Translate

mercoledì 27 gennaio 2016

Business is business. E gli squali esultano

 di Raffaella Vitulano

Chiuso il sipario su Davos, le tensioni mondiali stringono ancora più il cappio: 60 persone o poco più possiedono patrimoni esattamente quanto 3.6 miliardi di poveri. Cifre che ormai non scuotono più le coscienze. Men che mai quelle del patron di Black Rock - il massimo fondo di investimenti finanziari del mondo, con quasi 5 miliardi di dollari di gestione di attivi-, Larry Fink, che da inizio 2016 si frega le mani davanti all’emorragia di perdite che ha contagiato le borse di tutto il mondo. Fink attende paziente la loro débâcle, per riacquistare come uno squalo a prezzi di saldo. BlackRock esulta per ”il sangue che scorrerà per le strade” della finanza globale, pronosticando che il valore delle azioni potrebbe affossarsi di un altro 10%.  Il presidente del Consiglio del Ticino, Pierre Rusconi, vaticina che quest’anno il mondo rischia di vivere una crisi più grave ancora di quella del 2008, perché questa volta vedrebbe coinvolti anche i paesi dei mercati emergenti. I mercati finanziari sono del resto drogati. Un’altra bolla è stata creata sui mercati, a danno di molti e a vantaggio di pochi. I soldi immessi dalle banche nazionali per rilanciare l’economia non sono arrivati alle aziende che producono e si sono fermati alla finanza che li ha utilizzati in modo speculativo. Allo stesso modo in cui è stato fatto con i subprime nel 2008. Né più, né meno. Le crisi, tuttavia, non spaventano Draghi, che proprio a Davos ha ammesso che la Ue è diventata sempre più stretta attraversando una crisi dopo l’altra e che ”una buona crisi” non va sprecata. Concetto precisato anni fa da Mario Monti: “Abbiamo bisogno delle crisi per fare passi avanti”: ma può davvero esistere una  ”buona” crisi  mondiale che non mandi  famiglie sul lastrico, faccia chiudere aziende, bruci le aspettative dei giovani, aumenti il numero dei disoccupati, cancelli sistemi sanitari? I governi eletti che hanno annunciato cambiamenti sono stati zittiti. Un anno dopo il suo arrivo, il partito di Syriza sta alacremente applicando quelle stesse politiche di austerità che un tempo disprezzava.
Sessant’anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, si ricorda giustamente l’Olocausto; si ricorda (poco) che il 27 gennaio 1945 l'Armata Rossa liberava Auschwitz dal nazismo pagando con 20 milioni di morti. Quel che resta di una Disunione europea oggi si muove con lacrime e sangue sui confini continentali, dimenticando popoli e Storia.
 Senza tener conto di pericolose accelerazioni belliche, l’attenzione dei media va più alle dichiarazioni di guerra del coccodrillo finanziario George Soros alla valuta cinese che non ai morti di ogni conflitto in atto.  La svolta epocale di Pechino, il passaggio a un modello economico incentrato più sui servizi e i consumi (come in Corea, Taiwan e Giappone) che sugli investimenti, scatena nuovi appetiti. La geopolitica crea a sua volta - e non è un caso - nuove opportunità. Pensiamo alla fine delle sanzioni in Iran, che apre un mercato interessante per tutte le aziende. Nell'ex Paese dello Scià la manodopera locale assicura affari con un tasso di disoccupazione che sfora il 40% nella fascia dei giovani al di sotto dei 35 anni, e la remunerazione totale media annua di un operaio che viaggia attorno ai 3.705 euro e quella del personale impiegatizio a 6.400 euro circa.
Business is business. Le guerre finanziarie servono quanto quelle sul terreno. L'amministrazione Obama ha approvato una massiccia vendita di migliaia di bombe guidate e missili per i nuovi F-16 dell’Iraq per due miliardi di dollari. Ed è di ieri la notizia che ”la Russia rappresenta la principale minaccia per la sicurezza in Europa, ciò richiede un nuovo dispiegamento militare nel Vecchio Continente, indebolito dopo la fine della guerra fredda”. È questa la conclusione dell’United States European Command o Eucom in un nuovo rapporto sulla nuova strategia delle forze Usa nel Vecchio Continente. Soltanto quattro anni fa, Eucom - scrive l’analista militare Franco Iacch - era considerato una reliquia della guerra fredda. Oggi, invece, il comando con sede a Stuttgart, in Germania, ritorna prepotentemente in primo piano. Nonostante le richieste, il Pentagono potrebbe decidere di non potenziare la presenza in Europa, preferendo la turnazione costante di truppe statunitensi. Insomma, la conferma di quanto detto giorni fa dal Think Tank Stratfor: l’Europa è ormai ”inaffidabile”. Resta da chiedersi chi l’ha portata a questo punto.

mercoledì 20 gennaio 2016

Quella Ue "inaffidabile e imprevedibile"

di Raffaella Vitulano

Attaccare le banche per colpire l’Italia? Di certo le banche sono cruciali per un sistema paese ed attaccarle significa metterne alle corde le fondamenta. C’è chi oggi ricorda il caso SocGen in Francia. E c’è poi chi ricorda che Gheddafi fu attaccato ed ucciso dai francesi  anche perché avrebbe salvato l’unica banca sistemica italiana finita nel caos subprime per colpa delle sue partecipate austriache e tedesche, Unicredit (Gheddafi era infatti diventato il primo azionista di Piazza Cordusio). Ma torniamo a noi. Oggi la crisi della banche potrebbe sì colpire  i depositanti presso banche non solide, ma potrebbe anche spingerci ad attuare quanto vorrebbe farci fare la Germania:  una imposta patrimoniale per il “privilegio” di rimanere nell’euro a fare gli interessi di Berlino. Il rischio sarebbe elevato, visto che del take-over delle non molte banche tuttora italiane scrive già ampiamente Wall Street Italia. Per l’economista Giulio Sapelli si sta replicando il modello tedesco già adottato nella situazione greco-cipriota. L’Europa, su spinta tedesca, dice no alla Bad bank perché vuole costringere l’Italia ad utilizzare il Fondo salva Stati, ma solo per legare il nostro Paese ai vincoli e al controllo della Troika, come si può evincere anche da una recente intervista di uno dei saggi del governo tedesco. Fondi e trust stranieri aleggiano già come avvoltoi, pronti a comprare le nostre banche e gli immobili connessi al loro eventuale fallimento a meno di 1 euro per azione. Bisogna augurarsi che il Tesoro italiano, come avvenuto nell’ottobre del 2008 negli Stati Uniti e nel Regno Unito, possa comprare le azioni a 1 euro l’una da un probabile fallimento? Anche perché Reuters riporta di un documento in cui Germania e Gran Bretagna lanciano a loro volta l’allarme sugli effetti “potenzialmente gravi e indesiderabili”, che si dovessero verificare applicando alle loro piccole banche, che operano sul territorio, le stringenti regole europee adatte agli istituti finanziari più grandi. Chiedono dunque flessibilità nell’applicazione delle regole, quella stessa che le istituzioni europee non hanno concesso all’Italia, impedendo la ricapitalizzazione da parte del Fondo interbancario di garanzia.
Il contesto è caotico. La frenata dell’economia globale, le sanzioni commerciali alla Russia, il ridimensionamento dell’espansione cinese, il crollo del petrolio e l’imminente aumento dei tassi da parte della Fed sono fattori che rischiano di sbriciolare il castello di sabbia dell’eurozona, con buona pace dei battibecchi tra Renzi e Juncker. La rigidità del sistema monetario europeo aumenterà la svalutazione del lavoro per tentare di esportare di più sacrificando la domanda interna, fattore che porterà al persistere della deflazione e di un alto tasso di disoccupazione, all’aumento delle tasse e al taglio della spesa, fattori che deprimeranno ulteriormente il pil facendo aumentare il conseguente rapporto percentuale con i debiti sovrani coi fondi salva Stati, il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) e il Fiscal Compact. Il politologo statunitense, fondatore e Ceo di Stratfor (organizzazione conosciuta come la Cia ombra), George Friedman, ritiene ormai che l'Unione europea stia fallendo nel prendere decisioni e che tali errori si manifestino nei "tentativi falliti" dei politici europei di risolvere la crisi dei migranti. Sulla base di questa valutazione, Friedman prevede che l'Ue non crollerà, ma la sua "inutilità" diventerà sempre più evidente. Le tensioni e le differenze tra i paesi dell'Ue si riflettono anche nella Nato e, in questo senso, per gli Stati Uniti  i  partner europei sono sempre "meno affidabili e prevedibili". Fatto che ”crea problemi per Washington, sia in Medio Oriente che nelle relazioni con la Russia”. I tecnocrati statunitensi virano verso un regime neo-mercantilista. I Trattati Tpp e il Ttip metteranno gli Usa al centro di una zona di libero scambio che coprirà due terzi della produzione mondiale. Ma per i neoliberalcon non è abbastanza. Secondo quanto riportato dal Financial Times, la Commissione europea proporrà a marzo una bozza di cambiamento radicale che stravolgerà per sempre la politica europea sull'asilo, consegnando l'onere maggiore ai paesi più ricchi dell'Europa settentrionale. Una vittoria italiana che tuttavia non deve farci distrarre dal fatto che potenze sulla carta alleate ed amiche dell’Europa, ma di fatto portatrici di interessi opposti ai suoi, le stanno scaricando  i costi delle loro guerre, manovrando i flussi migratori per mettere alle strette le classi dirigenti continentali e suggerendoci logiche geopolitiche che condizionano le nostre agende decisionali.

venerdì 8 gennaio 2016

2016, fuoco alle polveri (delle previsioni) mondiali

 di Raffaella Vitulano

Inizio anno, fuoco alle polveri di oracoli e di previsioni mondiali. Alcuni editorialisti del Financial Times vaticinano che Angela Merkel non sarà più cancelliere della Germania nel 2016 a causa della crisi migratoria, mentre i prezzi del petrolio saranno superiori ai 50 dollari. Assad resterà il presidente della Siria. E ancora, Hillary Clinton vincerà le elezioni presidenziali degli Stati Uniti, anche se "il suo mandato sarà polarizzato"; il Regno Unito deciderà di rimanere nell'Unione europea nel referendum previsto per il 2016 e il prossimo anno, probabilmente, sarà ”il più instabile per la valuta cinese”. Sulla stessa testata si esercita con virtuosismi anche Wolfgang Münchau, che nel suo editoriale di inizio anno (dall’eloquente titolo “La molteplicità delle crisi in Europa non è casuale“) sostiene che le tante contraddizioni e crisi che attraversano l’Europa sono tutte frutto della stessa causa: la disfunzionalità della costruzione europea. Bella scoperta. Il grosso errore di fondo, per l’autore, è ovviamente la moneta unica. E qui l’analista ci va giù duro: piuttosto che aspettare che le tensioni crescano proseguendo per inerzia sulla vecchia strada, speriamo in una rottura ben gestita dell’intera impalcatura. In Germania, del resto, una catena di supermercati ha deciso di fare breccia nel cuore dei nostalgici, e questo mese accetterà il vecchio marco. Le vecchie monete raramente riescono ad avere una seconda vita, e se lo fanno in genere è grazie alle forze politiche. La volontà di guardarsi dentro regna ormai sovrana a Berlino e dintorni, dove gli appelli pro e contro l’apertura delle frontiere soffiano ormai su porte girevoli . Chi invece in questo inizio anno ha guardato altrove sono stati Dolce e Gabbana, che hanno creato una collezione fashion dedicata a donne col velo. Così il business travestito da "terzomondismo islamicamente corretto” - che poi parla più agli emiri, amici dell’Occidente, invece che ai proletari musulmani - va di pari a passo con quella teologia tutta riformistica che preconizza un illuminismo islamico sempre più lontano dalla Tradizione. Occhialoni e chador per donne di classe, mentre gli uomini giocano a scacchi col pianeta. Regine, Re ed Emiri muovono le pedine europee, che ormai dalla crisi petrolifera del 1973 pianificano con i paesi della Lega Araba la fusione delle due sponde del Mediterraneo nell’agglomerato denominato "Eurabia" (espressione tanto piaciuta alla Fallaci). Un progetto perseguito con coerenza - soprattutto dai francesi - attraverso il cosiddetto "Dialogo euroarabo". Mai come quest’anno il Mediterraneo sarà da tenere d’occhio. La sfida dell' Arabia Saudita allo shale oil americano, uno dei fattori che hanno portato al crollo del greggio, potrebbe avere come conseguenza anche la caduta di uno dei pilastri dell' economia mondiale, i petrodollari. Lo scenario da incubo, preconizzato dagli strateghi della geopolitica americani, sembra diventare realtà: l’indipendenza economica straniera dal controllo degli Stati Uniti.
Ciò creerà inevitabili nuove tensioni. Paul Craig Roberts, ex assistente segretario del Tesoro Usa ed Editore Associato del Wall Street Journal, ricorda come Il collasso dell’Unione Sovietica nel 1991 abbia dato vita ad una pericolosa ideologia statunitense chiamata neoconservatorismo, i cui teorici hanno da anni intrapreso il loro piano di egemonia sul mondo . Anche Michael Jabara Carley, professore di storia all’Università di Montréal, fa risalire l’espansione della Nato da quell’anno. E oggi si riparla ormai apertamente di nuova Guerra Fredda tra Usa e Russia. Su Zero Hedge, Alastair Crooke, diplomatico britannico, ribadisce come gli Usa non intendano riconoscere alla Russia alcun ruolo geopolitico diverso da quello di vassallo. E di contro, i governi russo e cinese stanno investendo in economie di prossimità, in termini che cementino l’integrazione economica euroasiatica, sulla base del petrolio russo, delle esportazioni erariali e del finanziamento cinese. L’Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib) minaccia di sostituirsi ai programmi dell’Fmi e della Banca Mondiale che favoriscono i venditori, le banche e i possessori di bond degli Stati Uniti (con gli Stati Uniti che detengono potere di veto unico). La Nuova Guerra Fredda dell’America con la Russia sta dunque creando una reazione che sta lacerando gli equilibri posti in essere a partire dal sistema di Bretton Woods post-1945. Se e quando si assisterà alla rottura, questa non sarà marginale, ma rappresenterà uno spostamento sismico dal punto di vista della geopolitica. Il 2016 potrebbe essere l’anno tellurico.