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giovedì 28 aprile 2016

I muscoli yankee traslocano in Borsa

di Raffaella Vitulano

La chiamano guerra ”ibrida”: una strategia militare che riunisce guerra convenzionale, guerra irregolare compreso l’uso di armi di distruzione di massa, nonché guerra informatica e mediatica. Nel conflitto internazionale in atto negli ultimi anni ha assunto tuttavia notevole importanza la “guerra ibrida” economico - finanziaria, che solo chi non vuol capire si ostina a considerare come difficile fase congiunturale che prima o poi passerà stringendoci tutti insieme in un coro di retorica. L’Europa sembra assente nell’eterna sfida tra Washington e Mosca. L’ibrido é trendy, fluido, anarchico esercizio filosofico-intellettuale avvolto da una nebbia in realtà ben dosata. Multiforme, asimmetrico, flessibile, reversibile. Indefinito, spesso urbano. Anticonformista al servizio del conformismo di potenti élites economiche. La minaccia ibrida è un trend maledettamente contemporaneo, caratterizzato però da seppiate striature vintage, la cui anima ibrida è semplicemente un déjà-vu che veste abiti confacenti al presente. La storia si ripete, insomma. Basta leggerla con attenzione, ricordando i vincoli atlantici prima di esultare, ad esempio, per la possibilità di accordi commerciali. Partiamo dall’Iran. Fin dal momento dell’ “implementazione”dell’accordo sul nucleare, i funzionari del Tesoro Usa avvertirono le banche europee che le sanzioni commerciali Usa all’Iran sarebbero rimaste in vigore, pena multa di miliardi di dollari. Poi, i vincoli con la Cina, dove é in corso la guerra ibrida del Tesoro Usa contro ogni potenziale antagonista dell’egemonia politica e finanziaria americana, proprio mentre la Nato rischia di dover affrontare una guerra convenzionale da parte degli alleati della Russia. Pechino reagisce, mentre gli Usa provano ad estendere la loro influenza, rivendicando potere di intervento giuridico sulla Banca Centrale cinese e inserendo in una blacklist le maggiori compagnie di telecomunicazioni cinesi, proibendo così alle aziende statunitensi di fare affari - ad esempio - con l’azienda cinese Zte. Guerra ibrida perfino con la storica alleata Arabia Saudita: di recente gli Usa hanno minacciato il principe di conseguenze negative, nel caso in cui non avesse fatto dietrofront rispetto alla proposta del congelamento dei prezzi del petrolio”che avrebbe “ostacolato l’obiettivo degli Stati Uniti di far andare in default la Russia attraverso una guerra combattuta su quel terreno”. Ma l’ordine mondiale cambierebbe all’istante se i sauditi decidessero di ricorrere all’opzione nucleare, e allearsi con la Russia. Gli scudi finanziari vanno ormai di pari passo con quelli bellici. Per questo non dobbiamo abbassare la guardia di fronte al fatto che Russia e Stati Uniti pare stiano giungendo ad una sorta di “grande accordo” sulla Siria (e forse sull’Ucraina), che implica probabilmente il ritiro delle sanzioni alla Russia da metà 2016, perché comunque Washington manterrà le proprie ( o addirittura ne aggiungerà altre). Mosca non si illude, come Teheran e Pechino. Washington resta convinta che il suo potere derivi da una forza militare senza eguali e da ogni cosa che espanda l’estensione dei mercati Usa ( come il Ttip per esempio). Washington teme solo architetture finanziarie rivali, e chi se non Londra poteva darle più fastidio minacciando la Brexit e flirtando con Pechino in un’apertura non concordata con la Casa Bianca? Ed ecco arrivare i Panama Papers, in cui compare anche Cameron. E poi la Libia, la cui produzione di idrocarburi è crollata dai 2 milioni di barili al giorno che rappresentano il suo potenziale, a mezzo milione. Il 70% proviene da pozzi gestiti dall'Eni, soprattutto offshore, protetti dalla Marina italiana, mentre i francesi, presenti con Total, sono in difficoltà. E’ ormai guerra tra multinazionali, quelle che davvero governano il mondo. Il Guardian riporta documenti che dimostrano come la multinazionale Chevron abbia fatto pressioni all'Ue per garantire agli investitori stranieri “il diritto legale di impugnare” le decisioni dei governi nell'accordo commerciale Usa-Ue (Ttip) il cui famigerato meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitori e stato, la clausola ISDS, darebbe alle multinazionali un potere enorme. L'atteggiamento di Chevron a Bruxelles conferma tutte queste ipotesi. Di fonte alla crescita delle guerre finanziarie, eserciti e guerre convenzionali perdono valore e restituiscono al mercato delle armi un ruolo ancora più sotterraneo, giocato sul fronte dei contractors e del mercato privato. Lo prova un articolo dell’influente analista geopolitico George Friedman, che qualche giorno fa ha scritto che gli Usa non possono più sopperire all’inadeguatezza militare dell’Unione Europea e la Nato andrebbe sciolta. I muscoli yankee traslocano in Borsa.

martedì 12 aprile 2016

Le multinazionali privatizzano la guerra

di Raffaella Vitulano

Oxfam, organizzazione internazionale con sede a Oxford, denuncia che le 62 persone più ricche del mondo possiedono la metà della ricchezza globale. Senza alcun imbarazzo Warren Buffett, uno dei più ricchi mega-miliardari, ha dichiarato che l’aliquota fiscale del suo segretario è più alta della propria. Di fatto, oggi è il denaro stesso che diventa elettorato. Il denaro è usato per comprare il controllo politico, e questo distrugge la democrazia rappresentativa e i governi. Pensiamo a miliardari come George Soros o i fratelli Koch, che già usano le loro ricchezze per controllare il governo statunitense nel proprio interesse mediante lobbies. O a Donald Trump. Money: il denaro compra tutto, ad Ovest come ad Est, alla base del rinnovato flirt tra Vienna e Mosca. L’Austria è partner storico della Russia da almeno cinquant’anni e il principale settore di collaborazione è quello energetico (detiene il 10% del gasdotto NorthStream 2 e il 25% dei giacimenti di Urengoy). L’Austria, uno dei sei Stati dell’Unione Europea che non fanno parte anche dell’Alleanza Atlantica, sta procedendo nella realizzazione di un immenso impianto sotterraneo di stoccaggio di gas russo che la farà diventare il secondo hub gasifero d’Europa e guarda all’instabilità dell’Ucraina come ostacolo al progetto e alle forniture nei quadranti centrali e orientali. Il pretesto con cui Washington, per i propri fini geopolitici, è riuscita a bloccare i rapporti commerciali e ad inasprire la tensione nell’est Europa appare ben chiaro a Vienna, che insiste così nel sostenere l’assunto che i flussi non abbiano nulla a che fare con la Siria, ma provengano dall’Africa continentale. La linea di accoglienza basata sull’asilo politico sarebbe dunque insostenibile. E se Washington provoca accendendo focolai di guerra a tutela delle proprie aziende, Vienna non intende restare in finestra. Nella totale indifferenza umanitaria, staremmo dunque assistendo a livello geopolitico alla privatizzazione della guerra per mezzo delle multinazionali Usa: a rivelarlo, l’ex colonnello del Pentagono Larry Wilkerson, già direttore esecutivo dell’ex segretario di Stato generale Colin Powell durante la presidenza di Baby Bush, che a suo tempo andò alla guerra con il fine di ”fare denaro per la Halliburton”, così come oggi Hillary Clinton pensa ai probabili benefici per la JP Morgan o la ExxonMobil, l’industria del gas e del petrolio o la Lockheed Martin. Wilkerson spiega poi la frattura tra l’impostazione bellicista della Cia ed il Pentagono in Siria, e cita poi numerosi collegamenti ed incroci di proprietà azionarie fra le industrie degli armamenti e le grandi banche come la BlackRock, i collegamenti di altre industrie di armi con la Fondazione Clinton e la Northrop Grumman con la società della figlia di Cheney. Un sistema, insomma, per cui tutto resta in famiglia. Per non parlare poi della multinazionale Philip Morris, che non si limiterebbe a controllare Fiat-Chrysler tramite Marchionne, ma gestirebbe anche le attività più legate all’immagine del gruppo. Philip Morris sarebbe presente da anni non solo nella Ferrari, ma anche nella Juventus, con un proprio uomo nel Consiglio di Amministrazione. Si accomodino, please: tra le misure del governo Renzi ci sarebbe poi anche uno sgravio fiscale a favore della Philip Morris per un tipo di sigaretta senza combustione ritenuta - per ammissione della multinazionale stessa - meno nociva alla salute. Insomma, business is business. E se la propaganda presenta spesso l’arrivo delle multinazionali come un toccasana, occorre distinguere quando la spesa è quasi tutta a carico dello Stato ospitante, o per sgravi fiscali, o addirittura per incentivi diretti. Accordi vantaggiosi, Paesi che abusano del tax ruling, diciamo di compiacenza sull’evasione fiscale. Un sistema che trasferisce in Stati ”amici” la contabilità di profitti realizzati in giro per il mondo. Masse enormi di flussi finanziari nascosti al fisco, miliardi di euro risparmiati in tasse. E allora sbattiamole nei ”Panama Papers”. Eppure, contrariamente alle apparenze, la campagna non avrà l’effetto di limitare le malversazioni finanziarie, ma esattamente l’opposto. Il sistema si contrarrà un po’ di più intorno al Regno Unito, all’Olanda, agli Stati Uniti e a Israele, in modo che soprattutto loro ne abbiamo il controllo. E’ la dottrina di Christina Romer, presidente del Comitato dei consiglieri economici di Obama: piegare i paradisi fiscali non anglosassoni e destabilizzare l’Unione europea fino a quando i capitali rifluiranno di nuovo verso i paradisi fiscali dei paesi succitati. I governi sono ormai schiavi delle multinazionali. I prossimi trattati commerciali ne sanciranno la legalità in qualche cavillo.