reso possibile a Bruxelles, è perchè lo squilibrio dei poteri nella capitale d’Europa è lampante: il parlamento è riuscito a guadagnare soltanto un ruolo di codecisione nel processo legislativo. Ancor più lampante è il deficit di legittimità: il motore legislativo dell’Unione, la Commissione, non è elettiva. La Bce ha il monopolio dell’offerta di moneta. Ma andiamo avanti sulla questione della legittimità democratica e delle euroligarchie. Analizziamo un organo che ha assunto un ruolo di massima rilevanza fungendo da principale forum di negoziazione: l’Eurogruppo. E’ al suo interno che si svolgono le più intense attività di lobbying nei confronti delle politiche economiche degli Stati. L’Eurogruppo non ha alcuna natura di organo ufficiale, trattandosi di un organo meramente “consultivo” ed “informale”. Le decisioni prese in seno all’Eurogruppo sono prive di carattere vincolante, essendo nato come organo di raccordo fra gli Stati che adottano la moneta unica e non come organo deliberativo come il Consiglio (che è annoverato fra gli organi ufficiali). Eppure, di fatto è al suo interno che spesso vengono assunte decisioni di rilievo.
Va così. L’Europa è ormai da tempo in preda ad una scossa tellurica. Istituzioni e politiche vengono da anni frullate come in uno shaker. In un articolo per Project Syndicate, Daniel Gros, Direttore del Center for European Policy Studies di Bruxelles, sostiene che l’asse del potere interno dell’Europa si sta spostando. La posizione dominante della Germania, che è parsa assoluta a partire dalla crisi finanziaria del 2008, si sta gradualmente indebolendo - con conseguenze di vasta portata per l’Unione Europea.
La possibile mega class action è però soltanto uno dei problemi tedeschi del gruppo Volkswagen. L’altro è la più che probabile battaglia - per ora solo minacciata - che potrebbe essere avviata dal potente sindacato tedesco dei metalmeccanici, Ig Metall, qualora i vertici della casa di Wolfsburg cercassero di far pagare ai lavoratori gli errori del management. La stampa tedesca, seppure per ora soltanto a livello di indiscrezioni, ha già messo nero su bianco lo scenario di 6 mila esuberi. Per il sindacalista Joerg Hofmann ”i lavoratori non hanno alcuna responsabilità nello scandalo e il sindacato farà tutto il possibile per garantire che gli impiegati non debbano pagare per i danni provocati dai manager”. L’eventuale piano di tagli metterebbe in grande imbarazzo anche la cancelliera Angela Merkel che per garantire sostegno ai lavoratori si troverebbe costretta a varare una misura ad hoc che consenta il ricorso agli ammortizzatori sociali. Il caso VW sembra indebolire la posizione di forza della Germania in Europa: questa inchiesta potrebbe rappresentare il tentativo di contenimento da parte degli Usa della politica commerciale tedesca “aggressiva” basata su persistenti avanzi della bilancia commerciale. Ma soprattutto questa inchiesta sulle emissioni dei motori VW è coincisa apparentemente con una politica estera tedesca divergente dagli interessi di Washington in Siria. Un’azione durissima, al punto tale che oggi qualcuno - pensando anche alle scelte del nostro Paese - si chiede se non fosse stato il caso, in altri tempi, di riflettere su “una Sigonella dell’economia”.
Sul piano più geopolitico, inoltre, mentre la Germania, a causa del suo pieno coinvolgimento nelle economie dell’Europa centrale e dell’est, è stata determinante negli accordi di Minsk che dovevano porre fine al conflitto in Ucraina, oggi ha poca influenza tra i paesi del Medio oriente che stanno attirando l’attenzione del mondo. Del resto, chi la fa, l’aspetti. La deindustrializzazione italiana realizzata nel 1992, fu quasi sicuramente voluta da Francia e Germania per indebolire la posizione dell’Italia, divenuta un concorrente troppo forte. Forse lo spostamento del baricentro è stato volutamente accelerato per le troppe resistenze teutoniche ad una integrazione chiesta a voce grossa dalle euroligarchie. Fatto sta che qualcosa si sta muovendo. E la Germania viene bypassata anche sul fronte dei rapporti con la Russia.
Migliorare i rapporti con Mosca “non è molto attraente, ma è indispensabile”, tuttavia anche la Russia deve cambiare. Così si è espresso il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, secondo il quale la Casa Bianca non può dettare all’Europa come deve trattare la Russia. Gioco delle parti? Potrebbe essere.
Di euroligarchie è ben consapevole l’economista ed ex ministro Nino Galloni, che dopo l’attività politica ha insegnato all’Università Cattolica di Milano, all’Università di Modena ed alla Luiss. La nascita degli Stati Uniti d’Europa (Use) rappresentano il passaggio successivo della crisi dell’eurozona?
”Questa soluzione mi sembra poco probabile dal momento che la realtà dei nazionalismi la allontana ulteriormente. Personalmente ritengo che qualora andassimo incontro a un’ulteriore cessione di sovranità da parte degli stati nazionali, non sarebbe altro che l’affermazione ultima dell’onnipotenza del mercato e di rottura del patto di solidarietà tra i popoli europei, già messo duramente alla prova dalla struttura dei trattati europei”. Dello stesso avviso l’ex capo economista del Fondo monetario internazionale, Olivier Blanchard, per il quale l’euro sarà condannato ad uno stato di crisi permanente, poiché una più profonda integrazione non porterà nessuna prosperità all’unione in crisi.

mercoledì 7 ottobre 2015

L'insostenibile leggerezza delle multinazionali

di Raffaella Vitulano

E’ partita la grancassa: media all’unisono esaltano il Tpp. il più grande accordo di ”libero scambio” della storia recente siglato il 5 ottobre tra gli Usa ed 11 paesi del Pacifico. Leggendo tra le (poche) righe di un testo permeato da una più o meno cupa segretezza, il premio Nobel Joseph Stiglitz, in un articolo a quattro mani con Adam S. Hersh pubblicato su Project Syndicate, taglia corto: questo è un accordo che niente ha a che fare con la concorrenza e il libero commercio, quanto piuttosto con gli interessi e per conto delle grandi multinazionali che ormai da tempo hanno catturato i governi. E questo relativamente ai diritti di proprietà intellettuale delle grandi compagnie farmaceutiche, così come per quelle del tabacco, ad esempio. In realtà, le disposizioni contenute nel Tpp limiterebbero la libera concorrenza e aumenterebbero i prezzi per i consumatori negli Stati Uniti e in tutto il mondo, un vero e proprio anatema per il libero commercio. Ma un’oligarchia - tanto per cambiare - ci guadagnerebbe: in base ai nuovi sistemi di regolazione delle controversie tra investitore e Stato (Isds), gli investitori stranieri acquisiscono nuovi diritti per citare in giudizio i governi nazionali, ricorrendo ad arbitrati privati vincolanti sui regolamenti che a loro avviso diminuiscono la redditività dei loro investimenti. Capite? Il business, in pratica, ha il diritto di scavalcare le leggi nazionali (o i brandelli di quel che di loro resta). Le aziende saranno in grado di citare in giudizio i governi con vergognose procedure di risoluzione delle controversie tra investitori e Stato per proteggere i loro profitti. Per Stiglitz non dovrebbe sorprendere nessuno il fatto che gli accordi internazionali dell’America creino un commercio gestito invece che un libero commercio. Questo è ciò che accade quando il processo decisionale è precluso alle parti portatrici di interessi non-commerciali, per non parlare dei rappresentanti eletti dal popolo al Congresso. In altre parole, il Tpp porta avanti il suo programma, che nella pratica contrasta il libero commercio e i diritti, dei consumatori come dei lavoratori. Per la Confederazione internazionale dei sindacati, ad esempio, l’accordo di partenariato Trans-Pacific è ”un buon esempio di avidità aziendale”. Il testo finale dell'accordo non è ancora accessibile al pubblico, ma la divulgazione di alcuni passaggi ha suscitato grande preoccupazione tra i sindacati e altri gruppi della società civile. I negoziati estremamente discreti hanno offerto una posizione vantaggiosa ad aziende potenti, la cui influenza è evidente nell’accordo. Ancora una volta i governi hanno anteposto gli interessi della finanza e operazioni di lucro a quelli dei cittadini comuni, accettando ancora di più la deregolamentazione finanziaria. Scavando, si scopre poi che il Tpp potrebbe effettivamente frenare gare pubbliche mediante regole internazionali altamente restrittive che mettono il concetto di "competitività" al di sopra degli obiettivi di politica pubblica, come la creazione di occupazione, tutela dell’ambiente, diritti umani e dei diritti dei lavoratori in aggiudicazione degli appalti.
Siamo al delirio commerciale. Prossimamente la grancassa si scatenerà sul Trattato commerciale negoziato in gran segreto tra Usa ed Unione europea, il Ttip. Arriveranno nuovi grandi titoli trionfalistici e qualche innegabile dubbio nascosto solo tra le ultime righe. Magari l’eco durerà qualche giorno. Poi, tutto il polverone andrà sotto il tappeto. Come sempre in questa società anestetizzata.
Da Air France al dieselgate, i Paesi europei non possono più permettersi una nuova recessione. Eppure in nome del profitto si è ormai pronti a sacrificare quel che resta di una Disunione europea zoppa e sbrindellata, priva di orgoglio e ferita nel suo welfare, che tanto negli anni l’aveva erta a simbolo mondiale. Forse la distruzione di Stati e nazioni senza ricomporli in un nuovo assetto non è stato un errore. Magari è stata una scelta deliberata, una strategia. Peggio sarebbe se fosse un errore: confermerebbe la supina incompetenza di chi oggi viene acriticamente solleticato anche da operazioni nella coalizione Nato per cominciare a bombardare le posizioni dell’Isis in Iraq prima che cadano per mano russa nella Siria (leggi Blondet).
Nel mezzo della tempesta geopolitica ed economica, l’Italia resta nel torpore, confidando (ingenuamente o ambiguamente) di essere centrale nello scacchiere mediorientale: magari perché il nostro paese è in corsa per tornare nel 2017-2018 nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, chissà. In politica estera, ha scritto Sergio Romano, si possono dare i calci, ma si rischia di rimanere con la gamba alzata per un tempo più lungo di quel che si crede. Ma questa è un’altra storia. O è sempre la stessa del Ttip?

giovedì 24 settembre 2015

Vw, come separare la Russia dalla Germania



di Raffaella Vitulano


Separare la Russia dalla Germania. A pensarci su, potrebbe essere questo l’obiettivo vero di chi conta tra i player mondiali dietro al timing e al polverone sollevato su VW.
Scongelata la Guerra fredda, riscaldata la minestra europea, oggi la Russia viene vissuta come nemico dagli Usa non solo per le sue attuali capacità, ma come fulcro di potenze euroasiatiche in grado di sfidare la supremazia di Washington. Berlino ha sempre flirtato con Mosca, e Washington ha sempre vigilato che non vi fosse un patto di ferro tra di loro o la conquista di una da parte dell’altra. La combinazione tra il capitale e la tecnologia tedeschi e le risorse e la forza lavoro russe potrebbe seriamente minacciare gli interessi americani. In questa rischiosa prospettiva, la Russia assurge a nemico da distruggere, la Germania il partner americano da ridimensionare. La riflessione ha un suo senso anche al netto delle innegabili colpe di Volkswagen, esposta con eventuali cifre di risarcimento ad una vera e propria lotta per le quote di mercato proprio all’indomani delle dichiarazioni della Merkel sugli immigrati nelle fabbriche automobilistiche, come spiega Rischio Calcolato. Timing casuale? Il governo Obama ha detto che VW potrebbe pagare sino a 18 miliardi di dollari. E la domanda di fondo è soprattutto una: è giusto che Washington attacchi società non americane? E’ una legittima preoccupazione che continua a creare tensioni tra il governo americano e quelli europei.
Ma forse, oltre alle sole quote di mercato e al rispetto delle regole del gioco, indiscutibili nel Monopoli globale, c’è qualcosa di più.
Che la Germania fosse osservata speciale dagli Usa era quanto contenuto, del resto, nel dossier pubblicato lo scorso febbraio dall’influente società texana specializzata in pubblicistica su materie geopolitiche e consulenza analitica e investigativa Stratfor relativamente agli sviluppi delle tendenze globali per il decennio 2015 – 2025. Ne aveva parlato anche un articolo di Byoblu in cui si citava un mio post che ricordava la visione già presentata da George Friedman, Presidente di Stratfor, consigliere del Dipartimento di Stato, al Chicago Council on Global Affairs il 3 febbraio. La versione integrale dell’intervento di Friedman è disponibile in lingua inglese sul sito dell’agenzia. L’Unione europea, secondo il dossier, non riuscirà a ricucire le divergenze emerse dopo la crisi del 2008. Secondo Stratfor l’Unione è destinata a spaccarsi in quattro zone: Mediterrano, Europa Centrale (Germania e Satelliti), Mare del Nord (Svezia e Regno Unito) ed Europa Orientale (sede di una “nuova NATO dell’est” ). Questa disintegrazione ridarà fiato agli Stati nazionali ed al protezionismo, che colpirà violentemente l’economia tedesca, abbondantemente foraggiata dall’export nell’eurozona. Conclusione: la Germania scivolerà e precipiterà in un grave declino economico che produrrà una crisi interna, sociale e politica, crisi che ridurrà l’influenza tedesca sull’Europa nei prossimi 10 anni.
Gli Stati Uniti, sostiene il think tank, non possono e non devono cercare di stabilizzare il processo di dissoluzione degli stati del Medio Oriente: una simile azione di contrasto avrebbe costi eccessivi e non produrrebbe risultati utili. Il compito di gestire il caos che ne deriva viene assegnato alla Turchia, a cui è richiesto di sostenere lo sforzo antirusso a nord ottenendo in cambio “mani libere” in Medio Oriente e nei Balcani. Allo stesso modo, a febbraio scorso il dossier già delineava un rallentamento della Cina, il cui governo si troverà di fronte al problema di gestire politicamente e socialmente questo rallentamento. La vera ambizione di Washington è una qualche forma di coercizione che forzi Pechino ad aprire il suo ultra-protetto e regolato mercato finanziario al casino finanziario iperspeculativo del sistema delle grandi banche Usa. Quanto accaduto negli ultimi mesi potrebbe essere la giusta forzatura.
Come messaggio inviato dalla più influente agenzia di analisi strategica degli Stati Uniti al decisore politico le “previsioni” sono estremamente significative. Si pensi alla disarticolazione di Eurasia o della separazione tra Germania e Russia. Il conglomerato politico militare Baltico – Mar Nero in via di costruzione è un’arma puntata però anche contro la stessa Germania, le cui aspirazioni vanno ridimensionate agevolando ed accelerando il processo di disgregazione della unità economica europea (a questo proposito Stratfor sottolinea che il problema non è l’unione monetaria, ma quella doganale), sostenendo con discrezione le aspirazioni del mediterranei (si veda il caso della Grecia) e promuovendo la formazione del blocco est. Sottraendo alla Germania i mercati di sbocco si confida di farla precipitare in una crisi economica e sociale che ne ridimensioni la taglia politica.
Il vero nemico da distruggere, però, resterebbe la Russia. L’ “amico” da ridimensionare, la Germania.
Al di fuori di queste priorità non esistono strategie preferenziali salvo quelle di frantumare l’Eurasia in una pluralità di centri di potere da giocare l’uno contro l’altro aumentando ad arte le tensioni senza stabilire rapporti privilegiati. Letto come complesso di linee di azione, e non come semplice previsione, il rapporto Stratfor assume una connotazione di inquietante realismo. Mitt Dolcino, su Scenari Economici, torna sull’alleanza in pectore Mosca-Berlino. Negli scorsi anni, complice un’amministrazione americana pasticciona e poco pragmatica, i teutonici hanno fatto leva su Washington per riprendersi il ruolo che ritengono competa loro in Europa. Da tale concessione derivano i comportamenti assolutamente minatori nei confronti dei paesi europerifeci, in primis l’Italia quale soggetto ricco, sia di aziende che di risparmi, oltre ad essere il maggior competitor manifatturiero della Germania e miglior alleato storico degli Usa tra i non anglosassoni ed avere sul suo suolo il maggior numero di basi Usa fuori dai confini americani.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso sarebbe stato l’accordo economico tra Russia e Germania sul raddoppio dell’infrastruttura gas nel mar Baltico (con immissione di metano direttamente nell’infrastruttura tedesca) firmato circa un mese fa, accordo molto denso di significati e di implicazioni economico-industriali fino a dipingerlo come il primo passo per un’integrazione con la Russia (l’intero sistema economico tedesco, che ha avuto il coordinamento del deal facendo intervenire anche i dovuti partners europei, è stato coinvolto anche con scambi di assets. Una vera sfida allo status quo americano. E c'è già chi - come Michael Snyder, secondo alcune sue informazioni riservate - rivela che sarebbe davvero imminente un grande evento finanziario che riguarda la Germania, in stile Lehman Brothers. In particolare, la Deutsche Bank starebbe per finire nell'occhio di un ciclone.
Volkswagen ha dunque aizzato contro di sé istituzioni potenti (basti pensare alla mega multa a cui pensano le autorità statunitensi). E il ministero della giustizia americano ha colto al volo l’occasione per aprire un’indagine che accerti che Volkswagen non abbia compiuto atti criminali. Si occuperà dello scandalo anche una commissione del Congresso americano. “Il popolo americano merita risposte e la certezza che fatti come questo non accadranno di nuovo”, si legge nel comunicato di due membri del Congresso.
Berlino, insomma, ha arraffato per anni dove ha potuto, dalla sua amicizia con Mosca, dalla sua egemonia europea e dal tacito consenso di Washington, puntando a diventare essa stessa un competitor globale degli States. Ma ora sarebbe arrivato il momento di pagare il conto. Non è un caso che Il New York Times pubblichi l’elenco delle tangenti pagate da Siemens nel mondo.
E non è un caso che il presidente Usa Barack Obama intenda incontrare Vladimir Putin la prossima settimana durante l'Assemblea generale dell'Onu: basta mediatori europei, men che meno quelli teutonici. Giusto timing, infine, anche per la storica visita del segretario generale della Nato Stoltenberg, lo scorso 21/22 settembre, in Ucraina, dove ha partecipato (per la prima volta nella storia delle relazioni bilaterali) al Consiglio di sicurezza nazionale, firmato un accordo per l’apertura di un’ambasciata della Nato a Kiev, tenuto due conferenze stampa col presidente Poroshenko.
Sul suo sito, Maurizio Blondet aggiunge inquietanti previsioni: se guerra comincerà in Europa, il territorio prescelto potrebbe essere proprio la Germania, dove gli americani hanno voluto piazzare venti nuove testate atomiche, della potenza complessiva di 80 bombe tipo Hiroshima. Le nuove bombe (B61-12) saranno piazzate nella base aerea americana di Buchel, Renania-Palatinato. La base verrà rimodernata a spese del contribuente tedesco: 120 milioni di euro. Ecco perchè, in caso di guerra in Europa, l’armata russa dovrà occupare fulmineamente più territorio che potrà, onde rendere impossibile, o troppo controproducente, l’uso di quelle atomiche cosiddette tattiche, che farebbero strage di tedeschi. Blondet esita a dirlo, ma è lo scenario “visto” dal veggente Irlmaier negli anni ’50.

lunedì 21 settembre 2015

Autunno tiepido

Oggi è entrato l'autunno. Bello.
Devo ricominciare a scivere su  questo blog. Gli eventi mondiali dell'ultimo mese e mezzo mi hanno messo in pausa.
Sono sbigottita, frastornata dalla disinformazione. Troppe notizie inverosimili da selezionare, verificare e riproporre nei post.
Ma questa settimana, giuro, ricomincio..........


mercoledì 5 agosto 2015

La folle ideologia dei neocon e dei neoliberal

di Raffaella Vitulano

Assistiamo impotenti allo smantellamento del sistema delle aziende pubbliche, in buona parte destinate a finire sotto controllo estero, e dall'indebolimento di molti gruppi privati che a quel sistema erano legate. La vendita del controllo dell'Italcementi ad un colosso tedesco come Heidelberg ne è l'ennesima conferma, dopo l'acquisto, lo scorso marzo, della quota di controllo della Pirelli da parte di un gruppo cinese. Germania e Cina si muovono a difesa dei propri interessi, mentre l’Italia lascia solo finestre spalancate. Berlino ha del resto una sua strategia: la Germania deve acquisire i propri competitors nella Ue prima che l’euro si frantumi, al fine di evitare che la svalutazione competitiva italiana spiazzi i suoi giganti nazionali. Per Paolo Cardenà, animatore di “Vincitori e Vinti” e consulente finanziario, dalla crisi attuale l’Italia (che ha perso circa il 10% del Pil), non uscirebbe comunque prima del 2034. E anche se tutto dovesse andare per il verso giusto, alla fine del tredicesimo anno dall’inizio della crisi, cioè nel 2020, noi avremmo recuperato circa la metà del Pil che abbiamo perso.
Una nuova crisi sembra avvicinarsi con la velocità di un tornado e dalle pagine del suo blog, Andrea Mazzalai di Iceberg Finanza sostiene che - per quanto troverà dinamite in Europa e in Asia - l’innesco sarà sempre e solo l’America. Basta guardare i dati recenti degli Usa per scoprire che il leggendario Quantitative Easing che le banche centrali sponsorizzano quotidianamente come indispensabile sostegno all’economia si è in realtà rivelato il migliore disintegratore della classe media che la storia abbia mai concepito: la forza lavoro si è estinta e i salari sono crollati a livelli inferiori all’inizio dello stesso QE.
Intanto, c’è poi chi a Washington continua a negare l’evidenza e il nesso tra l'abrogazione della legge Glass-Steagall nel 1999, l’epico crollo di Wall Street del 2008 e la più grave calamità economica dal tempo della Grande Depressione. Questo nonostante il New York Times abbia già ammesso in un suo editoriale di aver sbagliato in pieno nel fare pressione per l’abrogazione della Glass-Steagall.  Pimco, uno dei maggiori asset manager del mondo che gestisce migliaia di miliardi di dollari dei risparmiatori, qualche mese fa è uscito con un rapporto che criticava la sostenibilità dell’euro. Se la sostenibilità dell’euro è messa in discussione anche dalla stessa finanza, significa che è ormai solo puntellato dall’inerzia ed è la prima esperienza di  popoli  palesemente al servizio della moneta e non viceversa.
Ann Pettifor - direttrice di un certo di ricerca per le politiche macroeconomiche (Prime) - fa una lucidissima analisi della genesi storica dell’euro,  versione più rigida del vecchio gold standard. Una costruzione basata sui peggiori dogmi neoliberisti - l’incrollabile fede nell’autoregolamentazione del mercato, il disprezzo per gli Stati, e quindi per la democrazia. E come il suo “illustre” predecessore, l’euro non può che avviarsi verso un solo destino: il fallimento.
Siete in ferie? Vi piace la montagna? Sappiate che la cittadina svizzera Montreux, nota sin dagli anni Venti per i buoni alberghi e il clima mite, è anche il luogo da cui ha avuto inizio, con la fondazione della Mont Pélerin Society (Mps) nel 1947, la lunga marcia che ha portato il neoliberalismo a conquistare un’egemonia totalitaria sull’economia e la politica dell’intera Europa. Quando Friedrich von Hayek nel 1947 chiamò a raccolta un piccolo gruppo di economisti e altri intellettuali (tra cui Maurice Allais, Walter Eucken, Ludwig von Mises, Milton Friedman, Karl Popper) per fondare la Mps, i convenuti erano soltanto 38, per la maggior parte europei. Alla fine degli anni ‘90 erano diventati più di mille, sparsi in tutto il mondo, sebbene la maggioranza continuasse a provenire dall’Europa.
E oggi Paul Craig Roberts, già assistente al Tesoro di Reagan, lancia l’allarme anche da Washington: ”E’ tempo di riconoscere che gli standard di vita americani, eccetto per l’1% privilegiato, sono in costante declino, e lo sono da decenni. Se vogliamo continuare a abitare questo pianeta, gli Americani dovrebbero mettersi in testa che le vere minacce per gli Stati Uniti non sono la Russia o la Cina, per come non lo furono Saddam Hussen, Gheddafi, Assad, lo Yemen, il Pakistan o la Somalia. L’unica minaccia agli Stati Uniti è rappresentata dalla folle ideologia neoconservatrice che pretende la totale egemonia sul mondo, oltre che prima di tutto sui cittadini americani. Un obiettivo arrogamente come questo fa rischiare agli Stati Uniti e stati vassalli il coinvolgimento in una guerra nucleare”.

venerdì 31 luglio 2015

Tra i tanti litiganti, il ministro tedesco gode

di Raffaella Vitulano

Il nostro Paese torna sulle pagine del Washington Post con un articolo a firma di Matt O’Brien, per il quale l’Italia potrebbe essere a ben ragione il primo paese ad uscire dall’euro. Il quotidiano taglia corto: qual è il paese che, dopo la sua adesione all’euro 16 anni fa, è cresciuto del 4,6 per cento in totale? ”Be’, forse quello che con più probabilità uscirà dalla moneta comune. O, in breve, l’Italia”. Difficile dire cosa sia andato storto con l’Italia, ”perché nulla è mai andato bene”. Il nostro paese, come sottolinea il Fondo monetario internazionale, ha reali problemi strutturali. Ma, allo stesso tempo, ”l’Italia ha sempre avuto questi problemi, ancora prima di avere l’euro, eppure riusciva ugualmente a crescere”. Ecco perchè i problemi strutturali e il suo persistente declino sarebbero da far risalire a Maastricht e al cambio fisso. Così, insomma, parte del problema è lo stesso euro: troppo caro per gli esportatori italiani, e troppo restrittivo per il governo, che ha dovuto tagliare il bilancio ancor più di quanto altrimenti avrebbe fatto. Il vento che soffia da Washington, del resto, mette al riparo il dollaro attaccando la valuta un tempo troppo forte: ”La zona euro si è ben rivelata una macchina da guerra al servizio di un'ideologia, il neoliberismo, ed al servizio di interessi particolari, quelli della finanza, e di una oligarchia senza confini”. Il che, obiettivamente, ci sta.
Prendiamo la minaccia d'accusa per alto tradimento che ora pesa su Yanis Varoufakis , che da ex ministro delle Finanze aveva preso la decisione di far penetrare illegalmente il sistema informatico delle autorità fiscali greche (in realtà sotto il controllo degli uomini della Troika) in accordo con il primo ministro, Alexis Tsipras. In teoria, l’alto tradimento sembrerebbe più quello dell’ex primo ministro conservatore, Samaras, battuto nelle elezioni del 25 gennaio, che ha pratica consegnato l'amministrazione fiscale ad una (o più) potenze straniere. Lascia però perplessi il fatto che Varoufakis sia ormai difeso da figure come Mohamed El-Erian, capo economista di Allianz e presidente di un comitato di esperti economici presso il Presidente degli Stati Uniti . E se avesse agito per gli stessi interessi di chi da Washington chiede con insistenza l’uscita dall’euro? Il dibattito si alimenta. E così, mentre tutti litigano sulla valuta, il ministro delle finanze tedesco Schaeuble gode nel raddrizzare l'Europa germanizzandola, intimando di togliere alla Commissione europea, ad esempio, la competenza sull'antitrust.
Il suo piano, come quello dei cinque presidenti, prevede di cambiare radicalmente la struttura di potere a Bruxelles, imponendo rigore e regole inflessibili, soprattutto per colpire Francia e Italia, i paesi 'too big to fail' ai quali occorre insegnare la durezza del vivere. Dalla quale, beninteso, sono al riparo i componenti di spicco della élite politico-economico-mediatica, che preferiscono soffiare sul fuoco della guerra tra poveri, per gestire in chiave elettorale le scarse risorse economiche e per occultare il processo di definitivo abbandono della sovranità costituzionale e della democrazia.

martedì 21 luglio 2015

Gauche caviar, i Maschi Alfa dell'economia in rivolta

di Raffaella Vitulano

Et voilà, la stampa francese è in fermento per il rientro in scena, attraverso una lettera aperta agli amici tedeschi, di Dominique Gaston André Strauss-Kahn (più brevemente Dsk), da qualcuno appellato il Metternich col Blackberry. E da qualcun altro appellato con tratti più variopinti riassunti in quella che, considerata la sua recente intesa con l’ex ministro greco Varoufakis, chiama la rivincita dei Maschi Alfa dell’economia in rivolta.
Dsk non è scevro da ambizioni politiche, e la situazione di estrema impopolarità di Hollande gli apre praterie d’azione verso una “Euroexit di sinistra”. E già, perché laddove i populisti falliscono, la strana coppia Varoufakis-Dsk vuole riuscire ponendo le basi per un raggruppamento politico transnazionale al quale hanno già dato la loro adesione economisti americani come Galbraith e il premio Nobel Stiglitz. Una formazione un po’radical chic, un po’ gauche caviar . Una sponda tra i giardini della Tour Eiffel e la vista sul Partenone , ”ma non biecamente marxista-leninista”, puntualizza Jean-Paul Fitoussi, l’economista che con Strauss-Kahn ha condiviso decenni di insegnamento nell’atelier parigino di cultura liberal SciencesPo. Una fronda dei prìncipi, insomma, perché si sa, contro le élites le rivoluzioni dal basso servono a poco. Un po’ Versailles e un po’agorà: brioches per tutti.
L’euro, in effetti, è nato per suggerimento atlantico da un accordo Franco-Tedesco per interessi soprattutto Franco-Tedeschi. Ma gli Usa oggi non restano in finestra, e i suoi giornali scrutano le mosse crudeli e felpate dell’austerità . Gregory Mankiw (tra  gli economisti americani più influenti e produttivi, già consigliere della Casa Bianca.) sul New York Times  torna sul tema del “ve l’avevamo detto”: era stato previsto non solo che l’euro sarebbe stato un fallimento economico, ma anche che avrebbe creato conflitti politici, tensioni e divisioni tra i paesi. Matt O’Brien del Washington Post rilancia:  perfino paesi ritenuti “virtuosi” sono stati duramente colpiti dalla loro appartenenza all’euro. Tutto quello che possono fare è tagliare stipendi, spese e ridurre i salari ancora di più come penitenza per qualunque trasgressione economica possono avere o non avere commesso. E questo può succedere sia che si seguano le regole o no: ”L’euro è un dio capriccioso, che elargisce punizioni ai santi come ai peccatori”.
Chi invece guarda dritto all’Italia è l’austriaco Der Standard, che ha gettato un occhio sui problemini del nostro settore bancario, profetizzando che sarà il nostro paese a far esplodere l’eurozona, coi suoi crediti andati a male da quando i i debitori non pagano più i ratei. Le imprese italiane private e produttive muoiono incenerite da otto anni di recessione; i privati cessano di pagare i mutui; le famiglie non pagano le rate per l’auto; una stragrande parte della società è insolvente. L’incendio che l’Italia appiccherà in Europa farà apparire quello della Grecia un piccolo falò.
Intanto i due Maschi Alfa dell’economia sprizzano testosterone sulla rivolta per una revanche contro i burattinai che a metà del loro spettacolo decisero di deporre i fili . Il sospetto infatti che la loro causa non siano proprio i poveri d’Europa viene ricordando che l’allora ministro delle finanze Yanis Varoufakis  assunse nuovamente la banca d’affari Lazard per assistere il suo governo nei negoziati coi creditori della Grecia. Base operativa dell’agenzia statunitense Lazard, specializzata in consulenze ai governi indebitati (ha lavorato anche per i governi di Spagna e Regno Unito), è a Parigi, ed è guidato da un certo Matthieu Pigasse, già amico di Sarkozy e oggi del presidente Hollande, che gli avrebbe più volte ricordato come la Francia sia un cliente 50 volte più grosso della Grecia, di cui è creditore. Ubi maior, va da sé quali governi  Lazard debba favorire, dato che la finanza speculativa transnazionale non sopporta di esser tagliata fuori dalle rendite del debito pubblico e pretende tributi dai contribuenti di tutti i paesi occidentali, tenendo i governi nazionali in balia delle oscillazioni e delle paturnie dei “mercati”.
Ieri il quotidiano greco Kathimerini rivela che “il libro nero del Grexit”, definito in totale segretezza al 13° piano del Palazzo Berlaymont a Bruxelles, presumibilmente contenga l’ipotesi che scoppi una guerra civile in caso la Grecia sia cacciata dalla valuta comune,  e si spinge a prevedere che ” le strade di Atene risuoneranno del rumore dei carri armati” dell’esercito che dovrebbero contenere il malcontento sociale.

lunedì 13 luglio 2015

Il sogno di Alexis s'infrange contro il Mes

di Raffaella Vitulano

Un’epoca drammatica, che forse racchiude in pochi mesi tensioni che la Storia ha registrato in secoli. Una guerra di tassi di cambio, ma non solo; un conflitto in cui la Grecia è ormai solo futile quanto drammatico pretesto, e che non a caso oppone Mario ‘Goldman Sachs’ Draghi vs Shaeuble Bundesbank. La Grecia fa gola; fanno gola i suoi porti strategici allo zar Putin e alla nordica A.P. Moeller-Maersk A/S; fanno gola la cantieristica navale e le flotte commerciali (di cui la Grecia possiede il 50% in Europa), i giacimenti di metano di petrolio e di oro non ancora sfruttati. Tsipras aveva resistito alla (s)vendita avviata da Samaras del Pireo al colosso cinese Cosco, e così la vendita delle raffinerie (Hellenic Petroleum) già assegnate (sempre da Samaras) alla "agenzia per le privatizzazioni", così come la vendita della società elettrica statale.
Ce n’era abbastanza per umiliarlo in mondovisione. E per utilizzare metodi di guerra, come un waterboarding (tecnica di interrogatorio e tortura con acqua,) finanziario. Procedura che, secondo una fonte diplomatica europea confermata dal giornalista del Guardian Ian Traynor, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese Francois Hollande e il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, hanno usato nell’incontro privato con il premier Tsipras. Una immagine sgradevole - si legge sul quotidiano - che evidenzia quanto siamo caduti lontano dagli standard europei di solidarietà e unità, al di là della forzatura mediatica o degli evidenti errori del premier greco.
La Bce ha dichiarato - seguita a ruota da tutti i media - che per statuto non poteva che bloccare la liquidità delle banche greche, facendole chiudere per due settimane, fatto mai accaduto. Ma nello statuto della banca centrale non c’è nessun articolo che avalli questa strategia, anzi, ve ne sono due che sanciscono l’obbligo da parte della Bce di intervenire tempestivamente qualora uno Stato si trovi in grave difficoltà. E dunque?  Dal canto suo, le mosse di Schauble non sono state più morbide: il suo piano - rivela Ovier Blanchard, ex capo economista dell’Fmi che lascerà con dimissioni l’incarico a settembre - può essere l’attuazione finale del progetto di Otmar Issing, ex di Goldman Sachs, nonché capo economista della Bce, che nel 2012 ha scritto un libro per propugnare la cacciata dall’euro non solo della Grecia, ma anche di Portogallo, Italia, Irlanda e Spagna. Insomma tutti i Piigs. E naturalmente, mettere paura alla Francia. Ecco perché i migliori esperti di Parigi, mandati da Hollande, avrebbero preso sotto la loro protezione il giovane Tsipras facendogli stilare sotto dettatura il piano di “riforme”identico nella sostanza a quello voluto dalla Troika. Schauble ordina il ”timor di Dio a francesi”col motto Gott Mit Uns. Hollande obbedisce e sotto l’apparenza di colomba vola ad Atene per far tornare il giovane capopopolo Alexis (di buona volontà ma pessimo statista) sui suoi passi e fare entrare in campo il Meccanismo europeo di stabilità, il Mes, più potente della Troika perché dispone virtualmente del potere legislativo e di quello esecutivo, dotato di prerogative necessarie per sostituirsi ai governi nazionali. Renzi si accoda come sempre. E su Frau Angela veglia intanto la Nsa (National Security Agency) americana, perché ingoi il rospo francese, dato che la Casa Bianca - come è emerso dalla pubblicazione di alcuni documenti desecretati della Cia e del Dipartimento di Stato - avrebbe ispirato e guidato sin dall’inizio l’euro per il tramite dei padri fondatori del progetto europeo, ed ora non è disposta a vederlo crollare. Ma la Grexit sembra solo rinviata, perché è ormai chiaro a tutti che il Club richiede regole severissime. L’economia greca è irrimediabilmente distrutta e svela  la mitologia tecnocratica della Ue nelle immagini feroci di vendette trasversali offerte nel fine settimana.
Ora, il governo di Atene potrebbe denunciare Goldman Sachs per i costosi trucchi che consigliò al vecchio governo per farlo entrare nell’euro. Anzi dovrebbe, secondo Jaber George Jabbour, ex banchiere pentito di Goldman Sachs e fondatore di Ethos Capital Advisor, ora al servizio di paesi indebitati e vittime dell’ingegneria creativa con cui Goldman li ha convinti a mutare i loro debiti in derivati e swaps. Si valuta che Goldman, per il servizio, abbia ottenuto dai greci 500 milioni di dollari; la banchiera che oragnizzò l’affare, la greca laureata ad Oxford Antigone Loudiadis, avrebbe intascato quell’anno 12 milioni di dollari.

lunedì 6 luglio 2015

Apocalypse. Now? Il rischio Cuba nel Mediterraneo

di Raffaella Vitulano

Una vera e propria settimana di Apocalisse (che in greco moderno significa anche ”scoperta”) ellenica ha aggiunto elementi di analisi non indifferenti. John Kennedy amava ripetere che cercare di soffocare rivoluzioni pacifiche rende inevitabili rivoluzioni violente. Nel caso specifico, non ascoltare la voce della gente, dei popoli, rende più complicata alla tecnocrazia la gestione del business globale. La popolazione greca ha subito un’enorme operazione di propaganda e disinformazione, forse mai vista dai tempi dei Colonnelli. La violenza delle pressioni esercitate dai paesi creditori è stata evidente. E tuttavia, la solidarietà per la causa greca non ci deve offuscare il giudizio su ciò che il referendum del 5 luglio rappresenta: una spregiudicata operazione di ingegnerizzazione del consenso. Lo scaltro Tsipras ha saputo usare lo strumento che l’Europa dei tecnocrati nega e svilisce: la democrazia. Un’operazione, peraltro, compiuta da sinistra, dopo che era stata appannaggio ormai esclusivo degli ambienti neocon da almeno un decennio (vedi anche le rivoluzioni arancioni). Se il premier greco sia un buon amministratore al momento non è dato saperlo , ma è evidente che come politico ha saputo trovare un piedistallo, facendo leva sulla rabbia e l’orgoglio del popolo greco. Un’operazione di comunicazione, un coup de théâtre degno della migliore commedia di Plauto. Tutti spiazzati. Alla segretezza delle riunioni dei vertici europei ed internazionali con Merkel, Lagarde e Hollande ha saputo contrapporre la trasparenza. Contro i banksters, tutto è stato ben orchestrato . E cosa importa se ora il ministro tedesco Steinmeier accusa Tsipras di "prendere in ostaggio il popolo greco" quando il primo ministro ha fatto esattamente il contrario, chiedendo al suo popolo la conferma di esserne il rappresentante autorizzato? Per quanto si possa dire, la questione greca resta questa: l’europeismo è in grado di proporre politiche e scelte economiche diverse dalla condanna a morte delle società?
L’Eurogruppo flirta invece con l’ambiguità: l’ha fatto cercando perfino di bloccare il Rapporto Fmi sul Debito della Grecia che, diffuso a Washington la scorsa settimana, confermava che le finanze pubbliche della Grecia non saranno sostenibili senza una sostanziale riduzione del debito, che possibilmente includa anche lo stralcio da parte dei partner europei dei prestiti garantiti dai contribuenti. E se si scava ancora un po’ più a fondo, si scopre che l’Fmi lo sapeva da anni, di certo dal 2010 , quando prefigurò un piano di salvataggio che permise alle banche private francesi, olandesi e tedesche di trasferire i loro debiti al settore pubblico greco, e indirettamente al settore pubblico dell’intera zona euro. Verso cosa si sta navigando, lo sanno solo i protagonisti principali. Magari lo intuisce anche il lontano Obama, che certo non si augura una nuova Cuba nel Mediterraneo, creata artificiosamente dai sedicenti tecnocrati dell'Idra chiamata "Troika" (Fmi-Bce-Ue), incapaci come Frau Angela e Monsieur Hollande di valutare le conseguenze del loro ostinato atteggiamento. Nel controllo del Bosforo (vedi la Russia), del Medioriente e dei Balcani, la Grecia ha del resto una posizione strategica assoluta e irrinunciabile. E Washington non può permettersi di spingere Atene nelle braccia dello Zar Vladimir. Forze euro-atlantiche starebbero lavorando insieme al tentativo di rovesciare il governo greco per rimuovere Tsipras dalla carica, sapendo che questa mossa singolare infliggerebbe il più grande e più immediato colpo al Balkan Stream, il cui migliore sponsor in Grecia è proprio il governo Tsipras; ed è nel miglior interesse della Russia e del mondo multipolare vederlo rimanere al potere fino a quando il gasdotto potrà fisicamente essere costruito. Qualsiasi cambiamento improvviso o inatteso della leadership in Grecia potrebbe facilmente mettere in pericolo la sostenibilità politica del Balkan Stream e costringere la Russia a fare affidamento su Eastring, ed è per queste ragioni che la Troika vuole forzare Tsipras a un dilemma inestricabile sulle condizioni attuali del debito. Washington sta già soffiando sul fuoco della violenza nazionalista albanese in Macedonia, al fine di ostacolare il percorso previsto del Balkan Stream, mentre l’Ue cerca un percorso alternativo attraverso i Balcani orientali a controllo unipolare. Anche se non è chiaro che cosa sarà del governo Tsipras o dei piani della Russia per i gasdotti in generale, è inconfutabile che i Balcani sono diventati uno dei principali e ripetuti focolai della nuova Guerra Fredda, e la concorrenza tra il mondo unipolare e quello multipolare in questo teatro geostrategico sta iniziando a manifestarsi solo ora. Oggi proviamo una sincera stima per il coraggio del popolo greco, ma la posta in gioco è davvero forte. Ed esistono, ammettiamolo, seri motivi di rischio che il tributo da pagare per quel coraggio possa essere alto.