Translate

martedì 30 giugno 2015

Il geopotere e i balocchi del disordine controllato

di Raffaella Vitulano

L’Europa assediata dal ribollire del terrorismo non sembra trovare sponde nei balocchi del disordine controllato che ormai affligge il pianeta. L’instabilità rinfocola così la creazione di un mondo multipolare che cerca di riequilibrare - con una sua graduale legislazione nazionale ed internazionale - l’usufrutto del potere ed i benefici delle mega-corporazioni d’élite, non ultima la legislazione extraterritoriale che offre alle multinazionali autorità e giurisdizione sulle nazioni grazie all’ambiguo accordo Ttip.
Lento, cadenzato e inesorabile nel suo ottundimento, il tentativo - destinato all’insuccesso - dell’Europa per integrarsi monetariamente, fiscalmente, culturalmente ed etnicamente è impostato per schiantarsi: il Nobel Krugman torna a parlare delle trattative sul salvataggio della Grecia nel suo blog, rilevando ancora una volta che l’unico fine dei creditori sembra essere quello di forzare una spaccatura in Siryza e costringere il premier Tsipras alle dimissioni.
Se Grexit sarà, - sostiene il Nobel - sarà perché i creditori, Fmi in testa, hanno fatto di tutto per farlo succedere: ”Non lasciatevi ingannare dalla rivendicazione che i funzionari della Troika sono solo dei tecnocrati che spiegano ai Greci ignoranti quello che deve essere fatto. Questi presunti tecnocrati sono dei fantasisti che hanno disatteso tutto quello che sappiamo sulla macroeconomia, e che hanno sbagliato ogni passo lungo il cammino. Non è una questione di analisi, è una questione di potere”.
Della stessa opinione è il professor Jacques Sapir, che da tempo si pronuncia in maniera molto chiara sulla deriva della Troika, la cui posta in gioco non è più il debito, ma i principi della democrazia e della sovranità nazionale. ”La democrazia muore quando si ruba a chi lavora per dare a chi non fa nulla... Obbligare la gente a finanziare con le proprie tasse la propaganda di idee che non sono nel loro interesse, è criminale e tirannico”, sosteneva già Thomas Jefferson a fine ’700. Ok, abbiamo fatto passi avanti. Ad evidente riprova di ciò, la decisione di escludere la Grecia dalla riunione dell’Eurogruppo di sabato 27 giugno, un colpo di mano da parte del Presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem. ”Siamo in presenza di un vero e proprio abuso di potere. È un fatto inaudito, che viola tanto lo spirito quanto le norme dei trattati dell’Unione Europea. L’assenza di reazioni da parte degli altri partecipanti alla riunione è altrettanto grave. Quel giorno è stato un giorno decisamente nero per la democrazia. E i giorni a venire potrebbero rivelarsi i più oscuri”.
Anche iI premio Nobel Joseph Stiglitz si pronuncia in maniera molto esplicita sulla crisi in corso tra la Grecia e la Troika: ”Oltre alla assurda insistenza degli eurocrati su obiettivi che la maggior parte degli economisti del mondo ha condannato come inutili e punitivi, qui si rivela con chiarezza la vera faccia del progetto Uem, antitesi della democrazia, nato per favorire la concentrazione della ricchezza e schiavizzare il lavoro. Dovremmo essere chiari: quasi nulla dell’enorme quantità di denaro prestato alla Grecia è effettivamente andato al paese. E’ andato a pagare i creditori del settore privato - comprese le banche tedesche e francesi. La Grecia ha ottenuto una miseria, ma ha pagato un alto prezzo per preservare i sistemi bancari di questi paesi”. E intanto scalda i muscoli la Francia , timorosa di incamminarsi a sua volta sulla ”Frexit”. Se fossero confermate le prospettive elettorali per le prossime presidenziali francesi, e nel 2017 a vincere fosse “Madame Frexit” Le Pen, a rischiare non sarebbe solo l’euro, ma l’Unione Europea stessa che da sempre si è fondata sulla relazione speciale franco-tedesca.
Nel sonnambulismo europeo, stordito tra crisi greca e attacchi Isis, i ministri della Difesa Nato hanno intanto decretato che la minaccia per il mondo occidentale non viene dallo jihadismo del Califfato ma dai fantasmi di armate cosacche di Putin. E non è una svista. Verità mancate, amnesie. Nella sua analisi, è infine lo storico Thierry Meyssan ad appellarsi ai media globali invocando maggiore attenzione: ”I giornalisti non devono essere testimoni dei fatti ma analisti in grado di scoprire la verità dietro le apparenze. È a questo che servono, perciò il concetto di "informazione continua" è la negazione del giornalismo. O i giornalisti sono lì a fare controlli incrociati, verificare, contestualizzare, analizzare e interpretare, o sono inutili” e servono solo a fabbricare manipolazioni.

martedì 23 giugno 2015

Torna di moda il materasso: la Principessa Europa sul pisello

di Raffaella Vitulano

Torna di moda il materasso. Il direttore di uno dei più grandi fondi obbligazionari della Gran Bretagna invita gli investitori a tenere denaro contante in camera da letto. Ma riuscireste a dormire o a sollazzarvi su un malloppo di carta che pian piano vi toglierà il sonno come nella favola della Principessa sul pisello?
”Un evento sistemico” potrebbe ben presto far oscillare i mercati e spingere alla corsa agli sportelli come fu nella Northern Rock. E mentre il caravanserraglio europeo cerca vie di fuga, la 19^ edizione del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo vede migliaia di capitani d’industria da tutto il mondo a rappresentare più di 1.000 aziende internazionali, tra cui Bp, Royal Dutch Shell e Total. Lì si parla di aperture, di Brics, dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, delle nuove vie della seta, di Unione Economica Eurasiatica. Peccato che a Bruxelles si stringa invece tutto con la cinghia sempre più ruvida della nuova governance dell'euro. In 25 pagine Draghi (Bce), Juncker (Commissione), Tusk (Consiglio) e Dijsselbloem (Eurogruppo) introducono diverse innovazioni nella catena di comando di Eurolandia agendo su 4 pilastri: Unione Economica, Unione Finanziaria, Unione Fiscale e Unione Politica. Lo stage 1 di questo primo pilastro prevede la creazione dell’Euro area System of Competitiveness Authorities: in ogni stato membro nascerà un'autorità indipendente che "dovrà controllare che i salari evolvano in linea con la produttività e valutare i progressi delle riforme ". Parti sociali e governi fuori gioco, ora le buste paga si decidono in conclave, in tutto e per tutto. Le tanto decantate ”riforme strutturali” riguarderanno anche questo. In caso contrario, il commissariamento imporrà anche dure sanzioni.
Poco importa che per indorare la pillola il testo accenni al vago impegno ad accompagnare riforme e risanamento con ”una politica sociale da Tripla A”. Marketing visto e rivisto, come quel Patto di stabilità e di crescita rimasto sulla carta. Democrazia a punti: già nel 2017 ”chi centrerà gli obiettivi potrà accedere al Meccanismo per l'assorbimento degli shock”, espressione vaga che dovrebbe prevedere un nuovo bilancio comune della zona euro pensato per aiutare i governi a reagire a ondate di disoccupazione in caso di crisi. E visto che il Fiscal Compact proprio cominciava a non piacere ai governi nazionali, i magnifici quattro presidenti sottolineano che sarà incorporato nel diritto comunitario (oggi non ne fa parte, è un semplice trattato internazionale intergovernativo firmato a Bruxelles da 25 dei 28 capi di governo degli Stati membri dell'Ue il 2 marzo 2012, con obbligo di recepimento nel diritto entro cinque anni). E meno male che la zona euro ha un bisogno “vitale” di rafforzare “i canali di partecipazione democratica”.
Altro giro, altro glossario. La via verso gli Stati Uniti d’Europa ci parlerà tra un po’ anche di redenomination risk, ossia il rischio che il detentore di un titolo di debito se lo veda rimborsare in una valuta diversa. Così i governi poco attenti impareranno. E già, e allora a cosa servivano tutte quelle sigle di protezione finanziaria che sono state create (Efsf, Esm, Omt e Ltro)? Le élites tentano il tutto e per tutto. Draghi parla ormai di ”quantum leap”, di un salto che comporterà un radicale mutamento di assetto sovranazionale; basta con le fasi intermedie. Tradotto: un governo dell’euro subito, che abbia il potere di imporre decisioni agli stati membri.
Per Atene, intanto, si prende tempo, si cerca di tenere la fiammella accesa in modo che non si formino le ceneri necessarie a un grosso urto. Il problema è ormai geopolitico, e questo significa dover frenare un’alleanza con la Russia. Mosca ed Atene hanno già siglato il famoso “accordo del gasdotto” per l’esportazione del gas naturale russo verso l’Europa attraverso la Turchia (per evitare i condotti che passano per l’Ucraina). Mosca non intende però usare i rifornimenti di gas all'Europa come arma, rischiando di compromettere le future relazioni e la possibilità di riconciliazione con le nazioni occidentali.
Sullo sfondo, l’occhio vigile ed astuto di Berlino: agli angloamericani non resterà che la Nato per esercitare il controllo dell’Europa ed impedire che una “Grande Germania”del nord Europa si saldi a sua volta economicamente alla Russia, sconvolgendo gli assetti internazionali. Gli Usa ne sarebbero piuttosto seccati: se la guerra fredda con Mosca è già in atto, crescono così le possibilità di un conflitto convenzionale, utile a Washington anche per uscire dal vicolo cieco di un’economia stagnante e tasso di risconto a zero.

venerdì 19 giugno 2015

Con le sanzioni a Putin l'Ue brucia 100 miliardi e 2 milioni di posti di lavoro


Oggi eccezionalmente pubblico un Post non scritto da me, ma di estremo interesse, sui danni delle sanzioni alla Russia. Altro che i costi della Grexit. Leggetelo con attezione.

L'INCHIESTA LENA
Questa inchiesta è stata condotta da giornalisti del Lena (Leading European Newspaper Alliance), alleanza  di cui Repubblica fa parte con Die Welt, El Pais, Le Figaro, Le Soir, Tages-Anzeiger e Tribune de Genève. Il servizio qui pubblicato è stato realizzato da: Carlo Bonini, Nicola Lombardozzi e Jenner Meletti (La Repubblica), Jörg Eigendorf, Andreas Maisch, Andre Tauber ed Eduard Steiner (Die Welt), Mario Stäuble (Tages-Anzeiger), Claudi Pérez (El Pais) e Pierre-Alexandre Sallier (Tribune de Genève)

 LA CRISI con la Russia aperta dalla battaglia delle sanzioni costerà ai Paesi dell'Unione Europea e alla Svizzera un prezzo di gran lunga più alto delle previsioni. Uno studio condotto in esclusiva per il Lena (Leading European Newspaper Alliance) dal Wifo (Osterreichisches Institutfur Wirtschaftsforschung, Istituto austriaco per la ricerca economica), documenta come in tutta Europa siano a rischio due milioni di posti di lavoro e circa 100 miliardi di euro in valore aggiunto nell'export di beni e servizi.

La ricerca del Wifo prende in considerazione il "peggiore degli scenari". "Il calo delle esportazioni dai Paesi Ue che avevamo ipotizzato nell'autunno dello scorso anno come scenario estremo  -  spiega Oliver Fritz, uno dei tre estensori della ricerca  -  è ormai realtà. E le sanzioni alla Russia e la risposta di Mosca hanno un ruolo decisivo. Se la situazione non dovesse mutare radicalmente, è prevedibile che le nostre ipotesi più fosche diventino realtà". Un solo fattore potrebbe attutire l'impatto: l'aumento delle esportazioni verso altri Paesi. E, in questo senso, ci sarebbero già dei segnali, quanto meno relativamente ai prodotti agricoli.

 Mercoledì scorso, gli ambasciatori dell'Unione europea hanno concordato la proroga delle sanzioni alla Russia di ulteriori sei mesi, con una scadenza fissata a fine gennaio 2016, anche se la decisione finale spetta al Consiglio dei ministri degli esteri che si riunirà lunedì prossimo: tre giorni dopo l'intervento di oggi al Forum economico internazionale di San Pietroburgo del Presidente russo Vladimir Putin.

Proprio Putin aveva minacciato che le sanzioni che stanno mordendo la Russia per l'aggressione all'Ucraina avrebbero comportato gravi conseguenze anche per le economie nazionali dei paesi Ue. E le minacce sembrano oggi avverarsi. Nella sola Italia, secondo le stime del Wifo, sono in gioco nel breve periodo (primo timestre di quest'anno) 80mila posti di lavoro e quattro miliardi e 140 milioni di euro in valore aggiunto creato dall'export, mentre nel lungo periodo il calo di occupazione sarà di 215mila posti di lavoro e quello del valore aggiunto della produzione di 11 miliardi e 815 milioni di euro.

Secondo lo studio, se le condizioni generali del ciclo economico e l'andamento delle esportazioni verso la Russia non dovessero mutare rispetto al primo trimestre di quest'anno, la crisi potrebbe costare in termini di produttività a medio termine solo per la Germania qualcosa di più di un punto percentuale. Nessun'altra grande economia nazionale europea sarebbe colpita in questo modo. Seguirebbe l'Italia con la perdita di più di 200.000 posti di lavoro e un calo della produttività dello 0,9 per cento. Mentre, in Francia, i posti di lavoro perduti sarebbero 150.000 e la riduzione della produttività dello 0,5%. Le premesse e le conclusioni della ricerca commissionata al Wifo sono significativamente diverse rispetto a quelle consegnate il 27 maggio scorso dal rapporto interno sulle sanzioni redatto dalla Commissione Europea, che gli inviati di Lena hanno potuto consultare. La Commissione, basandosi su dati Eurostat, sostiene infatti che le sanzioni avrebbero sull'economia europea solo un impatto limitato e non influirebbero su gran parte delle esportazioni, dal momento che il divieto di esportazione riguarderebbe solo una parte dell'export di armamenti e una ristretta gamma di prodotti e beni di consumo. Insomma, un impatto relativamente "modesto e gestibile", grazie anche a un incremento dell'export agricolo verso altri paesi, con un outlook addirittura positivo, secondo cui il calo del Pil 2015 dell'Unione sarebbe limitato allo 0,25 per cento.

Le diverse conclusioni della ricerca del Wifo e della Commissione si spiegano nei loro diversi presupposti e nei fattori presi in considerazione. La Commissione limita l'analisi al breve, scommettendo su un'attenuazione degli effetti negativi. Il Wifo, al contrario, ipotizza un perdurare della situazione negativa oltre il primo trimestre 2015 e tiene conto dei cosiddetti effetti collaterali della crisi, dati dall'aumento della disoccupazione e dalla riduzione della domanda. Il che appunto significa che sono potenzialmente a rischio nell'Unione circa 1,9 milioni di posti di lavoro e quasi 80 miliardi di euro in valore aggiunto della produzione.

Anche Eckhard Cordes, presidente del Ost-Ausschusses der deutschen Wirtschaft, il Comitato dell'Economia Tedesca per l'Europa dell'Est, considera attendibile lo scenario peggiore: "Il primo trimestre del 2015 è un indicatore valido per valutare la situazione  -  spiega  -  Fino a quel momento, a partire dalla primavera del 2014 eravamo in caduta libera. Adesso potremmo andare ancora più giù. Ma ancora non lo sappiamo". Per altro, come osserva ancora Oliver Fritz, economista del Wifo, è impossibile limitare alla sola economia russa l'impatto complessivo delle sanzioni, del calo del prezzo del petrolio e del crollo del rublo. "Noi  -  dice  -  prendiamo in esame la totalità delle attività di importazione russe. E siamo convinti che le sanzioni esercitino un notevole influsso negativo, considerando anche la reazione della Russia alle misure Ue".

Nell'agosto dello scorso anno, il Cremlino ha vietato l'importazione dall'Unione Europea di molti prodotti agricoli e alimentari come latte, frutta, verdura, formaggio e carne. Il provvedimento ha colpito duramente soprattutto paesi come l'Italia, la Spagna e l'Olanda. Con un comparto agricolo e alimentare che si avvia a registrare il calo più forte, data la possibile perdita di 265.000 posti di lavoro, appena superiore al commercio (225.000 posti di lavoro in meno).
Del resto, forti critiche al monitoraggio Ue delle sanzioni vengono mosse anche da altri esperti. "L'Unione Europea non dispone di indici di riferimento o di modelli per misurare l'efficacia delle sanzioni", sostiene Borja Guijarro-Usobiaga della London School of Economics. E, quanto meno, è innegabile un deficit di informazione.

Il lavoro di inchiesta del Lena a Bruxelles ha infatti accertato che se è vero che la Commissione riceve dagli stati membri i dati "nazionali" sulle conseguenze economiche delle sanzioni, è altrettanto vero che quei dati vengono trattati in maniera confidenziale. Ne sono allo oscuro i deputati europei, cui è ignoto anche il rapporto della Commissione. Fino al punto che persino i ministeri degli stati membri verrebbero edotti solo verbalmente "per evitare fughe di dati" che consegnino ai russi importanti informazioni sulle sanzioni. Che del resto, e in modo speculare, sono un segreto anche a Mosca. Gli unici dati certi sul conto pagato dall'economia russa a seguito delle sanzioni indicano che la Banca centrale russa ha sin qui bruciato 150 miliardi di dollari delle proprie riserve, mentre sarebbe di 140 miliardi di dollari il conto pagato per la flessione dell'export verso l'Ue e il ribasso repentino del prezzo del petrolio.

Appaiono invece un fallimento le sanzioni Ue contro singoli cittadini di Russia, Ucraina e Crimea (politici, manager, responsabili dei Servizi di intelligence) inseriti lo scorso anno dalla Commissione Europea in una apposita lista di "obiettivi" cui è stato vietato l'ingresso nella Ue e i cui beni in territorio Ue dovrebbero essere congelati. La Commissione Europea si è dichiarata non in grado di quantificare il valore dei depositi bancari, degli immobili e dei patrimoni congelati. "Le sanzioni vengono applicate negli stati membri" è stata la laconica risposta di un portavoce. I dati sono esigui. Paesi come Spagna, Malta, Finlandia, Croazia, Slovenia, Slovacchia, Ungheria e Lituania non hanno proceduto ad alcuna confisca. E dove questo è al contrario avvenuto, il bottino è ben magro. In Germania sono stati confiscati due cavalli da corsa al Presidente della Repubblica di Cecenia, Ramsan Kadyrow. Mentre, interpellata dai gironalisti di Lena, la "Bundesbank" ha ammesso di aver congelato solo 124.346 euro. Qualche migliaio di euro in più di Cipro, storica sede di società e di depositi degli oligarchi. Qui, gli euro congelati sono stati 120.000.

Alla fine, il Paese più efficace nella caccia si rivela proprio l'Italia e il più colpito il miliardario russo Arkadi Rotenberg, inserito a luglio 2014 nella lista delle sanzioni. Il Nucleo Valutario della Guardia di Finanza italiana gli ha sequestrato appartamenti, ville e un hotel a Roma, per un valore complessivo di 30 milioni di euro.


Qui trovate l'articolo pubblicato su Repubblica:


lunedì 15 giugno 2015

Guerra fredda, una scaltra partita a poker

di Raffaella Vitulano

A cosa servono i Quantitative easing? Pensiamoci un po’. Il denaro a buon mercato creato dalle banche centrali rende inevitabilmente gli investimenti in macchinari preferibili all’impiego di una forza lavoro umana. Il risultato: si inizia a lavorare sulla prima fabbrica a manodopera zero. E così Mr.Chen Qixing, astuto patron cinese della Everwin Precision Technology Ltd, ha previsto che invece di 2.000 lavoratori, numero attuale della forza lavoro, la sua azienda ne richiederà solo 200 per usare software di sistema e di gestione.
La Banca Centrale ha concesso a Mr.Chen denaro a basso costo e ad un tasso di interesse pari a 0%. È improbabile che l’imprenditore avrebbe fatto la stessa mossa al tasso d'interesse del 10%. Ma sulla macro scala economica più ampia Chen deve porsi una domanda, come tutti gli imprenditori spregiudicati: "Come faranno i 1.800 lavoratori licenziati ad acquistare i prodotti fatti dalla mia azienda?". Alcune delle persone licenziate possono trovare altri lavoretti nel terziario, ma i soldi guadagnati saranno probabilmente sufficiente per tenerli appena in vita. E nel corso del tempo verranno anche automatizzati i friggitori di polpette da fast food. E poi, cosa rimarrà? Il blog Moonofalabama, che riporta la notizia, individua due soluzioni a tale crisi.
Una è quello di affrontare il lato del sottoconsumo e cambiare la distribuzione degli utili di un'economia con una quota molto maggiore di reddito diretta ai "lavoratori" e una quota minore diretta ai "padroni", magari tramite tassazioni più alte per "proprietari" e la ridistribuzione da parte dello Stato, ma anche attraverso il rafforzamento dei sindacati e dei corpi intermedi.
L'altra soluzione per una società capitalista ad una crisi di sovrapproduzione è la distruzione forzata di capacità di produzione (globale) attraverso una grande guerra, che aiuta anche ad aumentare il controllo sul popolo e permette di sbarazzarsi di lavoratori in eccedenza (che vengono inviati al fronte). E questo spiega la evidente scelta dei burattinai del pianeta. Perché, altrimenti, in questi ultimi mesi si assiste a destabilizzazioni di interi paesi?
Forse dobbiamo solo analizzare un po’ di storia.
Nel 1945, l'accordo di Bretton Woods aveva fatto del dollaro la moneta della Riserva Mondiale a condizione che i soldi potessero essere convertiti in oro ad un tasso costante di 35 dollari al grammo. Gli Usa promisero verbalmente di non stampare troppa moneta, ma la Federal Reserve impedì ogni tipo di verifica o controllo, sul processo di stampa. Durante gli anni precedenti al 1970, le spese della guerra in Vietnam hanno fatto prendere coscienza a diversi paesi che gli Usa avevano stampato molto più denaro delle riserve auree. E di conseguenza tali paesi hanno chiesto la restituzione del proprio oro, provocando un rapido abbassamento del valore del dollaro.
La situazione ha raggiunto il suo paradosso nel 1971, quanto la Francia ha provato a ritirare quello che possedeva in oro, e Nixon rifiutò di concederlo. Nel 1973, ancora Nixon chiese al re d'Arabia di accettare esclusivamente il dollaro per i pagamenti del petrolio, e d'investire i profitti eccedenti in buoni del tesoro e biglietti americani. In cambio avrebbe garantito la protezione militare dei campi d’estrazione petroliferi.
La stessa offerta fu estesa all’insieme dei paesi chiave produttori di petrolio del mondo, e nel 1975, tutti i membri dell’Opec accettarono di vendere il loro petrolio solamente in dollari americani, con l’obiettivo di staccare il dollaro dal suo legame con l’oro legandolo al petrolio straniero, forzando così tutti i paesi importatori di petrolio a mantenere una riserva costante dei biglietti della Federal Reserve. E per avere questi pezzi di carta, dovevano inviare dei beni fisici all’America.
La corsa agli armamenti durante la guerra fredda assunse le sembianze di una scaltra partita a poker.
Le spese militari erano i gettoni e gli Usa avevano un infinito approvvigionamento di gettoni. Con i petroldollari a loro favore, sono riusciti a crescere e a spendere più di tutti gli altri paesi del pianeta fino a quando le spese militari americane hanno superato quelle di tutti i paesi del mondo. A confronto, l’Unione Sovietica sembrava stretta in una morsa. Poi, la partita finale con la caduta del blocco sovietico nel 1991.
Gli Stati Uniti erano oramai una super potenza incontrastata e senza rivali. Furono in molti a pensare, e a sperare, che questo avrebbe segnato l’inizio di una nuova era di pace e stabilità. Non fu così. Lo stesso anno esplode la prima guerra del Golfo. E dopo aver annientato l'esercito iracheno e distrutto le loro infrastrutture, incluse le stazioni di depurazione e gli ospedali, hanno imposto sanzioni durissime, impedendo in tal modo la ricostruzione delle infrastrutture. Sanzioni avviate da Bush padre e sostenute durante tutta la presidenza Clinton e che, sono durate più di un decennio, e si stima abbiano ucciso più di 500.000 bambini. L'amministrazione Clinton era perfettamente al corrente di queste cifre. In rete gira ancora una spiazzante intervista di Cbs News rivolta al segretario Madeleine Albright. Alla domanda della giornalista ”Abbiamo sentito che più di mezzo milione di bambini sono morti, sono più dei bambini molti a Hiroshima, ne valeva veramente la pena?” lei risponde di ghiaccio : ”Penso che fu una scelta difficile, ma noi crediamo che fosse il giusto prezzo da pagare”. Mezzo milione di bambini, capite?
Nel novembre del 2000 l’Iraq decise di vendere il suo petrolio esclusivamente in Euro. Si trattava di un attacco diretto al dollaro e al dominio finanziario americano, e questo non sarebbe stato tollerato. In risposta il governo americano iniziò una campagna di propaganda offensiva, accusando l’Iraq di possedere armi di distruzione di massa con l’intenzione di utilizzarle. Nel 2003, gli Usa invasero l’Iraq e una volta preso il controllo del paese la vendita del petrolio torno immediatamente al dollaro, fatto che comportò una perdita dal 15 al 20% sui guadagni, in ragione dell’elevato valore dell’Euro. Ma in pochi anni anche la parità sarebbe stata ridotta. Arrivarono poi altri documenti custoditi nei cassetti dei piani alti. Resi pubblici da molti siti indipendenti d’inchiesta prevedevano, nei successivi 5 anni, l’attacco a 7 paesi, cominciando dall'Iraq, la Siria, il Libano la Libia, il Sudan, la Somalia per finire con l'Iran. Un progetto minuzioso. C’era la Libia di Gheddafi, in cui era in corso un processo costitutivo di un blocco di paesi africani al fine di creare una moneta basata sull’oro e chiamata “Dinaro” con l'intenzione di sostituire il dollaro in queste regioni. L'Iran, che da tempo conduce una campagna attiva con lo scopo di metter fine alla vendita del petrolio in dollari americani, e che recentemente ha stipulato accordi per vendere il petrolio in cambio di oro. La Siria, l'alleata più vicina dell'Iran, uno degli ultimi produttori di petrolio indipendenti nella regione cui è legata da accordi di difesa reciproca. Ecco spiegato il ricorso all’esercito. Ma la questione è estremamente delicata e rischiosa, dato che Cina e Russia hanno dichiarato pubblicamente e in termini ben precisi che non tollereranno un attacco contro l’Iran o la Siria. E hanno coscienza del fatto che se crolla l’Iran potrebbe non restare altra via d’uscita al valore del dollaro se non quello di affrontare una guerra.
Sarà interessante analizzare gli eventi del prossimo semestre. Entro fine mese: il rinnovo delle sanzioni europee alla Russia (con gli Usa fortemente determinati a rinnovarle e gli europei indecisi); la ratifica del controverso accordo con l’Iran (con Neocon americani, Israele, Arabia Saudita fortemente intenzionati a contrastarlo); la decisione dell’Fmi ad accettare la moneta cinese all’interno del paniere di monete dei Diritti Speciali di Prelievo (insieme a dollaro euro yen); la scadenza della trattativa sul debito greco, con tutti gli effetti geopolitici che la questione sta assumendo; l’avvio della operazione militare a guida italiana sulle coste libiche. Luglio vedrà poi la riunione della SCO, l’alleanza militare asiatica a guida russo-cinese e la riunione degli esponenti della Banca dei Brics per muovere i primi significativi verso strutture alternative a Fmi e Banca Mondiale. Ancora, nel corso del semestre assisteremo all’accelerazione degli Usa per costringere la Ue a firmare il Ttip (ed in Asia l’accordo Transpacifico). per non parlare delle esercitazioni militari per il controllo del territorio (a riprova di come sia prevista una precipitazione della crisi economica e relative rivolte sociali). La traiettoria è dunque impervia e potrebbe portare dritto all’impensabile. Certo è che chi stampa i dollari ha più da perdere se il dollaro dovesse crollare. Dal 1913, questo potere è detenuto dalla Federal Reserve. Ma vale davvero la pena di scatenare una terza Guerra Mondiale per mantenere il controllo del sistema finanziario mondiale?

Bagnai: "La menzogna genera violenza"

di Raffaella Vitulano

La menzogna genera violenza. Due chiacchiere con Alberto Bagnai, Professore associato di Politica economica, Facoltà di Economia, Uni. G.D'Annunzio, Pescara.

Per la prima volta Mario Draghi entra nei meccanismi contrattuali con un deciso endorsement alla contrattazione aziendale, preferibile a quella nazionale. Uno sgambetto ai sindacati, che pure rafforzerebbero quella aziendale assegnandole comunque un ruolo complementare?

È inevitabile, anche se non educato, rispondere a una domanda con un’altra domanda: lei, o qualcuno dei nostri lettori, si è posto il problema del perché il presidente della Banca centrale europea venga a mettere bocca nei meccanismi contrattuali di un paese membro dell’Eurozona? Dove, attenzione, al “perché” vorrei che venisse dato un duplice significato. Primo: esiste, nei Trattati o nello Statuto della Bce, qualcosa che la legittimi a emettere valutazioni sulle politiche dei redditi degli Stati membri? Risposta: no. L’art. 4 dello Statuto della Bce le attribuisce il potere di emettere pareri (non vincolanti) su “questioni che rientrano nelle sue competenze”, e l’art. 3 chiarisce che queste competenze vertono sulla politica monetaria e valutaria ma non sulla politica dei redditi. Quindi o il dr. Draghi sta parlando a titolo personale (con scarso senso del proprio ruolo istituzionale), o, se parla a titolo ufficiale, lo sta facendo in aperta violazione dei Trattati. Secondo: a quale fine tendono queste esternazioni? Qui la risposta è così ovvia che mi vergogno quasi a darla. La controriforma liberista, della quale la Bce è il braccio armato in Europa, mira ovunque a smantellare la contrattazione nazionale, e più in generale a frantumare il sindacato, a toglierselo di mezzo. L’euro ovviamente è al tempo stesso mezzo e fine di questo disegno. Con cambi rigidi gli aggiustamenti macroeconomici devono avvenire flessibilizzando (verso il basso) i salari. Sta scritto nei libri di testo: la politica del cambio forte (e poi della moneta forte) qui in Italia è stata adottata come strumento di disciplina dei sindacati. La vera domanda è un’altra: perché i sindacati si son lasciati fare, da trent’anni, questo sgambetto?

Da dove dovrebbe ripartire allora il quadro delle relazioni industriali per restituire al sindacato un ruolo ridotto negli ultimi anni?

Il sindacato è diventato subalterno quando ha accettato la favoletta secondo la quale “l’inflazione è la tassa più iniqua” perché erode il potere d’acquisto del lavoratore, per cui il principale presidio dei lavoratori è una banca centrale indipendente in grado di contrastare l’inflazione non “stampando moneta”. Non vi faccio la lezioncina sul perché questo ragionamento è fasullo: se “stampare moneta” determinasse inflazione, dopo 1000 miliardi prestati dalla Bce (il famoso LTRO) non saremmo finiti in deflazione. Fornisco due elementi politici. Primo, accettando questa impostazione il sindacato accetta di scomparire: a tutelare i lavoratori basta la Bce! Secondo, non vi sembra un po’ ingenuo pensare che istituzioni colluse col mondo della grande finanza come la banche centrali (Draghi viene da Goldman Sachs) vogliano fare l’interesse dei lavoratori?
Dal lato della domanda, comprimendo il reddito distribuito ai lavoratori, le “riforme” tanto auspicate da Francoforte e considerate “interessi legittimi dell’Europa” distruggono il mercato interno, esito previsto con lucidità da Mario Monti in un suo celebre video su YouTube. Professore, quando l’Europa ce lo chiede, chi deve dire di no in Italia?
Gli italiani, nelle forme che il regime prevalente consente loro. Se glielo consente.

Nonostante le evidenti e palesi violazioni del diritto (vedi le posizioni chiare in materia del prof. Guarino), al momento non si parla di riscrittura dei trattati europei né di revisione di alcune norme. Anzi. La moral suasion del presidente della Bce ha avuto piuttosto forza propulsiva del Fiscal Compact e del Mes. Come usciamo da questa ingabbiatura di bilancio?

Se volete l’euro volete l’austerità, che serve a svalutare il lavoro. Ormai lo dice perfino Fassina. La revisione delle norme non è necessaria e non servirebbe. Nella versione attuale i Trattati europei offrono già tutti gli strumenti per gestire situazioni di crisi adattando le regole. Non lo si fa perché manca la volontà politica, ma se le regole cambiassero, la volontà politica comunque mancherebbe. Questo dibattito quindi è futile: collaborazionisti che comprano tempo. Secondo, perché in un regime di cambi fissi una politica fiscale espansiva non coordinata a livello europeo danneggia il paese che la fa, aggravando i suoi squilibri di bilancia dei pagamenti. Più reddito uguale più importazioni. D’altra parte, Monti l’austerità l’ha fatta per rimettere in pari i conti degli italiani coi creditori esteri (la bilancia dei pagamenti), e non i conti pubblici, e l’ha anche detto.

C’è invece chi, come gli economisti Alesina, Barbiero, Favero, Giavazzi e Paradisi, sostiene che l’austerità può anche essere “buona” per la crescita: dipende da come è attuata. Nel loro studio “Austerity in 2009-2013” sostengono che i tagli alla spesa sono una misura più efficace per contrastare la crisi rispetto all’aumento delle tasse. Lei cosa ne pensa?

Mi limito ad osservare che la loro posizione è smentita dall’evidenza e da una sfilza di premi Nobel. Un loro collega non meno brillante, ma decisamente più scaltro, Roberto Perotti, dopo aver predicato anche lui la teoria della cosiddetta “austerità espansiva”, nel 2011 ha scritto per il National Bureau of Economic Research un articolo intitolato “Il mito dell’austerità” nel quale sconfessava i risultati di tutti gli studi a supporto di questa teoria (compresi i suoi)! In questo modo si è messo al sicuro, lasciando i pasdaran come Alesina a prendere schiaffi da Krugman sul New York Times.

L’infatuazione di un altro economista, Franco Modigliani, per la moneta unica non durò a lungo. Bastarono tre anni, al Nobel, per capire che qualcosa non quadrava. Il 10 aprile del 2000 Modigliani disse senza girarci intorno che “la Bce è un obbrobrio, perché crea erroneamente un alto tasso di disoccupazione… è un mostro che ha solo una funzione: la stabilità dei prezzi, e messa in mano ai tedeschi della Bundesbank”. Quanti anni occorreranno per capire che l’integrazione fiscale significa affidare somme di denaro sempre più ingenti ad organismi politici ancora più remoti da qualsiasi possibilità di effettivo controllo democratico? 

Molto dipende dal sindacato. Se si arroccherà su posizioni ideologiche, proseguendo sulla strada delirante del “più Europa” e dell’idolatria dell’euro, ritarderà la maturazione della coscienza politica necessaria per giungere a una soluzione democratica della crisi. La manovra espansiva monetaria non è stata supportata da adeguate politiche fiscali espansive per il vincolo del 3% di deficit che non permette agli Stati di investire e spendere. E’ solo una totale assenza di lungimiranza politica e anche tanta ignoranza a spiegare tutto questo o c’è stata malafede da parte di qualcuno? La categoria della “buona fede” non mi interessa: in economia contano i risultati. Ripeto: quello del 3% è un falso problema per due motivi uguali e contrari. Primo, perché il “partito unico dell’euro”, ha inserito in Costituzione il principio del pareggio di bilancio, stravolgendo e affossando definitivamente il Titolo III della nostra Costituzione. Quindi il 3% è un falso obiettivo, visto che l’obiettivo iscritto in Costituzione è lo 0%. Secondo, perché in Europa questo obiettivo non lo rispetta praticamente nessuno. Ribadisco: il problema non sono le regole. Dobbiamo prendere atto della mancanza di una volontà politica di cooperare a livello europeo, e regolarci di conseguenza, sganciandoci il prima possibile.

Lei sostiene che la causa del decollo del debito (prima pubblico, poi privato) stia nella necessità di sostenere l’acquisto di beni in un capitalismo che non vuole distribuire ai lavoratori un potere di acquisto proporzionato al valore aggiunto che essi hanno contribuito a creare. In questo momento storico, lei come considera le proposte di partecipazione dei lavoratori alle diverse forme di democrazia economica ed industriale?

Non lo sostengo “io”. Lo sostiene una letteratura ampia che va da autori marxisti come Rick Wolff a autori ortodossi come Robert Shiller. Il debito totale (pubblico e privato) comincia a decollare all’inizio degli anni ’80, quando si arresta l’adeguamento dei salari alla produttività del lavoro. I lavoratori producevano sempre di più, ma in termini reali, cioè di potere d’acquisto, guadagnavano sempre lo stesso. In queste condizioni come si è potuta evitare per tre decenni una classica crisi da sovrapproduzione? Semplice: col credito, cioè trasformando il dipendente da cliente a debitore. Il capitale così ci guadagna due volte: quando vende il prodotto, e quando incassa gli interessi sul prestito. Non ha particolare senso inventarsi nuove forme di “democrazia”: nella democrazia degli anni ’70 i salari reali stavano dietro alla produttività perché il sindacato faceva il suo lavoro, fra l’altro esigendo forme di tutela del potere d’acquisto come l’indicizzazione salariale (la scala mobile). La storiella secondo la quale questa avrebbe contribuito all’inflazione degli anni ’70 è un po’ usurata. Mario Nuti ha spiegato, con tanti altri, che non è l’indicizzazione a causare l’inflazione. Chi è nel sindacato dovrebbe ricordare, ad esempio, che nel secondo dopoguerra fu la Confindustria a volere l’indicizzazione proprio per disinnescare le aspettative di inflazione.

C’è poi chi, per risollevare il pil, rispolvera la necessità della guerra, moltiplicatore keynesiano del pil per antonomasia, e della vendita di armamenti. Da quando gli Usa hanno cominciato i raid anti-Califfato lo scorso 31 agosto e fino al 10 gennaio scorso, i territori finiti sotto il controllo dei tagliagole sono quasi quadruplicati. Possibile che la colpa sia sempre di bombardamenti inefficaci, piloti distratti o militari disattenti? Solo ora tra gli alleati emerge la preoccupazione dell’Isis: il timing, nella vita come nel business affari, è tutto?

Sorrido alla beata innocenza di quelli che credono che “oggi sia diverso”. Lo pensavano nel 1914, e lo pensavano nel 1939. Ho pubblicato nel mio blog pagine dal diario della madre di una mia lettrice. Descrivono l’invasione della Francia da parte delle truppe naziste. Mentre Dunkerque veniva bombardata, in Normandia pensavano di essere al sicuro, come lo pensa lei, e come lo pensano i nostri lettori, perché per loro fortuna non hanno a disposizione i dati macroeconomici di quel periodo e non possono confrontarli, come ho fatto nel mio ultimo libro, con quelli attuali. Le tensioni economiche trovano sempre via di sfogo in un conflitto. Oggi non è diverso. Credere che i conflitti riguarderanno sempre “gli altri”, oltre a essere prova di cinismo (dovremmo preoccuparci comunque dei nostri simili), è soprattutto prova di stupidità.

In un suo recente articolo lei scrive che Brüning, dopo aver posto con la sua austerità le premesse per l’ascesa di Hitler, se ne andò a insegnare a Harvard, e poi, per trent’anni, fu possibile vivere in un mondo in cui il lavoro veniva remunerato correttamente e il debito diminuiva. Evidenzia un particolare inquietante: tra l’austerità e la cattedra a Harvard ci fu una guerra mondiale, ottanta milioni di morti che suggerirono ai governanti un minimo di ragionevolezza. Ce ne sarà bisogno anche questa volta?
Il deficit culturale della sinistra italiana, totalmente appiattita su posizioni monetariste di difesa degli interessi del capitale finanziario, mi lascia temere di sì. Aderire a quello che Luciano Barca, nel 1978, definiva in modo tanto sintetico quanto lungimirante “un progetto di deflazione e recessione antioperaia”, ha generato gravissime tensioni sociali e ci ha messo in una spirale deflattiva che impedisce alla nostra economia di ripartire e ci pone in urto con gli altri poli dell’economia globale. La menzogna genera violenza. Quello che anche solo tre anni fa mi sembrava impossibile, cioè un conflitto mondiale che coinvolga anche le nostre popolazioni, mi sembra sempre meno improbabile ogni giorno che passa.

Mozzarelle di bufala adagiate su feta greca

di Raffaella Vitulano

Andrea Mazzalai è titolare di Icebergfinanza, uno dei blog che il Sole 24 ore ricorda avere il miglior ranking in Italia (dati Google rank) sulla directory di Liquida. Non siamo dalle parti dell’Oregon, ma in quel di Trento e il blogger è un 45 enne, consulente finanziario privato, uno dei pochi in Italia che ha saputo comprendere in anticipo la crisi. Un autodidatta letto da importanti gestori, funzionari di banca e analisti, con una media di 4000/5000 contatti al giorno.

Andrea, scrivi che “circolano mozzarelle di bufala adagiate su una fetta di feta greca come antipasto della crisi che verrà”. Puoi spiegarci meglio?

Si tratta di una metafora per ironizzare sulla demenziale gestione della tragedia greca, da parte delle istituzioni europee, una tragedia che sta sempre più assumendo la forma di un’immensa bufala, soprattutto se si parte dalla considerazione che oggi siamo in questa situazione anche grazie al fatto che nel 2010 non si è voluto prendere atto che la crisi Grecia fosse essenzialmente una crisi di debito privato. Attraverso la farsa dei fondi salva stati Mes, era fondamentale salvare prima i creditori, le banche tedesche, francesi ed inglesi, a differenza di quelle italiane, sensibilmente esposte nei confronti dell’economia greca. Una situazione esplosiva che avrebbe avuto conseguenze drammatiche per la credibilità dei cosiddetti Paesi “core” dell’Europa. Un decimo sarebbe costata questa crisi, un decimo rispetto ai danni prodotti da anni di inutile austerità non solo in Grecia, ma in tutta Europa. Dopo aver imposto l’austerità a mezza Europa, ora il Fmi ammette che le sue politiche erano sbagliate: sì, l’austerità è eccessiva, ma per la Grecia ci vuole; liberalizzare il mercato del lavoro non aiuta la crescita ma per l’Italia è necessaria; trattati, limiti e regole europei sono parametri con i quali è difficile raccapezzarsi, e così via. Un gran pasticcio, hanno osservato recentemente gli economisti del Fmi, ma non ci sono alternative. Tutto e il contrario di tutto, ci siamo sbagliati ma andiamo avanti lo stesso. Nulla di cui meravigliarsi sia ben chiaro, economisti ed analisti sono al servizio della plutocrazia, il loro compito è quello d'influenzare in maniera determinante gli indirizzi politici dei governi europei.

In piena crisi, nell’estate del 2008, Richard Fisher (allora presidente della Fed di Dallas) dichiarò più volte che all’orizzonte si stava creando una pericolosa pressione inflattiva. Ovviamente di li a poco si sarebbe invece verificata la più spettacolare esplosione deflattiva che la storia dell’economia ricordi, dal tuo blog ampiamente documentata e prevista. Perché in televisione o sui giornali devono andarci gli incompetenti, i cosiddetti “figli del principio di Peter”?

No, non sono incompetenti, vengono semplicemente scelte le persone adatte a far arrivare determinati messaggi agli spettatori. Loro sanno dove vogliono arrivare, non tutti ovviamente, ma molti di loro. Il Professor Brad De Long, che ha lavorato nell’amministrazione Clinton, giustamente ricordava che economisti e banchieri centrali scelgono, per ragioni non economiche e non scientifiche, un orientamento politico e una serie di alleati politici, e girano e regolano le loro ipotesi fino a giungere alle conclusioni che meglio si adattano al loro orientamento e che possono compiacere gli alleati. Il mio suggerimento per comprendere questa crisi è capire il conflitto di interesse che sta dietro a coloro che parlano o fanno proposte. E’ limitativo guardare a questa crisi attraverso il profilo economico/finanziario, servirebbe anche un’analisi antropologica e psicologica.

I leader europei sembrano non essersi accorti che la crisi attuale è di domanda. Perfino un uomo del calibro di Mario Monti sostenne un trattato che, se applicato alla lettera, porterà l’Italia al fallimento: ridurre al 60% il debito in vent’anni significa andare incontro a una recessione che sottrarrebbe il 30-40% del Pil nello stesso periodo. Un disastro, e l’inevitabile fine dell’euro. Candida disattenzione o premeditazione?

Nessun complotto, solo teorie economiche fallimentari e ideologie. Monti lo ha dichiarato candidamente alla Cnn: "Stiamo effettivamente distruggendo la domanda interna attraverso il consolidamento fiscale. Quindi, ci deve essere una operazione di domanda attraverso l'Europa, un'espansione della domanda". Svalutare il lavoro, distruggere la domanda interna, secondo i loro desiderata erano l’unica possibilità per far recuperare competitività al Paese, era e lo è tuttora. Per quanto riguarda il fiscal compact, Padoan e Visco sottolineano come in condizioni di crescita ‘normale’, vicina al 3% nominale, sarebbe infatti sufficiente mantenere il pareggio strutturale del bilancio”. E come la crei una crescita nominale, ovvero crescita reale più inflazione quando il Pil cresce dello zero virgola e siamo in deflazione? Lasciando perdere le leggende metropolitane sui 50 miliardi necessari ogni anno per rispettare i parametri, basterebbe anche una manovra correttiva minima di 10 miliardi per mettere in crisi il bilancio; basta pensare a cosa è accaduto per la sentenza della Consulta sulla riforma Fornero. I giudici sono irragionevoli, ha dichiarato Padoan, mai una volta che questa osservazione sia stata rivolta alla Commissione europea.
L’ostinazione per l’austerity è diventato un vero e proprio ricatto da cui è nato il Fiscal Compact, sostegno teutonico in cambio degli aiuti alla “periferia” colpevole di lassismo. Per non parlare del Mes, un Trattato la cui applicazione darà il colpo di grazia al mercato del lavoro e al welfare europeo.

Dai, disegnaci uno scenario a breve, medio e lungo termine…

No, sarò molto più sintetico, il breve termine ha poca importanza, c’è troppo isterismo politico nel breve termine. Ciò che conta è il medio e lungo termine. Nessuno, ne io, ne te, tantomeno gli economisti sono in grado di prevedere il futuro. Io mi fido più dei messaggi che la storia lascia, dell’analisi empirica. Uno studio uscito qualche anno fa ad opera della McKinsey dal titolo “Debt and deleveraging” , analizzava 45 episodi storici di rientro dal debito accaduti in alcuni settori delle 10 principali economie occidentali e 4 relative ai Paesi emergenti. Il risultato è che in 23 episodi la crisi si risolse con una crescita futura del debito inferiore a quella del Pil, attraverso un calo del debito in termini nominali; in 12 episodi vi fu un aumento nominale della crescita attraverso la creazione di inflazione, la quale riduce il rapporto debito/crescita economica; in 7 episodi la contrazione del debito avvenne ad opera di fallimenti generalizzati pubblici e privati e solo in tre casi l’economia mostrò un livello di crescita in grado di far diminuire il rapporto debito/Pil.
Purtroppo, al momento attuale l’evidenza sembra far propendere tutto verso la terza ipotesi, ovvero la contrazione del debito attraverso fallimenti generalizzati o ristrutturazione del debito. Quando senti che a marzo il debito pubblico italiano ha toccato un nuovo record aumentando di oltre 15 miliardi rispetto a febbraio, ripeto, 15 miliardi, di quale scenario, vogliamo parlare?

Nonostante la Troika stia strangolando l’economia greca intervenendo su pensioni, lavoro, privatizzazioni e varie, e molti scommettono che il prossimo birillo sarà l’Italia, tutti sembrano ancora inseguire le leggende sul debito pubblico (omettendo puntualmente la spesa per gli interessi) utilizzandolo per scardinare sistemi di welfare con riforme discutibili, sottacendo che (parole tue) “la democrazia per quanto malata e stuprata da un manipolo di parassiti travestiti da politici è ostaggio della plutocrazia finanziaria”. E’ anche frutto di disinformazione?

Quale miglior fardello se non quello del debito pubblico è la miglior forma di ricatto nei confronti di una democrazia o della politica. Spesso e volentieri la politica dipende dalle multinazionali per finanziare le sue campagne elettorali e questo la rende vulnerabili alle loro richieste, alle pressioni delle lobbies. Friedman , un economista tra i più insigni rappresentanti del pensiero liberista, osservava che soltanto una crisi reale o percepita può produrre un cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni intraprese dipendono dalle idee che circolano, è fondamentale sviluppare alternative alle politiche esistenti, mantenerle in vita e disponibili …finché il politicamente impossibile diventa il politicamente inevitabile” E’ la “shock economy” bellezza e tu non ci puoi fare nulla, se non esserne consapevole. Quale miglior alleato se non una crisi, per imporre al popolo, spesso e volentieri disinformato e superficiale, ricette che la storia ha già bollato come spazzatura?

Il settore finanziario è riuscito a catturare la politica nel 1981, quando ci fu il divorzio Banca d’Italia-Tesoro: fu allora, nel periodo 1981-1992 che il debito pubblico raddoppiò proprio per via degli interessi che schizzarono . Nino Galloni, economista della Sapienza e già super-tecnico al ministero del bilancio, racconta che quando la Banca d’Italia cessò di fare da “bancomat del governo”, costrinse l’esecutivo ad avvalersi dei titoli di Stato, acquistati dalla finanza internazionale, come fonte primaria di finanziamento pubblico. Concordi?

Quello che è certo è che dal 1981 l’Italia perse la sua sovranità monetaria e la politica monetaria restrittiva aumentò il fabbisogno del Tesoro. Esplose così la crescita del debito pubblico lasciando il Paese in balia del giudizio dei mercati. In sintesi, non fu la spesa pubblica a far esplodere il debito, la quale anzi si stabilizzò, ma la dinamica dell’alto livello dei tassi di interesse necessario a difendere il cambio al momento dell’ingresso nello Sme. La Francia di Mitterrand impose l’euro alla Germania che voleva la riunificazione tedesca. Kohl accettò a una condizione: che venisse sabotato il sistema industriale italiano, cioè il maggior concorrente dell’export di Berlino. Un patto scellerato….
In una intervista del 2002, Kohl disse di aver agito come un dittatore perché era l’unico modo per evitare un’altra guerra in Europa, smentendo il “patto scellerato”, un patto che lasciò più di un dubbio ai francesi. Tralasciando le leggende metropolitane sui trucchi contabili che l’Italia utilizzò per entrare nell’euro, Kohl disse che se non avessero accettato il nostro Paese, la Francia si sarebbe ritirata. In effetti come dichiarò Visco, allora ministro delle Finanze, un’Italia fuori dall’euro, visto il nostro apparato industriale, poteva fare paura a molti, soprattutto Francia e Germania che temevano le nostre esportazioni. A Berlino serviva un euro svalutato e un’Italia debole come ipoteca. Negli stessi anni, dall’altra parte dell’oceano, Martin Feldstein, economista americano, metteva in guardia dalla struttura della moneta unica, l’euro così come è stato concepito, riporterà la guerra in Europa disse, con tanti saluti a gufi e affini.

Metti spesso in evidenza quanto sia fondamentale agire in fretta, imporre un mutamento rapido ed irreversibile. Dicci secondo te con quali step.

Come hai visto nella precedente risposta non sono parole mie, ma se dovessi imporre un mutamento rapido ed irreversibile, non riuscirei a fare una sintesi migliore di quella di Taleb, filosofo e matematico libanese: “A coloro che guidavano uno scuolabus bendati (e l’hanno sfasciato) non dovrebbe essere mai più permesso di guidare un altro scuolabus. L’establishment economico (università, autorità di regolamentazione, funzionari governativi, economisti al servizio di varie organizzazioni) ha perso la propria legittimità a seguito del fallimento del sistema. Sarebbe imprudente e insensato da parte nostra se ci affidassimo alle capacità di questi esperti per uscire da questo caos. Al contrario, bisogna individuare le persone intelligenti e con le mani pulite.” Purtroppo ancora oggi, lo stesso scuolabus riparato dall’illusione monetaria delle banche centrali è giudato dallo stesso establishment economico e politico, stesso motore, stesse traiettorie, far finta di cambiare tutto, per non cambiare nulla. Tutti impegnati a consultare lo smartphone dei loro interessi, mentre guidano, sfrecciando quasi incuranti dell’incredibile iniquità che questa crisi ha lasciato dietro di se, ubriachi fradici, passando da un’inutile summit all’altro. Affinché il male e l’incompetenza prevalgano, è sufficiente che gli onesti, le persone responsabili e competenti non facciano nulla.
Ah dimenticavo, nessun pessimismo o catastrofismo, semplicemente ottimismo ben informato. Un caro saluto ai Vostri lettori.

Ma la corsa al riarmo crea davvero occupazione?

di Raffaella Vitulano

Giovanni Dosi, Direttore dell’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, ricorda il ruolo centrale che lo Stato ha avuto nella generazione della maggior parte delle nuove tecnologie che utilizziamo oggi: Internet, il web, il microprocessore, l’iPad e così via. In Italia - aggiunge Dosi - anche prima del liberismo selvaggio, molte delle politiche sono state anti-industriali: ”Dal rifiuto da parte del governo di appoggiare l’Olivetti all’inizio degli anni sessanta – probabilmente sotto pressione americana – alla finanziarizzazione della Montecatini, dalla distruzione della Montedison, alla liquidazione dell’Iri, fatta in un giorno sullo yacht Britannia nel settembre del 1993 per avere pochi soldi, maledetti e subito, distruggendo un patrimonio tecnologico notevolissimo”.
Oggi in Italia ad avere laboratori di ricerca e sviluppo sono rimaste poche grandi imprese, come Finmeccanica (che continua ad essere una partecipata dello Stato) e STMicroelectronics.
Gianni Alioti, del dipartimento internazionale della Fim Cisl - sorride alla citazione del generale Dwight Eisenhower come monito ai fautori del “keynesismo militare” di sinistra o del “liberismo spurio” di destra. ”Va ricordato, infatti, che - spiega - Eisenhower durante la sua presidenza, oltre imporre “la tassazione marginale sui redditi dei più ricchi al 92% e quella sui profitti al 60%” ha ridotto le spese militari dal 1954 al 1956 di quasi il 32 per cento, da 526 a 359 miliardi di dollari a valore costante. E questa misura costituisce, forse più di qualunque altra, la ragione della crescita economica maggiore di tutta la storia degli Stati Uniti”. Alioti ricorda come negli ultimi 20 anni sono state prese decisioni di politica industriale che, progressivamente, hanno rovesciato il mix delle attività di Finmeccanica a favore del militare. ”Vorrei ricordare che Finmeccanica nel 1995, dopo aver incorporato nella seconda meta’ degli anni ’80 le aziende aeronautiche e militari dell’ex-Efim e le aziende elettroniche dell’ex-Stet, per il 75% operava nel civile, in aree di eccellenza e leadership globale come l’automazione industriale e di fabbrica (Elsag-Bailey) e nella microelettronica (Stm), oltre che in aree consolidate come l’energia e i trasporti. La logica di far cassa inizia con lo smantellamento di Elsag-Bailey nel 1997 e arriva ai nostri giorni con la cessione di energia (Ansaldo) e trasporti (AnsaldoBreda e Sts). E nel frattempo sono state cedute tutte le quote che si avevano come Finmeccanica in ST Microelectronics, l’azienda italiana che più investe in ricerca e sviluppo in proporzione al suo fatturato. E quanto successo a Telecom con l’avvento dei privati è avvenuto in Finmeccanica con i decisori politici. Il risultato dal punto di vista della ricerca e sviluppo, in campi che non fossero militari, e’ stato lo stesso. Basti pensare al posizionamento strategico a livello internazionale dei laboratori di ricerca dello Cselt di Torino (Telecom) e dell’Elsag di Genova nel campo dell’intelligenza artificiale.”
La corsa al riarmo vede oggi protagonista l'Europa, dove i paesi Nato con un budget militare inferiore al 2% del pil (tra questi, Germania e Italia) si sono impegnati a raggiungere in modo graduale tale quota. Nel complesso, uno scenario dove le spese militari di molti Paesi, nonostante il rallentamento globale dell'economia, stanno aumentando più del pil, arricchendo in tal modo le entrate valutarie dei primi tre grandi produttori mondiali di armi: Usa, Russia e Germania. Da qualche anno le spese militari procedono col segno meno, dovuto in particolare alla flessione della spesa negli Stati Uniti, che negli ultimi dieci anni è stato comunque il Paese che ha coperto il 40% delle spese militari mondiali. La Germania pensa al riarmo e rivede il suo pacifismo, La crisi ucraina ha ridato voce a chi pensa che Berlino debba spendere di più per l’esercito. Oltre alla Germania, un'altra potenza che progressivamente si sta armando è la Cina, secondo paese del mondo nella spesa militare, con 188 miliardi (+107% negli ultimi dieci anni) di dollari nel 2013 secondo le stime dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), così come il Giappone e la Russia di Putin, che negli ultimi dieci anni ha visto salire la spesa militare del 108%.
E’ ancora il Sipri a stilare una classifica della top 10 dei produttori mondiali di armi (esclusa la Cina): Lockheed Martin, Boeing, Baes Systems, Raytheon, Northrop Grumman, General Dynamics, Eads, United Technologies, Finmeccanica, Thales. Attentati e conflitti riguardano soprattutto i Paesi poveri e gli affari di chi vende armi languono. Se a morire in conflitti e attentati sono soprattutto abitanti di Paesi poveri, uccisi da persone di Paesi altrettanto poveri, i soldi che girano non sono proprio pochi, per quanto in flessione negli ultimi anni e ora in ripresa. Uno studio della società di consulenza Deloitte del maggio 2014, prima della proclamazione del Califfato in Siria e Iraq da parte di Abu Bakr al-Baghdadi, lo scorso giugno, e ovviamente prima della strage di Charlie Hebdo a Parigi, insisteva sulla riduzione del rischio di terrorismo nel Paesi sviluppati. Questo non significa che gli attentati si siano ridotti. Tra il 2006 e il 2012, il loro numero è triplicato, da 2.700 a oltre 8mila. Ma di questi il 99% è avvenuto in Paesi che non fanno parte dei top-50 per livello di spesa militare.
Le differenze tra Paesi ricchi e poveri si vede anche nella corsa agli armamenti. Quelli a basso reddito (con un reddito annuo medio inferiore ai 30mila dollari) stanno spendendo di più, in particolare quelli che impiegano nella Difesa più del 3% del Pil. ”Con ulteriori tagli previsti in Occidente e il declino dei ricavi da petrolio che stanno facendo abbassare la crescita nel Medio Oriente, la spesa per la difesa si potrebbe contrarre nel 2015”, scrive in una nota recente Ihs-Jane’s. La società di ricerca stima che il budget militare globale scenda a circa 1.600 miliardi di dollari nel 2015 dai 1.747 miliardi del 2013, stimati ancora dallo Stockholm International Peace Research Institute. Anche una recente indagine della società di consulenza McKinsey ha parlato di un mercato in contrazione.
Le spese per gli aerei militari sono non a caso quelle che sono cresciute di per i Paesi ad alto reddito e spesa militare inferiore al 3% del Pil (come l’Italia), mentre sono scese negli altri settori: soldati, carri armati, navi da guerra. In questa industria, come nelle altre, si punta sull’innovazione tecnologica e si risparmia sulle risorse umane. Droni e hi tech consentono risparmi sul personale e sui soldati. E se proprio servono, molti si affidano ormai ai mercenari, dimenticando il ruolo e gli investimenti in formazione d’eccellenza dei militari professionisti. Sempre secondo l’Ihs, i prossimi cinque anni vedranno continuare il cambio di paradigma degli eserciti mondiali.
Le ricerche sul mercato mondiale delle armi, condotte da istituti internazionali e da grandi banche d'affari, concordano: entro il 2019, per la prima volta nella sua storia, i Paesi della Nato scenderanno sotto la metà della spesa mondiale, mentre fino al 2010 ne rappresentavano i due terzi. Entro il 2020 la spesa per la Difesa in Asia e Pacifico supererà quella degli Stati Uniti. Paesi come la Cina saranno avvantaggiati in questo dalla discesa del petrolio, che invece ridurrà gli investimenti in armamenti nel Medio Oriente e Nord Africa, almeno nel breve periodo (l’analisi non si avventura in previsioni a lungo termine). L’India diverrà il terzo mercato per armamenti al mondo entro il 2020. Come prevedibile - riporta Linkiesta - i prossimi anni vedranno anche una crescita della difesa dagli attacchi di cyber-terrorismo, che nel 2013 hanno riguardato per il 60% Paesi ad alto reddito. La Corea del Sud ha varato il suo comando di cyberguerra già nel 2009, a causa di migliaia di attacchi ricevuti quotidianamente dai propri network militari. La Cina ha un’unità dell’esercito, la Unit 61398, che avrebbe attaccato 141 organizzazioni in 20 settori. Quando l’unità fu scoperta dall’opinione pubblica mondiale, il governo di Pechino disse che il ministero della Difesa e i siti collegati ricevevano 144mila attacchi da parte di hacker al mese, la maggior parte dei quali proveniente dagli Usa. La Nsa americana con il programma Shotgiant avrebbe colpito in particolare il colosso tecnologico Huawei. Spiega Deloitte che l’india avrebbe un programma che prevede l’addestramento di addirittura 500mila “cyberguerrieri” entro il 2017. Anche la Russia, secondo dei report citati da Deloitte, avrebbe un comando di cybersicurezza, che sarebbe entrato in azione durante l’invasione della Crimea. In questo contesto la previsione della società di consulenza è facile: le cyber-operazioni non sono più un dominio delle 50 nazioni più ricche e le possibilità di attacchi si estendono. I ministeri della Difesa dei Paesi sviluppati avranno bisogno di attrezzarsi di fronte alle nuove minacce del cyberterrorismo.
E l’occupazione? I dati - si sa - non si possono prendere a schiaffi. ”Chi continua, quindi, a sostenere gli investimenti in campo militare per le ricadute occupazionali o per scelte economiche-industriali, dice semplicemente delle cose non vere”, commenta Gianni Alioti, responsabile internazionale della Fim Cisl. ”E non solo perché le stesse risorse impiegate in campi civili garantirebbero moltissimi posti di lavoro in più, una maggiore efficienza dei fattori della produzione e un recupero di produttività del sistema economico. Ma perché, nonostante si sia verificata una crescita delle spese militari e dei relativi fatturati e affari delle imprese, il numero degli occupati nel settore della produzione militare non è aumentato, anzi ha subito un’accentuata contrazione ed è destinato a contrarsi ulteriormente”. Ciò dipende da tre diversi fattori.
Il primo è un fattore comune ad altri settori dell’industria manifatturiera: dalla siderurgia all’elettronica. E’ la crescita costante del fatturato per addetto (competitiveness) che, ad esempio, nell’industria aeronautica europea è aumentato dal 1980 al 2010 del 155 per cento passando da 90 mila a 230 mila euro per occupato).
Il secondo fattore, anche questo comune al resto dell’industria, è la riduzione del numero di occupati per effetto dei processi di fusione, ristrutturazione e innovazione tecnologica su scala europea e mondiale, spinto dai processi d'integrazione regionale e dalla globalizzazione.
Il terzo, infine, è un fattore specifico riguardante solo l’industria militare, definito tecnicamente “disarmo strutturale”. E’ un fattore indotto sì dall’innovazione tecnologica incorporata nei nuovi sistemi d’arma (dai nuovi materiali alla microelettronica) e nei processi di produzione (automazione integrata e flessibile), ma soprattutto dal consistente aumento dei costi di ricerca, sviluppo e fabbricazione. ””Il caso del programma JSF F35 è rappresentativo. Rispetto al costo iniziale di 62 milioni di dollari per aereo previsto dalla Loockeed Martin - aggiunge - si è arrivati a 170 milioni di dollari del gennaio 2011. Costi che sono destinati ancora ad aumentare, per i ritardi nel progetto e per la riduzione prevista degli ordinativi (e quindi dell’economie di scala). Ne deriva un aumento dei costi unitari per sistema d’arma, che a sua volta significa una diminuzione, a parità di spesa, della quantità d’armi che può essere acquistata dalle Forze Armate. Questa tendenza spinge in una sola direzione: contrazione dei volumi (non del valore) di mercato e ulteriore sovra capacità produttiva dell’industria militare”.
E’ facile prevedere, infatti, per le imprese leader di Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Spagna, Svezia, Polonia ecc. un’accelerazione dei processi di concentrazione su scala europea e interatlantica. Le nuove acquisizioni, fusioni, joint-venture, alleanze internazionali comporteranno, inevitabilmente, una nuova riduzione delle capacità produttive, per effetto di razionalizzazioni impiantistiche, tecnologiche e di prodotto-mercato (in particolare nel comparto degli armamenti terrestri e navali), ma anche di delocalizzazioni produttive in paesi low-cost della catena di fornitura dell'industria aerospaziale e della difesa. ”Dietro la produzione militare ci sono migliaia di ricercatori, progettisti, operai. C'è sviluppo di tecnologie, ci sono ricadute economiche regionali in termini di occupazione, valore aggiunto e innovazioni. Non si può, quindi, non accompagnare questi processi con misure sociali di sostegno e con azioni di politica industriale coordinate a livello di Ue. A questo scopo va rilanciato un nuovo programma Konver a livello europeo, accompagnato da iniziative legislative nelle regioni direttamente interessate, che risponda a esigenze d’innovazione, conversione e diversificazione nel civile dell’industria militare, dettate - oltre che dall’auspicabile riduzione dei budget militari degli Stati - dalle misure d’integrazione europea nelle pratiche di approvvigionamento delle forze armate dei singoli paesi e dai processi di riorganizzazione e concentrazione delle imprese del settore”.
Nell’industria aerospaziale e della difesa, nonostante che dal 1998 ci sia stato un aumento – in termini reali al netto dall’inflazione - delle spese militari, che hanno superato nel mondo (e negli Usa in particolare) i livelli altissimi raggiunti all’epoca della guerra fredda, l'occupazione è in continuo calo. Nella migliore ipotesi, solo per alcune aziende o per brevi periodi, l'occupazione è risultata stabile, ma a fronte di crescite a due cifre del volume d'affari e dei profitti. Anche in Italia per molti anni si è creduto che Finmeccanica, avendo spostato il suo baricentro nel militare (dal 30 al 60 per cento del suo fatturato totale dal 1995 al 2010), godesse di ottima salute. Ma la Fim Cisl segnala che migliaia di posti di lavoro stanno saltando nel comparto aeronautico e nell'elettronica della difesa, basandosi sui dati del rapporto annuale dell’Asd (AeroSpace and Defence Industries Association of Europe): l’industria aerospaziale europea è passata da 579 mila occupati nel 1980 a 458 mila e 700 nel 2010 (meno 20,7 per cento).
Se, però, disaggreghiamo la parte militare da quella civile, il risultato è sorprendente. ”Mentre - spiega Alioti - il personale dell’industria aeronautica europea occupato nelle attività militari passa dal 1980 al 2010 da 382 mila a 200 mila e 900 unità (il 47,4 per cento in meno), quello occupato in campo civile, invece, è cresciuto nello stesso periodo da 197 mila a 257 mila e 800 unità (il 30,8 per cento in più)”.
Chi conosce bene il settore aeronautico sa che dietro a questi numeri c'è il successo del più importante programma industriale e tecnologico sviluppato a livello europeo: l’Airbus. Il nostro paese – per responsabilità dei Governi e del management di Finmeccanica - alla fine degli anni’70 e in fasi successive ha fatto la miope scelta di non partecipare, condannandosi – nel comparto dell’ala fissa (con la lodevole eccezione del turboelica Atr prodotto in joint venture con i francesi di Eads) - a un ruolo di semplice subfornitore dell'industria aeronautica americana (Boeing e Lockheed Martin). Non aver partecipato come partner di primo livello alla realizzazione di Airbus è costata la marginalità dell'industria italiana nell’ideazione, sviluppo e produzione di aerei commerciali civili. Al mancato risultato sul piano tecnologico si aggiunge la mancata creazione di nuovi posti di lavoro”.
Se nel resto d’Europa (in particolare Francia, Germania e Spagna), infatti, il calo degli occupati nel militare è stato in parte compensato da una crescita nel civile, in Italia abbiamo solo registrato in percentuale la stessa perdita di posti di lavoro nel militare senza alcuna crescita nel civile (eccetto l’elicotteristica). E nel mondo è stato lo stesso. La Lockheed Martin, la principale industria di armamenti nel mondo, dal 2008 ha perso 30.000 posti di lavoro, passando da 146 mila a 116 mila occupati. Tutto ciò nonostante l’aumento esponenziale delle spese militari negli Usa. Nel novembre 2013 ha deciso l’ulteriore taglio di 4.000 posti di lavoro nel settore aeronautico. La Bae Systems, la principale industria di armamenti in Europa e la seconda al mondo, negli ultimi 3 anni ha perso 22.000 posti di lavoro, riducendo la sua occupazione nel mondo a 80.000 unità, di cui 38.500 in Gran Bretagna. Sono in corso ulteriori tagli di 3.000 posti di lavoro nel settore aeronautico e di 1.800 nei cantieri navali militari.

Quei burattinai della moneta e della tensione militare

di Raffaella Vitulano 

Un alto funzionario della Nato ha detto all’ex analista di intelligence Nsa John Schindler che il mondo dovrebbe essere ”probabilmente in guerra” questa estate. ”Se saremo fortunati non sarà nucleare”, ha commentato Schindler in un tweet raccolto con scarsa attenzione dai media tradizionali, il che è piuttosto strano dato che Schindler è un ex docente all’US Naval War College ed è conosciuto per avere molti contatti militari ad alto livello. Moneta unica in avvitamento, tensione militare in ascesa: laddove insomma non riuscisse più la moneta unica a tenere sotto il tallone angloamericano il continente, e la Germania in particolare, potrebbe pensarci una nuova guerra. Contro la Russia, ça va sans dire. Putin ha utilizzato qualche giorno fa il palco milanese di Expo 2015 per rispondere, a distanza, al Parlamento europeo e al G7: ”La relazione della Russia con il G7? Semplicemente non c'è nessuna relazione...”, taglia corto il leader del Cremlino. ”Quando ne facevamo parte partecipavamo, proponevamo un punto di vista alternativo, ma i nostri partner hanno deciso che non non ne avevano bisogno”.
L'isolamento di Mosca è sempre più netto, come lo è l’eccezione dei rapporti con l'Italia. Oggi è il Parlamento europeo a declassare la Russia, affermando che Mosca ”non è più un partner strategico della Ue”. Ma lo è ancora per l’Italia, soprattutto per i contratti firmati in campo militare e tecnologico. Le sanzioni contro Mosca hanno danneggiato la collaborazione tra Italia e Russia e sono un ostacolo oggettivo alle imprese italiane, che secondo Putin ”non possono guadagnare un miliardo di euro da contratti già siglati”.
La tensione è altissima. Le ultime tornate politiche nel Regno Unito, Spagna e Polonia, il vacillamento della tregua in Ucraina, suggeriscono l’aumento di probabilità di un conflitto di pari passo con la frequenza delle esercitazioni che si svolgono dal Mar Baltico al Mar Caspio.
Ovunque, sotto il giogo della stretta finanziaria, solo una persona su cinque nelle economie occidentali come Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti - secondo un nuovo sondaggio commissionato dalla Confederazione sindacale internazionale - pensano di potersi fidare delle multinazionali e di organizzazioni internazionali come la stessa Fifa, che ignorano gli accordi e infrangono le regole. Il dio denaro ha imposto regole severe in tutto il Vecchio Continente, sgretolandolo, e poco importa che l’eurodeputato britannico Goldfray Bloom non goda della simpatia per il suo partito, laddove però evidenzia il problema della riserva frazionaria: ”Il nostro problema è un sistema bancario sbagliato. Un sistema bancario con riserva frazionaria nel quale i banchieri possono prestare soldi che non posseggono. Se guardiamo al passato, negli Stati Uniti del 1950, questo era un crimine capitale. Potevi venire impiccato per questo
Quello che abbiamo avuto noi è un’ attività criminale da parte dei banchieri senza che un solo banchiere sia mai finito in prigione. Miliardi di sterline vengono sottratti ai contribuenti, dai correntisti, dai detentori di titoli, ma non c’è un solo banchiere in prigione. Dovremmo usare le leggi della nazione, non tanto i regolamenti, e poi stampare i soldi. Le banche centrali sono altrettanto colpevoli, sia chiaro. Diamo pure la colpa alle banche commerciali, ma è nelle banche centrali che inizia il cancro. Politici, banchieri, e politici lacchè dovrebbero finire imputati in un tribunale finanziario internazionale all’Aja, allo stesso modo dei criminali di guerra”. Parole durissime, che lo bollano col marchio infamante di euroscettico, a lettere scarlatte.
Di quelle marchiate a fuoco. Ora, diciamoci la verità. Che tutto lo scompiglio finanziario, sociale e bellico che sta avvolgendo il pianeta non sia frutto di poche menti rinchiuse in una stanza, ci sta. E tuttavia qualcuno sta portando alla bancarotta il pianeta, e chi ha responsabilità dovrebbe essere chiamato a risponderne. Inutile fare i vaghi, qualcuno manovra i fili di tensioni che stanno esaperando socialmente gli animi. Il Telegraph, ad esempio, riferisce un episodio che ha avuto pochissima eco sui media italiani.
Quando la Bce ha comunicato l’aumento del ritmo del Quantitative easing (l’immissione di liquidità nel sistema euro) nei prossimi mesi, lo ha fatto davanti a una ristretta cerchia di importanti finanzieri internazionali, ritardandone la comunicazione pubblica. E ciò ha senza dubbio favorito massicce speculazioni di alcuni presenti, grazie all’accesso anticipato a questa cruciale informazione.
La domanda sorge spontanea: l’eurozona e le sue istituzioni sono forse manovrate e portano vantaggi a élite non elette, blindate da un’immunità che farebbe gola a qualsiasi casta italiana? E’ indubbio che i presenti all’evento hanno potuto avvantaggiarsi del loro accesso privilegiato ad informazioni determinanti per i mercati e trarne profitto sul mercato dell’euro che vale 900 miliardi di dollari al giorno. Alla faccia di chi deve fare i conti tutti i giorni con bassi salari.
Ciò che lascia perplessi dell’impunità di molti burattinai è che la presunta trasparenza lascia pochi squarci sotto una coltre piuttosto spessa di fuliggine, sotto il pretesto del libero mercato che libero proprio non è. Pensiamo al Trattato in discussione tra Usa e Ue. I leader del G7 si sono accordati per dare un’accelerazione all’accordo di libero scambio, il Ttip. Ma la questione di fondo è ormai solo una, tenuta fuori dai documenti finali dei vertici: la cessione di potere dagli Stati direttamente alle grandi multinazionali. Il potere di poter citare in giudizio gli Stati fino a rovesciarne leggi sovrane che regolamentano questioni di primaria importanza, tra cui il lavoro, l’inquinamento, la sicurezza alimentare, il salario minimo. Hai voglia a parlare di cessione di potere ad entità sovranazionali: quello che molti non capiscono, è che la cessione non avviene ad istituzioni democraticamente elette, ma direttamente a multinazionali, nell’esclusivo interesse ad ampliare il proprio potere e i margini di profitto.
Rendendo le multinazionali immuni alle legislazioni nazionali sovrane, il gioco è fatto Così, secondo il Trattato Transatlantico in discussione, la legislazione Francese contro gli Ogm sarebbe destinata ad essere rovesciata in quanto limitazione al commercio non appena arriverà una pioggia di cause legali dalla Monsanto.
Al pari, le compagnie del tabacco potranno fare causa contro gli avvertimenti stampati sui pacchetti, dal momento che gli avvertimenti scoraggiano il fumo e quindi sono una ipotetica limitazione al commercio. E in caso di emissioni nocive all’ambiente, le multinazionali ”danneggiate” saranno compensate con regulatory takings (concessioni regolate): saranno i contribuenti a dover pagare i danni provocati dalle corporazioni lasciate libere di inquinare a piacimento. Inoltre, sotto il Ttip soltanto le multinazionali potranno denunciare. I sindacati invece non saranno autorizzati a denunciare ogni volta che i loro membri sono danneggiati dalla delocalizzazione del lavoro, e I cittadini non potranno denunciare quando la loro salute o le loro riserve idriche saranno messe a rischio dalle emissioni delle multinazionali.
Paul Craig Roberts, economista, assistente Segretario del Tesoro ai tempi di Reagan, cofondatore della 'Reaganomics', oggi è terribilmente scettico: ”Com’e che funziona questa solfa di ”Libertà e Democrazia” che noi Americani sosteniamo di avere, mentre nel frattempo nè la gente nè i suoi rappresentanti eletti hanno il partecipare alla stesura di leggi che consentono alle multinazionali di negare le funzioni legislative dei Governi e innalzare il profitto delle compagnie più in alto del benessere generale sulla scala dei valori?”.
E ancora: ”Non credo che gli Stati Uniti siano più in grado di produrre leader. Il governo è semplicemente qualcosa da utilizzare mediante ordini del giorno. Le ricompense finanziarie rendono i generali complici nella propaganda di “minacce” sempre presenti, siano esse “terroristi”, musulmani, la “minaccia” russa o cinese”. E gli europei non sono meno responsabili per l’Impero Americano: ”Gli europei sprofondarono nella Guerra Fredda, con la visione dell’Armata Rossa che dilagava in Europa stuprando tutte le donne in Germania, e assegnarono la loro difesa e la loro politica estera a Washington. Gli Europei non hanno avuto una politica estera indipendente dalla Seconda Guerra Mondiale. I Paesi Europei sono gli Stati vassalli dell’Impero americano e prendono i loro ordini da Washington. Nessun leader europeo è indipendente dal controllo di Washington”.
A proposito di marionette, giusto un paio di giorni dopo che George Soros aveva avvisato che la terza guerra mondiale sarebbe stata imminente a meno che Washington non avesse ceduto nei confronti della Cina in materia valutaria, il collettivo di hacker CiberBerkut ha individuato il miliardario come il vero burattinaio nella situazione ucraina. In tre compromettenti documenti, presumibilmente estratti da una corrispondenza tra il manager di hedge fund e il presidente ucraino Poroshenko, Soros tira fuori “Una strategia globale a breve-medio termine per la nuova Ucraina”, esprime la sua sicurezza che gli Usa forniranno all’Ucraina l’appropriato sostegno militare letale ma crede che gli Usa dovrebbero fare ancora di più. Infine, l’imprenditore ottantaquattrenne, autoproclamatosi ”avvocato della nuova Ucraina”, spiega che “la priorità di Poroshenko deve essere riprendere il controllo dei mercati finanziari” ed assicura che il presidente potrà avere l’aiuto della Fed aggiungendo: “Sono pronto a chiamare Jack Lew del Tesoro Usa per sondare la sua opinione circa l’accordo sullo swap”. Soros sostiene che spetti all’Ue supportare Kiev finanziariamente, impegnando il Consiglio Europeo a portare a termine il nuovo pacchetto di aiuti da 15 miliardi di dollari richiesto dall’Fmi per sbloccare la prossima tranche del pacchetto originale. Sulla base di quell’impegno, alla Fed potrebbe essere richiesto di estendere un accordo di scambio trimestrale da 15 miliardi di dollari con la Banca Nazionale Ucraina, che rassicurerebbe i mercati ed eviterebbe il panico.
Kiev è in bolletta, ma ha deciso di accelerare la realizzazione - al modico costo di 200 milioni di dollari - al confine con la Russia di una muraglia che entro il 2017 dovrebbe sigillare ben 2000 chilometri di frontiera con Mosca.
La strategia di Soros sarebbe dietro anche un’altra iniziativa, solo in apparente contrasto col Ttip e il legame tra Usa e Ue: Inghilterra, Germania, Francia e Italia sono diventati paesi fondatori della Aiib, la Banca di Sviluppo dei Brics, creata di recente con l’intento di creare una sorta di unione monetaria commerciale basata sulla moneta cinese, lo yuan. Nessuna sfilacciatura di rapporti Usa-Ue: in questo modo ben congegnato, a Soros sarebbe più semplice il controllo di tutti i movimenti liquidi in giro per il mondo.
Nello scenario globale, dunque, CiberBerkut suggerisce che Soros stia facendo lobby per conto dell’Ucraina, spingendo per mezzi corazzati e armi, per opporsi a Putin in ogni modo possibile. Se veritieri, e dai metadati sembrano proprio esserli, questi documenti mostrerebbero come Soros stia cercando di aggirare gli accordi di Minsk (ad esempio, come addestrare soldati ucraini senza avere una presenza tangibile della Nato in Ucraina) per scuotere equilibri già instabili.
Tom Nichols, professore di Affari di sicurezza nazionale nel Naval War College dell’Università di Harvard, poche settimane fa ha diretto il “Crisis Game”, nel quale gli studenti hanno dovuto partecipare ad una simulazione di un’ ipotetica crisi della Guerra Fredda che coinvolgeva anche gli armamenti nucleari: ”Sfortunatamente - sostiene - la guerra nucleare è ancora possibile.
Ora come durante la Guerra Fredda, le chiavi per tale scambio nucleare strategico sono una rigida pianificazione militare, un’errata percezione politica e la naturale fragilità umana. In un’ironica inversione della situazione durante la Guerra Fredda, la Nato è ora la coalizione convenzionale dominante in Europa. Ed ”è di nuovo tempo di prendere questa minaccia seriamente, non solo come minaccia alla sicurezza nazionale americana, ma all’esistenza collettiva come civiltà".