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venerdì 24 giugno 2016

Niente Europa, siamo inglesi. La democrazia fa opting out

di Raffaella Vitulano

Li ricordo bene, quegli anni. Si discuteva della necessità di una scelta tra approfondimento e ampliamento della embrionale Unione europea. Sarebbe stato saggio - e non lo dico perché lo sostenevo già allora - andare cauti con i confini di una costruzione già fragile, ma storicamente ed eccezionalmente unica in un panorama mondiale. C’era ancora la possibilità di analizzarne le criticità, in modo da evitare che la solidità delle buone e lodevoli intenzioni venisse sostituita dall’argilla di pressapochiste e ”radical-tilt” élites, crogiolate da sogni di gloria e poco inclini ad ascoltare i popoli europei. All’atto del Trattato di Maastricht, l’allora presidente della Commissione europea Jacques Delors produsse un documento (peraltro redatto con la spinta di un italiano, Carlo Savoini), in cui sosteneva che la firma dell’accordo avrebbe prodotto una crescita nell’ordine del 4-6% in termini reali (corrispondente a una crescita dell’occupazione di circa il 2%). Erano anni di grande ingegno, in cui la politica sociale veniva considerata giusto contrappeso di quella economica. Lo stesso Savoini - di scuola sindacale e che al coordinamento delle politiche economiche dei Trattati attribuiva grandissimo ruolo - non esitò in un’intervista a ribadire che ”il sindacato non deve mai accontentarsi di combattere sui terreno del sociale e trascurare la strategia economica che condiziona il sociale”. Il dialogo sociale di Delors - raccontava Savoini - presentava una novità fondamentale rispetto al dialogo tra le sole istituzioni e le parti sociali. Delors ebbe l'intuizione di aggiungere al dialogo un’altra dimensione: quella di dialogo tra le parti sociali che anticipasse l’Europa contrattuale, la politica contrattuale tra le parti sociali: ”L’Europa delle parti sociali non può essere se non contrattazione tra le parti, per la regolamentazione delle condizioni di vita e di lavoro: la democrazia economica e sociale esige la contrattazione. Delors scopre quel ruolo autonomo delle parti sociali che solo la cultura di uomo nato come intellettuale del sindacato poteva concepire”. Gli sforzi di tessitura sociale del segretario generale della Ces, Emilio Gabaglio, poi, faranno il resto per arrivare negli anni ad un Accordo, il 31 ottobre 1991, che precede formalmente il Protocollo sociale ancora oggi sulla carta nel Trattato di Amsterdam. Certo, ci fu già il solito opting out britannico di John Major, l’autoesclusione di Londra e dintorni dalle politiche sociali, ma il tema venne quantomeno preso in considerazione a livello europeo. Mai come oggi tanta distanza, insomma, ci fu tra Bruxelles e i cittadini europei. Mai fu più assente la democrazia. La caduta del reddito e dell’occupazione, lo smarrimento della Terza Via politica annegata nei listini di borsa, il passaggio dalla tutela sociale a quella dei mercati, la sconcertante cancellazione di valori come la giustizia sociale devono attribuire un significato di portata epocale alla scelta britannica di oggi, discutibile ma legittima. Le responsabilità dello strappo vanno cercate altrove, non in quella democrazia diretta che alcuni addirittura ormai chiamano ”circonvenzione d’incapace” degli elettori. Se é vero infatti che democrazia è delega delle scelte e delle decisioni del popolo ai suoi rappresentanti, il politologo italiano Giovanni Sartori ricorda che democrazia significa anche diritto del popolo a fare scelte sbagliate, purché se ne assuma le responsabilità. Per Sartori i possibili errori non possono essere evitati se il popolo cede alle élite il diritto di scegliere per se stesso, anche perché esse deciderebbero sulla base degli interessi che rappresentano. Rispetto a trent’anni fa, il processo di integrazione (o meglio di disintegrazione) oggi avviene invece tramite un processo caratterizzato da un persistente ”deficit democratico”, che ha condotto ad ignorare o ad aggirare la volontà dei popoli, ogni volta che si è opposta ai loro disegni. Pensiamo solo a quando la Troika costrinse Atene a rinnegare l’esito schiacciante di un referendum. Un rapporto della Banca di Grecia ci informa che il sistema sanitario ellenico è al collasso. Sono tasselli che, banalmente liquidati come populisti, incidono eccome sulla percezione della gente, e che proprio gli europeisti non dovrebbero sottovalutare. Le responsabilità della Brexit e dell’instabilità sociale stanno piuttosto oggi nell’arroganza del duo Merkel-Schauble e in quella di quanti si ostinano a non ascoltare il profondo disagio di quanti invece un tempo venivano considerati a Bruxelles soggetti di diritti, prima che di doveri. Altro che Europa equa e solidale. Basterà ora l’accelerazione tanto invocata verso gli Stati Uniti d’Europa a frenare le mire di Berlino? Una ricerca di cui dà conto Der Spiegel, basata su un’indagine a campione che segue da anni i cambiamenti nell’elettorato medio tedesco, sottolinea il potenziale eversivo presente nella società tedesca: il dodici per cento pensa che la Germania sia naturalmente superiore agli altri popoli; un quarto della generazione sotto i trent’anni è ostile agli stranieri; un cittadino su dieci si augura l’avvento di un Führer che governi con il pugno di ferro. Urge un contrappeso democratico ai piani egemoni a guida tedesca, con interventi anche anticiclici e pro sviluppo. Negare la rilevanza del messaggio inviato dagli inglesi o i messaggi delle piazze di Parigi, come hanno finora fatto le autorità di Bruxelles e di Francoforte, condurrà solo alla catastrofe.

giovedì 16 giugno 2016

La camicia di forza dorata imposta ai governi

di Raffaella Vitulano

Del Trilemma di Rodrik abbiamo parlato qualche settimana fa in un numero speciale dedicato alla finanza. E di sicuro ne sentiremo parlare appena ci sarà la rivelazione di tutte le clausole del Ttip. Rodrik (Dani per gli amici) è un economista turco che ha fatto un sacco di cose e vinto un sacco di premi. Ed é uno che ci ha ricordato, dal 2011, che ogni volta che apriamo su qualcosa ci tocca mollare su qualcos’altro. In pratica, il suo trilemma afferma che globalizzazione, sovranità nazionale e democrazia possono essere scelti solo a coppie di due e spiega come lo squilibrio a vantaggio dei secondi tra il potere nazionale dei Governi e la natura globale dei mercati rappresenti il ventre molle della globalizzazione. Il trilemma politico di fondo dell´economia mondiale, applicato a quell'esempio di sistema economico regionale che è l'Unione europea, spiega al meglio le diverse alternative che si presentano oggi ai cittadini europei, ai politici, alle forze sociali. Anche nell'Ue stati nazionali, democrazia politica e mercato unico imperniato sull'euro, non possono essere perseguiti tutti e tre allo stesso tempo, ma solo a coppie. E così nel mondo. Rodrik chiama ”regola aurea” il meccanismo secondo il quale, per sopravvivere, i governi nazionali dovrebbero perseguire solo politiche adatte ad attrarre capitali e a godere della fiducia dei mercati, e dunque gli ambiti delle scelte democratiche sarebbero limitati. Un concetto analogo alla ”camicia di forza dorata” descritta dal giornalista Tom Friedman, quello strano indumento a taglia unica e non confortevole - unico modello in vendita in questo periodo storico - imposto dal ”branco dell’elettronica” (esperti di finanza e speculatori globali) ai governi, che “fa crescere l’economia e ritirare la politica”. E la camicia di forza dorata assume ancora maggior consistenza nelle maglie del Ttip e nelle sue famigerate clausole Isds, grazie alle quali le multinazionali potranno citare in giudizio quei governi nazionali che con la propria legislazione ostacoleranno i loro profitti. Ed ecco che la questione che si pone é se effettivamente oggi le comunità statali esistenti siano o meno governate in nome del costituzionalismo, cioè dei diritti fondamentali a epicentro ”lavoristico-umanistico” oppure dall'internazionalismo dei mercati, a discapito della democrazia. La risposta é sotto gli occhi di tutti. Per Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo polacco padre della ”società liquida”, non c’é alternativa alla globalizzazione e ai mercati; There is no alternative (frase ormai nota nell’acronimo ”Tina”). Ma  Rodrik non la pensa affatto così. E neppure Sergio Cesaratto, professore ordinario di economia politica Università di Siena : ”L’illusione europeista cade perché l’europeismo è un ideale di influenti e spesso interessate élite liberali, liberal-socialiste e radicali che credono siano i vantaggi economici dei liberi mercati a creare la solidarietà politica, o di sprovvedute e utopistiche frange di sinistra”. Il trilemma nasceva, nell’impianto originario di Rodrik, dal fatto che solo due delle tre gambe degli accordi di Bretton Woods potessero essere compatibili tra loro. Dati tre pilastri ( tassi di cambio fissi; autonomia della politica monetaria nazionale per ogni paese; mobilità dei capitali finanziari) bisognava catturare solo due delle tre opzioni. Tuttavia Bretton Woods, quando fu lasciata libertà di movimento ai capitali, si rivelò insostenibile. Negli anni ’90 fu rimpiazzata da un più ambizioso programma di liberalizzazione e integrazione economica che andava a interferire con le politiche nazionali, il Washington Consensus, i cui risultati furono una serie di delusioni. Una mutazione essenziale, ma non naturale: piuttosto un’astuzia intenzionale ed esplicitamente ricercata. Tra gli Stati Nazione occidentali ed i “mercati” si apre così un fossato incolmabile. L’Europa di oggi, che tenta maldestramente di conciliare iperglobalizzazione e singoli interessi nazionali, ha già di fatto rinunciato alla democrazia. Per Rodrik, tuttavia, mercati e governi sono complementari, non alternativi. Se vogliamo più e migliori mercati, dobbiamo avere più e migliore governance. Il mercato funziona meglio non quando lo Stato è più debole, ma quando lo Stato è forte; la democrazia e la determinazione nazionale devono prevalere sull´iperglobalizzazione. ”Le democrazie hanno il diritto di proteggere i loro sistemi sociali, e quando questo diritto entra in conflitto con le esigenze dell´economia globale, è quest´ultima che deve cedere. Restituire potere alle democrazie nazionali garantirebbe basi più solide per l´economia mondiale, e qui sta il paradosso estremo della globalizzazione”. Non ci serve una globalizzazione estrema, ci serve una globalizzazione intelligente. Un auspicio. Ma Rodrik dal suo sito appare oggi, cinque anni dopo il lancio del suo Trilemma, alquanto sconfortato: ”Devo ammettere che mi sono sbagliato. Il modo in cui la Germania e Angela Merkel, in particolare, ha reagito alla crisi  in Grecia e in altri paesi indebitati ha sepolto ogni possibilità di un'Europa democratica.”

lunedì 13 giugno 2016

La fame nel mondo? Un'arma di guerra

di Raffaella Vitulano


L'Arabia Saudita è il paese con il più alto tasso di importazione di armi in tutto il mondo, con l'acquisto nel 2015 di armi per un costo di 9,3 miliardi di dollari: lo rivelava ieri l'ultimo rapporto annuale dell'Istituto di consulenza statunitense IHS. Il volume degli affari nel mercato della difesa globale ha segnato il più grande incremento annuo registrato negli ultimi dieci anni, per un giro d’affari complessivo di oltre 1750 miliardi di dollari all’anno. D'altra parte, nella lista dei paesi esportatori di armi, gli Stati Uniti detengono ancora lo scettro, con 23 miliardi in armi vendute nel 2015, di cui 8,8 miliardi sono andati al Medio Oriente. Dati dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), evidenziano come il 10% di questa spesa potrebbe coprire i costi degli obiettivi globali finalizzati a mettere fine alla povertà e alla fame entro il 2030. Ma su questo punto sembra esserci un vero paradosso, sottolineato sempre ieri da Papa Francesco nel suo intervento all'Assemblea del Programma alimentare mondiale: ”Mentre gli aiuti e i piani di sviluppo sono ostacolati da intricate e incomprensibili decisioni politiche, da forvianti visioni ideologiche o da insormontabili barriere doganali, le armi no; non importa la loro provenienza, esse circolano con una spavalda e quasi assoluta libertà in tante parti del mondo. E in questo modo, a nutrirsi sono le guerre e non le persone”. Non solo: ”In alcuni casi, la fame stessa viene usata come arma di guerra”. Da tempo, del resto, il Papa mette sotto accusa le guerre e le minacce di conflitti. Trafficanti d'armi sarebbero ” poi dietro gli attentati di Bruxelles” come in altri. E di ” potenti che non vogliono la pace perché vivono delle guerre attraverso l’industria delle armi”parla senza mezze misure in una coraggiosa denuncia il Pontefice.  Stragi ”inutili” in tutto il mondo dunque, alimentate da ipocriti potenti: Francesco da anni insiste su due concetti fondamentali e interconnessi: il commercio delle armi e le migrazioni forzate. Inutile soffermarsi sulle seconde quando non si ha il coraggio di denunciare il primo, individuando le responsabilità specifiche di governi ed istituzioni. Inutile piangere vittime quando non si cerca di comprendere una geopolitica ormai impazzita: “Il fenomeno delle migrazioni forzate è strettamente legato ai conflitti e alle guerre, e dunque anche al problema della proliferazione delle armi”. Ci vuole coraggio, insomma, come quello del senatore repubblicano Rand Paul e del democratico Chris Murphy, che insieme hanno presentato una proposta di modifica del bilancio della difesa del paese per il 2017, che impedisce la vendita di armi e bombe di produzione degli Stati Uniti all'Arabia Saudita. In dichiarazioni fatte al Senato, Murphy ha anche considerato che Washington è coinvolto in attacchi contro scuole e ospedali nello Yemen. A questo proposito, ha citato diversi rapporti che confermano come l'Arabia Saudita ha bombardato Yemen con bombe a grappolo di fabbricazione Usa. Ma il mondo é cieco. Svezia e Stati Uniti hanno intanto raggiunto un’intesa, non vincolante, sulla nuova collaborazione militare a protezione della nazione del nord Europa.. Secondo un rapporto pubblicato il 6 giugno dalla testata economica tedesca Deutsche Wirtschafts Nachrichten, (Dwn), anche il governo tedesco si starebbe preparando ad una guerra contro la Russia, ed avrebbe già una bozza di rapporto delle forze armate che dichiarerebbe la Russia una nazione nemica. In un precedente articolo datato 17 febbraio, Dwn aveva riferito che la cancelliera tedesca "svilupperà una nuova dottrina militare", dichiarando "l'annessione' della Crimea da parte della Russia alla base di un'azione militare contro Mosca”. Eric Zuess, storico statunitense, evidenzia come però non vi sia menzione negli articoli del Dwn, né in qualsiasi altro media occidentale, della dichiarazione del capo della società Americana Stratfor , una sorta di ’Cia privata’, che rivolgendosi ad un pubblico di lingua russa affermava che il rovesciamento del Governo Ucraino nel febbraio 2014 fu "il colpo di Stato più eclatante della storia". Il motivo per cui i media occidentali non riportano le vere ragioni dietro questo ’colpo di stato’ degli Stati Uniti in Ucraina , sarebbe per Zuess che ”una volta rese pubbliche queste informazioni, si metterebbero a repentaglio non solo le sanzioni economiche contro la Russia (imposte dopo che la Russia ha accettato la decisione maggioritaria della Crimea di separarsi dal governo golpista ucraino) ma si comprometterebbero anche i preparativi di una guerra contro la Russia da parte della Nato: sia le sanzioni che l'invasione non avrebbero alcun fondamento e nessun sostegno tra il pubblico occidentale”.

venerdì 10 giugno 2016

Intervista a Guido Brera: "La redistribuzione della ricchezza? Sta tutto nel trilemma di Rodrik"

di Raffaella Vitulano

Diavoli.com è un progetto culturale, editoriale e di informazione specializzato in tematiche finanziarie, economiche e sociali. Guido Maria Brera è cofondatore e Cio di Kairos, società italiana di gestione del risparmio. Finanziere e scrittore, ha pubblicato un romanzo intitolato “I Diavoli, la finanza raccontata dalla sua scatola nera”. Lo incontriamo a Milano in sede per un'intervista.

Chi sono i Diavoli e cos’è la finanza?
I Diavoli, la finanza, rappresentano un concetto molto ampio, quasi sistemico. Per analogia cito sempre Foster Wallace e la sua idea dell’acqua in un racconto sui pesci: qualcosa che ci circonda senza che noi abbiamo la consapevolezza di starci dentro. La finanza è qualcosa di sistemico, nata come strumento progressista (portare i soldi a chi aveva idee) e finita per diventare strumento di controllo biopolitico. E’ questo il concetto che mi interessa di piu quando racconto di finanza.

Chi ha la responsabilità di averla trasformata in controllo biopolitico?
La politica.
Nel mio romanzo, i Diavoli sono coloro che cercano di manovrare le leve di controllo biopolitico della finanza. Comunque, ciò che a me interessa non è stabilire chi abbia torto e chi ragione. Probabilmente il Derek Morgan del mio libro, capo di un fantomatico Tredicesimo Piano, non ambisce al denaro. Anzi. Porta il peso di dover decidere le sorti dell’umanità.

La finanza non è soltanto un vertiginoso gioco di prestigio. Il livello dello scontro si è alzato oltre i limiti, e quello per cui si lotta non è più un profitto con molti zeri. È la sopravvivenza stessa dell’Occidente così come lo conosciamo, minacciato dall’unico vero potere del nostro tempo, quello della tecno-finanza. In quali sedi alberga questo potere? Proprio al Tredicesimo Piano in un grattacielo di Midtown Manhattan con vista sul mondo dove alcuni uomini che non conosciamo decidono il nostro destino?
Probabilmente al Tredicesimo Piano, sì, ma quel potere non glielo ha dato nessuno. Il tredicesimo e' un non luogo e lo si capisce dal nome. E quel potere di cui parliamo deriva da un vuoto di ordine politico. Ne I Diavoli ad esempio, c’è un dibattito tra l’allievo (Massimo) e Derek Morgan (il suo mentore) che dice: “Abbiamo evitato le guerre. Quattrocento milioni di contadini cinesi sono stati urbanizzati."
Ecco la finanza che riempie i vuoti della politica e ha canalizzato forze importanti proprio in una fase in cui questa era assente. Il vero problema e' che il tutto e' avvenuto in un ambito dove c'e' stata la massima polarizzazione della ricchezza. E’ lì la grave pecca.

E oggi è possibile redistribuire la ricchezza?
Cito il sito I Diavoli.com che è il vero esperimento innovativo che abbiamo portato al pubblico negli ultimi due anni, è uno spin-off narrativo dove i personaggi dialogano tra loro riguardo temi di attualità politica e finanziaria. Ne “La Maratona di New York” all’interno del sito, Derek Morgan vede la gente correre e con grande amarezza (come Il Grande Inquisitore di Fëdor Dostoevskij), paragonandola  alle classi piu deboli, pensa : “Le politiche monetarie, i Qe sono stati farmaci potenti. Ma in greco “farmaco” significa anche “veleno”. E il veleno dev’essere metabolizzato altrimenti uccide. Per questo la liquidità immessa doveva depositarsi da qualche parte, nell’organismo. E noi abbiamo scelto i ricchi, quell’1%. Perchè li non avrebbe fatto danni. L’accumulazione di ricchezza è “innocua”: non produce inflazione, non sposta equilibri, stimola una crescita “sana”. E questo è l’unico, vero sviluppo possibile, quello che tiene in scacco le masse, conservando un equilibrio miracoloso.”

Questa è l’opinione di chi detiene il potere…
Sì, però è un’opinione sofferta. Lui sostiene che se lasciassimo che trilioni e trilioni di soldi stampati per salvare le banche e gli Stati andassero nelle mani dei più deboli, faremmo salire l’inflazione a livelli vertiginosi, la moneta si svaluterebbe, ci sarebbe iperinflazione e caos. Lo dice sopportando il peso tragico del Grande Inquisitore di Dostoevskij, che non crede all'uomo e al suo libero arbitrio.

Ma è aberrante!
Questa è una visione quasi filosofica, non politica. Morgan lo dice con tragicità e tristezza. Con tutti i soldi stampati si potrebbero fare politiche di crescita ma il rischio e' che l'inflazione andrebbe fuori controllo.

Ma l’inflazione oggi è solo uno spettro, tirato fuori già ai tempi del The Crisis of democracy. Oggi semmai lo spettro è la deflazione. E poi, tornando alle guerre di cui parlavamo, spesso la finanza e le multinazionali - soprattutto quelle legate agli armamenti - ci guadagnano. Altro che evitarle!
Io faccio un discorso più filosofico. Nel Duemila la Cina è entrata nella Wto ed è stato questo il vero disastro per i lavoratori e le classi più deboli, perché ha offerto un arbitraggio iniquo del lavoro. Tarantelli, che io ammiro e su cui mi sono formato, l’avrebbe definito uno scambio politico masochista. La Cina produce a basso costo e così le classi deboli possono comprare le magliette a 3 euro, avere tecnologia quasi gratis e mangiare fast food per una manciata di danaro. Però stanno perdendo i diritti più importanti, come quello all’istruzione, il diritto all'assistenza sanitaria ed alla casa. Sono questi i veri diritti per i quali oggi mi batterei. Questo scambio iniquo parte dall’entrata della Cina nella Wto senza regole e dalla conseguente delocalizzazione. E poi c'e' l'euro, le fiscalita' differenti ed altre concause che hanno consentito la nascita di vere e proprie platform companies. Multinazionali fiscalmente efficienti che ottimizzano le oppurtunita' della globalizzazione.

L’euro non ha alcuna responsabilità?
Gli antieuro dovrebbero storicizzare: la Cina è entrata con un sistema bancario inefficiente, senza un sistema sindacale, calpestando i diritti sui marchi, i diritti dei lavoratori. Tutto questo si è riflesso sulle classi più deboli, comprimendone i salari. Ci siamo messi a competere con i cinesi, ed è impensabile. Anche avessimo potuto svalutare la nostra moneta sarebbe stata una folle corsa al ribasso. Quello è stato l’errore. Derek Morgan direbbe che è stato il più grande processo di urbanizzazione pacifica di 400 milioni di persone.

Qualcuno le decide, però, queste guerre e quindi spinge le migrazioni…
Io non ho l’ambizione di dire cosa sarebbe accaduto se la Cina non fosse entrata nella Wto. Ma so cos’è successo da quando è entrata. Il fenomeno cinese ha causato un’asimmetria immensa di ricchezza ed è stata gestita malissimo. Abbiamo perso noi, la nostra manifattura, le nostre imprese, i distretti industriali. I vincitori sono stati quelle poche aziende che hanno delocalizzato. Oggi il reddito medio di una famiglia americana è pari a quello del 1995 e la produttività è aumentata enormemente. Un grafico tra produttività e reddito medio spiega come il reddito sia sempre cresciuto con la produttività. Da quando la Cina è nella Wto, la produttività è cresciuta ma il reddito medio delle famiglie si è fermato. Questo è dovuto proprio all’arbitraggio sul costo del lavoro. I profitti non sono stati più condivisi coi lavoratori come avvenuto dal Dopoguerra fino a fine anni ‘90. Questo profitto (spiega disegnando un grafico, ndr.) si spiega col “pil cinese”.

E la finanza non ha responsabilità?
Fa comodo addossare alla finanza tutte le responsabilità. Il Finanzcapitalismo (la mega-macchina cui si riferiva Gallino, quando imputava alla politica la colpa di aver identificato i propri fini con quelli dell’economia finanziaria, adoperandosi con ogni mezzo per favorire la sua ascesa, ndr.) ha solo gestito un periodo di transizione, è mancata la politica a fare da ammortizzatore. Ci hanno guadagnato Wall Street, le multinazionali. Noi convergiamo sulle opinioni ma poi divergiamo sulle colpe. Ecco perché noi cerchiamo di destrutturare un dispositivo molto complesso spiegando I Diavoli: la finanza non facilita il dispositivo di accumulo; è semmai uno strumento dei tanti di questo dispositivo.

Non crede che l’impoverimento del ceto medio e dell’Europa sia stato in qualche modo pianificato?
Dalla Cina nella Wto ci hanno guadagnato molte fette produttive. Tutti quelli che potevano delocalizzare. Il ceto medio ne ha solo pagato le conseguenze, che rischiano di rivelarsi tragiche.

Trade war, guerre commerciali e accordi che consentiranno alle multinazionali di denunciare i governi che ostacoleranno i loro profitti. Trattati che riscrivono le regole del commercio e modificano le costituzioni, regolano il copyright sui prodotti farmaceutici, tutelano le corporation da ogni variazione politica interna ai Paesi, dollarizzano ancora di più la finanza mondiale. Che ne pensa del Ttip: potrebbe davvero essere considerata la Nato economica? E come potrebbe fare l’Europa a sottrarsi dalla firma capestro?
Multinazionali, sì, io le chiamo Platform Companies. Tuttavia ho molta fiducia nel negoziatore italiano del Ttip, persona di indubbia qualità morale e professionale, e mi sono sempre sentito tutelato da lui. Ad oggi il Ttip non si è chiuso perché non convenivano all’Europa alcuni termini in cui è stato proposto. Penso all’Isds ma anche a tanti altri punti che non conosciamo. La politica dovrebbe calmare il capitalismo, che diventa rapace per sua natura. Nelle clausole in cui le multinazionali possono far causa ai governi la forza del capitalismo rapace viene esaltata, ed è senz’altro un grave errore. Ma il problema non è solo il Ttip. Prendi il fast fashion. Poco più di un mese fa ricorreva l’anniversario del Rana Plaza, ma ancora oggi la produzione per il fast fashion a basso costo è una piaga. Poi le grandi multinazionali dell’abbigliamento possono mascherarlo con campagne di marketing, però quello é.

Sì, nelle campagne di marketing magari usano termini come “conscious” – consapevoli, responsabili - ma sono capi fatti comunque a volte sfruttando manodopera.
Ci vorrebbe una campagna che spiegasse agli italiani il reale costo di una maglietta a 3 euro, il true cost. Se compro una maglietta a 3 euro ma poi faccio chiudere le fabbriche made in Italy in cui il mio parente viene licenziato, devo esserne consapevole. Così come accaduto con i distretti a Prato. Bisogna riformulare le coscienze. Il fast fashion ha distrutto il made in Italy nel tessile. Il prossimo potrebbe essere l’agroalimentare. Quando noi ci svegliamo facciamo tre cose: ci vestiamo, facciamo colazione e accendiamo il cellulare. Queste tre cose sono più o meno gratis e fanno parte di quello scambio politico di cui ti dicevo. Ma questi capi a basso prezzo quanto hanno distrutto in termini di istruzione e stato sociale?

A proposito di cellulari, parlando di redistribuzione della ricchezza ricordiamo che uno degli elementi essenziali nella loro produzione  il coltan, che tante guerre ha scatenato in Africa per la sua estrazione. Lo sfruttamento delle risorse e delle materie prime è all’origine di molti conflitti armati. Poi esistono guerre mediatiche, finanziarie, ma il dominio resta altrove. In un passaggio dei Diavoli raccontate che esistono tanti tipi di guerra, non ce n’è uno solo. Cosa intendete però per “nessun proiettile può colpire i mercati”?
Ci riferivamo agli attentati di Parigi, e ancor prima a quelli di New York. Quando un attentato fa crollare i mercati, in sostanza esorta a farne altri. L’interesse è quello di fare più rumore possibile. Nel nuovo status quo, tuttavia, l’attentato non fa più crollare i mercati. Quella del proiettile era una metafora per spiegare come gli attentati abbiano efficacia gravissima in termini di costo di vite umane, ma nessuna efficacia economica. E questo è un deterrente.

E questo è giusto?....
Questo sì, concedimelo.

Crescita e controllo, crescita controllata: il segreto del potere è tutto qui?
Credo di sì. Lo vediamo proprio in quel Tredicesimo Piano, lobby ispirata al Grande inquisitore di Dostoevskij. E’ lì che che I Diavoli.com si fanno carico di spiegarla.

Il rapporto con i temi finanziari è complicato e pieno di vuoti informativi: secondo la ricerca
«Le competenze economiche degli italiani», pubblicata recentemente da Bancaria Editrice,
il 47,5% degli italiani afferma di capire poco di economia e finanza e un altro 32,9% afferma di non capirne nulla. In che misura capirne di più può aiutare i cittadini se le decisioni vengono comunque prese altrove?
Non correre, non chiedermi a che serve spiegarla…Intanto facciamolo, in modo da evitare il grande equivoco come i falsi nemici, la finanza cattiva di per sé. Non chiediamoci chi siano i buoni e i cattivi, non compete neppure a noi Diavoli. Quello che ci compete è spiegare, educare a leggere dietro una notizia.

Concorda dunque sul fatto che l’informazione mainstream non racconta sempre la verità?
Certo, anche per come è strutturata. Si guarda l’audience piuttosto che costringere la gente a pensare. E’ tutto molto veloce, superficiale. E poi costa fatica spiegare, capire. Tu il sito l’hai letto e ti piace perché ci hai perso tempo. Ma in questa società la lettura e la riflessione sembrano un lusso. I giovani si formano su video di due-tre minuti, e noi stiamo provando a realizzarli ma chiediamo attenzione a chi ci legge. Puntiamo su quello e abbiamo avuto enormi riscontri. Informare è una missione, ma dare una soluzione non è compito nostro.

E a chi spetta? Alla politica?
Certamente sì.

 Mi ha colpito un titolo nel sito dei Diavoli, che si rifà all’articolo 1 della Costituzione: l’Italia è un paese fondato sulle crisi finanziarie. Può spiegare perché?
Le crisi finanziarie in Italia sono sempre state un fenomeno di estrazione - e non di creazione - di valore.

Lo diceva anche Monti…
Ma lui lo diceva in senso positivo, non in senso negativo. Crei valore quando investi in tempo e risorse, quando rischi. Questo non accade quando ti limiti ad estrarlo. Dire che l’Italia è fondata sulle crisi finanziarie è una forma di protesta civile nei confronti di fondi speculativi internazionali che stavano comprando pezzi di bilanci, di banche dietro cui c’erano le prime case dei cittadini, i crediti deteriorati. Noi invece invitavamo lo Stato a sobbarcarsi il ruolo di ammortizzatore, ad aiutare le banche e nel contempo a rilevare i crediti non pagati. Lo stato si è trovato con le mani legate dall’Europa e non ha potuto intervenire e la soluzione Atlante è stata la migliore si potesse trovare, questo va riconosciuto.

I mercati vengono guidati quasi esclusivamente dalle dinamiche monetarie. I fattori esogeni possono mettere a rischio singoli titoli, al massimo un settore, ma non possono compromettere la stabilità complessiva. In Italia, tra il popolo, c’è chi invoca Mario Draghi come condottiero di una guerra contro la Germania cattiva. Lei non crede che QE, la gigantesca immissione di liquidità, abbia in realtà modificato il rapporto tra mercati e reale, costruendo un’autonomia organica dei mercati stessi? Ormai vivono di vita propria: da un lato immuni agli eventi, e dall’altro capaci di modellare la realtà.
Il Quantitative Easing è uno strumento di riequilibrio nell’asimmetria tra paesi debitori e creditori. Draghi ha fatto molto male alla Germania, che si finanziava a tassi molto bassi rispetto all’Italia. Per me Draghi resta l’unico politico europeo (anche se lui ne rifiuta l’accezione) che abbia davvero una visione europeista, perché il Qe compra i debiti pubblici degli Stati e combatte la frammentazione dell’Unione Europea. Draghi stesso, parlando dei crediti deteriorati, ha spiegato da statista che andavano trattati in modo granulare, caso per caso, in modo lento, citando l’esperienza virtuosa irlandese. Draghi è uno di quelli che ingiustamente viene assunto come nemico delle classi deboli e delle pari opportunità. Eppure ha avuto un approccio progressista ed é tra i meno regressivi nel panorama di politici e banchieri. Gioca con le carte che ha.

In un’architettura del genere, che ruolo hanno, potrebbero o dovrebbero avere i sindacati?
In un mondo in cui sembra esplosa una bomba termonucleare - il più grande arbitraggio sul costo del lavoro - il sindacato sembra perdere rilevanza. Di fronte all’apertura della libera circolazione delle merci e del lavoro, di fronte alle delocalizzazioni, cominciamo col chiederci cosa dovrebbe fare lo Stato: cominciare ad investire in welfare, pari opportunità, istruzione. Ecco, il sindacato deve inserirsi in questa partita con la tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori. Che poi la contrattazione debba essere nazionale o aziendale è ormai un problema superato di fronte alle delocalizzazioni delle aziende, che devono necessariamente essere messe in grado di competere.

Tarantelli avrebbe alzato le braccia?
Questo è un tema talmente complesso che oggi non abbiamo soluzioni uniche. Il welfare va comunque protetto. Sono sicuro che partirà dalla Silicon Valley la richiesta del reddito minimo per tutti. Già lo stanno facendo. Saranno proprio quelle élites le prime a rendersi conto che il loro business model così com’è non funzionerà senza una redistribuzione della ricchezza.

In Europa avevamo il miglior welfare state. Perché l’abbiamo distrutto per poi importarlo dalla Silicon Valley?
Secondo te l’abbiamo distrutto scientemente? Distruggere la classe media, sosterrebbe Derek Morgan, è il costo che abbiamo dovuto pagare. Io sostengo che è un costo troppo alto. Ma la mia opinione lascia il tempo che trova.

I governi nazionali adottano politiche di austerity per garantire la solvibilità del debito e varano continue  “riforme”. La sua lettura?
Il riformismo? Penso che tutto stia nel trilemma di Rodrik: solo due di tre elementi possono coesistere. Dobbiamo scegliere tra democrazia, globalizzazione dei mercati finanziari e Stato sovrano. Oggi abbiamo sospeso la democrazie perché i mercati ci chiedono qualcosa e lo Stato esegue. Possono convivere Stato e democrazia, ma allora mettiamo i dazi e alziamo i muri. Possono combaciare democrazia e globalizzazione, ma allora dobbiamo eliminare gli Stati e fare gli Stati Uniti d’Europa. Perfetto, ma questo non deve necessariamente richiedere austerity all’infinito, anzi. Dovrebbe richiedere investimenti produttivi all’infinito in Europa, come quello sull’inquinamento. Questa è la risposta. Oggi chiediamo democrazia, Stato e globalizzazione. Non è possibile. Dobbiamo fare una scelta.

Derek Morgan, il protagonista de “I diavoli”, come citato precedentemente, dichiara che "le politiche monetarie sono stati farmaci potenti... la liquidità immessa doveva depositarsi da qualche parte nell'organismo. E noi abbiamo scelto i ricchi. Quell'1% dove l'accumulo della ricchezza è "innocuo " non produce inflazione e non sposta equilibri. Non esistono altri mondi possibili”. Quindi, esclude una strada come quella dell’Helicopter Money?
Al momento sì. La liquidità immessa é enorme; l'unica vera alternativa sarebbe annullare i debiti acquistati dalle banche centrali e prepararsi ad un New Deal in stile Roosveltiano.

Che ne pensa dei tassi a zero? In un passaggio sul sito li considerate l’altra faccia della compressione salariale e dello smantellamento dei diritti e dite che chi si illude che sia un evento momentaneo, una congiuntura di breve periodo, sbaglia. E di grosso. Perché?
Perche tassi a zero vuol dire bassa crescita. E ahimé la bassa crescita é frutto di bassa domanda interna, di un mondo di consumatori spompato proprio dalla compressione salariale. E' un circolo vizioso dal quale non si esce.

Ad ogni modo, in una situazione simile non si rovescia il quadro con il semplice salvataggio del sistema bancario. Come procedere verso uno shock monetario di massa, che attivi uno tsunami di consumi?
La politica monetaria ha esaurito il suo compito. Secondo me l'unica soluzione è lo stimolo costante di investimenti pubblici virtuosi.

La fiscalità. La concorrenza spietata per attrarre capitali e investimenti spinge ogni Paese ad adottare sgravi fiscali per accaparrarsi fette di business. In cambio degli sgravi, c’è solo occupazione di basso livello. Come ne usciamo?
Intanto finendo la concorrenza fiscale sleale tra paesi, poi cercando una coperta bancaria e fiscale in Europa. In ultimo, stimolando appunto gli investimenti. Ma tutte queste sono ricette facili a dirsi ma meno a farsi. I vincoli europei da un lato e la globalizzazione dall'altro sono elementi che pesano su questo tipo di politiche.

Le vie della finanza sono infinite.  I pm di Trani contro Deutsche Bank: fu vero golpe nel 2011?
Ci fu un attacco all'euro. E nel libro “I Diavoli” lo racconto. Pur mascherandomi dietro il concetto di fiction. Ma escludo che questo attacco fosse rivolto verso rovesciamenti di governi non allineati. Piuttosto conveniva in quel momento un euro indebolito ed un dollaro visto come bene rifugio.

La borsa, madre di tutte le slot machines: uno studio della stessa Bce denuncia che "alcuni trader dispongono di informazioni riservate sui fondamentali macroeconomici”. Forse non è una novità…
Si riferisce a chi sa qualche minuto prima i dati americani? Ma sono secondo me dettagli, perché non fanno molta differenza. Certo, disturbano perché minano la credibilità del sistema.

Che fine ha fatto la democrazia? Esiste ancora e a cambiare sono i dispositivi di controllo, altrimenti sarebbe anarchia?
Democrazie, stati sovrani e globalizzazione dei flussi finanziari non possono esistere. E' il famoso trilemma spiegato molto bene da Rodrik, di cui parlavamo prima. I tre elementi assieme non convivono. Convivono solo due alla volta.

Si parla tanto di Siria, Medioriente, penisola arabica, Islam, mondo arabo. Eppure, gli Usa individuano sempre nel nemico la Russia. In ballo, dunque, più che la sopravvivenza dell’Occidente c’è la centralità del dollaro come valuta globale?
Beh, il dollaro deve rimanere un, anzi il, bene rifugio. Al momento lo é e credo anche a ragione. Basti guardare altrove e ci rendiamo conto che di fatto la valuta al momento più stabile a fronte di shock esogeni é il biglietto verde.

Alla fine della somma, comunque, sembra un gioco in cui tanti, troppi, rischiano di perdere tanto, troppo…
Si, si é creato un meccanismo di accumulo che non garantisce più pari opportunità. I governi, ovvero la politica, non sono più in grado di mitigarlo. Ma qui in crisi è il concetto di Stato nazione e la stessa democrazia di fronte alla globalizzazione rischia di essere un’arma spuntata. Democrazia vuol dire libertà. E libertà vuol dire concordia e fratellanza. Ma sopra ogni cosa, pari opportunità. Quelle che ogni giorno che passa rischiamo di perdere.

mercoledì 1 giugno 2016

House of Cards, la politica nel sonno della ragione

di Raffaella Vitulano

C’è del marcio, nell'indifferenza della politica. Senza giri di parole. C’è come un fetido arsenico che sta uccidendo la ragione. Ma ai politici focalizzati su se stessi come Frank Underwood, protagonista della serie televisiva House of Cards, sembra non giungere quel miasma. Ogni negoziazione per lui è un problema di obiettivi personali, non importa se mette sulla strada 15.000 famiglie chiudendo un cantiere o se alza l’età pensionabile di 1 o 2 anni. Ma é solo fiction? Mica tanto. E’ vero che la politica ha raggiunto livelli di corruzione altissimi, tanto quanto però si sono inabissate la consapevole informazione e la documentazione sugli atti in discussione nelle sedi istituzionali. Le lobbies sanno fare bene il loro mestiere, sanno scegliere i propri burattini e spingerli verso cariche di potere che agevolino i propri committenti. La possibilità dei governi di controllare le banche e i mercati finanziari verrà ora ulteriormente ridotta - inutile negarlo - da Trattati commerciali che stritoleranno la sovranità democratica dei popoli per sostituirla con la sovranità del grande capitale delle multinazionali, che potranno far causa ai governi qualora i profitti venissero minacciati da normative più o meno vincolanti. In attesa del Ttip, basta guardare ai contenuti dell’accordo tra Canada e Ue, il Ceta (che verrà ratificato dal Consiglio europeo a fine mese): quando la Ue, ad esempio, propose nuovi regolamenti per fermare l’importazione di petrolio da sabbie bituminose (considerata una tra le maggiori cause di inquinamento), il Canada usò il Ceta come merce di scambio per bloccare la proposta. Se il Ceta verrà ratificato, quei regolamenti saranno cancellati, e sarà un disastro per i cambiamenti climatici. Molti hanno capito che i trattati commerciali hanno trasformato il mondo in un parco giochi per i super ricchi, che sono parte delle enormi disuguaglianze economiche. Ma bisogna informarsi, conoscere, per combattere un sistema di sicari dell’economia senza scrupoli.
Strette di mano, grandi sorrisi per la stampa e poi guerra aperta nelle sale a porte chiuse, con battaglie a denti stretti sugli interessi delle grandi aziende. Ce lo vedete del resto Underwood che si preoccupa di qualche migliaio di licenziati, di profughi o di nullatenenti quando vuole perseguire uno dei suoi obiettivi su commissione? I politici, insomma, non sono più patrioti nazionali o continentali. Sono semplici amministratori coloniali di blocchi in cui non si contrappongono tanto Nato e altri blocchi di difesa, ma interessi di multinazionali avide di alleanze e ramificazioni territoriali in una serie di manovre di più larga scala che, con il passare del tempo, possono rappresentare una seria minaccia per gli equilibri di pace o di guerra. E il tipo di retorica utilizzata, prevalentemente messianica, fa da sfondo ad un crescente quanto inquietante dispiegamento di forze militari in conflitti in continua espansione.
E’ così che il business si fa continuazione di una politica esasperatamente sregolata e sfacciata, finalizzata a sopravvivere a qualsiasi costo, anche a quello del calpestìo dei cittadini, che non sono più coloro che dalla politica dovrebbero venire rappresentati ma che si oppongono ai suoi veri committenti, quelle élites che Guido Maria Brera colloca al Tredicesimo piano di un grattacielo di Manhattan. Stiamo languendo su una polveriera: Graham Summers, responsabile strategist dei mercati per Phoenix Capital Research, parla dell’esposizione ai derivati come una vera e propria bomba finanziaria che potrebbe esplodere in qualsiasi momento, e fa notare che se a rischio fosse anche solo l’1%, le perdite azzererebbero tutto il capitale delle grandi banche.
Bisogna appellarsi alla fantasia, all’immaginazione. Seguire le mosse della regina Yellen, del Mago Bernanke e di Drago Mario. Con un certo distacco e un bonario fatalismo. Il progresso ha bisogno del regresso per progredire. Nei mercati finanziari, nelle crisi economiche. Di crisi, insomma, fatevene una ragione, sembra ci sia proprio bisogno. Così fan tutti, e lo propagandano, in modo da capovolgerne la prospettiva.
Scriveva il drammaturgo Harold Pinter: “Non è mai accaduto. Nulla è mai accaduto. Anche quando stava accadendo non stava accadendo. Non importava. Non era di interesse e quindi non importava....”. Pinter parlava di “clinica manipolazione del potere come una forza per il bene universale. Si tratta di un geniale atto di successo ipnotico”.
Ecco, mi sembra esattamente questa la percezione della crisi sociale. Un distacco. Un’anamnesi costruita sulla vacuità di denaro inesistente, ma che sta travolgendo la vita di milioni di persone. Un criptico coacervo di falsità mediatiche plagiate dall’onnipotenza del vero Potere. Pensiamo alle condizioni dell’Fmi per la concessione degli aiuti all’Ucraina: terre a Cargill, Monsanto, Dupont e le altre. O a quelle imposte alla Grecia. Per come la vede la Germania, l’ Fmi dovrebbe prestare alla Grecia i soldi con cui ripagare le banche tedesche. Poi il Fondo verrà ripagato forzando la Grecia a ridurre o abolire le pensioni di anzianità, ridurre i servizi pubblici e i dipendenti pubblici. Come ben scrive Paul Craig Roberts, già assistente a Tesoro di Reagan, ”chiamare salvataggio il saccheggio di un paese e del suo popolo è proprio orwelliano. Il lavaggio del cervello è proprio riuscito”. Sull’apatia e sull’atarassia dei popoli sembrano puntare i tecnicismi di governi e istituzioni, nelle cui ombre si muovono i Diavoli, rappresentazioni del Potere, quello autentico. Non basterebbe un helicopter money a ridare fiducia alla gente. Forse la gente non può consumare di più, semplicemente consuma per quello che può. Forse il sistema vuole che la gente consumi di più, ma la gente non ha più voglia di farlo.
In un coma greve e irreversibile, smarrita la volontà di partecipazione, compromessa la possibilità di critica, alla gran massa di individui non resta che rifugiarsi nel personale. Peccato. Perchè dal quadro di Société Générale emerge che gli eventi black swan (crisi) vengono ritenuti più probabili rispetto a quelli white swan (prosperità). Tra i più probabili eventi che potrebbero rallentare o accelerare la crescita globale, resta un’incognita: la Brexit. Il popolo potrebbe mischiare le carte. Che sia davvero l’esito di questa scelta, o la democrazia dei capitalismo equilibrato con consumi stabili, il nuovo cigno nero?