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mercoledì 29 aprile 2015

Mosca, Teheran, Pechino. Dov'è Bruxelles?

di Raffaella Vitulano
E’ dal numero dell’8 marzo 1992 che il New York Times ha rivelato come, nel 1991, il presidente Bush padre incaricò un discepolo di Leo Strauss, Paul Wolfowitz, di elaborare una strategia, una ”dottrina” che spiegasse come la supremazia degli Usa sul resto del mondo esigesse, per essere garantita, di imbrigliare in qualche modo anche l’Unione Europea. Fu allora che si cominciò a parlare di teoria del caos, e i risultati globali oggi sono sotto gli occhi di tutti.
Gli equilibri economici, tuttavia, oggi si vanno sempre più delineando, spostandosi in modo massiccio verso l’Asia. E l’Europa dovrebbe svegliarsi. Mosca, Pechino, sono attivissime. Ma anche Teheran non sta in finestra. La Banca del popolo cinese (banca centrale di Pechino), sta aumentando le dimensioni del suo bilancio, come hanno fatto Bce, Fed e Bank of England, ma l’obiettivo non è quello di abbassare i tassi di interesse e “liberare” i bilanci delle banche, bensì quello di finanziare le province e, per questa via, i loro programmi di investimenti pubblici. La Cina sceglie il Tai Chi e respira profondamente, anche nello smog che invade le sue città, ed è sempre presente. Ovunque.
L’Ocse ridisegna la mappa dello sviluppo culturale: nei prossimi anni i talenti mondiali verranno da Cina e India, ad esempio. E per quanto lo sforzo umanitario sia sincero, molti analisti segnalano che presto la partita degli aiuti in Nepal potrebbe diventare un altro fronte della rivalità tra Cina e India per espandere le proprie sfere d’influenza dal punto di vista strategico e commerciale. Pechino, del resto, ha già inserito il Nepal nel percorso della nuova Via della seta, il piano asiatico di investimenti e infrastrutture con cui intende enfatizzare la sua supremazia . E noi? Le imprese europee sgomitano per sommergere il mercato iraniano post-sanzioni con una valanga di investimenti; primi su tutti i giganti dell'energia che vorrebbero sganciarsi da Gazprom. Ma la competizione formidabile con Mosca e Pechino rischia di raffreddare i loro entusiasmi: mentre Bruxelles veniva trascinata verso Washington, Cina e Russia hanno fiutato da tempo l'inevitabile riemergere dell'Iran come potenza chiave.
Pechino e Teheran fanno gioco di squadra con Mosca, dubitando della pronta realizzazione delle infrastrutture europee affinché la controparte iraniana possa portare forniture di gas naturale velocemente e in grande quantità verso l'Europa. Un upgrade di reti e infrastrutture possibile solo con l'aiuto di Russia e Cina. Teheran diventerà fornitore nel gasdotto Trans-Anatolico (Tap), che fornirà gas all'Europa tramite la Turchia, e tuttavia la sua realizzazione non impedirà le esportazioni di Gazprom verso l'Ue. Ciò che funzionari russi e iraniani stanno discutendo da tempo è in effetti quanto in realtà possa essere redditizio per entrambe le nazioni esportare all'Ue. Senza dimenticare il fatto che Mosca ha ancora un ruolo da giocare relativamente al Pipelineistan, il Turkish Stream, che incanalerà il gas russo verso la Turchia e la Grecia.
L'Iran è senza dubbio il punto chiave delle nuove Vie della Seta cinesi e anche la partnership tra Cina e Iran non comprende solo gli stretti legami energetici e commerciali, ma si estende anche alla tecnologia militare cinese più avanzata e all'input cinese nel programma di missili balistici dell'Iran.
Alla faccia delle sanzioni Usa, che non hanno impedito alla Cina di importare energia dall'Iran a proprio piacimento.
E a quelle Ue, che la Russia si è attrezzata ad aggirare.
Resta fondamentale, in questa partita a scacchi, il sistema Swift parallelo che la Cina ha creato per pagare l'energia a Teheran che, una volta concluso l'accordo nucleare, avrà libero accesso a questi fondi nella valuta cinese, lo yuan. Investendo su molteplici fronti, la Cina sarà infine determinante anche per il completamento del travagliato gasdotto tra Iran e Pakistan (Ip), che in futuro potrebbe anche includere un’estensione verso l’area cinese di Xinjiang.
L’Europa, dunque, per la sua poca lungimiranza resta vaso di coccio tra vasi di ferro. Figuriamoci l’Italia in svendita. Giovedì scorso Qu Xing, ambasciatore della Cina in Belgio, ha tagliato corto: ”Gli Stati Uniti non desiderano vedere la propria presenza indebolita in nessuna parte del mondo, ma il fatto che le loro risorse sono limitate, rende necessario un lavoro duro per continuare a sostenere la propria influenza in affari esteri”. E la dottrina Wolfowitz è già obsoleta.

venerdì 24 aprile 2015

L'Europa dimentica i propri interessi

di Raffaella Vitulano

Ernest Hemingway l’aveva capito da un pezzo: ”Dobbiamo abituarci all'idea: ai più importanti bivi della vita, non c'è segnaletica”.
Oggi il mondo è a un bivio. Forse è addirittura ad un incrocio. La segnaletica non c’è, e non è detto che vicoli tetri spuntino subito dopo l’angolo. Chi pensa che il buen retiro nel proprio pezzetto di pianeta servirà a rimanere immune da trattati internazionali, rovesci globali e tensioni con la Russia, sbaglia di grosso. Mai come in questo periodo il minimo battito d’ali di una farfalla è in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo, e la teoria del caos - applicata con zelo anche nella finanza - regna incontrastata. Nei delicatissimi equilibri del pianeta, il ghiaccio della guerra tra Usa e blocco sovietico sembrava essersi scongelato da anni. Ma gli equilibrismi di maniera hanno negli ultimi mesi lasciato posto ad una facciata ibernata come non mai. Focolai di guerra, mediatica e non, impongono nuove riflessioni all’Europa, vaso di coccio tra i due di ferro, soprattutto alla luce delle sanzioni economiche alla Russia che stanno mettendo in ginocchio parecchie imprese italiane.
Ed ecco che le relazioni con la Russia e la situazione in Ucraina comparivano tra i punti all'ordine del giorno del summit europeo del 19 e del 20 marzo scorsi. I leader europei hanno concordato due punti essenziali: continuare con le sanzioni fino all’entrata in vigore degli accordi di Minsk ed elaborare un piano contro le campagne di disinformazione della Russia. 
A Federica Mogherini, Alta Rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri e la sicurezza, è stato dato il compito di preparare un ”piano di azione sulla comunicazione strategica” entro il mese di giugno. La prima tappa di questo meccanismo ”anti-propaganda” sarà la nascita di una squadra di comunicazione con base a Bruxelles. Molti media in ogni paese europeo, tuttavia, possono considerarsi portatori sani di propaganda e disinformazione. Col pretesto di arginare fascismi e nazismi, Bruxelles intende frenare l’avanzata dei partiti formalmente di destra e critici con le recenti politiche comunitarie, coprendosi però gli occhi su altri olocausti europei, a partire da quello greco. Il motivo principale che lega gli intenti di questi partiti alla politica estera russa è dunque la comune avversità all’Unione Europea, vista da un lato come la causa della crisi economica e della cattiva gestione di problemi come quelli legati dell’immigrazione clandestina; dall’altro, come una costante minaccia per gli accordi energetici tra Russia e paesi europei, oltre alla pericolosità geopolitica dell’adesione di paesi come l’Ucraina all’Ue, e conseguentemente alla Nato, come sarebbe potuto accadere nel 2004. Così come durante la parabola sovietica creava movimenti filo-comunisti in Europa, ora Mosca sostiene economicamente e politicamente partiti ribelli, con finalità geopolitiche ma soprattutto economiche. Già lo scorso 12 marzo l’Europarlamento aveva votato una risoluzione sulla relazione annuale tenuta dall’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la sicurezza mettendo sotto accusa il Cremlino. Dopo alcune pagine, il testo della risoluzione parlamentare viene al dunque: il Parlamento “ritiene necessaria una strategia politica globale volta a ristabilire l’ordine politico europeo (…) e a vincolare tutti gli Stati europei, tra cui la Russia; (…) ritiene che lo sviluppo di un dialogo costruttivo con la Russia e con altri paesi del vicinato dell’Ue in materia di cooperazione per rafforzare questo ordine costituisca una base importante per la pace e la stabilità in Europa, purché la Russia rispetti il diritto internazionale e assolva ai suoi impegni relativi alla Georgia, alla Moldova e all’Ucraina, compreso il ritiro dalla Crimea” (par. 30). 
Rispolverato il lessico della guerra fredda per enunciare la necessità di “contenere le ambizioni della Russia nel suo vicinato” (par. 31), il testo assume i toni dell’arringa. Il Parlamento “condanna fermamente il fatto che la Russia abbia violato il diritto internazionale mediante l’aggressione militare diretta e la guerra ibrida contro l’Ucraina, che ha provocato migliaia di vittime militari e civili, così come l’annessione e l’occupazione illegittime della Crimea e le azioni di natura analoga nei confronti dell’Abkhazia e dell’Ossezia meridionale, territori della Georgia; sottolinea l’allarmante deterioramento del rispetto dei diritti umani, della libertà di espressione e della libertà dei media in Crimea” (par. 34); “sostiene le sanzioni adottate dall’Ue in reazione all’aggressione russa contro l’Ucraina che potrebbero anche essere rafforzate” (par. 35); “invita i paesi candidati all’adesione ad allineare la loro politica estera nei confronti della Russia con quelli dell’Unione” (par. 36); infine, “sottolinea la necessità di un approccio europeo coerente nei confronti delle campagne di disinformazione e delle attività di propaganda utilizzate dalla Russia all’interno e all’esterno dell’Ue; esorta il Seae e la Commissione a presentare un piano d’azione con misure concrete per contrastare la propaganda russa; chiede la cooperazione con il Centro di eccellenza delle comunicazioni strategiche della Nato sulla questione” (par. 37). Quanto alla Nato, il Parlamento europeo considera che “la cooperazione Ue-Nato debba essere rafforzata e che sia necessario intensificare la pianificazione e il coordinamento tra la difesa intelligente della Nato e la messa in comune e la condivisione dell’Ue” (par. 54). L’Europarlamento, infatti, “ritiene che gli Stati Uniti siano il principale partner strategico dell’UE e promuove un maggior coordinamento, in condizioni di parità , con tale paese in materia di politica estera dell’Unione Europea e a livello globale; sottolinea il carattere strategico del partenariato transatlantico su commercio e investimenti che ha il potenziale di consentire ai partner transatlantici di fissare standard globali in materia di lavoro, salute, ambiente e proprietà intellettuale e rafforzare la governance globale” (par. 52); infine “sottolinea la necessità di definire una strategia dell’Ue in coordinamento con gli Stati Uniti” (par. 55). 
Con tali premesse, il quadro è abbastanza chiaro e non lascia margini alla diplomazia. La condivisione delle posizioni di Washington concernenti l’Ucraina, espresso in termini inequivocabili dalla risoluzione votata dal Parlamento europeo, esclude senza appello la possibilità di un accordo tra Europa e Russia, che danneggerebbe gravemente l’egemonia statunitense, ma apre il varco a dubbi sulla difesa degli interessi fondamentali dell’Europa. Gli equilibri economici del pianeta, del resto, passano proprio da qui: la rilevanza dell’Ucraina nella strategia del controllo americano sull’Europa era stata lucidamente evidenziata, non a caso, da Zbigniew Brzezinski già vent’anni fa, quando non era facile immaginare il ruolo centrale che l’Ucraina avrebbe assunto sullo scacchiere eurasiatico. Eppure il geopolitico americano ne aveva indicato la funzione di “perno”, d’importanza vitale per la Russia e per l’intera Eurasia. “L’Ucraina, un nuovo ed importante spazio sullo scacchiere eurasiatico, – si legge nel suo volume La grande scacchiera – è un perno geopolitico, perché la sua esistenza stessa come paese indipendente serve a trasformare la Russia. Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico. La Russia senza l’Ucraina può ancora lottare per uno statuto imperiale, ma allora diventerebbe uno Stato imperiale prevalentemente asiatico, più facilmente trascinabile in conflitti debilitanti con le risorte popolazioni dell’Asia centrale (…) Comunque, se Mosca riprende il controllo dell’Ucraina, coi suoi 52 milioni di abitanti e le sue grandi risorse, nonché l’accesso al Mar Nero, la Russia automaticamente ritrova il modo per diventare un potente Stato imperiale, esteso sull’Europa e sull’Asia”. Kiev, dunque, “testa di ponte democratica” degli Stati Uniti nel continente eurasiatico. È lo stesso Brzezinski a dichiarare esplicitamente: “Un’Europa allargata e una Nato allargata serviranno gl’interessi a breve e a lungo termine della politica statunitense. Un’Europa allargata estenderà il raggio dell’influenza americana senza creare, allo stesso tempo, un’Europa così politicamente integrata che sia in grado di sfidare gli Stati Uniti in questioni di rilievo geopolitico, in particolare nel Medio Oriente”. In questo scenario, la tesi dello ”scontro delle civiltà” svolge in queste ore egregiamente il suo ruolo. La Grecia, intanto, è alla canna del gas.
Ma quale? L’antitrust europeo ha accusato formalmente Gazprom di "abuso di posizione dominante" per le sue pratiche commerciali nell'Europa centrale e orientale, con cui ha attuato una "politica dei prezzi sleale" e ha "ostacolato la concorrenza transfrontaliera" creando "barriere artificiali". L'azienda ha 12 settimane per rispondere, con una potenziale multa da 14,3 miliardi. Il gas in questione per Atene è ora proprio quello del gigante statale russo che, dopo lo stop al progetto South Stream da parte di Bruxelles, punta le sue carte sul nuovo piano voluto da Vladimir Putin in persona: far transitare il combustibile diretto verso l’Europa in un nuovo gasdotto (ribattezzato Turkish Stream) attraverso Turchia e Grecia. L’oligarca russo Miller ha già offerto 3 miliardi in anticipo al leader Tsipras. 
L’Europa, stretta tra i lacci di bilancio, deve tenerne conto. Ipotizzando futuri geopolitici, infine, non dimentichiamo le varie esercitazioni militari della Nato che lasciano presagire uno scenario drammaticamente rischioso. L’economia e i mercati hanno ormai bisogno di guerre come un cane rabbioso. Dopo una prima fase definita "magnifico balzo" (Noble Jump) tenutosi in aprile in Polonia con la partecipazione di forze tedesche e italiane, abbiamo avuto la seconda recentemente a largo della Scozia, definita Joint Warrior, e per ammissione della stessa Nato è stata la maggiore esercitazione navale: vi hanno partecipato dall’11 al 24 aprile 50 navi da guerra (tra cui un gruppo italiano) e 70 cacciabombardieri (che, bisogna sempre ricordare, hanno duplice capacità anche nucleare). Il tutto serve a preparare la madre di tutte le esercitazioni per la cosiddetta ”Trident Juncture 2015” - la maggiore esercitazione dalla caduta del Muro di Berlino ad oggi che si terrà proprio in Italia dal 28 settembre al 9 novembre, cui parteciperanno tutte le forze della Nato.

I sonnambuli di Bruxelles risvegliano fantasmi storici

di Raffaella Vitulano

Il modello Cipro sembra avvicinarsi anche per l’Italia. Di indizi ce ne sono molti, come briciole di Pollicino, e il rischio è che a fine sentiero ci sia più di un orco. Primo indizio su tutti, la Banca d’Italia ha chiarito ulteriormente come stanno realmente le cose con un tweet sull’account ufficiale dell’Ufficio Stampa: ”Le banche devono informare la clientela che potrebbero dover contribuire al risanamento di una banca”.
Il Governatore Ignazio Visco ha dunque esortato il sistema bancario italiano a mettere al corrente i clienti in occasione dell’audizione del 22 aprile scorso alla VI Commissione permanente Finanze e Tesoro del Senato, in ottemperanza a quanto disposto dai Meccanismi di vigilanza e di risoluzione che costituiscono i veri pilastri su cui si basa l’Unione Bancaria e che entreranno a regime dal gennaio del 2016. la direttiva 2014/59/ue dell’Europarlamento e del Consiglio del 15 maggio 2014 fa esplicito riferimento ad un rischio di fallimento, e forse questa eventualità potrebbe destare ancora maggiori preoccupazioni del fallimento stesso. Un piano di risanamento viene infatti approntato anche se l'azienda (in questo caso la Banca) non è ancora insolvente, e dunque ben prima del fallimento i clienti italiani potrebbero esser chiamati direttamente a contribuirvi a farne fronte. Apriti cielo. Sul web un esempio spopola: ”Praticamente come dire che d’ora in poi chi affida la propria automobile a un parcheggio privato per la custodia, nel caso di rischio di fallimento del garagista, se la vede venduta coercitivamente”. 
Questo accade quando la politica perde di vista il bene dei cittadini e si affida ai burocrati: l’euro regni incontrastato, si fermi il diritto di critica, scendano i passeggeri. A guardia della preziosissima valuta sta indiscutibilmente la Germania. Un lungo coraggioso articolo del settimanale tedesco Der Spiegel affronta lo spinoso tema del passato nazista della Germania e dei sempre più aperti riferimenti al ritorno di un quarto Reich. Dopo una rassegna del dibattito nei vari paesi europei (Italia inclusa), lo Spiegel sembra riconoscere che, attraverso l’euro, la Germania sta effettivamente rivivendo la sua antica tendenza all’egemonia, questa volta economica, per la quale però le mancherebbe, strutturalmente, la necessaria grandezza e magnanimità. Ogni decisione dipende dai tedeschi e dalla loro ideologia secondo la quale l’inflazione è figlia di Satana e un debito è una “colpa”. Tutto sta - spiegano dall’Università di Padova - in una parolina, Schuld, che in tedesco vuol sì dire debito ma significa anche “colpa”. 
Se in inglese esistono due parole, debt e guilt, in francese dette e faute, in italiano debito e colpa, in tedesco esiste solo Schuld: i due concetti sono indissolubilmente legati dal vocabolario, il che rende difficile a chi abita tra le sponde del Reno e quelle dell’Oder il pensare alla crisi dell’euro in modo razionale. La favola della cicala e della formica è diventata la Road Map per risolvere il problema. Già nel corso del Novecento, uomini spregiudicati cavalcarono le crescenti tensioni sociali per innestare nel cuore dell’Europa il virus fascista, e non sono pochi quelli che sospettano della disinvolta leggerezza con la quale gli euro-burocrati consegnano la Grecia al default, esperimento funzionale all’arrivo al potere di Alba Dorata, esperimento neonazista da esportare poi nel resto del Vecchio Continente.
 E’ un’ipotesi, certo, ma i tecnonazisti sono all’opera. Dalle colonne del The Guardian, il giornalista d’inchiesta australiano John Pilger ci va giù ancora più duro, ricordando che ”iniziare una guerra di aggressione…”, dissero nel 1946 i giudici del tribunale di Norimberga, ”non è soltanto un crimine internazionale, maè il crimine internazionale supremo, che differisce dagli altri crimini di guerra solo in quanto contiene in sé l’accumulo di tutti i mali”. Così, le menzogne mediatiche si prestano alla progenie del fascismo moderno, ”svezzato dalle bombe, dai bagni di sangue e dalle menzogne, che sono il teatro surreale conosciuto col nome di informazione. Comedurante il fascismo degli anni ’30 e ’40, le grandi menzogne vengono trasmesse con la precisione di un metronomo grazie agli onnipresenti, ripetitivi media e la loro velenosa censura per omissione”. Il riferimento di specie è la Libia e le ”invenzioni delle milizie islamiche che stavano per essere sconfitte dalle forze governative libiche”.
 Di nuovo, è la guerra delle valute a scuotere le iniziative o a determinare la paralisi dei governi. Gheddafi aveva dichiaratamente ammesso di voler smettere di vendere in dollari Usa le più grandi riserve di petrolio dell’Africa, e si sa che il petrodollaro è un pilastro del potere imperiale americano. Gheddafi aveva tentato con audacia di introdurre una moneta comune in Africa, basata sull’oro, voleva creare una banca tutta Africana e promuovere l’unione economica tra i paesi poveri ma con risorse pregiate. Nel suo elogiato e più volte citato libro ‘La Grande Scacchiera: il Primato Americano e i suoi Imperativi Geostrategici’, Zbigniew Brzezinski, il padrino delle politiche americane dall’Afghanistan ad oggi, scrive che se l’obiettivo dell’America è quello di controllare l’Eurasia e di dominare il mondo, non può reggere una democrazia popolare, perché ”la ricerca del potere non è un obiettivo che richiede passione popolare ... la democrazia è nemica dell’impegno imperiale.”

Quei poteri invisibili sul filo della legalità

 di Raffaella Vitulano

No, non siamo come gli Usa. Inutile illudersi: per noi è davvero difficile inseguire il loro modello federale. In comune con Washington possiamo avere le pressioni delle lobbies, ma questa è un’altra storia, e l’affronteremo dopo. Andiamo con ordine.
Primo punto. Al contrario degli Usa, che hanno fondato la loro supremazia economia sulla valuta del dollaro come principale strumento di scambio e di riserva, l’Europa sta abbandonando il sogno di una nuova e diversa forma di egemonia monetaria – una valuta a-statale come l’euro – fondata sul solo sostanziale spostamento della sovranità dalla geografia degli stati a quella internazionalistica dei banchieri regolatori. Un po’ poco, per parlare di Unione. Manca, diciamolo con franchezza, il sens o dell’unità, della condivisione . Svegliati dal s o n n o della rag i o n e , non ci rimane che fare i conti, è il caso di dirlo, con la realtà. Quella delle delocalizzazioni all’est, ad esempio, dove per muovere un Tir l’uomo d’af - fari italiano può anche pagare 60 bustarelle per 1400 km di percorso, e altre 200 per avere permessi ecc., dove le reti informatiche vanno a carbone. L’Italia è questa. Forse non è solo questa, ha dei centri d’eccellenza, ma è soprattutto questa.
Imbrigliati ormai nella guerra mondiale commerciale tra Usa e Ue per l’export ai Pvs e ai Brics (i Trattati in discussioni servono solo come armistizio), con catene di produzione forsennate, riusciremo forse nei prossimi 50 anni a vendere tutta la produzione che ormai produciamo a ritmi quasi cinesi, mentre i nostri esportatori si terranno i ricavi, li giocheranno in finanza, e lasceranno a secco le buste paga. Finché i Brics avranno anche acquisito le nostre competenze dai nostri prodotti, e allora saranno guai, perché ricominceranno a produrre a casa loro. Con il 90% delle materie prime e le risorse umane in abbondanza, la tecnologia e una nuova moneta di Riserva (il dollaro è in agonia), compreranno sempre meno da noi e gli esportatori europei andranno a gambe all’aria.
Senza considerare il fattore demografico: a un aumento del benessere corrisponde sempre un calo drammatico delle nascite; diminuiranno necessariamente anche i consumatori. Dalla crisi, c’è sempre tuttavia chi ci guadagnerà. Pensiamo al versamento di 462 milioni di € al Fondo monetario internazionale da parte della Grecia. I dati diffusi da Jubilee Debt Campaign mostrano che dal 2010 l’Fmi ha ricavato 2,5 miliardi di € di profitti dai suoi prestiti alla Grecia. Se la Grecia rimborserà totalmente il suo debito con il Fondo monetario, il profitto salirà a € 4,3 miliardi entro il 2024. Non male, eh?
L’economista Jacques Sapir, 58 anni, direttore del Centre d’études des modes d’industrialisation e da anni di spola tra le università di Parigi e Mosca, è piuttosto critico: ”Non sembra che si abbia una reale comprensione di ciò che comporta la formazione di una Federazione europea, in particolare dal punto di vista dei flussi di trasferimento. Per contro, cominciamo a sentirne lo stress...” Ancora più duro è Sir Noel Malcom, storico e giornalista inglese di grande fama, che già nel 1995 aveva chiara l’impossi - bilità storica e politica di procedere verso un vero federalismo. Con chiari e semplici ragionamenti, prevedeva inevitabilment e quanto si sta oggi verificando: il dogmatismo ad ogni costo, il potere delle élite che svuota la democrazia, l’egemo - nia tedesca, la spinta verso l’opacità e la corruzione, le conflittualità e la paralisi della politica estera. La corruzione, già.
Per dirla con Byung-Chul Han: 55 anni, filosofo tedesco-sud coreano con un passato nella metallurgia e brutale critico della Rete e del globo interconnesso, ”il potere alla base del neoliberismo non è repressivo, ma ammaliante. E soprattutto, a differenza del passato, invisibile. Quindi non c’è un nemico concreto che limita la nostra libertà. Le figure di lavoratore sfruttato e libero imprenditore spesso coincidono. Ognuno è padrone e servo di se stesso. Anche la lotta di classe è diventata una lotta contro se stessi. Il neoliberismo fa sì che la libertà si esaurisca da sola: la società della prestazione prepone la produttività alla repressione proprio grazie a un eccesso di libertà, che viene sfruttata in tutte le sue forme ed espressioni, dalle emozioni alla comunicazione. Oggi la libertà è una costrizione. Il compito del futuro sarà proprio quello di trovare una nuova libertà”. Sì, perché quella di oggi non gli sembra tale: ”La cultura della condivisione è la commercializzazione radicale della nostra vita. Internet non unisce, ma divide. Genera un venefico narcisismo digitale. La sua estrema personalizzazione restringe, paradossalmente, i nostri orizzonti. E divora le fondamenta stesse della democrazia rappresentativa”. In un’intervista a Repubblica, spiega bene: ”Lo sciame digitale non crea un pubblico. Non conduce al dialogo o al discorso, che è il cuore di una democrazia. Spesso la comunicazione digitale ha un enorme frastuono di sottofondo e ci fa perdere la capacità di ascoltare, facoltà cruciale della democrazia”.
Poteri invisibili, ammalianti e seduttivi. Come quelli delle lobbies. In Italia come all’estero.
E siamo al secondo punto annunciato. ”Ero coinvolto profondamente in un sistema di corruzione. Corruzione quasi sempre legale”. Quando alla fine del 2010 - dopo aver scontato quattro anni di carcere e aver lavorato per sei mesi a 7,5 dollari l’ora in una pizzeria - Jack Abramoff chiuse i suoi conti con la giustizia, squarciò il velo su cosa fosse fosse il lobbismo negli Stati Uniti. Il più famoso lobbista americano degli ultimi venti anni - al centro di un altrettanto famoso scandalo che avrebbe coinvolto 21 potenti uomini della Washington politica - sturò un cunicolo di polemiche su una delle attività che più condizionano la vita politica e finanziaria del globo. Attività del tutto legittima e legale ma che può offrire varchi, attraverso regole complesse, anche ad azioni che sfiorano la soglia della criminalità. C’è un gran movimento in questi mesi a K Street, il cosiddetto centro dell’industria della lobby, dei think thank e dei gruppi di pressione a Washington. Fusioni e acquisizioni scatenano appetiti pesanti nella competizione esasperata in un campo di gioco già molto concorrenziale e che occupa oltre 33 mila professionisti e muove decine di miliardi di euro l’anno. Un mondo che dall’Italia osservano con curiosità e invidia. ”Quando c’è il sangue in acqua, gli squali iniziano a girare in cerchio e le imprese cercano di prendere le persone migliori”, sostiene Mike House, responsabile della practice legislativa in Hogan Lovells. “I soldi sono come l’acqua, anche se provi a imbrigliarli, trovano sempre la loro strada”, Tony Podesta uno degli uomini più ricchi e potenti degli Stati Uniti, sa il fatto suo. Americano ma con nonni italiani di Chiavari, non a caso, è definito “the lobbyst”, il lobbista, dal Newsweek. In Italia, l’ultima inchiesta sugli appalti svela il mondo sotterraneo dei gruppi di potere. In Parlamento sono ferme 15 proposte. Entro quando una regolamentazione?

Quando Fibonacci decise le sorti del welfare state

di Raffaella Vitulano

Stretti stretti ai mercati. I destini del pianeta sembrano legati alle sequenze dei numeri di Fibonacci e agli indici di Borsa, dimenticando che è proprio la volatilità dei mercati ad aver dissestato lo stato sociale. Ovunque. Il Fondo Monetario Internazionale ha già messo in guardia dal fatto che la liquidità immessa sul mercato ha ingannato i mercati finanziari di tutto il mondo, generando alcuni dei peggiori eccessi che si siano mai visti a Wall Street in tempi moderni. Molti investitori stanno prendendo soldi in prestito per comprare azioni sul mercato azionario degli Stati Uniti ad un ritmo torrido, ricostruendo più o meno consapevolmente le stesse tipologie d’inge - gneria finanziaria che hanno preceduto le ultime due crisi della finanza globale. E bolla sarà. I coriandoli non spaventano Draghi, ma di certo fermano la corsa delle principali borse mondiali. Il simpatico siparietto che si è creato durante la recente conferenza della Bce non ha scosso più di tanto il numero uno di Francoforte. Ciononostante, Ambrose Evans-Pritchard, del Telegraph, sostiene che molti dei rischi che stanno emergendo in Europa sono il risultato diretto dei Quantitative Easings e della politica del tasso-zero. Il prolungarsi di un contesto fatto di bassi tassi d’interesse porterebbe infatti sfide molto difficili ad un certo numero di istituzioni finanziarie. Le società europee di medie dimensioni che operano nell’assicurazione-vita devono affrontare un rischio crescente ed angosciante. Il fallimento di uno o più assicuratori di medie dimensioni potrebbe innescare una perdita di fiducia nel settore". Sulla piattaforma Pieria, l’economista Frances Coppola confronta l’eurozona e gli Usa alla luce della teoria delle Aree Valutarie Ottimali. Benché nessuna delle due entità, a rigore, possa definirsi tale, Coppola sostiene che gli Usa hanno moltissimi strumenti per compensare questa imperfezione, mentre l’eurozona non ne ha nessuno. Peggio ancora, nell’eurozona non esiste alcuna volontà politica di dotarsi di questi indispensabili strumenti, ragion per cui essa è destinata al fallimento. La rigidità dei parametri, dunque, nonostante le buone intenzioni regna sovrana nel Vecchio continente e nulla lascia presagire ammorbidimenti. Anzi. 
La stessa Bundesbank - riporta il sito di informazione finanziaria Deutsche Börse Group, temendo una possibile flessibilità nelle sacre regole di bilancio s’azzarda ad elaborare una proposta politica di riforma della Uem, interpretando nel senso più realistico il principio dell’indipendenza della banca centrale, secondo cui la banca deve esser indipendente dalla politica, ma non viceversa. Le vecchie istituzioni europee potrebbero anche andare in pensione: una proposta chiave vedrebbe infatti la Commissione Ue sostituita da un organismo indipendente, col ruolo di guardiano del Patto di stabilità e di crescita, in mododa “ridurre il pericolo di accettare compromessi inadeguati che minino la disciplina di bilancio.” Ma Francoforte si spinge oltre, raccomandando l’introdu - zione di una procedura di insolvenza agevolata per i debiti sovrani, ”po - tenzialmente con il Meccanismo europeo di stabilità come agenzia di coordinamento”, per evitare le conseguenze dannose di un eccessivo debito sull’economia. 
Regole democratiche e progetto politico europeo rischiano così di diventare carta straccia. Ma la Storia ricorda altrettanti passaggi dolorosi per il Welfare State anche oltreoceano. Due atti fondamentali, entrambi sotto la presidenza del Democratico Bill Clinton alla fine degli anni ’90, portarono acompimento la deregolamentazione neoliberista della finanza. Il secondo forse meno noto del primo. Il primo fu l’abolizione del Glass -Steagall Act, che dagli anni ’30 separava le banche commerciali dalle banche d’affa - ri, voluto dal presidente F. D. Roosevelt per ridimensionare lo strapotere di Wall Street all’origi - ne della Grande Crisi del 1929. La sua abolizione ”fu come sostituire i forzieri delle banche con delle roulettes”, ironizza il giornalista investigativo Greg Palast. E ancora, la cancellazione simultanea da parte della World Trade Organization (Wto) delle normeche in ogni paese potevano ostacolare il trading dei derivati, quel gioco ad alto rischio a cui le megabanche volevano assolutamente giocare, il porcellino di ceramica da spaccare per il loro divertimento. L’abolizione di ogni controllo sui derivati aprì i mercati a quei prodotti contrattati ‘fuori Borsa’, compresi gli asset tossici avvenne su impulso dell’allora segretario al Tesoro Larry Summers e delle principali megabanche, che vennero persino invitate a fare esplicitamente lobby in vista del voto decisivo. Le discussioni sulle manipolazioni di valuta si sono a lungo concentrate sulla Cina, ma l’econo - mia con il più grande avanzo di partite correnti oggi non è la Cina; è l’eurozona. Infatti, con una cifra superiore ai 300 miliardi di dollari, il surplus di partite correnti dell’eurozona nel 2014 è stato di circa il 50% superiore a quello della Cina. 
In sostanza, la manipolazione della valuta è un qualsiasi intervento intenzionale che si traduca in una valuta sottovalutata e in un notevole avanzo di partite correnti, esattamente quello che viene rimproverato alla Bce. Se la Banca centrale europea dovesse sostenere tale politica per un periodo prolungato, le tensioni con gli Stati Uniti saranno pressoché inevitabili. Parte del leone, nei nuovi scenari globali, le fanno ancora le multinazionali. Attraverso il crescente indebitamento degli Stati, le megabanche e/o superfondi già azionisti di multinazionali stanno entrando nel capitale di controllo di un numero crescente di banche, imprese strategiche, porti, aeroporti, centrali e reti energetiche. Quando addirittura non rilevano la maggioranza del debito pubblico degli Stati. 
L’economista americano Michael Hudson, in un’in - tervista del 2011 dal titolo esplicito ”Greece now, US soon”, spiega bene come il problema non sia tanto ”la Germania contro la Grecia. E’ la guerra delle banche nei confronti del lavoro. La continuazione del Thatcherismo e del neoliberismo". Già nello stesso 2011 la rivista scientifica New Scientist spiegava che 147 corporations controllano il 40% dell’economia globale ed elencava le prime 50: la maggioranza delle 20 al top erano banche. Ed ora La Stampa, riprendendo un giornale tedesco, rilancia senza mezzi termini: fu davvero BlackRock a ispirare il "cambio di scena" del 2011 in Italia? BlackRock, il più grande gestore di patrimoni al mondo, nel BlackRock Sovereign Risk Index, colloca ancora oggi l'Italia tra i paesi più rischiosi al mondo per gli investimenti, dopo la Nigeria e prima dell’Argentina e della Grecia. Ed ecco che ricompare la Roccia Nera negli opachi intrecci fra fondi di investimento e megabanche che stanno facendo manbassa di tutto. Il nostro premier Renzi non a caso ha già da tempo incassato il supporto di Larry Fink, presidente e amministratore delegato del fondo BlackRock, la società di gestione americana più grande del mondo, con un patrimonio in gestione superiore ai 4.300 miliardi di dollari (dieci volte l’inte - ra capitalizzazione di Piazza Affari), di cui 59 miliardi in Italia, con 11mila dipendenti in 30 paesi e una presenza significativa in tutti i continenti. Un suo appoggio, dicono, vale letteralmente, oro. Ma per chi?