Translate

martedì 22 marzo 2016

Non é il tempo delle colombe

 di Raffaella Vitulano

Se c’è un giornalista che non ha proprio remore a dire la sua è Fulvio Scaglione, vice-direttore di Famiglia Cristiana: “La politica prevede per natura una certa dose di ipocrisia, ma qui siamo oltre. Siamo al solito ritornello per cui i Paesi occidentali, quando proprio va male, compiono ’errori’. Il che implica una derubricazione inaccettabile: bombardi un Paese, lo fai a pezzi com’è successo in Libia, ed è un ’errore’? T’inventi una guerra e scateni un massacro di civili come in Iraq e poi chiedi scusa? Se questo non è spirito coloniale, che cos’è?”. Da anni, insomma, lasciamo che dei ” pasticcioni facciano altri disastri sulla soglia di casa nostra”spingendoci all’intervento, e così ”ci esponiamo a ritorsioni terroristiche”. Ecco perché, a detta di Scaglione, ”l’Unione Europea propriamente detta è finita. È rimasta una struttura finanziaria che si occupa di inflazione e tassi d’interesse”. Tranchant. Oggi l’Europa si trova sotto attacco del terrorismo salafita e i cittadini europei si trovano nella stessa situazione in cui da anni si trovano i cittadini siriani a Damasco o ad Aleppo. E come molti altri in Medioriente. Nel caos più totale, in contemporanea assistiamo silenziosi ai frenetici preparativi di guerra nell’Asia sud orientale con grande stoccaggio di armi ed equipaggiamenti Usa nei paesi dell’area. Un tipo di attività che per molti analisti è preludio certo alla Terza Guerra Mondiale planetaria. Il terrore - lo sappiamo - serve a lubrificare guerre di conquista, depredare risorse e alimentare business di armi e droga a vantaggio di potenti che spesso si dichiarano colpiti dal terrorismo. Ma noi crediamo ancora nei nostri valori di pace, esitiamo. Andiamo scossi. E il premier Renzi scatta in piedi: ”Non è il tempo delle colombe”. Lontano dalla retorica, qualcuno non esita a definire quanto sta accadendo nella Ue come una strategia della tensione a livello europeo, che utilizza per alcuni episodi (false flags) una buona disponibilità di mano d’opera: terroristi già addestrati dai servizi occidentali, che operano o hanno operato in Siria, molti dei quali provenivano da paesi europei, stravolti e sottomessi al dominio ideologico.
I talk ripetono che l'Europa è in guerra. Ma dimenticano che le potenze europee sono già in guerra da anni, per quello spirito coloniale cui si riferiva Scaglione: si pensi all’accordo di spartizione del Medioriente firmato dai diplomatici Sir Mark Sykes e George Picot nel 1916 in Europa, inglese il primo, francese il secondo. E si pensi oggi ad Afghanistan, Iraq, Libia. Qui in Europa la guerra all'Isis sancita da Washington si fa un po' a spanne, in ordine sparso, ma ci siamo da tempo. Interi popoli furono tranciati, divisi, resi mutanti dalle assurde frontiere che Parigi e Londra tracciarono nei deserti mediorientali per spartirsi le risorse. E oggi come allora sono i ricchi trafficanti di odio ad alimentare le guerre; però a morire in tutto il mondo sono lavoratori, studenti, gente comune e innocente.
L’Europa è ormai schizofrenica e premia piuttosto sei miliardi il governo di Ankara, sempre più illiberale, aggressivo e autoritario. In Turchia il gruppo editoriale Feza e l’agenzia di stampa Gihan sono state commissariate; l’ex alleato Fethullah Gulen è accusato di terrorismo, violazione della Costituzione e truffa aggravata; importanti generali sono stati processati per un fantomatico colpo di Stato mai provato; la polizia fa irruzione nelle redazioni e butta in galera giornalisti che fanno il loro mestiere, mentre un’altra si ’suicida’ misteriosamente nel bagno dell’aeroporto.
Ma di cosa stiamo parlando? Di pedine. Delle vite dei cittadini, di nessun conto per i veri criminali: i sicari della democrazia; quelli che puntano a mettere fuori gioco esponenti politici, spaventare l’opinione pubblica, isolare partiti considerati ostili, creare restrizioni di ogni tipo alle libertà individuali e/o collettive. Oggi ci si interroga, di nuovo, su chi siano gli attentatori; da dove vengono e come fanno a colpire indisturbati. Prima di rispondere, riflettiamo sulle colonne di autocisterne dell’Isis che hanno riempito i forzieri di Erdogan, dai quali sono usciti i soldi per comprare armi ai ’ribelli’; ricordiamoci i cortei di pick-up Toyota nuovi di pacca in arrivo dal Qatar; rievochiamo i serpenti di camion giordani, turchi e sauditi zeppi di miliziani e di denaro per mercenari, nonché le armi in arrivo a Raqqa o Mosul. E di fronte al terrorismo molecolare cerchiamo di capire che cosa  può fare la differenza tra vita e morte.

giovedì 3 marzo 2016

L'Italia, stretta tra dighe e sabbie mobili

di Raffaella Vitulano

Disorientata, lacerata. Eppure la Disunione europea resta fondamentale nella scacchiera mondiale. L'Italia, nello specifico, rischia poi di assurgere a fulcro della contesa tra blocchi geopolitici nonché della tenuta dell'unione monetaria. Il caotico contesto alimenta il multipolarismo che si articola su veri e propri fronti di guerra, alleanze ed accordi commerciali. Filo conduttore poco dichiarato, che sembra riportare il tutto a un certo quadro di coerenza, la strategia americana di contrasto alla formazione di un asse eurasiatico. Di smentita in smentita è ormai noto che sul territorio libico sono presenti unità d'élite di Francia, Inghilterra, Stati Uniti. Adesso anche quelle italiane. Di fatto una guerra per procura, alimentata dal disimpegno militare americano nel Nord Africa al fine di evitare nuovi impantanamenti nelle sabbie (mobili) libiche dopo quelle dell’Iraq e dell’Afghanistan. Un centro studi vicino al ministero della difesa spiega che al contingente italiano toccherebbe proteggere infrastrutture strategiche tra cui l’impianto di gas di Mellitah, a 100 chilometri a Ovest della capitale e gli italiani potrebbero essere obiettivi di ”cecchini, autobombe, attentatori suicidi, Ied (ordigni esplosivi improvvisati) e sommosse popolari". La morte di due tecnici italiani - sequestrati lo scorso luglio - durante un raid delle milizie armate libiche a Sabratha la dice lunga sul clima di questi giorni. E non rende più sereni sapere che Washington ha inviato oltre 5.000 tonnellate di munizioni in Germania, la più grande quantità in 10 anni per ”consentire alla Nato di difendere i suoi alleati”. Il Mediterraneo si fa incandescente. Anche l’Iraq, dove Trevi, specializzata in fondazioni speciali e consolidamento dei terreni, ha firmato - aggiudicandosi la commessa come unico concorrente - il contratto per la manutenzione e messa in sicurezza della Diga di Mosul per un valore complessivo di 273 milioni di Euro. I piani per schierare truppe italiane presso la Diga di Mosul erano da tempo stati annunciati da Obama che già nel dicembre scorso aveva così “forzato” Renzi a rendere noti i preparativi dell’operazione che vedrà circa 500 militari italiani proteggere i cantieri dell’azienda romagnola. Per superare i dubbi del premier, l’ambasciata americana in una nota pubblicata sul suo sito valutava come in caso di rottura il numero di vittime stimato sarebbe tra 500 mila e 1,5 milioni di iracheni che vivono lungo il fiume Tigri. Allarmismi smentiti dal governo iracheno e dallo stesso direttore della diga, ma che hanno avuto l’effetto desiderato di una sferzata.
Che l’Italia laggiù non si limiterà a fare la guardia ad una diga lo spiega l’invio degli elicotteri da attacco Mangusta, che l’Esercito continua a definire da “esplorazione e scorta” in ossequio alla terminologia politicamente corretta imposta dalle “missioni di pace”(in prima linea), ma che in realtà serviranno a garantire un appoggio ai bersaglieri che verranno dislocati ad una decina di chilometri dal fronte che contrappone le truppe curde e le milizie dello Stato Islamico dell’Isis. La commessa è impegnativa, ma Analisi Difesa si chiede senza giri di parole ”perché a proteggere un cantiere che ospiterà 450 tecnici e maestranze debba venire schierato un battaglione di fanteria invece di contractors e guardie locali”. La risposta, il direttore Gianandrea Gaiani già la sa: ”L’arrivo di forze italiane da combattimento sembra rispondere alle reiterate pressioni di Washington che vorrebbe vedere Roma e gli altri alleati europei maggiormente coinvolti, anche ’boots on the ground’, nelle operazioni contro l’Isis, in Iraq come in Siria e i Libia”.
Facciamocene una ragione. E’ guerra. E business is business, e chi se ne importa delle infiltrazioni economiche e finanziarie del terrorismo che denunciava due giorni fa lo stesso ministro dell’Economia, Padoan. L’area di crisi disegnata con accuratezza oltre venti anni fa da Zbigniew Brezinski nel suo saggio “La grande scacchiera” ricorda sempre più sul territorio la faglia di guerra della seconda guerra mondiale, dal Mar Nero al mar Egeo, dai confini balcanici ai deserti. La differenza in questi anni la fa la tecnologia. Nella guerra sul campo, certo, ma anche in quella dei media. L’attuale distorsione informativa non riesce a far riconoscere alle opinioni pubbliche europee le parti in causa dello scontro. In pratica, siamo passati dalla terza guerra mondiale a pezzi ad una vera e propria terza guerra mondiale. Ma noi continuiamo a percepirne ancora parzialmente, purtroppo, la valenza, grazie agli strumenti disinformativi. E in Italia continuiamo a circoscriverne gli effetti.