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mercoledì 25 novembre 2015

Quella ragion di Stato di Stati irragionevoli

di Raffaella Vitulano

Fatemi capire: sembrava assolutamente intoccabile dagli eventi e dal tempo, ma oggi l'euro non ha più senso ? La gente si è suicidata, è fallita e/o vive in condizioni di povertà per il rispetto dei criteri di bilancio e ora il presidente Juncker dice che l'euro non ha senso se si ripristina il controllo ai confini per questioni di sicurezza? Non si può chiedere agli europei di scegliere tra euro e sicurezza. E’ antistorico in un contesto troppo fluido per poterne prevedere evoluzioni o involuzioni quotidiane. Un esempio: non era mai successo durante la Guerra Fredda che un aereo militare russo fosse preso di mira da un Paese Nato, né è mai successo l’inverso. E’ vero che Ankara ha in ballo molti affari con Mosca,  ma quando si accendono contese sulle reciproche sfere d’influenza l’economia passa in secondo piano. Gli accordi commerciali possono saldare alleanze geopolitiche ma non ne sono il perno essenziale. Ecco come si fa dunque largo l’ambiguità di tutti i players. Riferendosi allo Stato islamico e all'Arabia Saudita, lo scrittore e giornalista algerino Kamel Daoud sul New York Times li distingue tra Isis nero e Isis bianco: i primi sgozzano, uccidono, lapidano, tagliano mani, distruggono il patrimonio dell'umanità, e odiano archeologia, donne e paesi non musulmani. I secondi sono meglio vestiti, ma fanno la stessa cosa: ”Nella sua lotta contro il terrorismo, l'Occidente fa la guerra al primo mentre stringe la mano all'altro”. Questo è un meccanismo di negazione che la dice lunga quando retoricamente denunciamo il jihadismo come male del secolo ma non ci soffermiamo su ciò che lo ha creato e lo sostiene.
E così, in un video al-Qaeda ringrazia ”i ribelli moderati” per la fornitura di armi Usa; agli studenti di Harvard il vicepresidente Usa John Biden ammette quel che ufficialmente gli Usa negano: che “gli alleati” sono quelli che armano Daesh, e li nomina ( Erdogan, Sauditi, Emirati), che non c’è in Siria alcuna opposizione “moderata”, che gli Usa in Siria non possono intervenire perché non possono più essere visti come aggressori di un altro paese musulmano. Ancora, sulle ragioni di Stato: alcune informazioni rivelerebbero che il ministero della Difesa del Qatar rifornisce di sistemi di difesa aerea ucraina le organizzazioni terroristiche in Siria attraverso Bulgaria e Turchia; il sito Usa Zero Hedge riporta le dichiarazioni in conferenza stampa di un generale statunitense: gli americani, costretti dall’intervento dei russi a colpire il commercio del petrolio che sostiene l’Isis, hanno lanciato dei volantini per avvisare degli imminenti bombardamenti. Insomma, scendete dai vostri camion, scappate e salvate quel che potete. E così, nel caos di facciata ma negli interessi ben definiti, le ragioni degli stati si scontrano con gli stati senza ragioni.
Sulla base dei fatti, lucidissima è dunque l’analisi del generale italiano Fabio Mini: ”Lo schema è quello classico, in pratica una guerra antiquata e meccanicistica nella sequenza di azione e reazione uguale e contraria. Il problema di Daesh è risolvibile militarmente in poche settimane, il vero problema insolubile sono i rapporti tra gli Stati che lo sostengono e fingono di combatterlo. La strage di Parigi non è un esempio di maestria terroristica, ma di povera prevenzione”. I legami degli interessi, specialmente se sporchi, sono insomma più forti del ribrezzo dei massacri. Ma senza agire sulle matrici del terrorismo interno la caduta militare dell’Isis sarebbe priva di significato.
L’Isis è soltanto ciò che noi vogliamo che sia. Già definirlo Stato è errato, giacché é piuttosto agente del terrorismo. Sono invece Stati sponsor tutti quelli che alimentano il mercato nero del petrolio, delle armi, dei reperti archeologici, che sottostanno alle estorsioni e forniscono le compagnie di facciata per le speculazioni finanziarie e le imprese commerciali. Perfino una formale dichiarazione dello stato di guerra porterebbe a riconoscere che l'Isis sia uno Stato con tutto ciò che ne consegue a livello di diritto internazionale umanitario. Ecco perché la Russia e parte dell'Occidente insistono piuttosto sulla nozione di terrorismo internazionale. Al momento non risulta, inoltre, che le altre decine di paesi che hanno subito attacchi terroristici con danni umani e alle infrastrutture ben superiori a quelli francesi abbiano dichiarato di essere in guerra.
Concetti troppo complessi in una fase concitata alle quali nella contemporaneità è difficile dare risposte certe nello spazio dei labili confini tra “terrorismo” e “controterrorismo”. Troppe lacune e incongruenze che fanno dubitare delle ragioni degli stati e della loro risposta a colpi di “stato d’eccezione” e di azioni di guerra militare.

lunedì 23 novembre 2015

Esportare la democrazia uccidendo in nome di Dio? No, #notinmyname


di Raffaella Vitulano

Giorni complessi. Facciamo surf mediatico leggendo di tutto e il contrario di tutto. Cominciamo a ragionare solo dopo un’accurata selezione di dati ed analisi. E comunque, diciamolo, resta alla fine la sconfitta considerazione del non aver avvertito lo stesso dolore per quel che ogni giorno, da anni, accade in Medioriente o altrove nel mondo. Piuttosto, la soglia di trasformazione di un sentimento emotivo in pensiero politico è data dal dubbio: guerra o terrorismo? E cui prodest? Chi ne trae vantaggio? Finora non è stata ancora individuata una strategia unitaria di contrasto forse perché gli interessi nazionali non lo sono affatto. Bisognerebbe acquisire la certezza di sponsorizzazioni e/o finanziamento di Stati esteri per metterli di fronte alle loro responsabilità. E comunque non basterebbe. Tuttavia, come ha fatto l’Isis - che fino al 2012 contava solamente mille unità - a diventare in breve l’organizzazione terrorista più ricca e potente del mondo, con un patrimonio che supera i 2 miliardi di dollari? Se pensiamo che la somma dei patrimoni di: Talebani (560mln), Farc (350mln), Al Shabaab (100mln) e Hamas (70mln) non raggiunge la ricchezza dell’Isis, ci rendiamo conto che qualcosa non va.
Andiamo oltre. Stefano Fugazzi, giornalista e consulente finanziario di Borsa, ha verificato il nervosismo e le oscillazioni dell’indice VIX - quello della paura - nelle fasi precedenti a tutti i maggiori eventi terroristici della storia recente: quando è alto tutti vendono, quando è basso tutti comprano. Quello che ha scoperto è impressionante. L’indice della paura si è impennato del 9,31% venerdì 13 novembre, senza alcun motivo apparente. Non solo, il VIX ha manifestato un rialzo del 40% nei 5 giorni precedenti all’attentato di Parigi, così come prima dell’11 settembre 2001, l’11 marzo 2004 (metropolitana di Madrid), il 7 luglio 2005 (metropolitana di Londra), o il 7 gennaio 2015 (Charlie Hebdo) . Ovviamente, il ricercatore ne ha concluso che si tratta di un caso. Ma in molti sussurrano che le Borse fossero allertate. Dubbi, 
Quel che è certo però è che l'escalation della guerra in Siria subito dopo gli attentati di Parigi ha un primo grande vincitore: l'industria bellica. Ma, diciamolo, non potrebbe essere diversamente. I dieci maggiori produttori di armi a livello globale hanno guadagnato 12.925 milioni di euro sul mercato azionario. La classifica aggiornata da José M. Del Puerto su El boletino rileva come l'incremento maggiore sia dell'italiana Finmeccanica - al nono posto mondiale per produzione di armi al mondo - che ha registrato in borsa un incremento dell'8,2% nei primi cinque giorni successivi agli attentati. Lockheed Martin (+3,78%); Boeing (+3,55%); US Raytheon, produttore del noto Tomahawk, con plusvalenze di 1.684 milioni di euro. Tra i dieci giganti, anche tre europei: il consorzio Airbus, l’inglese Bae Systems e la francese Thales. Spiegazione intuitiva: i grandi fondi d'investimento credono che la guerra abbia generato un ambiente che preveda un aumento delle vendite nel medio termine. 
Tra chi ci guadagna, poi, decolla anche il settore delle droghe. Qualcuno in Arabia Saudita e tra i simpatizzanti wahhabita salafiti sta fornendo oltre ad ideologia, denaro ed armi a Isis, anche farmaci per rendere ancora più efficienti macchine i guerrieri in Medio Oriente e in Europa. Prima su tutte, l’anfetamina chiamata Captagon . Ed è solo la più nota. I siti specializzati in difesa non spingono affatto per l’azione militare. Suggeriscono piuttosto l’interazione del binomio Intelligence/Forze di Polizia, non solo a livello nazionale ma anche in sede comunitaria ed internazionale, dotandolo di strumenti adeguati per contrastare ed individuare le cellule operative portatrici di morte. Gli elementi fondanti del terrorismo, oltre al leader ed agli adepti profondamente motivati, sono anche e soprattutto finanziamenti, armi, documenti di riconoscimento, addestramento e Stati sponsor. 
L'ex segretario alla Difesa, Chuck Hagel, taglia corto: gli Stati Uniti d'America devono concentrarsi su come sconfiggere i terroristi dell'Isis e non rovesciare il presidente siriano. A Washington il dibattito è infuocato. Già il mese scorso la deputata del Congresso nord-americano ed ex militare, l’hawaiana democratica Tulsi Gabbard, aveva detto definito alla Cnn ”controproducente” e ”illegale”lo sforzo di Washington di destituire Assad , accusando poi la Cia di armare quegli stessi terroristi che la Casa Bianca usava definire "nemici giurati". Gabbard aveva detto al pubblico americano che il governo stava per far iniziare la "terza guerra mondiale". Parole che a Washington risuonano forti e che il circo mediatico dei "jesuischarlie" e dei "jesuisparis" dell'etere omettono sempre nella loro narrativa. Dopo l’11 settembre George W. Bush si rivolse all’Altissimo per chiedere la benedizione della sua crociata in Medio Oriente contro “l’asse del Male”. Esportare la democrazia in nome di Dio? Anche in questo caso #notinmyname