Translate

giovedì 29 dicembre 2016

2017, odissea nello spazio. Di un anno

di Raffaella Vitulano
 
Fine anno, tempo di bilanci. Fuori dai luoghi comuni, magari, come quelli che ci segnalano come cicale d’Europa. Thomas Fricke, economista e giornalista, su Der Spiegel ricorda tuttavia proprio ai tedeschi che l’Italia ha i conti in ordine e non può prendere lezioni dai professoroni tedeschi, neppure sul fronte dell’efficienza della pubblica amministrazione, di avanzi commerciali con l’estero, moderazione salariale o equilibri di bilancio. Il problema italiano, semmai, starebbe nell’immobilismo della congiuntura economica e nel contenimento della spesa. Ma ormai siamo nel tritacarne, e Berlino alza la posta per spedirci dritti nella braccia della troika per incassare appetitose risorse con le quali pagare l’eventuale rischioso costo dello smantellamento dell’euro da negoziare con Trump. L’euro diventa strumento della lotta di classe? Vedremo. Se l’Italia chiedesse un piano di aiuti all’Esm - il Meccanismo di stabilità europeo diretto dal tedesco Klaus Regling - o al Fondo monetario internazionale perderebbe ogni residua iniziativa di governo al pari della Grecia, dove lo scorso 14 dicembre l’Esm ha sospeso le sue più recenti misure di alleggerimento del debito in reazione all’approvazione da parte del parlamento di Atene di un provvedimento una tantum a favore dei pensionati più poveri. E’ bastato il pollice verso del ministro tedesco delle Finanze Wolfgang Schaüble perché gli aiuti ad Atene venissero sospesi. Ditemi, c’è un nome per tutto questo? Io credo di sì. All’interno della logica imposta dall’abbandono della sovranità monetaria regna la logica della guerra fra poveri. Nel caso delle banche, magari ci diranno che il contribuente ha salvato il risparmiatore, ponendo il problema in termini di antagonismo tra due soggetti che, tra l’altro, largamente coincidono. Un conflitto insensato, alimentato nel tempo e dal dogma della confusione tra l’attività bancaria tradizionale e quella di investimento (Banche di Affari, leggasi Glass-Steagall Act). Se ne parla in Europa, ma anche nel mondo anglosassone. A Londra, dove i ”Remain” riacquistano vigore approfittando anche della malattia della regina. A Washington, dove si scopre che del saldo netto di 10 milioni di posti di lavoro creati dal 2005 al 2015 la quasi totalità, cioè il 94%, è fatto contratti a progetto, partite Iva, on demand , interinali di vario genere, in appalto e cose simili. Nel 2017 cambieranno molte cose. E saranno proprio gli Usa a dover riflettere sui loro obiettivi: durante la guerra fredda erano quelli di impedire un’unione tra le nazioni dell’Heartland. Con il crollo del muro, l’obiettivo è passato all’improbabile conquista delle nazioni del Heartland. E a furia di concentrarsi ossessivamente su quello, gli Stati Uniti sono stati centrifugati a meri osservatori di unioni ed integrazioni eurasiatiche che rivoluzioneranno il pianeta nei prossimi 50 anni. Ed ecco che c’è chi scrive che la ricerca disperata per prolungare il momento unipolare di Washington ha finito per accelerare l’ascesa di una realtà multipolare. Analisi ineccepibile.Trump pretenderà ora una rinegoziazione degli accordi bilaterali, preferendoli ai trattati di libero scambio. Cina e Germania dovranno cominciare a guardarsi bene le spalle. A Washington, l’anno nuovo vedrà soprattutto l’acutizzarsi nei primi giorni dello scontro sulla politica estera più complesso degli ultimi settant’anni. Sulla questione di Israele, su cui si gioca il vero tentativo di boicottaggio della prossima Amministrazione a opera della vecchia. Ma anche sulla dittatura in Turchia, la guerra in Siria in Iraq e in Afghanistan, la Libia terra di nessuno, l’Egitto nel caos, una nuova corsa all’allargamento nucleare. Per non parlare della Disunione europea dilaniata dal terrorismo, dell’Iran e di tante altre zone calde. Un finale di presidenza Obama ad alta tensione, che prima di consegnare le chiavi del 1600 di Pennsylvania Avenue a Donald Trump, venderà cara la pelle, soprattutto con una serie di misure punitive nei confronti della Russia per le (presunte) ingerenze del Cremlino nelle elezioni presidenziali americane. Contro media troppo critici, il 23 dicembre scorso 2016 il presidente Barack Obama ha istituito il Centro di impegno globale (Global Engagement Center), finalizzato alla lotta contro la propaganda e la disinformazione nemiche . Questa nuova istituzione si aggiunge al Centro di comunicazione strategica della Nato e all’Unità di comunicazione strategica dell’Unione europea e disporrà di un budget di 140 milioni di dollari. Dal canto suo, il ministero degli Esteri russo ha annunciato che se gli Stati Uniti intraprenderanno nuovi passi ostili nei confronti della Russia ci sarà una risposta da parte di Mosca. Tutte premesse di un sereno 2017. Auguri a tutti!

mercoledì 14 dicembre 2016

Fake News, se provassimo a guardare oltre?

di Raffaella Vitulano

Ma sì, apriamo le finestre e diamo aria alle polemiche italiane, guardando piuttosto agli scenari internazionali in cui il nuovo governo si incastona come una tessera in bianco e nero di un mosaico a colori, perché la geopolitica non è mai stata così fluida come in questi giorni. Guardiamo a Washington, ad esempio, dove - parola di Trump - il ceo di Exxon Mobil, Rex Tillerson, scelto come prossimo Segretario di Stato Usa ”sosterrà gli interessi americani nel mondo dando una svolta alla politica estera dove per anni sono stati compiuti errori grossolani e disastri”. Il neo presidente è determinato a rottamare le politiche interne e internazionali delle precedenti amministrazioni Bush e Obama. Ammesso che non inciampi in qualche ostacolo: quaranta membri del Collegio Elettorale - che il 19 dicembre deve designare ufficialmente Trump alla presidenza - hanno infatti firmato una lettera chiedendo un briefing di intelligence su interferenze russe che avrebbero tentato di modificare l’esito delle elezioni a favore di Hillary Clinton. A Washington e a Bruxelles cominciano ad andare di moda le Fake News e la Fake Intelligence. Tutti giù per terra a modificare, manipolare e rettificare notizia o bufale. C‘è chi si sostiene che Donald Trump non avrebbe conquistato la presidenza degli Stati Uniti se non avesse beneficiato di una propaganda fuorviante via internet. E c’è chi dice il contrario. Il fenomeno dei media alla guerra, che inizialmente poteva far sorridere, si sta rivelando un fattore in grado di condizionare le consultazioni elettorali in vari Paesi. E distinguere tra True e Fake diventa impresa ardua.
Per il giornalista investigativo Wayne Madsen, i media degli Stati Uniti, in poche ore, sono passati dalle “notizie false” su innocue pizzerie legate alla pedofilia all’“intelligence falsa” sulla presunta operazione di cyber-spionaggio della Russia volta ad eleggere il Presidente Donald Trump. Ma l’intelligence della Cia - insinua Madsen - sul coinvolgimento della Russia nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti è così scadente che il Federal Bureau of Investigation (Fbi), in risposta alle domande dei congressisti testimoniava alla commissione Servizi Segreti della Camera che l’affermazione della Cia sulla Russia è “confusa e ambigua”affermando che mancano “fatti e prove tangibili”. Chi non vede l’ora di sabotare la nomina di Trump del Ceo di Exxon Rex Tillerson a Segretario di Stato è la “coppia neocon” dei senatori John McCain e Lindsey Graham. Troppo amico di Putin, quello che con Assad ha attaccato i ”ribelli moderati in Siria”. Nel polverone mediatico alza una mano pure Robert Fisk, dell’Independent, annunciando che stiamo per apprendere molti più particolari sui ”ribelli” che noi stessi in Occidente - negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e nei Paesi “tagliatori di teste” del Golfo - avremmo foraggiato. Ciononostante, l’Unione europea ha adottato nuove sanzioni contro la Siria per la sua offensiva anti-terrorismo nella città di Aleppo. Così, mentre il nostro ombelico è concentrato su Palazzo Chigi, scopriamo nientedimeno che il più grande successo di soft power di Vladimir Putin sarebbe addirittura il film natalizio ” Masha e orso”e ci scateniamo a capire cosa c’è dietro all’Animaccord, la società di animazione con quartier generale a Mosca. Tremino anche i social, dove la propaganda del Cremlino avrebbe conquistato il sesto video più visto su YouTube con “Masha e il porridge”. Ad ogni modo, gli eventi di Washington avranno un indiscutibile impatto sul mondo intero, Europa compresa. Berlino sa che l’euro sarà a forte rischio se ingaggerà una contrapposizione con gli Usa, e Parigi sta cercando di arraffare tutto quanto possibile prima del 20 gennaio prossimo, giorno dell’insediamento di Trump. Così molti analisti spiegherebbero anche l’attacco a Mediaset, pochi giorni dopo l’annuncio che Crédit Agricole ha acquistato Pioneer, l’asset manager di Unicredit che un Ad francese, messo al comando del gigante bancario italiano, ha venduto non casualmente alla prima banca francese. C’è chi sa leggere le minacce di Pechino e Mosca, ma non quelle di tedeschi e francesi per operazioni non proprio gradite agli alfieri del politicamente corretto. Asse che pensa di sostituirsi a Washington in Europa, fino a pensare di costruire un proprio esercito ed un proprio arsenale strategico alternativo a Russia ed Usa. E’ in Europa la vera resa dei conti. E’ qui che dovremmo evitare i tentativi di destabilizzazione. Soprattutto con il governo Gentiloni, ex ministro sul quale si scrissero fiumi di inchiostro per l’intesa che in base a una convenzione Onu del 1982 aggiornava l’estensione delle acque territoriali con la Francia.

mercoledì 30 novembre 2016

Derivati e dintorni, la dolce mannaia di Reykjavík

 di Raffaella Vitulano

“Il consumatore è un lavoratore che non sa di esserlo”: un concetto piuttosto di moda, soprattutto alla luce della minuziosa quanto stancante attività svolta durante il Black Friday e il Cyber Monday, ennesime ricorrenze commerciali importate dagli Usa dopo Halloween. ll sociologo francese Baudrillard, con questa affermazione, aveva visto giusto con largo anticipo, soprattutto se si pensa ai click isterici su Amazon, la multinazionale americana con sede a Seattle e che - secondo uno studio di Mediobanca - nel 2014 ha registrato nell’ultimo anno una crescita di fatturato di circa il 20%, raggiungendo gli oltre 73 miliardi di euro. La filiale italiana del colosso delle vendite on line ha sbancato, segnando il suo record storico: in un solo giorno ha registrato 1,1 milioni di prodotti venduti, con una media di 12 vendite al secondo. I consumatori hanno acquistato una quantità tale di aspirapolveri che, se impilate, creerebbero un monte alto 2500 metri. E il forte richiamo all’igiene avrebbe segnato anche le vendite di un quantitativo record di spazzolini elettronici. Diverse le istantanee di crisi scattate invece in Grecia, dove sono aumentano i poveri che rovistano tra i rifiutie i fondi-avvoltoio che aleggiano su case acquistate con mutuo. C’è chi, guardando allo spettrale scenario greco, trattiene il fiato pensando a quello che potrebbe accadere in Italia. Steve Eisman, grande esperto e protagonista di speculazioni internazionali, proprietario di uno dei maggiori hedge fund, in un’intervista al Guardian dice con chiarezza ciò che finora veniva solo intuito o sussurrato: è in corso un attacco alle banche italiane, da parte degli speculatori internazionali, tramite vendite allo scoperto. Una notizia, più che un sospetto. Gli istituti di credito tremano, attendendo un terremoto imminente di cui, almeno qui in patria, probabilmente a fare le spese saranno i soliti noti, quegli stessi consumatori/clienti che qualche giorno prima si affannavano su Amazon. Così invece non sembra essere accaduto in Islanda, dove ben nove banchieri sono stati ritenuti colpevoli e condannati a decenni di carcere per reati legati al crollo economico del 2008. Kaupthing Bank era la più grande banca islandese (davanti alla Landsbanki) e la settima banca dei paesi nordici, con oltre 58 miliardi di euro di asset. In seguito alla grave crisi finanziaria che ha colpito l’economia mondiale e anche l’Islanda, nel corso dell’ottobre 2008 il governo di Reykjavík ha preso il controllo della banca. La banca è in seguito tornata privata, e il 20 novembre 2009 ha cambiato nome in Arion Banki. Giovedì scorso la Corte Suprema islandese ha restituito un verdetto di colpevolezza per tutti e nove gli imputati di manipolazione del mercato nella Kaupthing, dopo un lungo processo, tra cui l’ex direttore Hreiðar Már Sigurðsson. La crisi della Kaupthing , crollata nel 2008 sotto enormi debiti, ha paralizzato l’economia della piccola nazione, che nei primi anni Duemila aveva conosciuto un periodo di grande espansione, fino a far vantare ai suoi abitanti uno dei redditi pro-capite più alti del pianeta. Questo grazie non tanto alle poche attività manifatturiere ed agricole presenti, ma al suo sistema finanziario, praticamente da piazza offshore, incentrato proprio su tre banche private: Kaupthing, Landsbanki e Glitnir, che negli anni dell’euforia finanziaria crescono raccogliendo depositi da tutt’Europa, specie dal Regno Unito. Poi salta in aria la Lehman Brothers, tutti si spaventano e tanti begli investimenti che si pensava fossero sicurissimi diventano carta straccia, soprattutto quando inizia una vera e propria corsa a vendere qualsiasi cosa sia denominata in corone islandesi, dai titoli di stato agli speculativi Glacier Bond. Chiedendo che i banchieri siano soggetti alle stesse leggi come il resto della società, l’Islanda ha optato per una strategia molto diversa sul piano delle responsabilità rispetto al resto d’Europa e agli Stati Uniti, dove le banche hanno ricevuto multe in importi nominali, e amministratori e dirigenti sono sfuggiti ad ogni punizione. Restano le conseguenze del crollo sulle aziende controllate dalla Kaupthing, che ora sta cercando di vendere Oasis, Warehouse and Coast che impiegano 5422 persone. Oggi questi marchi , acquisiti nel 2009 da Mosaic Fashion - in amministrazione controllata dopo che l’azionista Baugur era crollato sulla scia della crisi - tornano sul mercato per un valore inferiore a 100 milioni di sterline.

lunedì 21 novembre 2016

Un vezzoso corsetto d'acciaio per Bruxelles

 di Raffaella Vitulano

La stampa internazionale comincia a preoccuparsi seriamente del destino dell’Italia e dell’Europa. Ieri, a braccetto, il Financial Times e il Wall Street Journal s’interrogavano sulle possibili conseguenze degli esiti del referendum, segnalando entrambi possibili rischi per l'euro. Munchau sul Ft, in particolare, evidenziava una possibile Italexit causata da una debole performance economica del Paese (che ”ha perso il 5% di produttività dall’adozione dell’euro nel 1999, mentre in Germania e Francia è salita del 10%”) e dal ”fallimento” dell’Ue ”che non ha saputo costruire una vera Unione economica e bancaria dopo la crisi del 2010-2012 e ha invece imposto l’austerità”. Sul primo punto, conosciamo ormai fin troppo bene le scaltre mosse franco-tedesche ai danni di Roma. Quanto al secondo punto, sarà il caso di ricordare che il Superstato Europeo delineato dai cinque presidenti (Jean Claude Juncker, presidente della Commissione europea; Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo; Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo; Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, e Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea) nel Five Presidents’ Report, sembra delineare nei fatti da qui al 2025 un futuro fatto di austerità e rigore. E stringe la crescita in un vezzoso corsetto d’acciaio, nonostante il contesto drammatico. Un po’ a dire: se l’Europa bella vuole apparire, deve pur soffrire. Ma perché? Chi l’ha detto? Trump ha vinto perché ha saputo cogliere la radice del malessere dell’elettorato americano, che Samuel Huntington (quello del The Crisis of Democracy, libro spartiacque del neoliberismo) identifica nella denazionalizzazione delle élites. Il politologo americano di stanza ad Harvard nota la frattura venutasi a creare tra elettorato statunitense ed élites in merito alle questioni legate all’identità nazionale, mentre gli elettori si preoccupano della sicurezza e della stabilità sociale, scossi dalle forze dirompenti della globalizzazione di cui si giovano piuttosto le élites partecipanti al grande gioco del domino globale. Ma le tessere non coincidono più e la linea di demarcazione dunque non starebbe tanto tra establishment e anti-establishment, tra élites e anti-élites (giacché le élites sono sempre esistite e sempre esisteranno) ma tra chi vede nel controllo dei confini, fisici e culturali, una precondizione per la stabilità sociale, nazionale e internazionale; e chi invece vede nei confini e nell’interesse nazionale un limite arbitrario alle proprie opportunità, da espandere senza se e senza ma. Senza vincoli né regole. Non é questione di poco conto, perché se la globalizzazione non viene costruita tenendo conto anche delle esigenze locali - magari senza bollarle di populismo - il bel castello di carte imposto da Bruxelles crolla miseramente. E il Financial Times, diciamolo, poteva anche accorgersene prima. Ci siamo lanciati senza fare i calcoli necessari, e oggi ci prepariamo ad un brusco atterraggio: le Trumponomics de-globalizzate contro il Neoliberismo stanno per lanciare l’ultima fase della battaglia del secolo. Quattro mesi fa la Nomura Holdings Inc. ha pubblicato un rapporto intitolato “Trumping Asia“: oltre il 77 % degli intervistati prevedeva che Trump avrebbe bollato la Cina come un paese manipolatore della valuta e che metterà tasse sull’export da Cina, Corea del Sud e Giappone. Vedremo. Repubblicani e democratici possono però intanto concordare su una cosa: l’elezione di Donald Trump rappresenta il colpo di grazia definitivo al Partenariato transpacifico (Tpp). Lo scorso 10 novembre, il senatore Charles E. Schumer ha comunicato al consiglio esecutivo dell’Afl-Cio che il trattato che favorisce soprattutto gli interessi delle multinazionali non sarà ratificato dal Congresso. Peccato per Big Pharma, che ad esempio avrebbe beneficiato di misure di tutela dei brevetti tali da assicurare alla aziende farmaceutiche la possibilità di ritardare l’introduzione delle versioni generiche dei loro prodotti. Il cuore del problema sta dunque nella distanza che le élites dell’utopia cosmopolita di una super-comunità globale (sponsorizzata da Soros nella open society) decidono di porre tra il proprio destino e quello della comunità politica nazionale di cui pretendono farsi portavoce. Un concetto che dovrebbe ormai esser chiaro alle élites europee. Eppure, fedele alle sue convinzioni sulla non necessità della riduzione del debito greco, Schauble ieri ha di nuovo detto che“la Grecia vive al di sopra dei propri mezzi“. Miopia o gretta stupidità?

mercoledì 9 novembre 2016

11/9-9/11. Trump #cambiaverso

di Raffaella Vitulano

Crollino le borse, svengano i futures, si fermino gli orologi, si offuschi il sole, tremi lo yen, fremano le pannocchie, il cambio al vertice del governo Usa è arrivato. Inutile ora ricordare quel Coefficiente di Gini secondo il quale una iniquità estrema diminuisce il potenziale di crescita distruggendo la coesione sociale, aumentando il malcontento pubblico e alimentando il conflitto sociale. E lì cominciano i guai e le radicalizzazioni.Certo, una vittoria di tale misura non é probabilmente spiegabile solo con il carisma del candidato repubblicano, appoggiato semmai da una poderosa quota di establishment sulla base - sussurrano i ben informati - di un preciso piano su due punti: la rinascita industriale degli Usa e il patto con la Russia di Putin per il rialzo del prezzo del petrolio, che converrebbe a entrambi e ai loro alleati, a cominciare dai sauditi. Lontano dalle piazze e dal circo mediatico, insomma, altrettanti potenti interessi economici avrebbero supportato con discrezione Trump puntando su punti nodali come anche il crollo dei salari e il credito bancario che ”non dovrebbe essere utilizzato per facilitare la manipolazione dei valori delle Borse”. Così come ”non dovrebbe esserci credito per la speculazione e assolutamente per gli hedge fund”. Trump spinge per la cancellazione di questi mezzi speculativi alzando le tasse sugli introiti a breve termine dati dal trading, interrompendo i vantaggi fiscali sui prestiti e bloccando il credito a favore della speculazione. Quanto basta per aver suscitato l’avversione di Wall Street e attirato l’attenzione che chi chiede che i vari Carl Icahan e i vari George Soros si vedano ultratassati i loro profitti derivanti da speculazione. Il nuovo inquilino della Casa Bianca dunque punta sugli Henry Ford per ricostruire tutte le Detroit che stanno andando allo sfascio, e scarica i saccheggiatori di Wall Street . E stop anche alla “guerra del petrolio”, venduto finora a prezzi stracciati per colpire la Russia. Come dicono i sostenitori di Trump, ”è un obiettivo nazionale degli Usa, perché un valore di mercato più alto renderebbe gli Stati Uniti stessi indipendenti dal punto di vista energetico. Ciò è parte significativa della rivoluzione di Trump”. Sauditi e russi avrebbero già avviato un pre-negoziato sulla crescita del prezzo del greggio fino ai 100 dollari al barile. Il Pentagono non potrebbe opporsi, perché, dice un sostenitore di Trump, ”è negli interessi del complesso militare-industriale raggiungere l’obiettivo di una totale indipendenza energetica e rimpatriare tutte le industrie belliche sul territorio nazionale”. Non é un caso che Michael Flynn, ex capo della Dia (servizi segreti militari), abbia sostenuto Trump. Il generale Flynn ha anche raccontato al giornalista Seymour Hersh come, da quella poltrona, abbia sabotato gli sforzi della Cia per rifornire di armi libiche i terroristi scatenati dai sauditi e dai turchi in Siria. Insomma, lui è parte di quello “stato profondo patriottico” che proprio non voleva la famiglia Clinton alla Casa Bianca . Quale convenienza possano trovare in questo piano invece gli strateghi di Jp Morgan sarà tutta da verificare. Aspettiamoci ora con molte probabilità la svalutazione del dollaro, uno scossone all’euro, il ridimensionamento definitivo della Germania, un riorientamento delle priorità della Nato verso il Mediterraneo, la restituzione agli europei di quote di autonomia effettiva. E proprio in quest’ambito l’elezione di Trump proprio il 9 novembre, anniversario del crollo del Muro di Berlino, spinge a riflettere anche sull’esaltazione acritica della globalizzazione e del multiculturalismo senza valutarne gli impatti. E ammesso che sia davvero solido il suo programma geopolitico, bisogna capire se e quanto potrà attuarlo, dato che nel suo staff si è insinuato un super-falco come Michael Ledeen, uno specialista della strategia della tensione, come anche il neo-vicepresidente, Mike Pence, l’uomo che avrebbe gestito la questione antrace come per poter invadere l’Iraq di Saddam. L’exploit di Trump punta comunque dal 9 novembre a rovesciare l’impostazione della Casa Bianca dall’11 settembre 2001 e a mettere in discussione i pilastri della governance globale degli ultimi 70 anni. Ma significa anche un ritorno al Medioriente degli anni 70: divisione di zone d’influenza tra Usa e Russia, stabilizzazione dei conflitti di grande ampiezza. Tuttavia non dobbiamo pensare che l’elezione di Mr. Trump significhi un semplice ritorno all’isolazionismo del periodo tra le due guerre: gli Stati Uniti continueranno a intervenire diplomaticamente e militarmente nel mondo, ma in un modo più pragmatico e probabilmente più efficace. Meno interventi ma più decisivi. In questo nuovo contesto l’India - legata energeticamente alla Russia e geopoliticamente gli Stati Uniti - potrebbe svolgere un ruolo di arbitro tra le due potenze in Ucraina. Per quanto riguarda la Cina, non sembra che Trump la veda come un reale avversario geopolitico. Il riavvicinamento con la Russia sarà certamente arbitrato da parte di Israele, paesi deluso da Obama e che ha stabilito contatti militari con la Russia.Criticando l’accordo nucleare con l’Iran, Trump avrà l’appoggio dell’Arabia Saudita, terrorizzato dalla crescita di Teheran nella regione, e a cui gli Stati Uniti potrebbero fornire un aiuto finanziario per sostenere la sua transizione al post-petrolio.

giovedì 20 ottobre 2016

L'amiko americano

di Raffaella Vitulano

Dalle stelle e strisce alle stelle gialle su campo blu. Passando per una sbirciatina a Marte. Galvanizzato dall’endorsement di Washington, il nostro premier affronta ora l’arena di Bruxelles, dove il duo franco tedesco lo guarderà con ancor più diffidenza. E già. Perché il “demolition man” (rottamatore) citato da Obama si è ormai definitivamente schierato - almeno a parole - contro un selciato europeo caratterizzato da austerità e asfissia. L’amico americano attribuisce all’Italia un ruolo strategicamente importante. Roma ricambia l’amicizia affettuosa. Ma forse, più che amicizia è una necessaria quanto reciproca strategia. Di conquista degli italiani all’estero, ad esempio. E di ri-conquista di un territorio europeo a tratti ostile alle politiche statunitensi. La Germania, prima di tutti, si è smarcata dal ruolo di cuscinetto con Washington cercando di assurgere a guida dei Ventisette dopo aver depredato i paesi del Sud. Strizzando l’occhio a Mosca, dribblando le sanzioni, ingozzandosi con l’export, scendendo in piazza contro il Ttip, ha sfidato la diplomazia ed é inciampata in una brutta guerra commerciale con gli Usa.  E c’era da aspettarselo: non a caso Washington ha deciso da inizio anno di criticare apertamente le misure oppressive messe in campo da Berlino in una tenzone che ha spaccato il Vecchio Continente, e che per forza centrifuga ha definitivamente spinto Roma fuori dal nucleo di comando Ue. Non riuscendo ad imporsi sullo scenario continentale, Roma si é riunita con Londra nell’orbita - mai abbandonata in realtà - degli Usa. Nella contropartita c’è da leggere l’invio dei nostri militari in Lettonia, in Libia e nelle altre zone d’interesse atlantico, come l’Iraq. L’azione diplomatica del governo per ottenere il sostegno degli Stati Uniti aveva preso tempo, concedendo l’uso della base di Sigonella per operazioni con i droni americani in Libia. Ma abbiamo dovuto concedere di più. E così, mentre l’opinione pubblica è distratta dal processo di riforme costituzionali - che incassano un sì convinto da Obama - Matteo Renzi si trova a dover gestire crisi assai più delicate e importanti per l’intero pianeta e per gli equilibri geopolitici ed economici. La vera guerra del Presidente del Consiglio, insomma, non è quella interna. Ma giocando, lui sì con abilità, la carta del populismo contro l’austerity e cavalcando l’euroscetticismo contro la Merkel, Renzi cerca di traghettare l’Italia fuori da quel luogo scomodo di mezzo che ieri era tra la Nato ed il patto di Varsavia, oggi tra la Nato e la Russia. Forte delle concessioni all’amico americano, oggi Renzi sfida Bruxelles in un confronto che si annuncia duro e polemico. In Europa del resto si moltiplicano i segnali di una crisi mal gestita: su Bloomberg, un grafico mostra una nuova accelerazione della fuga dei capitali dal nostro paese, segno di una crescente sfiducia nella tenuta del progetto dell’euro e anche di un timore diffuso per la crisi bancaria. Capitali che abbandonano l’Italia e vanno in Germania, tutelando gli interessi del più forte. Tanto per cambiare. E non é affatto un bel segnale per noi. Mentre lo é per la formica berlinese, che con i tassi della Bce vanta un pareggio di bilancio grazie a centinaia di miliardi di euro di servizio sul debito risparmiati negli ultimi anni, e che oggi sta facendo incetta di case alimentando una bolla immobiliare . Eppure proprio un tedesco, Otmar Issing, uno dei membri fondatori del comitato esecutivo della Banca centrale europea, ha concesso una straordinaria intervista nel corso della quale, parlando del futuro dell'euro, ha dichiarato che ”il castello di carte crollerà”. Issing sostiene  che l'euro è stato tradito dalla politica, lamentando che l'esperimento è andato male fin dall'inizio. Ma é davvero così o é semmai il contrario?  Peccato guardare sempre al nostro ombelico italiano o europeo. Là fuori c’è un mondo che meriterebbe di essere studiato ed affrontato con maggiore interesse. Si scoprirebbe, ad esempio, che la politica, in definitiva, non può più decidere nulla, perché il quadro istituzionale nel quale è inserita le impedisce di farlo. Che il blocco franco tedesco non è poi così omogeneo (cit: Martin Feldstein: ”L'aspirazione francese all'uguaglianza non è compatibile con le aspettative tedesche di egemonia"). E che avremmo dovuto capire qualcosa da tempo (cit. Krugman: ”L’Unione monetaria non è stata progettata per fare tutti contenti. È stata progettata per mantenere contenta la Germania , per offrire quella severa disciplina antinflazionistica che tutti sanno essere sempre stata desiderata dalla Germania, e che la Germania sempre vorrà in futuro”).

giovedì 6 ottobre 2016

Il Big Business tra informazione e propaganda

di Raffaella Vitulano

Ciò di cui l’Italia ha bisogno non sono più leggi approvate più rapidamente, ma piuttosto meno e migliori leggi: Tony Barber, la più importante firma del Financial Times sulle questioni europee, critica in maniera esplicita sia la riforma costituzionale che la riforma elettorale: ”Una sconfitta di Renzi al referendum non deve necessariamente destabilizzare l’Italia. Una vittoria, d’altra parte, potrebbe rappresentare la follia di anteporre l’obiettivo tattico della sopravvivenza di Renzi alla necessità strategica di una sana democrazia in Italia”. Ma a sua volta il quotidiano della City prende le distanze da Barber e sottolinea come le parole del suo columnist non rispecchino la posizione ufficiale del board editoriale: ”Al Financial Times ci atteniamo ai più elevati standard giornalistici, e siamo davvero orgogliosi di poter ospitare tante diverse opinioni nelle nostre pagine dei commenti”. Realizziamo ormai con piena consapevolezza che il conflitto politico coincide con il conflitto economico, cioè con la concorrenza spietata, soprattutto quella salariale. Un momento delicatissimo. Il mercato globale delegittima Stati e democrazie ed ostenta sicurezza valoriale in un sistema in realtà virtualmente fatuo quanto aggressivo, mentre ai confini nazionali lascia i brandelli delle polemiche interne.
Siamo sempre più confusi. Chi é che ci distrae mentre fuori dai nostri confini si giocano le vere partite a scacchi che creano guerre sempre più cruente, profughi, catastrofi ambientali, economie reali in affanno, speculazioni finanziarie, approcci ambigui a territori lacerati da conflitti intricati, crescita zero, disoccupazione impennata ovunque? Convergiamo sì, ma verso quale iceberg? Possiamo cercare di capirlo informandoci, leggendo. Ma distinguere tra informazione e propaganda é diventato davvero arduo di questi tempi.
Pensiamo ai buoni intenti di un documento europeo fondamentale di ormai un anno e mezzo fa - ma passato sotto silenzio - che si chiama “5 Presidents report”, che parla tanto di integrazione europea ma considera l’Unione Politica solo l’ultima delle fasi, dopo il raggiungimento di una Unione Economica, Finanziaria e di Bilancio.
Ancora sulla democrazia: la Costituzione del 1948 è stata dichiarata di grado inferiore nella gerarchia delle fonti rispetto alla legge europea dalla Corte Europea di Giustizia (parte del Trattato di Lisbona), la quale decreta, testualmente “Nell’opinione 1/91 della Corte Europea di Giustizia, i Trattati europei sono descritti come la Carta Costituzionale di una Comunità Legale, per il beneficio della quale i singoli Stati ora limitano i propri diritti sovrani”. Quanti cittadini ne sono a conoscenza nei dibattiti di questi tempi?
E quando la democrazia si esporta, prima o poi qualche domanda su ambigue alleanze dovremo pur porcela, è lo stimolo ulteriore del direttore di Analisi Difesa, Gaiani: ”Anche noi italiani dovremmo essere un po’ arrabbiati con i sauditi dopo i bombardamenti effettuati dai jet di Ryad sugli stabilimenti delle aziende italiane nello Yemen: Caprari Pumps Yemen Ltd, specializzata nella produzione di pompe per acqua e il tubificio e mattonificio Alsonidar a Sana’a. Gli aerei da guerra, come ha riportato la Reuters, hanno colpito con le loro bombe tre differenti aziende provocando gravi danni a tutte le strutture prese di mira...Nulla di nuovo in una guerra ma sorprende che in Italia ed Europa abbiano così vasta eco le vittime civili siriane (ovviamente solo quelle uccise da russi e regime di Assad secondo i ribelli jihadisti amici dei sauditi) ma a nessuno interessino i civili yemeniti sciti uccisi dalle bombe di Riad tutte costruite in Occidente, Italia inclusa.”L’Europa pensa a far quadrare i bilanci e perde di vista il delicatissimo contesto geopolitico. Il Congresso Usa preme infatti sul generale Dunford, capo degli stati maggiori riuniti, perché esita a stabilire una no-fly zone in Siria. Alla Commissione Difesa il generale ha risposto: “Per noi prendere il controllo dell’intero spazio aereo della Siria richiederebbe che facessimo la guerra contro Siria e Russia. E' una decisione fondamentale che non sarò io a prendere”. Civili guerrafondai contro militari esitanti, chi l’avrebbe mai detto?
Tensione alle stelle tra Usa e Russia. Voi obiettate: e questo che c’entra con noi? Siete proprio certi che non debba interessarci?

martedì 20 settembre 2016

Roma, vaso di coccio tra vasi d'acciaio

di Raffaella Vitulano

L’ultimo affondo tedesco riguarda le pensioni: ritirarsi dal lavoro sempre più tardi, possibilmente mai. Gli economisti della Bundesbank, la banca centrale tedesca presieduta da Jens Weidmann, lanciano un chiaro messaggio: se a fare i conti con le ristrettezze di bilancio è anche Berlino, figuriamoci quanto dovranno stringere la cinghia quelle cicale del Sud Europa. Il falco teutonico lancia poi un anatema su Roma, che secondo lui non avrebbe mai fatto vera austerità. Roma si allineerà al nuovo, imperioso diktat?
A dire il vero, il governo Renzi sembra negli ultimi tempi strattonare platealmente l’asse Parigi-Berlino per restare ferma sotto l’ala di Washington, che a partire dal 2008 ha rilanciato la crescita col deficit mentre la Ue l’ha bloccata con un’austerità che ha di fatto favorito solo Germania e Olanda. Paesi i cui bilanci non hanno esitato ad ingozzarsi alle spalle di coloro che invece quel rigore euroimposto l’hanno subìto con violenza. Diciamolo con franchezza, da tempo Roma è quel fragilissimo vaso di coccio in mezzo a vasi decisamente più solidi. Fatti con la durezza e la freddezza dell’acciaio. Ma schierarci solo con Washington alla vigilia di un voto il cui esito incerto potrebbe rivoluzionare la nostra partnership atlantica, ci rende ancor più isolati nel contesto globale.
Lo strappo al vertice di Bratislava arriva dopo le recenti polemiche anglo-italiane sulle disinvolte posizioni francesi in Libia, dove i cugini d’Oltralpe sono sempre più propensi ad impossessarsi dei giacimenti di Eni per sostenere una disastrata Total. E questo spiegherebbe anche la decisione italiana di inviare militari in Libia, che contrasta con posizioni assunte in passato dalla Difesa. Il caos europeo è al parossismo, e tuttavia le sortite del premier a Bratislava contro Hollande e Merkel sembrano più scenografiche che altro, dato che alle conclusioni del vertice avrebbe potuto comunque porre un veto se davvero avesse disapprovato con fermezza.
Ragionare con gesti concreti sui limiti del deficit imposto dall’Ue all’Italia, sul fiscal compact, sulle questioni fiscali, sarebbe una risposta vera e non di facciata per uscire dal cul de sac di un asse franco - tedesco sempre più simile a quello che fu il Vichy di nazionalsocialista memoria.
I governi nazionali traballano, sul filo d’equilibrio di confini geografici e di poteri quasi dissolti a favore delle entità sovranazionali. Oggi sappiamo, grazie alle recenti conferme del ministro della Giustizia Andrea Orlando, che la vecchia Troika (Bce, Ue e Fmi) pochi anni fa avrebbe chiesto senza mezzi termini al nostro paese di approvare la modifica costituzionale del Pareggio di Bilancio, così come probabilmente lo stesso accadde al momento della ratifica del Fiscal Compact e del Mes. Ormai è cruda realtà. Orlando, in un’intervista, ricorda come, sostanzialmente, poteri sovranazionali spesso non legittimati democraticamente siano in grado di mettere le democrazie di fronte al fatto compiuto. E’ quanto con buona percentuale di successo potrebbe accentuare l’accordo Usa-Ue (Ttip), grazie al quale le multinazionali potrebbero far causa ai governi se le legislazioni nazionali ostacolassero i loro business.
L’Italia resta intanto sorvegliata speciale. George Friedman, fondatore di Stratfor - think tank di intelligence statunitense con molto seguito - attacca le regole del bail in europeo e punta di nuovo il dito contro la crisi bancaria italiana, che potrebbe portare ad una nuova crisi globale come quella del 2008 (ma di natura maggiormente politica e amministrativa) e al fallimento del sistema internazionale. Roma grimaldello di nuove tensioni. Le banche europee sono infatti fortemente interconnesse e la miccia italiana darà fuoco alle polveri della Deutsche Bank, ritenuta dall’Fmi “il maggior singolo contributore” alle minacce sistemiche. E sono sempre gli Usa a rilanciare il conflitto con l’asse Parigi-Berlino chiedendo il risarcimento alla Deutsche Bank, dopo che Bruxelles ha alzato il tiro contro la Apple.
Incalza senza sosta la Trade War fra le sponde dell’Atlantico, e Roma guarda a Washington mentre la Ue sembra aver completamente perso di vista i propri interessi. Se da una lato mantiene infatti le sanzioni alla Russia (che danneggiano probabilmente meno Mosca di quanto non danneggino produttori ed agricoltori europei), dall’altro è incapace di disegnare una vera strategia di crescita rispetto agli altri mercati. E in questo stallo affonda, ogni giorno di più.

venerdì 26 agosto 2016

Il sogno proibito di Berlino: il bail in sui Titoli di Stato

Solidarietà, parola usata ed abusata. Mentre in queste drammatiche ore se ne fa uso ovunque, la solidarietà teutonica appare quantomeno bizzarra e schizofrenica. Sarà questa ipocrisia europea a spingere Martin Feldstein, economista di area repubblicana, a suggerire al Governo americano di modificare l’intera impostazione di politica estera in previsione di gravi destabilizzazioni in Europa (in questi ultimi giorni il governo tedesco invita stranamente i cittadini a fare provviste). L’assenza di una forte idea di solidarietà nel Vecchio Continente emerge con chiarezza da un interessante articolo sul Corriere di Federico Fubini, nel quale il giornalista rende noto un documento di lavoro che il Consiglio tedesco degli esperti economici ha fatto spuntare sul proprio sito. Il titolo eloquente («Un meccanismo per regolare la ristrutturazione dei debiti sovrani») suggerisce in pratica l’applicazione del bail in anche al debito pubblico, con l’ipotesi che i termini di rimborso sui titoli di Stato vengano fatti slittare e poi drasticamente rivisti al ribasso. Mesi balneari per stringere ancora di più il guinzaglio a Roma. Il sogno proibito dell’establishment di politica economica tedesco, già a livello avanzato di dettaglio, applica agli Stati lo stesso approccio che domina la direttiva sui salvataggi bancari. L’idea di fondo è quella di creare un meccanismo semiautomatico per far sopportare ai creditori parte delle perdite di una crisi di debito pubblico, così come si colpiscono gli investitori quando una banca ricorre all’aiuto dello Stato. In questo modo Berlino otterrebbe indubbi vantaggi da un debito pubblico ”subordinato”: ridurre i trasferimenti dalla Germania ai Paesi fragili in caso di nuova crisi (dimenticando quanti miliardi e miliardi di euro di quegli stessi Paesi hanno trasferito per salvare le stracotte banche tedesche); rendere più redditizi i titoli del debito pubblico tedesco, permettendo così ai paesi poveri di pagare le pensioni dei paesi ricchi (basta vedere quanti immobili italiani stanno acquistando i vecchietti tedeschi). In caso di carenza di liquidità per lo Stato, a farne le spese sarebbero insomma innanzitutto i suoi creditori e non gli altri Paesi membri dell’Eurozona, contribuenti del Fondo salva stati (Esm) che gli eroga aiuti. Partendo dall’assunto che il debito pubblico di alcuni paesi non potrà essere rispettato, meglio dunque trarne sicuri vantaggi mettendo nero su bianco le regole del default. Quel filantropo del ministro tedesco delle finanze Wolfgang Schäuble avrebbe già dato il suo appoggio a quel piano. Altro che princìpi di solidarietà e coesione sbandierati a Ventotene. E poco importa se nel Paese che ne sentirebbe di più l’impatto - l’Italia, esplicitamente citata dal documento tedesco - non se ne parla. Politici distratti sotto l’ombrellone. Successe già due anni fa quando approvarono la direttiva europea sui salvataggi bancari che oggi, ormai in vigore, riscuote le proteste di tutti i partiti.
Bail in sul debito pubblico, quindi. E del resto il blog Icebergfinanza segnala che il mese scorso a Bruxelles, riservatamente, è già stato formato un altro ”gruppo di lavoro”. È una costola del Comitato economico e finanziario che riunisce gli sherpa dei ministri delle finanze europei (anche la Bce ne fa parte). Il compito del gruppo è indicare come le banche possano ridurre per gradi, negli anni, l’esposizione in titoli di Stato. La Bce segnala che sarebbe meglio avviare questa trasformazione quando la accetteranno anche le banche del resto del mondo, attraverso il Comitato di Basilea. Wolfgang Schäuble invece preferisce che l’area euro proceda da sola. Stanno cercando di mettere dinamite sotto il nostro Paese, altro che solidarietà. Lo spiegava mesi fa senza mezzi termini l’economista Giulio Sapelli. Si chiama “foreign dominance”, dominio esterno, ”che già Gramsci aveva ben descritto, seguendo Machiavelli e parlando del cosmopolitismo”, ossia del servilismo internazionale degli intellettuali italiani: ”A partire dal Trattato di Maastricht, attraverso l’adesione all’euro e la direzione politica dell’Ulivo di Romano Prodi, tale dominio ha decretato il declino dell’Italia, come nel Seicento. Il paese è nelle mani di potentati stranieri, in questo caso tedeschi, che stanno letteralmente deindustrializzando il paese, gettandolo in una crisi senza uscita ”. Abbiamo a che fare con ”ragionieri del mondo, affascinati dal mito umiliante che narra che gli italiani nulla san far da sé e hanno quindi bisogno, per bene agire, di choc esterni: l’ordoliberalismus teutonico appunto, mito che in qualsivoglia altra nazione farebbe sfidare a duello colui che accusa il suo interlocutore di sostenere tale tesi”. Se solo stessimo più attenti, dovremmo chiederci: ce lo chiede l’Europa o la Germania?

venerdì 29 luglio 2016

Scontro di civiltà: 25 anni dal "Desert Storm"

di Raffaella Vitulano

Il terrorismo trova la sua radice nell’odio. Ma soprattutto nel denaro. E chi più ne ha, più ne mette a disposizione del potere, non certo dell’integrazione. Nella sua ultima invettiva (“Verso un riallineamento globale”) il politologo Zbigniew Brzezinski lanciava l’allerta: nei riequilibri mondiali gli Usa potrebbero presto perdere la loro posizione di predominio e uscire sconfitti da un conflitto armato contro i “rivali” Russia e Cina. Unica soluzione, a questo punto, consisterebbe nel separare la Cina dalla Russia e convincere una delle due ad unirsi a Washington contro la terza. Come ha scritto tempo fa Thomas L. Friedman, giornalista del New York Times, è arrivato il momento per Washington di accantonare la causa della democrazia, come mezzo di persuasione verso amici e concorrenti, e passare a sistemi più determinati per conservare il potere. E queste faglie planetarie si avvertono ovunque. Eppure, se la piantassimo di giocare a Risiko e allo stato di guerriglia economico, finanziario, militare e psicologico scatenato contro Mosca, invocando lo schieramento di “nuovi sistemi di armamenti”, riusciremmo a ragionare almeno per un po’. L’espressione “Risveglio politico globale” (come l’espressione “Grande scacchiera” che riguarda il piano di isolare e destabilizzare la Russia e l’intera Eurasia), è stata inventata dallo stesso Brzezinski. E la creazione e manipolazione delle tensioni sociali ne fanno parte. Lo conferma il generale Wesley Clark, già capo della Nato durante l’intervento in Kosovo: il giorno dopo l’11 Settembre, andò al Pentagono e un ufficiale suo amico, che aveva appena parlato col ministro (Donald Rumsfeld), lo chiamò nell’ufficio, chiuse la porta e gli sussurrò, incredulo: “Andiamo ad attaccare 7 paesi in 5 anni. Adesso cominciamo con l’Iraq, poi Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan, e per finire, Iran”. L’intervista di Clark è facilmente reperibile su youtube. Ovvio che gli anni a venire non sarebbero stati di facile gestione, neppure sul fronte dei ”moderati ribelli”. Sempre il generale Wesley Clark disse alla Cnn il 21 febbraio 2015: “Abbiamo creato “un Frankenstein”; in quell’intervista spiegò anche: “L’Isis è stato creato dai nostri alleati per battere fino alla morte Hezbollah”. Un’ammissione abbastanza esplicita. Il portale di notizie nordamericano ,VeteransToday, citando fonti vicine ai servizi di intelligence del Kosovo, riferisce di campi di addestramento del Daesh vicino al confine del Kosovo con l'Albania e la Macedonia, nei pressi del campo più grande del mondo di fuori del territorio degli Stati Uniti. E ancora, era il maggio del 2014, tre mesi dopo il colpo di stato di Kiev, e il miliardario americano George Soros ha spiegato a Fareed Zakaria della Cnn di essere responsabile della creazione di una fondazione in Ucraina che ha contribuito al golpe contro il presidente Viktor Ianukovitch e all’insediamento di una giunta sostenuta dagli Stati Uniti. Così, i riflettori si spostano sempre più ad Est. Oggi il posizionamento delle forze aeree e terrestri della Nato vicino alla frontiera russa nell’Europa dell’est e il viaggio di Barack Obama sono destinati a rinforzare l’influenza americana in Asia, con l’obiettivo - scriveva il giornalista Wayne Madsen all’inizio di luglio - di schiacciare i Brics, il blocco finanziario che raggruppa Brasile, Russia, India, Cina e sud Africa. Il denaro: é sempre e solo questione di soldi, tutto qui. Ma come si dice? Chi semina vento, raccoglie tempesta. Una tempesta forse pianificata, come quell’Operazione ”Desert Storm”(tempesta, appunto) che - il 16 gennaio 1991 - lanciò la prima Guerra del Golfo, spartiacque degli equilibri geopolitici. Da allora sono passati 25 anni. Non pochi. tempo per riflettere ce n’era.
Samuel Huntington scrisse nel 1996 un saggio, “Scontro di Civiltà e Nuovo Ordine Mondiale”, in cui profetizzò: “La principale fonte di conflitti nel mondo post-Guerra fredda diverranno le identità culturali e religiose”; non ci saranno più guerre fra Stati, ma tra “civiltà”. Oggi é scontro di civiltà come scrisse Huntington. È strategia della tensione; è il potere corporativo delle aziende che ci vuole soprattutto consumatori. Multinazionali, soprattutto degli armamenti. Il rapporto “Border Wars: The Arms Dealers profiting from Europe’s Refugee Tragedy” (Frontiera di guerra. Come i produttori di armamenti traggono profitto dalla tragedia dei rifugiati in Europa) promosso dalla Ong olandese Stop Wapenhandel e pubblicato dal Transnational Institute con rilancio italiano da parte della Rete Italiana per il Disarmo, analizza il fiorente mercato della sicurezza delle frontiere che ha saputo sfruttare gli annunci del programma di “contrasto all’immigrazione clandestina”. Annunci che sono andati crescendo con l’arrivo di migliaia di profughi dalla Siria dilaniata dalla guerra. Stimato in circa 15 miliardi di euro nel 2015, questo mercato si prevede supererà i 29 miliardi di euro nel 2022.

giovedì 14 luglio 2016

Se la crisi é opportunità per rimettere in Ordine (mondiale)

di Raffaella Vitulano

E se la Brexit non fosse stata un terremoto ma un evento pianificato? E non solo perché a Londra la drammaturgia da secoli si snoda su trame infittite. Ma anche perché aprire le porte del Foreign Office a Boris Johnson (che fino a ieri sembrava messo da parte insieme al popolare Farage) fa riflettere sulla contrapposizione del Regno Unito al progetto egemonico franco-tedesco per l’Europa del III millennio. Che poi sarebbe più l’opposizione tra i cardini del pensiero ordoliberista tedesco (libero dominio del capitale sul lavoro, leggi riforme Hartz) e il neo-liberismo di matrice anglosassone. Ma andiamo per ordine, tenendo bene a mente le flebo che l’Italia potrebbe dover alimentare nelle sue banche, dato che nella sua relazione annuale relativa al nostro paese - riportata dal Guardian - il Fondo monetario internazionale prevede che ci metterà almeno vent’anni a tornare a livelli di Pil pre-crisi, e che questa ripresa lenta e dolorosa sarà esposta a ogni sorta di minacce. Il terrore regna sovrano, e a dire il vero non dovremmo invece dimenticare che il nostro sistema bancario uscì vincente nel post subprime nel settembre 2008, per poi sembrare oggi agonizzante. In otto anni, ci hanno però costretto a salvare le banche francesi e tedesche con un sobrio obolo di circa 125 mld euro. E poi l’austerità di Mario Monti ha fatto il resto. Oggi il rapporto tra Parigi e Berlino rievoca, alcuni sostengono, la solidità di quella che esisteva con la Francia di Vichy. Tra Berlino e Parigi non mettere il dito, insomma; il loro rapporto non sembra avere particolari incrinature. Londra si gioca allora il jolly di una libertà a noi sconosciuta, con una piattaforma di stabilità politica che si va via via sempre più definendo come inedita forse, ma tutt’altro che inaspettata. Il nord, il centro Europa si vanno riorganizzando, eppure ancora c’é chi non vuole capire che la Disunione europea é a un punto di difficilissimo recupero. E spesso proprio il disincanto della “buona comunità”, con fede in una ostinata e stagnante narrativa, fa ostacolo al necessario cambiamento nel recupero della fiducia dei cittadini. Sul prestigioso New York Times, il professore di letteratura e traduzioni presso lo Iulm,Tim Parks, osserva allibito le reazioni post-Brexit: ” Le élites americana ed europea, anziché mettere in discussione la fiducia cieca in un progetto che sta fallendo tutti i propri obiettivi dichiarati, preferiscono insultare la classe lavoratrice britannica che ha osato rompergli il giocattolo”. L’insofferenza si legge spesso sui volti di chi contesta la democrazia relegandola nel populismo. Ci aiuta nell’analisi il sito d’informazione Bloomberg, che nella sezione mercati all’indomani della Brexit (per togliere, due ore dopo, la parola “nuovo” dal titolo) scrive “Draghi vuole un Nuovo Ordine Mondiale che i populisti ameranno odiare”. Un Ordine che, leggendo il pezzo, sarà spiegato al pubblico come “necessario coordinamento fra le banche centrali”. Già in un’intervista video a Davos del gennaio scorso, del resto, Draghi aveva rimarcato quanto sia ”necessario non sprecare mai una buona crisi”per trasferire alla gestione mondiale le poche attività svolte ancora dai governi nazionali. E Brexit lo é. Bloomberg non é un sito complottistico. E’ un'agenzia di informazione finanziaria che appartiene alla più vasta multinazionale operativa nel settore dei mass media con sede a New York e filiali in tutto il mondo. E se lancia un messaggio, é abbastanza chiaro. Per saperne di più basterebbe leggere anche il capolavoro di Carrol Quigley “Tragedy and Hope”scritto nel 1966. Quigley, storico americano, professore di Scienze Politiche alla Georgetown University, consigliere di Bill Clinton e teorico dell’evoluzione socioculturale, a pagina 324 racconta che (nel periodo 1922-1930, ndr.) ”Le potenze del capitalismo finanziario si dettero anche un obiettivo di lungo termine, niente meno che creare un sistema mondiale di controllo finanziario in mani private capace di dominare il sistema politico di ogni nazione e l’economia del mondo come un tutt’uno. Questo sistema doveva essere controllato con modalità feudale dalle banche centrali del mondo agendo di concerto, attraverso accordi segreti sanciti in incontri frequenti e conferenze. L’apice di questo sistema era la Banca per i regolamenti internazionali a Basilea, in Svizzera, una banca privata di proprietà e sotto il controllo delle banche centrali mondiali, le quali sono esse stesse istituzioni private. Ogni banca centrale punta a dominare il suo governo attraverso la capacità di controllare i prestiti sui titoli di Stato, di manipolare le valute estere, di influenzare il livello di attività economica del Paese e di condizionare politici cooperativi e compiacenti attraverso ricompense economiche nel mondo del business”. Saranno pure suggestioni, ma l’utilizzo delle crisi comincia a farsi interessante. Non a caso Soros continua a dire che sta per arrivare la catastrofe. Non a caso il Fondo Monetario e la Banca dei Regolamenti Internazionali hanno lanciato l’allarme prevedendo un crash colossale nel 2016.

venerdì 1 luglio 2016

Le brioches di Bruxelles e i ravioli cinesi a Londra

di Raffaella Vitulano

Il dubbio é legittimo: l’Ue crollerà più velocemente rispetto al tempo necessario alle trattative burocratiche per l’uscita della Gran Bretagna? Nei governi europei sembra non esserci coscienza della gravità della crisi europea, né dell’urgenza di una impostazione profondamente diversa; assistiamo ad un filone suggestivo - come di coerenza nel peggio - che il compromesso per l’unanimità necessaria a decisioni strategiche stratifica in un magma di immobilismo. La Cisl rompe gli indugi e spinge la Confederazione europea dei sindacati a ritrovare la spinta di anni addietro, quando il coraggio di scelte autonome dagli interessi nazionali, nonché spiccate capacità negoziali nei diversi paesi Ue convergevano verso un dialogo sociale europeo di indubbio interesse, precursore di contrattazioni ”cornice”e accordi quadro che controbilanciavano le spinte finanziarie. Oggi i temi di confronto all’interno del sindacato europeo sono cambiati: mutualizzazione del debito, avvio di un processo costituente parlamentare comunitario per una riforma dei Trattati, accelerazione di politiche federative sovranazionali con garanzie democratiche di intermediazione sociale sono alcuni tra i temi particolarmente sentiti nel sud Europa. Ma la crisi, ad osservatori più attenti, viene da lontano, anche geograficamente. Nonostante le spacconate di Nigel Farage, l’Ukip non sarebbe infatti all’origine del referendum sulla Brexit. La decisione sarebbe piuttosto stata imposta a  Cameron dai pragmatici membri del partito conservatore: per  loro, la politica di Londra deve anticipare i cambiamenti del mondo. E come la Iron Lady Margaret Thatcher non esitò a distruggere l’industria britannica per trasformare il suo paese in un centro finanziario globale, così i neocon aprono la via all’indipendenza della Scozia e dell’Irlanda del Nord, e quindi alla perdita del petrolio del Mare del Nord, per fare della City il primo centro finanziario “off shore” dello yuan. Ricordiamo che già ad aprile la City aveva ottenuto i privilegi necessari firmando un accordo con la Banca centrale della Cina. Alcuni analisti sostengono pertanto la Brexit sia una risposta al declino degli Usa, e che rappresenti una testa di ponte nei commerci orientali, anche in quelli di Washington. Nell’incontro con gli italiani della Cisl, i sindacati francesi convengono sulla necessità di ascoltare le preoccupazioni della gente, chiedendo al sindacato sovranazionale un ruolo più incisivo, che scelga anche le piazze di tutt’Europa per manifestare . E quello belga ricorda non a caso Maria Antonietta d’Asburgo Lorena che, sposata con lo sfortunato Luigi XVI, sarebbe stata ghigliottinata  perché, a soluzione brillante dei problemi di approvvigionamento cibario del suo popolo, si sarebbe limitata a suggerire di dargli brioches. Del resto, é stato l’Illuminismo a segnare il passaggio da un’unione comunitaria di persone ad un’aggregazione formale di individui in nome del “progresso” e dell’utile. Un utile divinizzato e fattosi pensiero nell’attuale monoteismo del Mercato, eletto a vera Istituzione. Oggi, a distanza di secoli, il movimento tellurico in Francia sul disegno di legge sul lavoro redatto dal governo Valls ha permesso ai francesi di scoprire quanto il vento di sfida anglosassone soffi ancora forte sull’articolazione Ue-Usa e sulla riscrittura delle relazioni internazionali secondo termini giuridici anglosassoni, ponendo il contratto al di sopra della legge: una common low del lavoro, insomma, che metta i contratti aziendali al di sopra dei contratti di settore. Una giurisprudenza che nel diritto francese stride quanto la lama di un coltello da burro a Parigi su un tavolo da bistrot in marmo sull’Avenue des Champs-Élysées. Eppure da Ovest arrivò a suo tempo anche una geniale intuizione: il Glass-Steagal Act, approvato negli Stati Uniti dal presidente Roosvelt nel 1933, per scongiurare una nuova una crisi di liquidità delle banche, con la separazione tra banche d’investimento e banche commerciali e il divieto di impiegare i risparmi dei cittadini in attività diverse da quelle dell’erogazione del credito. Ma l’abrogazione del Glass-Steagal Act, avvenuta nel 1999 a cura di Bill Clinton, ha invertito la rotta. In Italia, lo stesso passo indietro fu compiuto già qualche anno prima (1993), su iniziativa di Mario Draghi (al tempo direttore generale del tesoro nel governo Ciampi), abolendo la cosiddetta Riforma Menichella, in accoglimento della II direttiva Cee del 1992. Ristabilire la separazione tra banche d’affari e commerciali é una pista possibile o improbabile?  Oltreoceano gli interventisti liberal e i neocon che si sono impadroniti della politica estera americana non avrebbero problemi a spingere Hillary Clinton verso una maggiore aggressività, commerciale e militare. Cosa faranno i fragili alleati europei per impedire il disastro?

venerdì 24 giugno 2016

Niente Europa, siamo inglesi. La democrazia fa opting out

di Raffaella Vitulano

Li ricordo bene, quegli anni. Si discuteva della necessità di una scelta tra approfondimento e ampliamento della embrionale Unione europea. Sarebbe stato saggio - e non lo dico perché lo sostenevo già allora - andare cauti con i confini di una costruzione già fragile, ma storicamente ed eccezionalmente unica in un panorama mondiale. C’era ancora la possibilità di analizzarne le criticità, in modo da evitare che la solidità delle buone e lodevoli intenzioni venisse sostituita dall’argilla di pressapochiste e ”radical-tilt” élites, crogiolate da sogni di gloria e poco inclini ad ascoltare i popoli europei. All’atto del Trattato di Maastricht, l’allora presidente della Commissione europea Jacques Delors produsse un documento (peraltro redatto con la spinta di un italiano, Carlo Savoini), in cui sosteneva che la firma dell’accordo avrebbe prodotto una crescita nell’ordine del 4-6% in termini reali (corrispondente a una crescita dell’occupazione di circa il 2%). Erano anni di grande ingegno, in cui la politica sociale veniva considerata giusto contrappeso di quella economica. Lo stesso Savoini - di scuola sindacale e che al coordinamento delle politiche economiche dei Trattati attribuiva grandissimo ruolo - non esitò in un’intervista a ribadire che ”il sindacato non deve mai accontentarsi di combattere sui terreno del sociale e trascurare la strategia economica che condiziona il sociale”. Il dialogo sociale di Delors - raccontava Savoini - presentava una novità fondamentale rispetto al dialogo tra le sole istituzioni e le parti sociali. Delors ebbe l'intuizione di aggiungere al dialogo un’altra dimensione: quella di dialogo tra le parti sociali che anticipasse l’Europa contrattuale, la politica contrattuale tra le parti sociali: ”L’Europa delle parti sociali non può essere se non contrattazione tra le parti, per la regolamentazione delle condizioni di vita e di lavoro: la democrazia economica e sociale esige la contrattazione. Delors scopre quel ruolo autonomo delle parti sociali che solo la cultura di uomo nato come intellettuale del sindacato poteva concepire”. Gli sforzi di tessitura sociale del segretario generale della Ces, Emilio Gabaglio, poi, faranno il resto per arrivare negli anni ad un Accordo, il 31 ottobre 1991, che precede formalmente il Protocollo sociale ancora oggi sulla carta nel Trattato di Amsterdam. Certo, ci fu già il solito opting out britannico di John Major, l’autoesclusione di Londra e dintorni dalle politiche sociali, ma il tema venne quantomeno preso in considerazione a livello europeo. Mai come oggi tanta distanza, insomma, ci fu tra Bruxelles e i cittadini europei. Mai fu più assente la democrazia. La caduta del reddito e dell’occupazione, lo smarrimento della Terza Via politica annegata nei listini di borsa, il passaggio dalla tutela sociale a quella dei mercati, la sconcertante cancellazione di valori come la giustizia sociale devono attribuire un significato di portata epocale alla scelta britannica di oggi, discutibile ma legittima. Le responsabilità dello strappo vanno cercate altrove, non in quella democrazia diretta che alcuni addirittura ormai chiamano ”circonvenzione d’incapace” degli elettori. Se é vero infatti che democrazia è delega delle scelte e delle decisioni del popolo ai suoi rappresentanti, il politologo italiano Giovanni Sartori ricorda che democrazia significa anche diritto del popolo a fare scelte sbagliate, purché se ne assuma le responsabilità. Per Sartori i possibili errori non possono essere evitati se il popolo cede alle élite il diritto di scegliere per se stesso, anche perché esse deciderebbero sulla base degli interessi che rappresentano. Rispetto a trent’anni fa, il processo di integrazione (o meglio di disintegrazione) oggi avviene invece tramite un processo caratterizzato da un persistente ”deficit democratico”, che ha condotto ad ignorare o ad aggirare la volontà dei popoli, ogni volta che si è opposta ai loro disegni. Pensiamo solo a quando la Troika costrinse Atene a rinnegare l’esito schiacciante di un referendum. Un rapporto della Banca di Grecia ci informa che il sistema sanitario ellenico è al collasso. Sono tasselli che, banalmente liquidati come populisti, incidono eccome sulla percezione della gente, e che proprio gli europeisti non dovrebbero sottovalutare. Le responsabilità della Brexit e dell’instabilità sociale stanno piuttosto oggi nell’arroganza del duo Merkel-Schauble e in quella di quanti si ostinano a non ascoltare il profondo disagio di quanti invece un tempo venivano considerati a Bruxelles soggetti di diritti, prima che di doveri. Altro che Europa equa e solidale. Basterà ora l’accelerazione tanto invocata verso gli Stati Uniti d’Europa a frenare le mire di Berlino? Una ricerca di cui dà conto Der Spiegel, basata su un’indagine a campione che segue da anni i cambiamenti nell’elettorato medio tedesco, sottolinea il potenziale eversivo presente nella società tedesca: il dodici per cento pensa che la Germania sia naturalmente superiore agli altri popoli; un quarto della generazione sotto i trent’anni è ostile agli stranieri; un cittadino su dieci si augura l’avvento di un Führer che governi con il pugno di ferro. Urge un contrappeso democratico ai piani egemoni a guida tedesca, con interventi anche anticiclici e pro sviluppo. Negare la rilevanza del messaggio inviato dagli inglesi o i messaggi delle piazze di Parigi, come hanno finora fatto le autorità di Bruxelles e di Francoforte, condurrà solo alla catastrofe.

giovedì 16 giugno 2016

La camicia di forza dorata imposta ai governi

di Raffaella Vitulano

Del Trilemma di Rodrik abbiamo parlato qualche settimana fa in un numero speciale dedicato alla finanza. E di sicuro ne sentiremo parlare appena ci sarà la rivelazione di tutte le clausole del Ttip. Rodrik (Dani per gli amici) è un economista turco che ha fatto un sacco di cose e vinto un sacco di premi. Ed é uno che ci ha ricordato, dal 2011, che ogni volta che apriamo su qualcosa ci tocca mollare su qualcos’altro. In pratica, il suo trilemma afferma che globalizzazione, sovranità nazionale e democrazia possono essere scelti solo a coppie di due e spiega come lo squilibrio a vantaggio dei secondi tra il potere nazionale dei Governi e la natura globale dei mercati rappresenti il ventre molle della globalizzazione. Il trilemma politico di fondo dell´economia mondiale, applicato a quell'esempio di sistema economico regionale che è l'Unione europea, spiega al meglio le diverse alternative che si presentano oggi ai cittadini europei, ai politici, alle forze sociali. Anche nell'Ue stati nazionali, democrazia politica e mercato unico imperniato sull'euro, non possono essere perseguiti tutti e tre allo stesso tempo, ma solo a coppie. E così nel mondo. Rodrik chiama ”regola aurea” il meccanismo secondo il quale, per sopravvivere, i governi nazionali dovrebbero perseguire solo politiche adatte ad attrarre capitali e a godere della fiducia dei mercati, e dunque gli ambiti delle scelte democratiche sarebbero limitati. Un concetto analogo alla ”camicia di forza dorata” descritta dal giornalista Tom Friedman, quello strano indumento a taglia unica e non confortevole - unico modello in vendita in questo periodo storico - imposto dal ”branco dell’elettronica” (esperti di finanza e speculatori globali) ai governi, che “fa crescere l’economia e ritirare la politica”. E la camicia di forza dorata assume ancora maggior consistenza nelle maglie del Ttip e nelle sue famigerate clausole Isds, grazie alle quali le multinazionali potranno citare in giudizio quei governi nazionali che con la propria legislazione ostacoleranno i loro profitti. Ed ecco che la questione che si pone é se effettivamente oggi le comunità statali esistenti siano o meno governate in nome del costituzionalismo, cioè dei diritti fondamentali a epicentro ”lavoristico-umanistico” oppure dall'internazionalismo dei mercati, a discapito della democrazia. La risposta é sotto gli occhi di tutti. Per Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo polacco padre della ”società liquida”, non c’é alternativa alla globalizzazione e ai mercati; There is no alternative (frase ormai nota nell’acronimo ”Tina”). Ma  Rodrik non la pensa affatto così. E neppure Sergio Cesaratto, professore ordinario di economia politica Università di Siena : ”L’illusione europeista cade perché l’europeismo è un ideale di influenti e spesso interessate élite liberali, liberal-socialiste e radicali che credono siano i vantaggi economici dei liberi mercati a creare la solidarietà politica, o di sprovvedute e utopistiche frange di sinistra”. Il trilemma nasceva, nell’impianto originario di Rodrik, dal fatto che solo due delle tre gambe degli accordi di Bretton Woods potessero essere compatibili tra loro. Dati tre pilastri ( tassi di cambio fissi; autonomia della politica monetaria nazionale per ogni paese; mobilità dei capitali finanziari) bisognava catturare solo due delle tre opzioni. Tuttavia Bretton Woods, quando fu lasciata libertà di movimento ai capitali, si rivelò insostenibile. Negli anni ’90 fu rimpiazzata da un più ambizioso programma di liberalizzazione e integrazione economica che andava a interferire con le politiche nazionali, il Washington Consensus, i cui risultati furono una serie di delusioni. Una mutazione essenziale, ma non naturale: piuttosto un’astuzia intenzionale ed esplicitamente ricercata. Tra gli Stati Nazione occidentali ed i “mercati” si apre così un fossato incolmabile. L’Europa di oggi, che tenta maldestramente di conciliare iperglobalizzazione e singoli interessi nazionali, ha già di fatto rinunciato alla democrazia. Per Rodrik, tuttavia, mercati e governi sono complementari, non alternativi. Se vogliamo più e migliori mercati, dobbiamo avere più e migliore governance. Il mercato funziona meglio non quando lo Stato è più debole, ma quando lo Stato è forte; la democrazia e la determinazione nazionale devono prevalere sull´iperglobalizzazione. ”Le democrazie hanno il diritto di proteggere i loro sistemi sociali, e quando questo diritto entra in conflitto con le esigenze dell´economia globale, è quest´ultima che deve cedere. Restituire potere alle democrazie nazionali garantirebbe basi più solide per l´economia mondiale, e qui sta il paradosso estremo della globalizzazione”. Non ci serve una globalizzazione estrema, ci serve una globalizzazione intelligente. Un auspicio. Ma Rodrik dal suo sito appare oggi, cinque anni dopo il lancio del suo Trilemma, alquanto sconfortato: ”Devo ammettere che mi sono sbagliato. Il modo in cui la Germania e Angela Merkel, in particolare, ha reagito alla crisi  in Grecia e in altri paesi indebitati ha sepolto ogni possibilità di un'Europa democratica.”

lunedì 13 giugno 2016

La fame nel mondo? Un'arma di guerra

di Raffaella Vitulano


L'Arabia Saudita è il paese con il più alto tasso di importazione di armi in tutto il mondo, con l'acquisto nel 2015 di armi per un costo di 9,3 miliardi di dollari: lo rivelava ieri l'ultimo rapporto annuale dell'Istituto di consulenza statunitense IHS. Il volume degli affari nel mercato della difesa globale ha segnato il più grande incremento annuo registrato negli ultimi dieci anni, per un giro d’affari complessivo di oltre 1750 miliardi di dollari all’anno. D'altra parte, nella lista dei paesi esportatori di armi, gli Stati Uniti detengono ancora lo scettro, con 23 miliardi in armi vendute nel 2015, di cui 8,8 miliardi sono andati al Medio Oriente. Dati dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), evidenziano come il 10% di questa spesa potrebbe coprire i costi degli obiettivi globali finalizzati a mettere fine alla povertà e alla fame entro il 2030. Ma su questo punto sembra esserci un vero paradosso, sottolineato sempre ieri da Papa Francesco nel suo intervento all'Assemblea del Programma alimentare mondiale: ”Mentre gli aiuti e i piani di sviluppo sono ostacolati da intricate e incomprensibili decisioni politiche, da forvianti visioni ideologiche o da insormontabili barriere doganali, le armi no; non importa la loro provenienza, esse circolano con una spavalda e quasi assoluta libertà in tante parti del mondo. E in questo modo, a nutrirsi sono le guerre e non le persone”. Non solo: ”In alcuni casi, la fame stessa viene usata come arma di guerra”. Da tempo, del resto, il Papa mette sotto accusa le guerre e le minacce di conflitti. Trafficanti d'armi sarebbero ” poi dietro gli attentati di Bruxelles” come in altri. E di ” potenti che non vogliono la pace perché vivono delle guerre attraverso l’industria delle armi”parla senza mezze misure in una coraggiosa denuncia il Pontefice.  Stragi ”inutili” in tutto il mondo dunque, alimentate da ipocriti potenti: Francesco da anni insiste su due concetti fondamentali e interconnessi: il commercio delle armi e le migrazioni forzate. Inutile soffermarsi sulle seconde quando non si ha il coraggio di denunciare il primo, individuando le responsabilità specifiche di governi ed istituzioni. Inutile piangere vittime quando non si cerca di comprendere una geopolitica ormai impazzita: “Il fenomeno delle migrazioni forzate è strettamente legato ai conflitti e alle guerre, e dunque anche al problema della proliferazione delle armi”. Ci vuole coraggio, insomma, come quello del senatore repubblicano Rand Paul e del democratico Chris Murphy, che insieme hanno presentato una proposta di modifica del bilancio della difesa del paese per il 2017, che impedisce la vendita di armi e bombe di produzione degli Stati Uniti all'Arabia Saudita. In dichiarazioni fatte al Senato, Murphy ha anche considerato che Washington è coinvolto in attacchi contro scuole e ospedali nello Yemen. A questo proposito, ha citato diversi rapporti che confermano come l'Arabia Saudita ha bombardato Yemen con bombe a grappolo di fabbricazione Usa. Ma il mondo é cieco. Svezia e Stati Uniti hanno intanto raggiunto un’intesa, non vincolante, sulla nuova collaborazione militare a protezione della nazione del nord Europa.. Secondo un rapporto pubblicato il 6 giugno dalla testata economica tedesca Deutsche Wirtschafts Nachrichten, (Dwn), anche il governo tedesco si starebbe preparando ad una guerra contro la Russia, ed avrebbe già una bozza di rapporto delle forze armate che dichiarerebbe la Russia una nazione nemica. In un precedente articolo datato 17 febbraio, Dwn aveva riferito che la cancelliera tedesca "svilupperà una nuova dottrina militare", dichiarando "l'annessione' della Crimea da parte della Russia alla base di un'azione militare contro Mosca”. Eric Zuess, storico statunitense, evidenzia come però non vi sia menzione negli articoli del Dwn, né in qualsiasi altro media occidentale, della dichiarazione del capo della società Americana Stratfor , una sorta di ’Cia privata’, che rivolgendosi ad un pubblico di lingua russa affermava che il rovesciamento del Governo Ucraino nel febbraio 2014 fu "il colpo di Stato più eclatante della storia". Il motivo per cui i media occidentali non riportano le vere ragioni dietro questo ’colpo di stato’ degli Stati Uniti in Ucraina , sarebbe per Zuess che ”una volta rese pubbliche queste informazioni, si metterebbero a repentaglio non solo le sanzioni economiche contro la Russia (imposte dopo che la Russia ha accettato la decisione maggioritaria della Crimea di separarsi dal governo golpista ucraino) ma si comprometterebbero anche i preparativi di una guerra contro la Russia da parte della Nato: sia le sanzioni che l'invasione non avrebbero alcun fondamento e nessun sostegno tra il pubblico occidentale”.

venerdì 10 giugno 2016

Intervista a Guido Brera: "La redistribuzione della ricchezza? Sta tutto nel trilemma di Rodrik"

di Raffaella Vitulano

Diavoli.com è un progetto culturale, editoriale e di informazione specializzato in tematiche finanziarie, economiche e sociali. Guido Maria Brera è cofondatore e Cio di Kairos, società italiana di gestione del risparmio. Finanziere e scrittore, ha pubblicato un romanzo intitolato “I Diavoli, la finanza raccontata dalla sua scatola nera”. Lo incontriamo a Milano in sede per un'intervista.

Chi sono i Diavoli e cos’è la finanza?
I Diavoli, la finanza, rappresentano un concetto molto ampio, quasi sistemico. Per analogia cito sempre Foster Wallace e la sua idea dell’acqua in un racconto sui pesci: qualcosa che ci circonda senza che noi abbiamo la consapevolezza di starci dentro. La finanza è qualcosa di sistemico, nata come strumento progressista (portare i soldi a chi aveva idee) e finita per diventare strumento di controllo biopolitico. E’ questo il concetto che mi interessa di piu quando racconto di finanza.

Chi ha la responsabilità di averla trasformata in controllo biopolitico?
La politica.
Nel mio romanzo, i Diavoli sono coloro che cercano di manovrare le leve di controllo biopolitico della finanza. Comunque, ciò che a me interessa non è stabilire chi abbia torto e chi ragione. Probabilmente il Derek Morgan del mio libro, capo di un fantomatico Tredicesimo Piano, non ambisce al denaro. Anzi. Porta il peso di dover decidere le sorti dell’umanità.

La finanza non è soltanto un vertiginoso gioco di prestigio. Il livello dello scontro si è alzato oltre i limiti, e quello per cui si lotta non è più un profitto con molti zeri. È la sopravvivenza stessa dell’Occidente così come lo conosciamo, minacciato dall’unico vero potere del nostro tempo, quello della tecno-finanza. In quali sedi alberga questo potere? Proprio al Tredicesimo Piano in un grattacielo di Midtown Manhattan con vista sul mondo dove alcuni uomini che non conosciamo decidono il nostro destino?
Probabilmente al Tredicesimo Piano, sì, ma quel potere non glielo ha dato nessuno. Il tredicesimo e' un non luogo e lo si capisce dal nome. E quel potere di cui parliamo deriva da un vuoto di ordine politico. Ne I Diavoli ad esempio, c’è un dibattito tra l’allievo (Massimo) e Derek Morgan (il suo mentore) che dice: “Abbiamo evitato le guerre. Quattrocento milioni di contadini cinesi sono stati urbanizzati."
Ecco la finanza che riempie i vuoti della politica e ha canalizzato forze importanti proprio in una fase in cui questa era assente. Il vero problema e' che il tutto e' avvenuto in un ambito dove c'e' stata la massima polarizzazione della ricchezza. E’ lì la grave pecca.

E oggi è possibile redistribuire la ricchezza?
Cito il sito I Diavoli.com che è il vero esperimento innovativo che abbiamo portato al pubblico negli ultimi due anni, è uno spin-off narrativo dove i personaggi dialogano tra loro riguardo temi di attualità politica e finanziaria. Ne “La Maratona di New York” all’interno del sito, Derek Morgan vede la gente correre e con grande amarezza (come Il Grande Inquisitore di Fëdor Dostoevskij), paragonandola  alle classi piu deboli, pensa : “Le politiche monetarie, i Qe sono stati farmaci potenti. Ma in greco “farmaco” significa anche “veleno”. E il veleno dev’essere metabolizzato altrimenti uccide. Per questo la liquidità immessa doveva depositarsi da qualche parte, nell’organismo. E noi abbiamo scelto i ricchi, quell’1%. Perchè li non avrebbe fatto danni. L’accumulazione di ricchezza è “innocua”: non produce inflazione, non sposta equilibri, stimola una crescita “sana”. E questo è l’unico, vero sviluppo possibile, quello che tiene in scacco le masse, conservando un equilibrio miracoloso.”

Questa è l’opinione di chi detiene il potere…
Sì, però è un’opinione sofferta. Lui sostiene che se lasciassimo che trilioni e trilioni di soldi stampati per salvare le banche e gli Stati andassero nelle mani dei più deboli, faremmo salire l’inflazione a livelli vertiginosi, la moneta si svaluterebbe, ci sarebbe iperinflazione e caos. Lo dice sopportando il peso tragico del Grande Inquisitore di Dostoevskij, che non crede all'uomo e al suo libero arbitrio.

Ma è aberrante!
Questa è una visione quasi filosofica, non politica. Morgan lo dice con tragicità e tristezza. Con tutti i soldi stampati si potrebbero fare politiche di crescita ma il rischio e' che l'inflazione andrebbe fuori controllo.

Ma l’inflazione oggi è solo uno spettro, tirato fuori già ai tempi del The Crisis of democracy. Oggi semmai lo spettro è la deflazione. E poi, tornando alle guerre di cui parlavamo, spesso la finanza e le multinazionali - soprattutto quelle legate agli armamenti - ci guadagnano. Altro che evitarle!
Io faccio un discorso più filosofico. Nel Duemila la Cina è entrata nella Wto ed è stato questo il vero disastro per i lavoratori e le classi più deboli, perché ha offerto un arbitraggio iniquo del lavoro. Tarantelli, che io ammiro e su cui mi sono formato, l’avrebbe definito uno scambio politico masochista. La Cina produce a basso costo e così le classi deboli possono comprare le magliette a 3 euro, avere tecnologia quasi gratis e mangiare fast food per una manciata di danaro. Però stanno perdendo i diritti più importanti, come quello all’istruzione, il diritto all'assistenza sanitaria ed alla casa. Sono questi i veri diritti per i quali oggi mi batterei. Questo scambio iniquo parte dall’entrata della Cina nella Wto senza regole e dalla conseguente delocalizzazione. E poi c'e' l'euro, le fiscalita' differenti ed altre concause che hanno consentito la nascita di vere e proprie platform companies. Multinazionali fiscalmente efficienti che ottimizzano le oppurtunita' della globalizzazione.

L’euro non ha alcuna responsabilità?
Gli antieuro dovrebbero storicizzare: la Cina è entrata con un sistema bancario inefficiente, senza un sistema sindacale, calpestando i diritti sui marchi, i diritti dei lavoratori. Tutto questo si è riflesso sulle classi più deboli, comprimendone i salari. Ci siamo messi a competere con i cinesi, ed è impensabile. Anche avessimo potuto svalutare la nostra moneta sarebbe stata una folle corsa al ribasso. Quello è stato l’errore. Derek Morgan direbbe che è stato il più grande processo di urbanizzazione pacifica di 400 milioni di persone.

Qualcuno le decide, però, queste guerre e quindi spinge le migrazioni…
Io non ho l’ambizione di dire cosa sarebbe accaduto se la Cina non fosse entrata nella Wto. Ma so cos’è successo da quando è entrata. Il fenomeno cinese ha causato un’asimmetria immensa di ricchezza ed è stata gestita malissimo. Abbiamo perso noi, la nostra manifattura, le nostre imprese, i distretti industriali. I vincitori sono stati quelle poche aziende che hanno delocalizzato. Oggi il reddito medio di una famiglia americana è pari a quello del 1995 e la produttività è aumentata enormemente. Un grafico tra produttività e reddito medio spiega come il reddito sia sempre cresciuto con la produttività. Da quando la Cina è nella Wto, la produttività è cresciuta ma il reddito medio delle famiglie si è fermato. Questo è dovuto proprio all’arbitraggio sul costo del lavoro. I profitti non sono stati più condivisi coi lavoratori come avvenuto dal Dopoguerra fino a fine anni ‘90. Questo profitto (spiega disegnando un grafico, ndr.) si spiega col “pil cinese”.

E la finanza non ha responsabilità?
Fa comodo addossare alla finanza tutte le responsabilità. Il Finanzcapitalismo (la mega-macchina cui si riferiva Gallino, quando imputava alla politica la colpa di aver identificato i propri fini con quelli dell’economia finanziaria, adoperandosi con ogni mezzo per favorire la sua ascesa, ndr.) ha solo gestito un periodo di transizione, è mancata la politica a fare da ammortizzatore. Ci hanno guadagnato Wall Street, le multinazionali. Noi convergiamo sulle opinioni ma poi divergiamo sulle colpe. Ecco perché noi cerchiamo di destrutturare un dispositivo molto complesso spiegando I Diavoli: la finanza non facilita il dispositivo di accumulo; è semmai uno strumento dei tanti di questo dispositivo.

Non crede che l’impoverimento del ceto medio e dell’Europa sia stato in qualche modo pianificato?
Dalla Cina nella Wto ci hanno guadagnato molte fette produttive. Tutti quelli che potevano delocalizzare. Il ceto medio ne ha solo pagato le conseguenze, che rischiano di rivelarsi tragiche.

Trade war, guerre commerciali e accordi che consentiranno alle multinazionali di denunciare i governi che ostacoleranno i loro profitti. Trattati che riscrivono le regole del commercio e modificano le costituzioni, regolano il copyright sui prodotti farmaceutici, tutelano le corporation da ogni variazione politica interna ai Paesi, dollarizzano ancora di più la finanza mondiale. Che ne pensa del Ttip: potrebbe davvero essere considerata la Nato economica? E come potrebbe fare l’Europa a sottrarsi dalla firma capestro?
Multinazionali, sì, io le chiamo Platform Companies. Tuttavia ho molta fiducia nel negoziatore italiano del Ttip, persona di indubbia qualità morale e professionale, e mi sono sempre sentito tutelato da lui. Ad oggi il Ttip non si è chiuso perché non convenivano all’Europa alcuni termini in cui è stato proposto. Penso all’Isds ma anche a tanti altri punti che non conosciamo. La politica dovrebbe calmare il capitalismo, che diventa rapace per sua natura. Nelle clausole in cui le multinazionali possono far causa ai governi la forza del capitalismo rapace viene esaltata, ed è senz’altro un grave errore. Ma il problema non è solo il Ttip. Prendi il fast fashion. Poco più di un mese fa ricorreva l’anniversario del Rana Plaza, ma ancora oggi la produzione per il fast fashion a basso costo è una piaga. Poi le grandi multinazionali dell’abbigliamento possono mascherarlo con campagne di marketing, però quello é.

Sì, nelle campagne di marketing magari usano termini come “conscious” – consapevoli, responsabili - ma sono capi fatti comunque a volte sfruttando manodopera.
Ci vorrebbe una campagna che spiegasse agli italiani il reale costo di una maglietta a 3 euro, il true cost. Se compro una maglietta a 3 euro ma poi faccio chiudere le fabbriche made in Italy in cui il mio parente viene licenziato, devo esserne consapevole. Così come accaduto con i distretti a Prato. Bisogna riformulare le coscienze. Il fast fashion ha distrutto il made in Italy nel tessile. Il prossimo potrebbe essere l’agroalimentare. Quando noi ci svegliamo facciamo tre cose: ci vestiamo, facciamo colazione e accendiamo il cellulare. Queste tre cose sono più o meno gratis e fanno parte di quello scambio politico di cui ti dicevo. Ma questi capi a basso prezzo quanto hanno distrutto in termini di istruzione e stato sociale?

A proposito di cellulari, parlando di redistribuzione della ricchezza ricordiamo che uno degli elementi essenziali nella loro produzione  il coltan, che tante guerre ha scatenato in Africa per la sua estrazione. Lo sfruttamento delle risorse e delle materie prime è all’origine di molti conflitti armati. Poi esistono guerre mediatiche, finanziarie, ma il dominio resta altrove. In un passaggio dei Diavoli raccontate che esistono tanti tipi di guerra, non ce n’è uno solo. Cosa intendete però per “nessun proiettile può colpire i mercati”?
Ci riferivamo agli attentati di Parigi, e ancor prima a quelli di New York. Quando un attentato fa crollare i mercati, in sostanza esorta a farne altri. L’interesse è quello di fare più rumore possibile. Nel nuovo status quo, tuttavia, l’attentato non fa più crollare i mercati. Quella del proiettile era una metafora per spiegare come gli attentati abbiano efficacia gravissima in termini di costo di vite umane, ma nessuna efficacia economica. E questo è un deterrente.

E questo è giusto?....
Questo sì, concedimelo.

Crescita e controllo, crescita controllata: il segreto del potere è tutto qui?
Credo di sì. Lo vediamo proprio in quel Tredicesimo Piano, lobby ispirata al Grande inquisitore di Dostoevskij. E’ lì che che I Diavoli.com si fanno carico di spiegarla.

Il rapporto con i temi finanziari è complicato e pieno di vuoti informativi: secondo la ricerca
«Le competenze economiche degli italiani», pubblicata recentemente da Bancaria Editrice,
il 47,5% degli italiani afferma di capire poco di economia e finanza e un altro 32,9% afferma di non capirne nulla. In che misura capirne di più può aiutare i cittadini se le decisioni vengono comunque prese altrove?
Non correre, non chiedermi a che serve spiegarla…Intanto facciamolo, in modo da evitare il grande equivoco come i falsi nemici, la finanza cattiva di per sé. Non chiediamoci chi siano i buoni e i cattivi, non compete neppure a noi Diavoli. Quello che ci compete è spiegare, educare a leggere dietro una notizia.

Concorda dunque sul fatto che l’informazione mainstream non racconta sempre la verità?
Certo, anche per come è strutturata. Si guarda l’audience piuttosto che costringere la gente a pensare. E’ tutto molto veloce, superficiale. E poi costa fatica spiegare, capire. Tu il sito l’hai letto e ti piace perché ci hai perso tempo. Ma in questa società la lettura e la riflessione sembrano un lusso. I giovani si formano su video di due-tre minuti, e noi stiamo provando a realizzarli ma chiediamo attenzione a chi ci legge. Puntiamo su quello e abbiamo avuto enormi riscontri. Informare è una missione, ma dare una soluzione non è compito nostro.

E a chi spetta? Alla politica?
Certamente sì.

 Mi ha colpito un titolo nel sito dei Diavoli, che si rifà all’articolo 1 della Costituzione: l’Italia è un paese fondato sulle crisi finanziarie. Può spiegare perché?
Le crisi finanziarie in Italia sono sempre state un fenomeno di estrazione - e non di creazione - di valore.

Lo diceva anche Monti…
Ma lui lo diceva in senso positivo, non in senso negativo. Crei valore quando investi in tempo e risorse, quando rischi. Questo non accade quando ti limiti ad estrarlo. Dire che l’Italia è fondata sulle crisi finanziarie è una forma di protesta civile nei confronti di fondi speculativi internazionali che stavano comprando pezzi di bilanci, di banche dietro cui c’erano le prime case dei cittadini, i crediti deteriorati. Noi invece invitavamo lo Stato a sobbarcarsi il ruolo di ammortizzatore, ad aiutare le banche e nel contempo a rilevare i crediti non pagati. Lo stato si è trovato con le mani legate dall’Europa e non ha potuto intervenire e la soluzione Atlante è stata la migliore si potesse trovare, questo va riconosciuto.

I mercati vengono guidati quasi esclusivamente dalle dinamiche monetarie. I fattori esogeni possono mettere a rischio singoli titoli, al massimo un settore, ma non possono compromettere la stabilità complessiva. In Italia, tra il popolo, c’è chi invoca Mario Draghi come condottiero di una guerra contro la Germania cattiva. Lei non crede che QE, la gigantesca immissione di liquidità, abbia in realtà modificato il rapporto tra mercati e reale, costruendo un’autonomia organica dei mercati stessi? Ormai vivono di vita propria: da un lato immuni agli eventi, e dall’altro capaci di modellare la realtà.
Il Quantitative Easing è uno strumento di riequilibrio nell’asimmetria tra paesi debitori e creditori. Draghi ha fatto molto male alla Germania, che si finanziava a tassi molto bassi rispetto all’Italia. Per me Draghi resta l’unico politico europeo (anche se lui ne rifiuta l’accezione) che abbia davvero una visione europeista, perché il Qe compra i debiti pubblici degli Stati e combatte la frammentazione dell’Unione Europea. Draghi stesso, parlando dei crediti deteriorati, ha spiegato da statista che andavano trattati in modo granulare, caso per caso, in modo lento, citando l’esperienza virtuosa irlandese. Draghi è uno di quelli che ingiustamente viene assunto come nemico delle classi deboli e delle pari opportunità. Eppure ha avuto un approccio progressista ed é tra i meno regressivi nel panorama di politici e banchieri. Gioca con le carte che ha.

In un’architettura del genere, che ruolo hanno, potrebbero o dovrebbero avere i sindacati?
In un mondo in cui sembra esplosa una bomba termonucleare - il più grande arbitraggio sul costo del lavoro - il sindacato sembra perdere rilevanza. Di fronte all’apertura della libera circolazione delle merci e del lavoro, di fronte alle delocalizzazioni, cominciamo col chiederci cosa dovrebbe fare lo Stato: cominciare ad investire in welfare, pari opportunità, istruzione. Ecco, il sindacato deve inserirsi in questa partita con la tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori. Che poi la contrattazione debba essere nazionale o aziendale è ormai un problema superato di fronte alle delocalizzazioni delle aziende, che devono necessariamente essere messe in grado di competere.

Tarantelli avrebbe alzato le braccia?
Questo è un tema talmente complesso che oggi non abbiamo soluzioni uniche. Il welfare va comunque protetto. Sono sicuro che partirà dalla Silicon Valley la richiesta del reddito minimo per tutti. Già lo stanno facendo. Saranno proprio quelle élites le prime a rendersi conto che il loro business model così com’è non funzionerà senza una redistribuzione della ricchezza.

In Europa avevamo il miglior welfare state. Perché l’abbiamo distrutto per poi importarlo dalla Silicon Valley?
Secondo te l’abbiamo distrutto scientemente? Distruggere la classe media, sosterrebbe Derek Morgan, è il costo che abbiamo dovuto pagare. Io sostengo che è un costo troppo alto. Ma la mia opinione lascia il tempo che trova.

I governi nazionali adottano politiche di austerity per garantire la solvibilità del debito e varano continue  “riforme”. La sua lettura?
Il riformismo? Penso che tutto stia nel trilemma di Rodrik: solo due di tre elementi possono coesistere. Dobbiamo scegliere tra democrazia, globalizzazione dei mercati finanziari e Stato sovrano. Oggi abbiamo sospeso la democrazie perché i mercati ci chiedono qualcosa e lo Stato esegue. Possono convivere Stato e democrazia, ma allora mettiamo i dazi e alziamo i muri. Possono combaciare democrazia e globalizzazione, ma allora dobbiamo eliminare gli Stati e fare gli Stati Uniti d’Europa. Perfetto, ma questo non deve necessariamente richiedere austerity all’infinito, anzi. Dovrebbe richiedere investimenti produttivi all’infinito in Europa, come quello sull’inquinamento. Questa è la risposta. Oggi chiediamo democrazia, Stato e globalizzazione. Non è possibile. Dobbiamo fare una scelta.

Derek Morgan, il protagonista de “I diavoli”, come citato precedentemente, dichiara che "le politiche monetarie sono stati farmaci potenti... la liquidità immessa doveva depositarsi da qualche parte nell'organismo. E noi abbiamo scelto i ricchi. Quell'1% dove l'accumulo della ricchezza è "innocuo " non produce inflazione e non sposta equilibri. Non esistono altri mondi possibili”. Quindi, esclude una strada come quella dell’Helicopter Money?
Al momento sì. La liquidità immessa é enorme; l'unica vera alternativa sarebbe annullare i debiti acquistati dalle banche centrali e prepararsi ad un New Deal in stile Roosveltiano.

Che ne pensa dei tassi a zero? In un passaggio sul sito li considerate l’altra faccia della compressione salariale e dello smantellamento dei diritti e dite che chi si illude che sia un evento momentaneo, una congiuntura di breve periodo, sbaglia. E di grosso. Perché?
Perche tassi a zero vuol dire bassa crescita. E ahimé la bassa crescita é frutto di bassa domanda interna, di un mondo di consumatori spompato proprio dalla compressione salariale. E' un circolo vizioso dal quale non si esce.

Ad ogni modo, in una situazione simile non si rovescia il quadro con il semplice salvataggio del sistema bancario. Come procedere verso uno shock monetario di massa, che attivi uno tsunami di consumi?
La politica monetaria ha esaurito il suo compito. Secondo me l'unica soluzione è lo stimolo costante di investimenti pubblici virtuosi.

La fiscalità. La concorrenza spietata per attrarre capitali e investimenti spinge ogni Paese ad adottare sgravi fiscali per accaparrarsi fette di business. In cambio degli sgravi, c’è solo occupazione di basso livello. Come ne usciamo?
Intanto finendo la concorrenza fiscale sleale tra paesi, poi cercando una coperta bancaria e fiscale in Europa. In ultimo, stimolando appunto gli investimenti. Ma tutte queste sono ricette facili a dirsi ma meno a farsi. I vincoli europei da un lato e la globalizzazione dall'altro sono elementi che pesano su questo tipo di politiche.

Le vie della finanza sono infinite.  I pm di Trani contro Deutsche Bank: fu vero golpe nel 2011?
Ci fu un attacco all'euro. E nel libro “I Diavoli” lo racconto. Pur mascherandomi dietro il concetto di fiction. Ma escludo che questo attacco fosse rivolto verso rovesciamenti di governi non allineati. Piuttosto conveniva in quel momento un euro indebolito ed un dollaro visto come bene rifugio.

La borsa, madre di tutte le slot machines: uno studio della stessa Bce denuncia che "alcuni trader dispongono di informazioni riservate sui fondamentali macroeconomici”. Forse non è una novità…
Si riferisce a chi sa qualche minuto prima i dati americani? Ma sono secondo me dettagli, perché non fanno molta differenza. Certo, disturbano perché minano la credibilità del sistema.

Che fine ha fatto la democrazia? Esiste ancora e a cambiare sono i dispositivi di controllo, altrimenti sarebbe anarchia?
Democrazie, stati sovrani e globalizzazione dei flussi finanziari non possono esistere. E' il famoso trilemma spiegato molto bene da Rodrik, di cui parlavamo prima. I tre elementi assieme non convivono. Convivono solo due alla volta.

Si parla tanto di Siria, Medioriente, penisola arabica, Islam, mondo arabo. Eppure, gli Usa individuano sempre nel nemico la Russia. In ballo, dunque, più che la sopravvivenza dell’Occidente c’è la centralità del dollaro come valuta globale?
Beh, il dollaro deve rimanere un, anzi il, bene rifugio. Al momento lo é e credo anche a ragione. Basti guardare altrove e ci rendiamo conto che di fatto la valuta al momento più stabile a fronte di shock esogeni é il biglietto verde.

Alla fine della somma, comunque, sembra un gioco in cui tanti, troppi, rischiano di perdere tanto, troppo…
Si, si é creato un meccanismo di accumulo che non garantisce più pari opportunità. I governi, ovvero la politica, non sono più in grado di mitigarlo. Ma qui in crisi è il concetto di Stato nazione e la stessa democrazia di fronte alla globalizzazione rischia di essere un’arma spuntata. Democrazia vuol dire libertà. E libertà vuol dire concordia e fratellanza. Ma sopra ogni cosa, pari opportunità. Quelle che ogni giorno che passa rischiamo di perdere.

mercoledì 1 giugno 2016

House of Cards, la politica nel sonno della ragione

di Raffaella Vitulano

C’è del marcio, nell'indifferenza della politica. Senza giri di parole. C’è come un fetido arsenico che sta uccidendo la ragione. Ma ai politici focalizzati su se stessi come Frank Underwood, protagonista della serie televisiva House of Cards, sembra non giungere quel miasma. Ogni negoziazione per lui è un problema di obiettivi personali, non importa se mette sulla strada 15.000 famiglie chiudendo un cantiere o se alza l’età pensionabile di 1 o 2 anni. Ma é solo fiction? Mica tanto. E’ vero che la politica ha raggiunto livelli di corruzione altissimi, tanto quanto però si sono inabissate la consapevole informazione e la documentazione sugli atti in discussione nelle sedi istituzionali. Le lobbies sanno fare bene il loro mestiere, sanno scegliere i propri burattini e spingerli verso cariche di potere che agevolino i propri committenti. La possibilità dei governi di controllare le banche e i mercati finanziari verrà ora ulteriormente ridotta - inutile negarlo - da Trattati commerciali che stritoleranno la sovranità democratica dei popoli per sostituirla con la sovranità del grande capitale delle multinazionali, che potranno far causa ai governi qualora i profitti venissero minacciati da normative più o meno vincolanti. In attesa del Ttip, basta guardare ai contenuti dell’accordo tra Canada e Ue, il Ceta (che verrà ratificato dal Consiglio europeo a fine mese): quando la Ue, ad esempio, propose nuovi regolamenti per fermare l’importazione di petrolio da sabbie bituminose (considerata una tra le maggiori cause di inquinamento), il Canada usò il Ceta come merce di scambio per bloccare la proposta. Se il Ceta verrà ratificato, quei regolamenti saranno cancellati, e sarà un disastro per i cambiamenti climatici. Molti hanno capito che i trattati commerciali hanno trasformato il mondo in un parco giochi per i super ricchi, che sono parte delle enormi disuguaglianze economiche. Ma bisogna informarsi, conoscere, per combattere un sistema di sicari dell’economia senza scrupoli.
Strette di mano, grandi sorrisi per la stampa e poi guerra aperta nelle sale a porte chiuse, con battaglie a denti stretti sugli interessi delle grandi aziende. Ce lo vedete del resto Underwood che si preoccupa di qualche migliaio di licenziati, di profughi o di nullatenenti quando vuole perseguire uno dei suoi obiettivi su commissione? I politici, insomma, non sono più patrioti nazionali o continentali. Sono semplici amministratori coloniali di blocchi in cui non si contrappongono tanto Nato e altri blocchi di difesa, ma interessi di multinazionali avide di alleanze e ramificazioni territoriali in una serie di manovre di più larga scala che, con il passare del tempo, possono rappresentare una seria minaccia per gli equilibri di pace o di guerra. E il tipo di retorica utilizzata, prevalentemente messianica, fa da sfondo ad un crescente quanto inquietante dispiegamento di forze militari in conflitti in continua espansione.
E’ così che il business si fa continuazione di una politica esasperatamente sregolata e sfacciata, finalizzata a sopravvivere a qualsiasi costo, anche a quello del calpestìo dei cittadini, che non sono più coloro che dalla politica dovrebbero venire rappresentati ma che si oppongono ai suoi veri committenti, quelle élites che Guido Maria Brera colloca al Tredicesimo piano di un grattacielo di Manhattan. Stiamo languendo su una polveriera: Graham Summers, responsabile strategist dei mercati per Phoenix Capital Research, parla dell’esposizione ai derivati come una vera e propria bomba finanziaria che potrebbe esplodere in qualsiasi momento, e fa notare che se a rischio fosse anche solo l’1%, le perdite azzererebbero tutto il capitale delle grandi banche.
Bisogna appellarsi alla fantasia, all’immaginazione. Seguire le mosse della regina Yellen, del Mago Bernanke e di Drago Mario. Con un certo distacco e un bonario fatalismo. Il progresso ha bisogno del regresso per progredire. Nei mercati finanziari, nelle crisi economiche. Di crisi, insomma, fatevene una ragione, sembra ci sia proprio bisogno. Così fan tutti, e lo propagandano, in modo da capovolgerne la prospettiva.
Scriveva il drammaturgo Harold Pinter: “Non è mai accaduto. Nulla è mai accaduto. Anche quando stava accadendo non stava accadendo. Non importava. Non era di interesse e quindi non importava....”. Pinter parlava di “clinica manipolazione del potere come una forza per il bene universale. Si tratta di un geniale atto di successo ipnotico”.
Ecco, mi sembra esattamente questa la percezione della crisi sociale. Un distacco. Un’anamnesi costruita sulla vacuità di denaro inesistente, ma che sta travolgendo la vita di milioni di persone. Un criptico coacervo di falsità mediatiche plagiate dall’onnipotenza del vero Potere. Pensiamo alle condizioni dell’Fmi per la concessione degli aiuti all’Ucraina: terre a Cargill, Monsanto, Dupont e le altre. O a quelle imposte alla Grecia. Per come la vede la Germania, l’ Fmi dovrebbe prestare alla Grecia i soldi con cui ripagare le banche tedesche. Poi il Fondo verrà ripagato forzando la Grecia a ridurre o abolire le pensioni di anzianità, ridurre i servizi pubblici e i dipendenti pubblici. Come ben scrive Paul Craig Roberts, già assistente a Tesoro di Reagan, ”chiamare salvataggio il saccheggio di un paese e del suo popolo è proprio orwelliano. Il lavaggio del cervello è proprio riuscito”. Sull’apatia e sull’atarassia dei popoli sembrano puntare i tecnicismi di governi e istituzioni, nelle cui ombre si muovono i Diavoli, rappresentazioni del Potere, quello autentico. Non basterebbe un helicopter money a ridare fiducia alla gente. Forse la gente non può consumare di più, semplicemente consuma per quello che può. Forse il sistema vuole che la gente consumi di più, ma la gente non ha più voglia di farlo.
In un coma greve e irreversibile, smarrita la volontà di partecipazione, compromessa la possibilità di critica, alla gran massa di individui non resta che rifugiarsi nel personale. Peccato. Perchè dal quadro di Société Générale emerge che gli eventi black swan (crisi) vengono ritenuti più probabili rispetto a quelli white swan (prosperità). Tra i più probabili eventi che potrebbero rallentare o accelerare la crescita globale, resta un’incognita: la Brexit. Il popolo potrebbe mischiare le carte. Che sia davvero l’esito di questa scelta, o la democrazia dei capitalismo equilibrato con consumi stabili, il nuovo cigno nero?