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giovedì 26 febbraio 2015

Fascino russo e sfumature di Grecia

di Raffaella Vitulano

Ascolto, osservo, leggo. Più lo faccio, più le parole mi si allineano innanzi, più mi convinco che l’arte della menzogna sia inevitabilmente alla radice del potere. Ciò che rende la suggestione particolarmente perversa è che oggi la posta in gioco mondiale non sembra limitarsi al prevalere di una impostazione neoliberista a discapito di teorie keynesiane, pur sempre nel rispetto di una democrazia liberale e di uno stato di diritto. La posta in gioco riguarda infatti la salvaguardia delle libertà politiche, sociali, economiche e civili, inginocchiate ad un laboratorio finanziario senza precedenti, perchè sorretto da reti e infrastrutture tecnologiche sempre più sorprendenti. Il packaging verbale dell’industria mediatica serve ormai poco a celare la frantumazione del diritto rappresentativo democratico, polverizzato da revisionismi costituzionali da parte di oligarchie ben addestrate nel camouflage tra realtà e interpretazione del reale. Accade ovunque. E alla menzogna, con effetto domino, s’inchinano le tessere dei mosaici geopolitici. Lo diceva, del resto, Machiavelli: ”Gli uomini sono così ingenui e legati alle esigenze del momento che chi vuole ingannare troverà sempre chi si lascerà ingannare”. Bugie, opportunismi, rivoluzioni colorate, frasi ad effetto, slides, programmi, promesse pubblicitarie. Il mondo sfreccia nelle reti del business, diffonde la guerra in nome della democrazia, sfiora il delirio, sposta pedine sempre più freneticamente. Il fascino delle economie russa e cinese potrebbe a questo punto risultare irresistibile per la Grecia. Sirene. Come quelle celate nelle dichiarazioni del segretario di Stato Usa, John Kerry, e del presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, su nuove sanzioni contro la Russia, che mirano intanto a distrarre l’attenzione dagli accordi di Minsk. Dopo l’accordo tra Putin e Tsipras, che si è concluso con un invito a Mosca nel giorno della Vittoria sui Nazisti - il 9 Maggio - il collegamento del gasdotto ai principali paesi dell’Europa meridionale potrebbe consentire alla Grecia di controllare le forniture di gas e assumere una posizione strategica nello scenario europeo.
Forse una necessità, nel caso in cui i combattimenti sulla costa libica portassero inevitabilmente ad una riduzione od a un’interruzione dei rifornimenti di gas e petrolio libici verso l’Italia. Approvvigionamenti in forse, ma comunque assicurati in extremis dai contratti take or pay con Russia (sanzioni escluse) e Algeria, cioè quelli per cui paghiamo comunque una certa quantità di gas, indipendentemente dal fatto che poi la usiamo o no. Sta di fatto che la bolletta energetica di sicuro non se ne avvantaggerà e che la crisi dell’Eurozona solo per Berlino si è trasformata in un grande affare: gli investitori sono fuggiti dai paesi in difficoltà e si sono riversati sui titoli tedeschi. Bel vantaggio competitivo, contro il quale nulla potrà il tagliare spese e diritti in questa Unione Europea che, fuori dalla retorica comunitaria, è ormai un terreno di battaglia di tutti contro tutti.

martedì 17 febbraio 2015

European Snipers

di Raffaella Vitulano

Al cinema va fortissimo ”American Sniper”. Il coautore della biografia da cui è stato tratto il film sulla vita del tiratore scelto Chris Kyle, racconta che all’ex Navy Seal non piaceva la guerra, ”un affare terribile, spietato, che dovrebbe essere evitato con tutte le forze ogni volta che si può”. Ma come tutti i grandi guerrieri, Kyle sapeva che se si sceglie di combattere bisogna vincere a tutti costi. In campo militare come in altri. Dello stesso parere il generale dell’Aeronautica Militare Vincenzo Camporini, ex capo di Stato maggiore della Difesa, attualmente vicepresidente dell’Istituto Affari Internazionali, per il quale ”le guerre a metà, come è noto, non finiscono bene”. Bisognerebbe dunque pensarci quando si ipotizza di finanziare l’invio di militari da equipaggiare ed impiegare per anni o decenni, in periodi di spending review, chiusura di reparti e stipendi risicati. Il nostro paese si scopre debole ed esposto. E’ tuttavia l’intera e poco lungimirante Unione europea, oggi, a scoprire le minacce ad est e a sud del continente. Dal canto suo Isis si è capillarmente diffusa in una rapida quanto resistibilissima ascesa, sfruttando proprio le debolezze di quei governi che non hanno mai avuto il reale controllo sul territorio. Prese come sono dall’asfissiare i bilanci nazionali e dallo stritolare buste paga, le istituzioni comunitarie hanno perso il senso della Storia. Tracimando insuccessi politici, stravolgendo le vite dei cittadini, stanno conducendo il continente alla deriva. Commentando lo scontro frontale tra Europa e Grecia, ieri l’economista Paul Krugman sentenziava senza mezzi termini: ”Questo tipo di bullismo non funzionerà”. In alternativa, e più probabilmente, potrebbero aver deciso con decisa convinzione di spingere la Grecia oltre il burrone del default, imponendole un naufragio economico da sferzare come monito contro chiunque altro stesse pensando di chiedere e rifiutare aiuti capestro. Un default del debito greco potrebbe tuttavia avere  un effetto ancor più devastante di quello della Lehman Brothers, dato che non furono i fondamentali della banca d’affari a causarne il crollo, ma il panico che ne seguì, il timore che la sua esposizione sui derivati avrebbe potuto far collassare il sistema. Il sonnambulismo degli europei sta ignorando l’idea di un partenariato paneuropeo tedesco-franco-russo, che sia per la pace che per il commercio, sarebbe molto più popolare di quanto sostengano i media. Se ne è accorto invece il New York Times che in un editoriale sostiene che ”l’Occidente ha urgentemente bisogno di una dose di spirito kennediano” che ridia fiducia nella legittimità del sistema. Il quotidiano attribuisce  a sorpresa ad Angela Merkel maggiore ”consapevolezza” rispetto ai suoi colleghi Obama, Cameron o Hollande, rivalutandone le doti diplomatiche e trovando apprezzabili le sue ultime dichiarazioni sulla Russia e sull’Islam. La Germania possiederebbe dunque le chiavi del luogo verso il quale non solo l’Europa, ma il mondo intero, si sta dirigendo. Con buona pace di un’Italia silente.

giovedì 12 febbraio 2015

Cavalli di Troika

di Raffaella Vitulano

Angela Merkel al Vertice Ue annuncia la possibilità di un compromesso sulla Grecia mentre dall’Ucraina giungono venti di tregua: accordo sul cessate il fuoco dal 15 febbraio. Poco importa che Putin spezzi matite durante un delicatissimo vertice. Ora è importante valutare tre fatti solo in apparenza distanti: la triangolazione Russia-Nato-Grecia; la questione del debito e della sovranità monetaria; il freno della cancelliera tedesca sull’escalation in Ucraina. Così, tre emergenze (l’Isis, la crisi greca, e il conflitto russo-ucraino) s’intrecciano con soluzioni debitamente soppesate e decisamente collegate, anche perchè le diverse cordate che influenzano i processi globali spesso sono solo in apparente contrasto tra di loro. Prendiamo la questione Tsipras, tema non solo economico ma anche geopolitico. La dimensione finanziaria svetta oggi centrale come in altri tornanti epocali. Se il leader greco tornasse a stampare dracme, l’ipotesi guerra si farebbe più concreta: ricordiamoci che dietro le primavere arabe ci fu il fattore banche; dietro la guerra di Libia il dinaro d'oro africano; la seconda guerra mondiale scoppiò dopo la nazionalizzazione della Banca centrale tedesca. I cavalli di Troika sono insomma all’opera. Pensiamo a certe durezze europee in apparenza inspiegabili ma in realtà funzionali al progressivo scivolamento della Grecia verso Mosca. Gli interessi di Atene non sono ovviamente né quelli di Putin né quelli di Soros, ma coincidono comunque con quelli di una Europa che complessivamente ha tutto da perdere dalle sanzioni contro la Russia. Non dimentichiamoci poi che dopo il blocco del gasdotto South Stream potrebbe essere la Grecia ad ospitare l’infrastruttura del gasdotto per l’Europa del Sud. Per un paese che tra poco non saprà più come pagare stipendi e pensioni, è pur sempre un’opportunità. La politica del rischio calcolato della Teoria dei Giochi consiste nel convincere gli avversari che la sfida è totale, che si è totalmente incuranti del pericolo, quasi folli, e disposti a far crollare tutto. Poi sorridere, e dire finalmente quello che si pensa veramente. Il ministro delle finanze Yanis Varoufakis è un teorico dell’argomento. Nel 1995 ha scritto un libro, “Game Theory: A Critical Text” , che ora sta mettendo in pratica con gran gusto. Una tattica che potrebbe spingere Francia e Germania - che hanno riaperto i canali diplomatici con Putin senza consultare previamente Obama - a dire con grande chiarezza che, a meno di un ritiro degli Usa dall’Ucraina, e di un impegno politicamente vincolante, l’Ucraina non otterrà un solo euro dalla Ue. Linguaggio troppo diretto, ma qualcosa, forse, si sta muovendo nell’Ue: gli Stati, al contrario degli eurocrati, stanno prendendo atto dei danni geopolitici e delle macerie economiche del Vecchio Continente. Tsipras più di altri giovani leader sta mettendo in atto il superamento della contrapposizione destra sinistra; si legge negli accordi economici e in quelli militari. E comincia a filtrare attraverso le maglie dei servizi dei paesi che non vorrebbero vedersi coinvolti in una guerra di Troika. La stampa inglese, infatti, riporta un accordo che sarà firmato il 25 febbraio e che concederà ai russi una base navale ed una aeronavale non lontana da quelle inglesi ancora presenti a Cipro: non è un caso che i depositi bancari ciprioti, prevalentemente a capitale russo, subirono un prelievo forzoso ad opera della Troika. I paesi del Mediterraneo rialzeranno la testa?

giovedì 5 febbraio 2015

Una lucida follia

di Raffaella Vitulano

Sarà una goccia nell’oceano, ma con una manovra senza precedenti la Croazia ha eliminato il debito dei suoi cittadini più poveri, con un programma di governo che mira ad aiutare alcuni dei 137 mila croati il cui conto in banca è stato bloccato a causa di conti non pagati. Il Washington Post riporta che il governo croato ha convinto molteplici città, aziende pubbliche e private, i maggiori fornitori di telecomunicazioni del Paese, nonché nove banche, a supportare il piano per l’assorbimento del debito. Una manovra assolutamente inedita, incomprensibile da parte di quei governi Ue che continuano ad opprimere i cittadini con una dilagante austerità. Nel suo gioco di ruolo la Grecia, in piena ”coercive deficiency” (carenza coercitiva ovvero debolezza estremizzata), si spinge con lucida pianificazione verso il burrone, e la Germania ed i suoi alleati temono soprattutto le reazioni di Italia, Francia e Spagna. Per alcuni il progetto Ue sta diventando illusione collettiva con cui scagionare abilmente un’incapacità politica che, ancor prima di appartenere a Bruxelles, appartiene al governo nazionale. Dal canto loro, gli Usa non restano certo in finestra: Obama strizza l’occhio a Tsipras e convoca la Merkel a Washington per il 9 febbraio, dopo la visita che avrà oggi a Mosca. L’euro è del resto l’ultima linea di difesa del dollaro di fronte alla speculazione monetaria internazionale. Immaginate una enorme massa di dollari in circolazione (detenuta dall’Arabia Saudita, ma anche da Cina e India che, in caso di dissolvenza del biglietto verde perderebbero comunque le loro riserve) e all’ancor più spaventoso fenomeno dei titoli tossici esistenti, pari a 54 volte il pil mondiale. Alla Casa Bianca Frau Merkel potrebbe venire stretta tra nuove concessioni al contributo europeo e le pressioni provenienti dal suo elettorato; difficile scelta. E a Mosca vacilla un’altra tegola sull’inflessibile cancelliera: la richiesta di 600 miliardi di Putin per ”danni di guerra e obblighi di riparazione” per l’aggressione nazista del 1941. I rapporti tra Germania e Russia si fanno più tesi. E anche in questo caso occorre che l’Europa agisca prima che il conflitto ucraino deflagri in una rottura dell’Europa in senso storico, di cui la Russia è parte integrante. La Grecia è, con la Turchia, l’asse portante del fronte sud della Nato ma è a sua volta storicamente legata anche alla Russia. Ieri la Nato annunciava di essere pronta a inviare 5 mila militari: l’escalation del conflitto in Ucraina fa cadere i paraventi dietro ai quali Usa e Ue si muovono per modificare i rapporti di forza in Europa, compromettendo la relazioni con la Russia e mettendo a rischio la stabilità politica del nostro continente. Oscilla intanto paurosamente quella economica. L’istituto Eurofound mette in guardia: l’impatto delle sanzioni contro la Russia determinerà ulteriore crisi e disoccupazione in Europa. Lo scenario è ancora remoto ma l’epoca in corso si presta a cambiamenti repentini e spesso incontrollabili. Tenendo a mente le parole profetiche del sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman: ”In un mondo senza regole dettate dalla politica, sopravvivono soltanto in due. La criminalità e la finanza”.

martedì 3 febbraio 2015

Pattinando sul ghiaccio russo

di Raffaella Vitulano

Una notizia sembra passata sotto silenzio: la lancetta simbolica del ”Bulletin of the Atomic Scientists”, che indica a quanti minuti siamo dalla mezzanotte della guerra nucleare, è stata spostata in avanti: da 5 a mezzanotte nel 2012 a 3 a mezzanotte nel 2015. Lanciano l’allarme noti scienziati dell’Università di Chicago che, consultandosi con altri (tra cui 17 Premi Nobel), valutano la possibilità di una catastrofe provocata dalle armi nucleari in concomitanza con il cambiamento climatico dovuto all’impatto umano sull’ambiente. Non è un mistero inoltre che Usa e Russia stiano procedendo all’upgrade delle rispettive forze nucleari. E gli scienziati suggeriscono azioni veloci per impedire catastrofi: sprecare tempo non è un’opzione. Quanto politica, geopolitica, tattica ed economia siano di questi tempi correlate emerge soprattutto in Europa, dove l’offensiva diplomatica di Alexis Tsipras e del suo ministro delle Finanze Yanis Varoufakis puntava ieri dritta su Roma. Senza giri di parole su una crisi sistemica che l’Europa finge solo di risolvere c’è chi, sul web, maliziosamente ricorda i consiglieri di Lazard ingaggiati a suon di milioni di dollari dal governo greco. Lazard, quell’istituto finanziario di New York che nel 2013-2014 operò con JP Morgan e Deutsche Bank per annodare l’Etiopia in una speculazione sui suoi titoli di Stato di un valore tale da mettere quel Paese e le sue risorse nelle mani di Chicago e di Wall Street per i prossimi 70 anni. Atene ha dunque scelto come advisor per rinegoziare il debito una banca d’affari in cui Gerd Häusler, con particolare abilità sui derivati, pare sia stato a un tempo consulente degli investitori del popolo greco e del governo Papademos. Documenti pubblicati dal Wall Street Journal rivelano ora che molti paesi sapevano che i prestiti dell’Fmi in realtà avrebbero salvato le banche private europee, lasciando invece la Grecia nel debito e in una situazione economica ancora peggiore. Il primo scontro tra Tsipras e la Ue, tuttavia, non ha riguardato la ristrutturazione del debito, ma le relazioni tra Europa e Russia. Per comprendere la polemica greca nata intorno alla dichiarazione pubblica del 27 gennaio scorso - in cui i leader Ue hanno convenuto che la responsabilità per l’attacco missilistico su Mariupol è della Russia - basta ricordare che la città ucraina in questione era in origine un insediamento di rifugiati greci e tartari, che parlavano ortodosso, che furono incoraggiati a stabilirsi in quella zona nel 1778. Questo reinsediamento avrebbe costituito l’asse centrale della politica russa. Ecco perchè la Grecia farà leva sulla sua posizione geopolitica, che ora si trova sulla faglia di giunzione, per massimizzare il suo potere contrattuale. Le democrazie occidentali diventano sempre più ologrammi costruiti da oligarchi mondiali con strumenti da “ingegneria sociale”. Un gioco ad alto rischio di destabilizzazione che include anche le politiche verso i Balcani e verso il Medio Oriente mentre in parallelo, sulla scacchiera militare, la situazione si fa ogni giorno più pesante, tanto da far dire a Gorbaciov che tutto potrebbe precipitare e l’Europa rischia di ritrovarsi nel bel mezzo del fuoco incrociato.