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mercoledì 20 maggio 2015

I conti di Kiev fanno sembrare Atene come Berna

 di Raffaella Vitulano

 C’è una notizia che questa settimana sembra sottovalutata dai media: Olivier Blanchard ha lasciato (spintaneamente?) la cattedra di capo economista dell’Fmi, che occupava dal 2008. Qualcuno scrive che a spingerlo alla decisione sarebbero stati dei paper additati come atti di sapore rivoluzionario rispetto alla politica rigorista del Fondo. Blanchard un rivoluzionario? Mah, non sembrerebbe, dato che il buon Olivier andrà a lavorare al Peterson Institute, think tank che sostiene i nuovi accordi sul libero commercio, a cominciare dal Trans Pacific Partnership, cugino gemello del nostro famigerato Ttip tra Usa e Ue, la cui clausola Isds potrebbe consentire alle multinazionali di bypassare le leggi nazionali anche in materia di lavoro nonché di assegnare ai membri dei consigli di amministrazione delle Majors la maggioranza dei seggi all’Europarlamento. Vi sembra dunque Monsieur Olivier uomo inviso al Potere? L’Europa affoga, eppure i difetti dell’euro erano stati già spiegati quasi 45 anni fa dall’economista keynesiano ungherese Nicholas Kaldor, ben prima che il “bazooka” di Draghi si rivelasse una pistola ad acqua.
Scrivendo nel 1971 del progetto di unione monetaria europea presentata per la prima volta come obiettivo Cee dal Piano Werner (che faceva propri gli impegni presi nel summit de L’Aja nel 1969), Kaldor - riferendosi alle nazioni d’Europa pronte a fondere le loro identità nazionali negli Stati Uniti d’Europa - considerò ”un errore pericoloso credere che l’unione monetaria ed economica possa precedere un’unione politica o che agirà (nelle parole del rapporto Werner) “come lievito per l’evolversi di una unione politica, della quale in ogni caso a lungo andare non potrà fare a meno “.  L’unione monetaria e il controllo comunitario sui bilanci - mise in guardia l’economista lungimirante - impediranno ad un paese membro di perseguire politiche di piena occupazione per conto proprio; di prendere misure per compensare qualsiasi brusco calo del livello della sua produzione e dell’occupazione, ma senza il vantaggio di un forte governo comunitario che metterebbe al riparo i suoi abitanti dalle peggiori conseguenze. Il dibattito, dunque, era più che acceso già in quegli anni, ma la scelta fu quella di andare avanti con una benda sugli occhi.
No, non me ne faccio una ragione. L’economista ungherese di formazione britannica non era certo uno sprovveduto nel sociale, nonostante amasse il libero mercato. Suo e di un collega è infatti il criterio di efficienza (o di compensazione) di Kaldor-Hicks del 1939, che trattava , in termini di confronto del benessere sociale, i problemi delle politiche di redistribuzione secondo la logica del criterio dell'ottimo paretiano (concetto introdotto dall'economista italiano Vilfredo Pareto), che si realizza quando non si può migliorare la condizione di un soggetto senza peggiorare la condizione di un altro.
Un modello anglosassone di tutt’altro spessore rispetto ai marchi atlantici di oggi. Fatto sta che decenni per ovviare ai problemi di oggi ce ne sono stati, eppure la politica è stata irretita e svilita in apatica e noncurante sovrastruttura della finanza casinò.
Oggi molte responsabilità del disastro mondiale vengono additate alle speculazioni di Goldman Sachs (una delle banche più multate negli Stati Uniti dalla Sec, l'agenzia che vigila sulla Borsa) . Eppure resto convinta che le responsabilità maggiori siano in carico a scialbi politici che una volta entrati in certi ambienti finiscono per assumerne la filosofia operativa senza battere ciglio, innescando legami di interesse che non lasciano molte speranze sul futuro dell'Unione europea in generale e dell'Italia in particolare.
Non sempre c’entra la motivazione ideologica del monetarismo nella distruzione dello stato sociale. E’ altrettanto credibile che a fine anni ’60-inizio anni ’70 la motivazione fosse piuttosto l’integrazione sempre più stretta dell’Europa occidentale in una Unione, inizialmente economica e poi politica, sotto la benevola ala di Washington. Fatico altrimenti a capire perché oggi gli investitori esteri (qualcuno sussurra anche Unicredit) non diano un’occhiata dettagliata ai conti pubblici di Kiev, al suo sistema bancario che ha il 55% dei crediti in sofferenza, e al calo della produzione industriale del primo trimestre di quest’anno del 24 % prima di prestare soldi agli ucraini che li versano in banche offshore. In confronto la Grecia è la Svizzera, e ho detto tutto.

lunedì 11 maggio 2015

Gettate un paracadute all'eurozona, please

 di Raffaella Vitulano

Qualcuno, come Ambrose Evans Pritchard del britannico Telegraph, lo definisce ”feticismo fiscale”: se le sanzioni dei Trattati fossero applicate a tutti, la Germania dovrebbe essere multata perché sta mettendo in pericolo la stabilità dell’Eurozona, detenendo per il quinto anno consecutivo un surplus commerciale fuori controllo, al 7.9% del pil rispetto al 6%. Ma ormai appare evidente che alcuni paesi possono sfidare impunite le regole Ue, mentre l’Italia affonda. La macchina sanzionatoria è con ogni evidenza di tipo altamente politico. Potrebbe intervenire il Presidente della Commissione Juncker, se non fosse che ricopre oggi il suo ruolo proprio grazie al patronage tedesco. Berlino ha ormai spodestato Pechino nel ruolo di cattivona nei reports sulle manipolazioni valutarie che il Tesoro Usa sottopone al Congresso. Ma a dire la verità, l’inflessibile Berlino è ormai scomoda per tutti. Osservata speciale dalla U.S. Securities and Exchange Commission, la Deutsche Bank riuscirebbe - sostengono i rumors - sempre a farla franca grazie a generose donazioni ai partiti americani, a quello democratico in particolare. Resta il fatto che, manipolazioni o no, la Ue sta affogando. Lo sguardo è ancora quello di Washington: sul sito Foreign Affairs, pubblicato dal Council on Foreign Relations, fa bella mostra di sé il celebre articolo di Rudiger Dornbusch, economista della scuola di Chicago, allievo di Mundell, che già nel 1996 ricostruiva il contraddittorio percorso che stava guidando l’Europa verso l’unione monetaria e con notevole lungimiranza previde molti aspetti di quello che sarebbe successo, fino allo scaricarsi delle tensioni macroeconomiche sul mercato del lavoro una volta abolito il meccanismo del cambio nominale. Quanto a voci italiane, è netta la denuncia di Paolo Savona: ”L’indifferenza, per certi versi la soddisfazione, dell’Unione Europea verso un aggiustamento dei deficit pubblici attraverso l’imposizione fiscale aggiunge gravi responsabilità agli errori dei Trattati”, ma soprattutto alle interpretazioni che sono state date dei contenuti. Insomma, qualora ci fosse bisogno di ricordarlo, numeri e alchimie contabili non hanno nulla a che fare con l’economia reale.
Il cielo europeo si fa buio nell’allungarsi delle giornate estive, in vista di possibili crolli dei mercati, inesorabile fine partita di un sistema finanziario sfuggito al controllo, nonché dello sfaldamento dell’eurozona, che sul piano politico e militare si accompagnerà ad una escalation di tensioni nel Mediterraneo e in Ucraina, dove Washington e Londra stanno convogliando uomini e mezzi con intenti provocatori.
Sul fronte del rilancio della crescita, anche il Piano Junker del 2014 sembra oggi poco più che un bluff: racimolando 21 mld di risorse europee (per più di un terzo provenienti dalla riallocazione di soldi del bilancio comunitario), si sperava, con una leva di 1:15, di attivarne 315 per investimenti in infrastrutture, industria e ricerca. A distanza di 10 mesi, la Banca europea degli investimenti ha dato il via libera a quattro progetti del Piano Junker che nel più roseo degli scenari attiveranno 65miliardi di euro. Briciole per un pil europeo di 13.500 mld (lo 0,5%). Per non parlare dell’allentamento quantitativo annunciato a gennaio dalla Bce: Berlino ed i paesi di area germanica hanno acconsentito all’acquisto di 60 mld di obbligazioni sovrane al mese a patto che l’80% dei rischi sia imputato alle rispettive banche centrali nazionali. A dimostrazione ulteriore che la Germania nutre ormai seri dubbi sulla tenuta dell’eurozona e non vuole accollarsi rischi.
Con ogni probabilità, dunque, non sarà solo Alexis Tsipras a doversi munire di un paracadute per sopravvivere al lancio fuori dall’euro. Se un sano realismo e la pianificazione prendessero finalmente il posto dell’utopia anche in Italia, forse si riuscirebbe anche ad affrontare con coraggiosa determinazione la deindustrializzazione, la disoccupazione di massa ed i balbettii di una classe dirigente fallimentare, in attesa di un nuovo rischio: che il mondo anglosassone rispolveri la vecchia idea del Round Table-Council on Foreign Relations-Chatham House, federare i Paesi di lingua inglese (Usa, Uk, Canada, Australia e Nuova Zelanda) abbandonando i brandelli di Europa al loro destino. Qualcuno in Rete sussurra già che quando quando l’eurozona esalerà l’ultimo respiro, sarà proprio Londra a fornire il casus belli della guerra in Ucraina, per evitare che l’euro collassando trascini con sé anche la Nato e offra, specie alla Germania, la possibilità di inedite integrazioni economiche e politiche con Russia e Cina. Ma per ora è solo un sussurro.

martedì 5 maggio 2015

L'insostenibile leggerezza di Bruxelles

di Raffaella Vitulano

Un sorriso di carta per stime europee generose, dopo anni di  previsioni al ribasso. La Ue cerca di rifarsi una credibilità con numeri di circostanza, ma fatica a farlo fuori Europa. Ne è prova un intervento recente di George Friedman, americano di origini ungheresi, fondatore e presidente del think-tank Stratfor, ”autorità in materia di intelligence tattica e strategica globale”, come lo  definisce il NYTimes. Friedman non concede ruolo alla Ue, quando nel suo discorso al Chicago Council of Global Affairs sobriamente intitolato ”Europa: destinata alla guerra?”   prevede che ”l’idea stessa di una esclusività europea a mio avviso la condurrà a guerre”.     Per lui non sembrano esistere né Bruxelles, ne un’identità europea: ” Abbiamo rapporti con la Romania, ne abbiamo con la Francia . Non esiste una ’Europa’ con cui gli Stati Uniti hanno rapporti”. E restando sulle singole identità, ecco il rischio paventato da Washington: “L’estremismo islamico  non rappresenta una minaccia. La questione primaria per gli Stati Uniti, per la quale facciamo guerre da un secolo , è la relazione tra Germania e Russia. Perché insieme rappresentano la sola forza che potrebbe minacciarci, e bisogna fare attenzione che non ci si arrivi”.  Per gli Stati Uniti la paura fondamentale è dunque che il capitale finanziario e la tecnologia tedeschi si saldino con le risorse naturali e la manodopera russe.  Diretto sull’Eurasia (”La politica che raccomando è finanziare entrambe le parti in modo che si battano l’una con l’altra. E’ cinico, non è molto morale, ma funziona”), Friedman non sottace temi scomodi (” La destabilizzazione è il vero scopo delle nostre azioni estere. Non instaurare una democrazia. Una volta destabilizzato un paese, dobbiamo dire ‘missione compiuta’ e tornarcene a casa”). In questa scacchiera  l’Europa più che alleata degli Usa appare una scialba pedina oggetto di alcune delle misure “destabilizzanti” ben illustrate da Friedman  e magari coinvolta in una guerra contro i nostri stessi interessi economici. Si pensi all’Ucraina e ai Paesi baltici,  in cui verranno dispiegati blindati e artiglieria pesante (“Ovviamente agiamo al di fuori del quadro Nato, qualcuno potrebbe opporsi“). Già, l’Ucraina, chiave di svolta dei nuovi equilibri, che nell’anniversario del rogo di Odessa nella Casa dei sindacati conta un’inflazione  al 272% e il crollo dei salari. Le vendite di nuove auto sono scese in un anno del 67%, la produzione di auto è scesa del 96%, nell’ultimo anno 46 banche sono state dichiarate insolventi. Il programma di salvataggio dell’Fmi concordato di recente per 17,5 miliardi di dollari,  scalfirà appena la superficie della crisi.  I governi europei sbandierano il loro sostegno, ma nel frattempo le imprese europee si ritirano in massa, centinaia hanno già lasciato il mercato ucraino, la maggior parte delle 600 imprese tedesche operanti in Ucraina stanno conducendo un’indagine sulla possibilità di ritirarsi da questo mercato. Il conflitto nel Donbass come una proxy war, una guerra per procura. E di nuovo  il ruolo di mediazione è assunto dalla Germania, che ha il difficile compito di conciliare i propri interessi con quelli dei tradizionali alleati oltreoceano. Il futuro globale si deciderà insomma nel quadrilatero tra Kiev,Mosca, Berlino e Washington. E sarà ancora una volta l’assenza di verità l'arma più potente.