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venerdì 23 ottobre 2015

Il Big Business ha in pugno il mondo

di Raffaella Vitulano 

L'intervista: Alberto Forchielli
 
Ironico, caustico, diretto. Ma lui si definisce ”pragmatico, passionale e ossessivo”. Partner fondatore di Mandarin Capital Partners, Alberto Forchielli è un manager di lunga esperienza. Non ama i sindacati, ”ma i sindacati non sono il problema” dell’Italia, che avrà un futuro molto buio se i giovani non smetteranno di andare in discoteca e di giocare alla PlayStation. Ricette miracolose tuttavia non esistono, per nessun governo (”Negli anni '70 i problemi erano gli stessi”). Forchielli è un vero globetrotter, un cittadino del mondo. Agli italiani rimprovera un distratto provincialismo che li fa accartocciare sulle pagliuzze senza far loro vedere la vera trave della grande evasione internazionale. Quella dei derivati, delle grandi imprese, delle multinazionali, soprattutto quelle legate a internet e alla vendita online. In diverse interviste lui batte su questo tasto, fondamentale. ”L’elusione su tali fronti è colossale. Le multinazionali, in sostanza, non pagano più le tasse”. Il suo sguardo è sempre a 360º, con un occhio attento al Big Business.
 
Forchielli, che ne pensa del recente accordo sul Tpp?
Serve al Big Business, sopratutto pharma e hi-tech ed al Governo Usa per contenere la Cina nel Pacifico dettando un template più avanzato di regole commerciali. I lavoratori Usa hanno sofferto dopo Nafta, Wto e Fta con la Korea e finiranno penalizzati probabilmente anche con il Tpp. Quanto ai presunti vantaggi geo-politici sono tutti da verificare sul terreno. Dubito che serva a contenere e normare la Cina, un elefante che può solo inciampare su sé stessa, ma che nessuno può fermare.
In Germania c’è stata di recente una grande manifestazione contro il Ttip tra Europa e Usa. La Germania spesso si è allineata a Washington, ma non esita a prendere iniziative contro Trattati che rischiano di penalizzare i suoi prodotti. Anche la sua Corte di giustizia attaccò il Fiscal Compact. E le critiche di Berlino non si fanno mancare. Questo potrebbe giustificare il timing dello scoppio dello scandalo Volkswagen?
No, non credo ai complotti. I Tedeschi sono senza scrupoli, sopratutto quando si muovono all'estero, i peggiori corruttori, il caso VW è emblematico, ma poteva solo scoppiare negli Usa. Qualunque altro governo se la sarebbe fatta sotto.
I sindacati americani, per quanto legati al partito democratico,  hanno duramente contestato Obama sul Ttip. Coraggiosi o irrealistici?
I sindacati Usa hanno fatto terribili esperienze nel passato (vedi sopra al punto 1), sanno a cosa di male vanno incontro con il Tpp che farà perdere altri posti di lavoro in patria. Sono realistici e combattivi, ma nessuno può nulla contro il Big Business Usa che ha il Congresso in pugno.
Lei spesso mette l’accento sulla grande evasione, quella dei derivati, delle grandi imprese, delle multinazionali, soprattutto quelle legate a internet e alla vendita online. Quanta responsabilità hanno le multinazionali nella crisi attuale?
Le Multinazionali hanno accumulato un potere esagerato che ha piegato la politica nazionale ed ha travolto l'equilibrio delle società civili. La crisi attuale ha molti padroni e le multinazionali sono uno si essi. La crisi di sovrapproduzione mondiale e le crescenti diseguaglianze di reddito nei paesi sviluppati sono in gran parte a loro imputabili. Il connubio Cina-multinazionali ha fatto il resto, ma uno spazio sul podio va riservato alla Grande Finanza ed alle grandi Società di Media Internazionali che hanno avuto un ruolo perverso di sostegno. Nessun trattato commerciale come il Wto, il Nafta sarebbe passato senza le lobby dell'industria e della finanza internazionale. Per chi era fuori dal giro era impossibile capire, per chi era dentro non era rilevante analizzare l'impatto sociale.
Ormai l’Italia è così poco competitiva e così tanto tar-tassata che anche per un’azienda del ricco settore chimico industriale diventa più economico delocalizzare in America. E le aziende estere con sedi in Italia le chiudono (come la famosa Basf) perché costa meno tornare a far produrre direttamente negli Stati Uniti. Da dove comincerebbe per rimettere le cose a posto?
Mille cose, ma se me ne chiede una Le dico che dobbiamo investire gli ultimi stracci nella tecnologia e nella scuola, far sì che università, ospedali, banche, imprese, cittadini, consumatori, risparmiatori, istituzioni la promuovano armonicamente in tutte le forme possibili anche se ciò comportasse aumentare le tasse.
Parliamo di lavoro: i giovani devono fuggire all’estero? Lo suggerisce nel titolo di un suo libro
Non credo più a niente ed a nessuno in Italia, quando un giovane mi chiede che fare, non posso mentire.
Ha lavorato con Beniamino Andreatta e Romano Prodi.  Anche lei è tra quelli che chiedono “più Europa”?
Questa Europa è pezzente. Sognavamo un Europa diversa, ma col senno di poi, ci siamo fatti ingannare dalle nostre speranze ed illusioni di un'Europa unita che unita non era ed un'Italia moderna che moderna non era. Inebriati dal sogno di un'EU grande solo nelle statistiche abbiamo pensato si dovesse accelerare con € e allargamento anziché consolidare i risultati raggiunti.
Lei sostiene che quelli del Bilderberg sono dei “pensionati sfigati che hanno del tempo da perdere”.  Insomma, chi sono i poteri forti, quelli che contano davvero?
Conta chi ha i soldi, ma sopratutto chi li gestisce, ossia fondi, banche e grandi famiglie che direttamente e indirettamente controllano industria, finanza e stampa. Un discorso a parte meritano banche centrali e fondi sovrani che il più delle colte si muovono di concerto
Nelle sue arringhe televisive è bipartisan. Nel suo mirino sono finiti un po’ tutti.  Su, ci dica cosa dovrebbero fare i sindacati, in Italia e a livello globale.
I sindacati dovrebbero: a) proteggere con modulazione diversa i lavoratori a seconda del loro impegno e della loro professionalità; b) favorire una cultura del merito; c) spingere per l'ammodernamento tecnologico del paese.
I lavoratori europei diventeranno presto la manodopera cinese a basso costo di un tempo?
Alcuni sì, altri finiranno sotto un ponte, al resto penseranno gli immigrati insieme ai nuovo padroni stranieri, in gran parte cinesi, che rimodelleranno nuovi contratti sociali in tutta Europa.
Le imprese italiane che esportano in Cina sono a rischio in questo periodo?
A rischio no, ma cresceranno poco e guadagneranno ancora meno.
Eni, Enel, Snam, Terna, Telecom, Fca-Fiat. Gli investimenti cinesi in Italia si moltiplicano: qual è la strategia di Pechino nei confronti del nostro Paese e dell’Europa?
Adesso comprano a saldo, un domani ci daranno ordini, del resto le civilizzazioni hanno sempre avuto dei cicli, noi siamo alla fine del nostro, loro solo all'inizio e l'Italia rimane sempre un gran bel paese in cui si vive bene se hai i soldi.
L'atteggiamento assertivo della Cina in politica estera crea, come sappiamo, malumori con gli altri Paesi vicini. Gli americani sfruttano questa situazione spingendosi verso oriente. Il quadro geopolitico oggi è  teatro di straordinarie tensioni.  Che previsioni belliche azzarda?
Prima o poi Pakistan e India si menano. Gli USA lasceranno alla Cina lo spazio nel Pacifico che la Cina sarà in grado di prendersi in funzione di quanto sarà in grado di sciogliere le proprie contraddizioni interne. In teoria USA, Cina e Russia possono imporre un nuovo ordine mondiale e placare il mondo musulmano anche se la Russia rimane una grande incognita. L'Europa rimarrà soggetto passivo, stanza di compensazione di gran parte dei rigurgiti internazionali creati da conflitti locali e dall'effetto serra.

Tutto ha un prezzo. A volte troppo alto

di Raffaella Vitulano

Cambio di rotta. Qualcosa non quadra nella strategia dell’Amministrazione Obama e l’ex segretario di Stato Henry Kissinger, in un articolo pubblicato sul 'Wall Street Journal' spiega che l’operazione anti-terrorismo russo in Siria diretta contro lo Stato Islamico ha distrutto l’ordine politico del Medio Oriente, guidato da Washington per oltre 40 anni: ”La Casa Bianca dovrebbe agire in maniera più costruttiva e riconoscere che la distruzione dell’Isis è più importante di rovesciare Bashar al Assad”. Non sembra pensarla così Hakan Fidan, capo dei servizi segreti turchi, che in un’intervista all’agenzia di stampa spiega che è necessario aprire un consolato dell’Isis a Istanbul, per dar modo al Califfato di agire pubblicamente. Insomma, all’Isis serve un ufficio di rappresentanza in Europa.
”L’Emirato islamico è una realtà e noi dobbiamo accettare che non possiamo sradicare una istituzione bene organizzata e popolare come l’Emirato islamico: di conseguenza, urgo i miei colleghi occidentali di rivedere le loro opinioni sulle correnti politiche islamiche, di mettere da parte la loro cinica mentalità e di contrastare i piani di Vladimir Putin per schiacciare i rivoluzionari islamisti siriani”. Un messaggio piuttosto esplicito per Bruxelles, in particolare se si considera anche che negli stessi giorni la Cancelliera tedesca Angela Merkel si è recata in Turchia per stringere un accordo con Erdogan al fine di evitare nuove ondate di migranti e favorire l’ingresso di Ankara in Europa. Le parole di Fidan stridono con quanto sta avvenendo in Turchia, dove le autorità hanno dato la colpa all’Isis per le recenti stragi che hanno bersagliato pacifisti legati al partito curdo. Questo fa capire quanto la matassa geopolitica sia piuttosto annodata.
Kissinger richiama il governo degli Stati Uniti a riconoscere la necessità di un dialogo con le altre grandi potenze, sottolineando che ”si tratta di geopolitica non di ideologia. Qualunque sia la loro motivazione, le forze russe sono già nella regione e la loro partecipazione alle operazioni di combattimento sono una sfida per la politica statunitense in Medio Oriente, su una scala mai vista prima, almeno nel corso di quattro decenni”.
Secondo Kissinger, gli Stati Uniti d'America devono capire che ”la principale preoccupazione di Mosca è che il crollo di Assad possa riprodurre il caos della Libia, portare al potere lo Stato islamico a Damasco e trasformare tutta la Siria in un paradiso per i terroristi, che potrebbero poi raggiungere le regioni musulmane della Russia, del Caucaso e altrove”. Se non fosse che ormai il web mostra foto e documenti che spiegano come dietro la formazione dell’Isis (vedi la fornitura delle Toyota su cui sfrecciano i terroristi) ci siano anche gli Usa, ci sarebbe da credere ad un cambio di strategia di Washington. Ma forse non è così.
Conscio che l’opinione pubblica americana è stanca della guerra sin dalla débâcle in Iraq, Obama è stato costretto a cambiare semmai la sua retorica, da un cambio di regime in Siria alla lotta contro il terrorismo Isis. Ma la sostanza resta quella. Il forte allarmismo causato dalle brutalità Isis ha dato a Obama il consenso di cui aveva bisogno per rinnovare la guerra permanente americana in Iraq e fornendogli una porta d’accesso in Siria. Altro che dialogo. Basta pensare che gli Usa sono pronti ad approvare contratti per armi e navi con l’Arabia saudita per 11,25 miliardi di dollari; grazie all’accordo con l’Iran. Molti appaltatori della difesa americani si stanno preparando per un boom commerciale con i paesi arabi che spendono quantità record di denaro in armi. L’anno scorso l'Arabia Saudita aveva già speso 80 miliardi in armamenti e la palla passa ora al Congresso, che può o meno approvare la richiesta.
Zero Hedge analizza come la strategia Usa in Siria vada avanti da decenni come parte della guerra per metter fine al monopolio della Russia sulle forniture di gas all’Europa, ed è ampiamente documentata nelle comunicazioni diplomatiche riservate trapelate. Ora forse anche i media americani cominciano a mettere in dubbio l’autenticità delle motivazioni alla guerra. Nel frattempo tanti paesi sono distrutti e milioni di rifugiati si riversano in Europa e l’Isis continua a prosperare grazie alla vendita sotto banco di petrolio, con almeno 500 milioni di dollari incassati negli ultimi 12 mesi (fonte Financial Times in un’inchiesta che smonta le indicazioni dei servizi occidentali sull’impatto dei bombardamenti sulla capacità petrolifere dei jihadisti).
Piuttosto chiara l’analisi del New York Times, che ha pubblicato un pezzo dal titolo ”Le armi Usa stanno trasformando la Siria in una guerra per procura con la Russia”. L’articolo ammette che i ribelli siriani stanno ricevendo grandi quantità di armi dalla Cia che vengono utilizzate per combattere l’avanzata delle truppe di Assad, sostenute dalla Russia, mentre cerca di riprendere la Siria dai vari gruppi ribelli, islamici, e terroristi entrati in gran parte del territorio. Quasi nessuno della cinquantina di conflitti attualmente in atto nelle differenti aree di crisi risponde alla tradizionale concezione della guerra tra Stati condotta con norme giuridiche codificate, ma è costituito da guerre civili, di secessione, interne, ecc. dall'incerto quadro giuridico di riferimento, mentre dal punto di vista mediatico si parla di guerre silenziose, frozen, forgotten.
Oggi non assistiamo più ad un conflitto in cui due eserciti riconosciuti si fronteggiano sul campo di battaglia. Forze militari si oppongono a gruppi armati più o meno mercenari in un logorante e spesso interminabile e non risolutivo confronto: le cosidette guerre asimmetriche. Ma il conflitto armato è solo il braccio di una guerra finanziaria che i Trattati commerciali in discussione stanno definendo nei dettagli.
Slavoj Žižek, ricercatore sloveno all’Istituto di Sociologia dell'Università di Lubiana e Direttore del Birkbeck Institute for the Humanities presso l’Università di Londra, sostiene che ad esempio lo scenario generale dell’impatto sociale del Ttip (il Trattato commerciale in discussione tra tra Usa e Ue) è chiaro a sufficienza ed equivale a niente di meno di un assalto selvaggio alla democrazia. Lo si evince più chiaramente che mai nel caso delle cosiddette “Risoluzioni delle controversie tra investitori e Stato” (Isds) che autorizzano le aziende a querelare i governi nel caso in cui le loro politiche determinassero una perdita dei loro guadagni. Ciò significa che società multinazionali non elette possono imporre le loro politiche a governi democraticamente eletti.
Questi tipi di risoluzione sono già in atto in alcuni accordi commerciali bilaterali e possiamo ben vedere come funzionano. La società energetica svedese Vattenfall ha citato per svariati miliardi di dollari il governo tedesco dopo che ha deciso di eliminare gradualmente le centrali nucleari dopo il disastro di Fukushima: una politica di salute pubblica approvata da un governo eletto con un processo democratico è messa a rischio da un colosso energetico a causa di una possibile perdita di introiti.
Le multinazionali dettano l’agenda, i governi eseguono.
Si pensi alla crescente importanza del settore della tecnologia degli Stati Uniti negli affari mondiali. Il 26 settembre, il Ceo di Facebook Mark Zuckerberg ha parlato in occasione della riunione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York. Il giorno dopo, Zuckerberg è volato al quartier generale di Facebook in California per ospitare il primo ministro indiano Narendra Modi. In passato, le aziende tecnologiche potrebbero aver invocato i diplomatici di Washington per trasmettere le loro preferenze di politica estera. Oggi, le dimensioni e il volume d’affari dei giganti della tecnologia degli Stati Uniti consentono insomma ai loro amministratori delegati di bypassare Washington e comunicare direttamente con i leader mondiali.
L’espansione dei giganti della tecnologia potrebbe avere profonde implicazioni per la geopolitica. Ora che queste aziende detengono un valore pari al prodotto interno lordo di paesi piccoli e hanno un numero di utenti attivi che rivaleggiano con le popolazioni dei grandi paesi, non è sorprendente che stiano giocando un ruolo maggiore sulla scena mondiale, sedendo ormai agli stessi tavoli dei capi più o meno democraticamente eletti ed influendo sulle sorti del pianeta più di un presidente o capo di governo.
Tra governi e multinazionali è guerra aperta. Non è un caso che l’Unione Europea abbia chiesto alla catena Starbucks e a Fiat di restituire fino a 30 milioni di euro ciascuno in tasse, segnando un punto contro le tassazioni favorevoli per le multinazionali. “Tutte le società, grandi o piccole, multinazionali o meno che siano, devono pagare le tasse in maniera adeguata“, sono state le parole del commissario Ue per la competizione Margrethe Vestager, mentre annunciava che il governo olandese deve recuperare i soldi dalla catena Usa del caffè, mentre al Lussemburgo spetta richiederli alla società automobilistica.
E ci sono governi che ancora danno filo da torcere alle multinazionali con numeri impressionanti. Pensiamo a Pechino. Jim Edwards, su informationclearinghouse.info, racconta che in questi giorni il 18° Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese vedrà riunirsi la sua quinta assemblea plenaria e annuncerà il 13° piano quinquennale per la nazione decidendo il tasso di crescita del suo Pil per i prossimi 5 anni: ”Potrebbe sembrare una supercazzola di un pugno di maoisti ai nostri occhi occidentali, ma se si è interessati a dove sta andando l’economia mondiale, questa è roba che scotta. Potreste pensare che la cosa non vi riguardi perché non siete cinesi. Sbagliato! La Cina rappresenta il 32% della crescita del Pil mondiale e circa il 30% della spesa mondiale, secondo Credit Suisse. In altre parole, se la Cina starnutisce, il resto del mondo prende una polmonite”. La gente è abituata all’idea che la Cina non dica la verità rispetto alla sua crescita reale. Per cui i numeri vengono tenuti al ribasso. Ma resta il fatto che l’economia cinese sta rallentando; la richiesta di beni come ad esempio il rame della Glencore è crollata negli ultimi 5 anni; tutti temono le banche che hanno concesso troppi prestiti o in possesso di credit default swaps, in cui il valore di quelle scommesse dipende da beni come il rame; se tutto va male, potrebbe scatenarsi una recessione globale.
Di recente Obama sta stuzzicando anche la Cina. Nell’ultimo paio di anni le relazioni tra Usa e Cina sono crollate molto rapidamente e se saltano le relazioni commerciali tra le due più grandi economie del mondo, ci possono essere pesanti ripercussioni per l’economia mondiale. La Cnn ha mostrato che navi da guerra statunitensi potrebbero presto navigare entro le acque territoriali attorno alle Isole Spratly. Queste isole sono rivendicate dal governo cinese, ma il governo Usa non è d’accordo e Obama sembra intenzionato a mostrare i muscoli in quell’area, dispiegando navi da guerra vicino alle isole artificiali cinesi nel Mar Cinese del Sud. Se Obama manderà le sue navi da guerra in quell’area, ci sono grandi possibilità che vengano attaccate. Questi scambi sembrano portare Usa e Cina verso un temuto, ma previsto, confronto militare. Tutte e due le parti sembrano essere convinte di poter prevalere, questo è il lato più preoccupante.
Un quadro poco rassicurante, in cui l’Europa resta il vaso di coccio.

Euroligarchie, sfida cinica alla democrazia

 di Raffaella Vitulano


Abiti su misura. Di fogge diverse e accessoriati come ognuno vuole o può. Sì, di quelli che ognuno si cuce un po’ come gli pare, e vada a ramengo lo stile. E che, tradotti nel linguaggio burocratico della finanza mondiale - perchè sempre lì si va a parare - sono simbolici di quel mondo à la carte in cui ognuno arraffa quel che può ai danni degli altri. Inutile girarci attorno e gridare al complottismo: sta accadendo tutto alla luce del sole, si chiama terza guerra mondiale. Quella economica, certo. La guerra del capitale contro il lavoro. E poi c’è l’altra, quella degli eserciti. Perchè di una non si può parlare senza l’altra per quanto sono interconnesse. Oggi come allora. Perchè le oligarchie sono sempre esistite e in ogni epoca storica hanno tessuto trame e orditi di giacche reazionarie o rivoluzionarie (che in alcuni casi coincidono nel mandante).
Prendiamo le oligarchie europee, legate a doppio filo con quelle oltreoceano. Negli ultimi tempi, il Ttip (Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti) ha acquisito un nuovo simbolo, il glaciale volto di Cecilia Malmström. Donna spigolosa nei lineamenti e spesso di rosso vestita, con giacche e accessori di fuoco che la dicono lunga sulla sua passione per gli scambi commerciali. La commissaria europea risponde alla polemica nata in seguito alla pubblicazione di un blog di John Hilary, direttore della Ong “War on want”, in cui Hilary scriveva che la commissaria gli aveva detto “il mio mandato non mi arriva da popolo europeo”. “Si tratta solo di un fraintendimento”, ha spiegato Malmström in risposta alla domanda di una giornalista durante la presentazione della strategia della Commissione sul commercio. Quella che intendeva dire è che il suo mandato - come commissaria - non le è stato dato dal popolo, ma ”dal Parlamento, dove siedono i rappresentanti diretti del popolo” dei Paesi membri per negoziare il Ttip. Un giro di parole con unghie che stridono scivolando sulle pareti gialle e azzurre di Bruxelles.
Diciamolo, ormai viviamo in un’epoca da “Corporate democracy” che qualcuno azzarda a definire ”il sequestro delle Nazioni”. In fondo lo conferma con nonchalance anche Juncker, attuale presidente della commissione Ue: “Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che cosa succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno”. E c’è chi dal nord Europa ci va giù ancora più duro. ”La crisi dell’area euro mostra come il modello sociale europeo è morto”, spiega candidamente il presidente della Banca Centrale Europea (Bce), Mario Draghi, in un’intervista al Wall Street Journal, sollecitando le liberalizzazioni dei prodotti e servizi. Vederlo scritto così, nero su bianco, senza esitazione alcuna, fa rabbrividire pensando a quel modello sociale che tanto era il nostro vanto comunitario. E a proposito di Mario Draghi, doveva testimoniare nel corso delle udienze al processo di Trani contro “Standard & Poor’s“. Era stato citato dal Pm Michele Ruggiero, ma non verrà, dato che “è un momento delicato per l’economia mondiale” e “teme clamori mediatici“. Sul banco degli imputati c’è l’agenzia di rating che il 21 maggio 2011 preannunciava in un report l’instabilità dell’Italia e che nel gennaio 2012 la declassava da A a BBB+. Una brutta storia, di cui poco si scrive. Lo scorso 24 settembre i giudici hanno ascoltato Giulio Tremonti, che all’epoca dei fatti era il Ministro dell’Economia, che ha dichiarato come ”Il quadro economico finanziario dell’Italia era solido; l’economia del Paese correva più di Francia e Germania, esposte molto più per i prestiti alla Grecia; e non c’era rischio di una paralisi politica”. Tenta di fare maggiore chiarezza il colonnello della Guardia di Finanza Adriano D’Elia, classe 1967, comandante del Nucleo di Polizia Tributaria di Firenza, quando azzarda che ”Standard & Poor’s non ha personale adeguato a svolgere valutazioni sul debito sovrano”. Tuttavia, scorrendo gli storici si scopre che aveva in compenso azionisti preparatissimi, visto che Morgan Stanley controllava Mc Graw Hill, con sede nel Rockefeller Center a New York, a sua volta azionista proprio di Standard & Poor’s. E cosa succede subito dopo che S&P declassò l’Italia? Mario Monti avrebbe trasferito immediatamente un assegno da 2 miliardi e mezzo a Morgan Stanley, che aveva un bel contrattino di finanziamento con una clausola per la quale in caso di downgrade sarebbe passata all’incasso. Il meccanismo ce lo ha spiegato bene ByoBlu: Morgan Stanley possiede Standard & Poor’s che declassa l’Italia che quindi deve pagare 2 milardi e mezzo a Morgan Stanley. Le banche d’affari si pagano subito, che se no ci ricaricano gli interessi. I piccoli imprenditori e i lavoratori italiani possono aspettare. Il 19 novembre e il 10 dicembre saranno chiamati a testimoniare, tra gli altri, Romano Prodi, Mario Monti, il ministro Pier Carlo Padoan e la dottoressa Maria Cannata, direttore del dipartimento debito pubblico del Ministero del Tesoro.
Soldi, soldi, soldi. Tanti soldi. Un bel giro di soldi che le oligarchie muovono e spostano a piacimento. Jeff Nielson ha reso eloquente il meccanismo in un pezzo che ha recentemente pubblicato: ”Nessuno capisce i derivati. Quante volte i lettori hanno sentito quest’espressione? Perché nessuno capisce i derivati? Per molti la risposta a questa domanda sarebbe troppo difficile. Per gli altri, la miglior risposta è non rispondere affatto. I derivati sono scommesse. Questa non è una metafora, o analogia, o generalizzazione. I derivati sono scommesse. Stop. Questo è tutto ciò che vediamo nel passato. Questo è tutto quello che vedremo nel futuro”. Warren Buffett ha dal canto suo una volta denominato gli strumenti derivati ”armi finanziarie di distruzione di massa“, e mai definizione fu più azzeccata. Oggi, nonostante la calma apparente di Wall Street, una grande quantità di problemi sta bollendo appena sotto la superficie. Scommesse, ok? Sembra che alcune istituzioni finanziarie abbiano cominciato a entrare in una quantità significativa di difficoltà a causa di tutte le scommesse temerarie che stanno facendo. Ed è questo che sta per provocare il crollo del nostro sistema finanziario.

Ciononostante, le euroligarchie premono. Di fronte ai gravi problemi economici e sociali che attanagliano l'Europa, la Commissione europea non ha altro da proporre che un incremento delle attività finanziarie, di nuovo un affidamento alle magnifiche sorti e progressive dell'economia virtuale. Non hanno dubbi, le élites: ”Se le cartolarizzazioni nell'Ue tornassero ai livelli di emissione medi pre-crisi, sarebbe possibile generare tra i 100 e i 150 miliardi di euro di finanziamenti supplementari per l'economia”. Come se alla base della Grande recessione, nella quale per certi versi ancora siamo immersi, non ci fosse stata proprio la crescita ipertrofica della finanza speculativa ed il sistema bancario ombra (Shadow banking system), tra le cui attività le cartolarizzazioni hanno sempre avuto un peso più che rilevante.
Ma se questo è reso possibile a Bruxelles, è perchè lo squilibrio dei poteri nella capitale d’Europa è lampante: il parlamento è riuscito a guadagnare soltanto un ruolo di codecisione nel processo legislativo. Ancor più lampante è il deficit di legittimità: il motore legislativo dell’Unione, la Commissione, non è elettiva. La Bce ha il monopolio dell’offerta di moneta. Ma andiamo avanti sulla questione della legittimità democratica e delle euroligarchie. Analizziamo un organo che ha assunto un ruolo di massima rilevanza fungendo da principale forum di negoziazione: l’Eurogruppo. E’ al suo interno che si svolgono le più intense attività di lobbying nei confronti delle politiche economiche degli Stati. L’Eurogruppo non ha alcuna natura di organo ufficiale, trattandosi di un organo meramente “consultivo” ed “informale”. Le decisioni prese in seno all’Eurogruppo sono prive di carattere vincolante, essendo nato come organo di raccordo fra gli Stati che adottano la moneta unica e non come organo deliberativo come il Consiglio (che è annoverato fra gli organi ufficiali). Eppure, di fatto è al suo interno che spesso vengono assunte decisioni di rilievo.
Va così. L’Europa è ormai da tempo in preda ad una scossa tellurica. Istituzioni e politiche vengono da anni frullate come in uno shaker. In un articolo per Project Syndicate, Daniel Gros, Direttore del Center for European Policy Studies di Bruxelles, sostiene che l’asse del potere interno dell’Europa si sta spostando. La posizione dominante della Germania, che è parsa assoluta a partire dalla crisi finanziaria del 2008, si sta gradualmente indebolendo - con conseguenze di vasta portata per l’Unione Europea.
La possibile mega class action è però soltanto uno dei problemi tedeschi del gruppo Volkswagen. L’altro è la più che probabile battaglia - per ora solo minacciata - che potrebbe essere avviata dal potente sindacato tedesco dei metalmeccanici, Ig Metall, qualora i vertici della casa di Wolfsburg cercassero di far pagare ai lavoratori gli errori del management. La stampa tedesca, seppure per ora soltanto a livello di indiscrezioni, ha già messo nero su bianco lo scenario di 6 mila esuberi. Per il sindacalista Joerg Hofmann ”i lavoratori non hanno alcuna responsabilità nello scandalo e il sindacato farà tutto il possibile per garantire che gli impiegati non debbano pagare per i danni provocati dai manager”. L’eventuale piano di tagli metterebbe in grande imbarazzo anche la cancelliera Angela Merkel che per garantire sostegno ai lavoratori si troverebbe costretta a varare una misura ad hoc che consenta il ricorso agli ammortizzatori sociali. Il caso VW sembra indebolire la posizione di forza della Germania in Europa: questa inchiesta potrebbe rappresentare il tentativo di contenimento da parte degli Usa della politica commerciale tedesca “aggressiva” basata su persistenti avanzi della bilancia commerciale. Ma soprattutto questa inchiesta sulle emissioni dei motori VW è coincisa apparentemente con una politica estera tedesca divergente dagli interessi di Washington in Siria. Un’azione durissima, al punto tale che oggi qualcuno - pensando anche alle scelte del nostro Paese - si chiede se non fosse stato il caso, in altri tempi, di riflettere su “una Sigonella dell’economia”.
Sul piano più geopolitico, inoltre, mentre la Germania, a causa del suo pieno coinvolgimento nelle economie dell’Europa centrale e dell’est, è stata determinante negli accordi di Minsk che dovevano porre fine al conflitto in Ucraina, oggi ha poca influenza tra i paesi del Medio oriente che stanno attirando l’attenzione del mondo. Del resto, chi la fa, l’aspetti. La deindustrializzazione italiana realizzata nel 1992, fu quasi sicuramente voluta da Francia e Germania per indebolire la posizione dell’Italia, divenuta un concorrente troppo forte. Forse lo spostamento del baricentro è stato volutamente accelerato per le troppe resistenze teutoniche ad una integrazione chiesta a voce grossa dalle euroligarchie. Fatto sta che qualcosa si sta muovendo. E la Germania viene bypassata anche sul fronte dei rapporti con la Russia.
Migliorare i rapporti con Mosca “non è molto attraente, ma è indispensabile”, tuttavia anche la Russia deve cambiare. Così si è espresso il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, secondo il quale la Casa Bianca non può dettare all’Europa come deve trattare la Russia. Gioco delle parti? Potrebbe essere.
Di euroligarchie è ben consapevole l’economista ed ex ministro Nino Galloni, che dopo l’attività politica ha insegnato all’Università Cattolica di Milano, all’Università di Modena ed alla Luiss. La nascita degli Stati Uniti d’Europa (Use) rappresentano il passaggio successivo della crisi dell’eurozona?
”Questa soluzione mi sembra poco probabile dal momento che la realtà dei nazionalismi la allontana ulteriormente. Personalmente ritengo che qualora andassimo incontro a un’ulteriore cessione di sovranità da parte degli stati nazionali, non sarebbe altro che l’affermazione ultima dell’onnipotenza del mercato e di rottura del patto di solidarietà tra i popoli europei, già messo duramente alla prova dalla struttura dei trattati europei”. Dello stesso avviso l’ex capo economista del Fondo monetario internazionale, Olivier Blanchard, per il quale l’euro sarà condannato ad uno stato di crisi permanente, poiché una più profonda integrazione non porterà nessuna prosperità all’unione in crisi.

mercoledì 7 ottobre 2015

L'insostenibile leggerezza delle multinazionali

di Raffaella Vitulano

E’ partita la grancassa: media all’unisono esaltano il Tpp. il più grande accordo di ”libero scambio” della storia recente siglato il 5 ottobre tra gli Usa ed 11 paesi del Pacifico. Leggendo tra le (poche) righe di un testo permeato da una più o meno cupa segretezza, il premio Nobel Joseph Stiglitz, in un articolo a quattro mani con Adam S. Hersh pubblicato su Project Syndicate, taglia corto: questo è un accordo che niente ha a che fare con la concorrenza e il libero commercio, quanto piuttosto con gli interessi e per conto delle grandi multinazionali che ormai da tempo hanno catturato i governi. E questo relativamente ai diritti di proprietà intellettuale delle grandi compagnie farmaceutiche, così come per quelle del tabacco, ad esempio. In realtà, le disposizioni contenute nel Tpp limiterebbero la libera concorrenza e aumenterebbero i prezzi per i consumatori negli Stati Uniti e in tutto il mondo, un vero e proprio anatema per il libero commercio. Ma un’oligarchia - tanto per cambiare - ci guadagnerebbe: in base ai nuovi sistemi di regolazione delle controversie tra investitore e Stato (Isds), gli investitori stranieri acquisiscono nuovi diritti per citare in giudizio i governi nazionali, ricorrendo ad arbitrati privati vincolanti sui regolamenti che a loro avviso diminuiscono la redditività dei loro investimenti. Capite? Il business, in pratica, ha il diritto di scavalcare le leggi nazionali (o i brandelli di quel che di loro resta). Le aziende saranno in grado di citare in giudizio i governi con vergognose procedure di risoluzione delle controversie tra investitori e Stato per proteggere i loro profitti. Per Stiglitz non dovrebbe sorprendere nessuno il fatto che gli accordi internazionali dell’America creino un commercio gestito invece che un libero commercio. Questo è ciò che accade quando il processo decisionale è precluso alle parti portatrici di interessi non-commerciali, per non parlare dei rappresentanti eletti dal popolo al Congresso. In altre parole, il Tpp porta avanti il suo programma, che nella pratica contrasta il libero commercio e i diritti, dei consumatori come dei lavoratori. Per la Confederazione internazionale dei sindacati, ad esempio, l’accordo di partenariato Trans-Pacific è ”un buon esempio di avidità aziendale”. Il testo finale dell'accordo non è ancora accessibile al pubblico, ma la divulgazione di alcuni passaggi ha suscitato grande preoccupazione tra i sindacati e altri gruppi della società civile. I negoziati estremamente discreti hanno offerto una posizione vantaggiosa ad aziende potenti, la cui influenza è evidente nell’accordo. Ancora una volta i governi hanno anteposto gli interessi della finanza e operazioni di lucro a quelli dei cittadini comuni, accettando ancora di più la deregolamentazione finanziaria. Scavando, si scopre poi che il Tpp potrebbe effettivamente frenare gare pubbliche mediante regole internazionali altamente restrittive che mettono il concetto di "competitività" al di sopra degli obiettivi di politica pubblica, come la creazione di occupazione, tutela dell’ambiente, diritti umani e dei diritti dei lavoratori in aggiudicazione degli appalti.
Siamo al delirio commerciale. Prossimamente la grancassa si scatenerà sul Trattato commerciale negoziato in gran segreto tra Usa ed Unione europea, il Ttip. Arriveranno nuovi grandi titoli trionfalistici e qualche innegabile dubbio nascosto solo tra le ultime righe. Magari l’eco durerà qualche giorno. Poi, tutto il polverone andrà sotto il tappeto. Come sempre in questa società anestetizzata.
Da Air France al dieselgate, i Paesi europei non possono più permettersi una nuova recessione. Eppure in nome del profitto si è ormai pronti a sacrificare quel che resta di una Disunione europea zoppa e sbrindellata, priva di orgoglio e ferita nel suo welfare, che tanto negli anni l’aveva erta a simbolo mondiale. Forse la distruzione di Stati e nazioni senza ricomporli in un nuovo assetto non è stato un errore. Magari è stata una scelta deliberata, una strategia. Peggio sarebbe se fosse un errore: confermerebbe la supina incompetenza di chi oggi viene acriticamente solleticato anche da operazioni nella coalizione Nato per cominciare a bombardare le posizioni dell’Isis in Iraq prima che cadano per mano russa nella Siria (leggi Blondet).
Nel mezzo della tempesta geopolitica ed economica, l’Italia resta nel torpore, confidando (ingenuamente o ambiguamente) di essere centrale nello scacchiere mediorientale: magari perché il nostro paese è in corsa per tornare nel 2017-2018 nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, chissà. In politica estera, ha scritto Sergio Romano, si possono dare i calci, ma si rischia di rimanere con la gamba alzata per un tempo più lungo di quel che si crede. Ma questa è un’altra storia. O è sempre la stessa del Ttip?