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venerdì 29 luglio 2016

Scontro di civiltà: 25 anni dal "Desert Storm"

di Raffaella Vitulano

Il terrorismo trova la sua radice nell’odio. Ma soprattutto nel denaro. E chi più ne ha, più ne mette a disposizione del potere, non certo dell’integrazione. Nella sua ultima invettiva (“Verso un riallineamento globale”) il politologo Zbigniew Brzezinski lanciava l’allerta: nei riequilibri mondiali gli Usa potrebbero presto perdere la loro posizione di predominio e uscire sconfitti da un conflitto armato contro i “rivali” Russia e Cina. Unica soluzione, a questo punto, consisterebbe nel separare la Cina dalla Russia e convincere una delle due ad unirsi a Washington contro la terza. Come ha scritto tempo fa Thomas L. Friedman, giornalista del New York Times, è arrivato il momento per Washington di accantonare la causa della democrazia, come mezzo di persuasione verso amici e concorrenti, e passare a sistemi più determinati per conservare il potere. E queste faglie planetarie si avvertono ovunque. Eppure, se la piantassimo di giocare a Risiko e allo stato di guerriglia economico, finanziario, militare e psicologico scatenato contro Mosca, invocando lo schieramento di “nuovi sistemi di armamenti”, riusciremmo a ragionare almeno per un po’. L’espressione “Risveglio politico globale” (come l’espressione “Grande scacchiera” che riguarda il piano di isolare e destabilizzare la Russia e l’intera Eurasia), è stata inventata dallo stesso Brzezinski. E la creazione e manipolazione delle tensioni sociali ne fanno parte. Lo conferma il generale Wesley Clark, già capo della Nato durante l’intervento in Kosovo: il giorno dopo l’11 Settembre, andò al Pentagono e un ufficiale suo amico, che aveva appena parlato col ministro (Donald Rumsfeld), lo chiamò nell’ufficio, chiuse la porta e gli sussurrò, incredulo: “Andiamo ad attaccare 7 paesi in 5 anni. Adesso cominciamo con l’Iraq, poi Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan, e per finire, Iran”. L’intervista di Clark è facilmente reperibile su youtube. Ovvio che gli anni a venire non sarebbero stati di facile gestione, neppure sul fronte dei ”moderati ribelli”. Sempre il generale Wesley Clark disse alla Cnn il 21 febbraio 2015: “Abbiamo creato “un Frankenstein”; in quell’intervista spiegò anche: “L’Isis è stato creato dai nostri alleati per battere fino alla morte Hezbollah”. Un’ammissione abbastanza esplicita. Il portale di notizie nordamericano ,VeteransToday, citando fonti vicine ai servizi di intelligence del Kosovo, riferisce di campi di addestramento del Daesh vicino al confine del Kosovo con l'Albania e la Macedonia, nei pressi del campo più grande del mondo di fuori del territorio degli Stati Uniti. E ancora, era il maggio del 2014, tre mesi dopo il colpo di stato di Kiev, e il miliardario americano George Soros ha spiegato a Fareed Zakaria della Cnn di essere responsabile della creazione di una fondazione in Ucraina che ha contribuito al golpe contro il presidente Viktor Ianukovitch e all’insediamento di una giunta sostenuta dagli Stati Uniti. Così, i riflettori si spostano sempre più ad Est. Oggi il posizionamento delle forze aeree e terrestri della Nato vicino alla frontiera russa nell’Europa dell’est e il viaggio di Barack Obama sono destinati a rinforzare l’influenza americana in Asia, con l’obiettivo - scriveva il giornalista Wayne Madsen all’inizio di luglio - di schiacciare i Brics, il blocco finanziario che raggruppa Brasile, Russia, India, Cina e sud Africa. Il denaro: é sempre e solo questione di soldi, tutto qui. Ma come si dice? Chi semina vento, raccoglie tempesta. Una tempesta forse pianificata, come quell’Operazione ”Desert Storm”(tempesta, appunto) che - il 16 gennaio 1991 - lanciò la prima Guerra del Golfo, spartiacque degli equilibri geopolitici. Da allora sono passati 25 anni. Non pochi. tempo per riflettere ce n’era.
Samuel Huntington scrisse nel 1996 un saggio, “Scontro di Civiltà e Nuovo Ordine Mondiale”, in cui profetizzò: “La principale fonte di conflitti nel mondo post-Guerra fredda diverranno le identità culturali e religiose”; non ci saranno più guerre fra Stati, ma tra “civiltà”. Oggi é scontro di civiltà come scrisse Huntington. È strategia della tensione; è il potere corporativo delle aziende che ci vuole soprattutto consumatori. Multinazionali, soprattutto degli armamenti. Il rapporto “Border Wars: The Arms Dealers profiting from Europe’s Refugee Tragedy” (Frontiera di guerra. Come i produttori di armamenti traggono profitto dalla tragedia dei rifugiati in Europa) promosso dalla Ong olandese Stop Wapenhandel e pubblicato dal Transnational Institute con rilancio italiano da parte della Rete Italiana per il Disarmo, analizza il fiorente mercato della sicurezza delle frontiere che ha saputo sfruttare gli annunci del programma di “contrasto all’immigrazione clandestina”. Annunci che sono andati crescendo con l’arrivo di migliaia di profughi dalla Siria dilaniata dalla guerra. Stimato in circa 15 miliardi di euro nel 2015, questo mercato si prevede supererà i 29 miliardi di euro nel 2022.

giovedì 14 luglio 2016

Se la crisi é opportunità per rimettere in Ordine (mondiale)

di Raffaella Vitulano

E se la Brexit non fosse stata un terremoto ma un evento pianificato? E non solo perché a Londra la drammaturgia da secoli si snoda su trame infittite. Ma anche perché aprire le porte del Foreign Office a Boris Johnson (che fino a ieri sembrava messo da parte insieme al popolare Farage) fa riflettere sulla contrapposizione del Regno Unito al progetto egemonico franco-tedesco per l’Europa del III millennio. Che poi sarebbe più l’opposizione tra i cardini del pensiero ordoliberista tedesco (libero dominio del capitale sul lavoro, leggi riforme Hartz) e il neo-liberismo di matrice anglosassone. Ma andiamo per ordine, tenendo bene a mente le flebo che l’Italia potrebbe dover alimentare nelle sue banche, dato che nella sua relazione annuale relativa al nostro paese - riportata dal Guardian - il Fondo monetario internazionale prevede che ci metterà almeno vent’anni a tornare a livelli di Pil pre-crisi, e che questa ripresa lenta e dolorosa sarà esposta a ogni sorta di minacce. Il terrore regna sovrano, e a dire il vero non dovremmo invece dimenticare che il nostro sistema bancario uscì vincente nel post subprime nel settembre 2008, per poi sembrare oggi agonizzante. In otto anni, ci hanno però costretto a salvare le banche francesi e tedesche con un sobrio obolo di circa 125 mld euro. E poi l’austerità di Mario Monti ha fatto il resto. Oggi il rapporto tra Parigi e Berlino rievoca, alcuni sostengono, la solidità di quella che esisteva con la Francia di Vichy. Tra Berlino e Parigi non mettere il dito, insomma; il loro rapporto non sembra avere particolari incrinature. Londra si gioca allora il jolly di una libertà a noi sconosciuta, con una piattaforma di stabilità politica che si va via via sempre più definendo come inedita forse, ma tutt’altro che inaspettata. Il nord, il centro Europa si vanno riorganizzando, eppure ancora c’é chi non vuole capire che la Disunione europea é a un punto di difficilissimo recupero. E spesso proprio il disincanto della “buona comunità”, con fede in una ostinata e stagnante narrativa, fa ostacolo al necessario cambiamento nel recupero della fiducia dei cittadini. Sul prestigioso New York Times, il professore di letteratura e traduzioni presso lo Iulm,Tim Parks, osserva allibito le reazioni post-Brexit: ” Le élites americana ed europea, anziché mettere in discussione la fiducia cieca in un progetto che sta fallendo tutti i propri obiettivi dichiarati, preferiscono insultare la classe lavoratrice britannica che ha osato rompergli il giocattolo”. L’insofferenza si legge spesso sui volti di chi contesta la democrazia relegandola nel populismo. Ci aiuta nell’analisi il sito d’informazione Bloomberg, che nella sezione mercati all’indomani della Brexit (per togliere, due ore dopo, la parola “nuovo” dal titolo) scrive “Draghi vuole un Nuovo Ordine Mondiale che i populisti ameranno odiare”. Un Ordine che, leggendo il pezzo, sarà spiegato al pubblico come “necessario coordinamento fra le banche centrali”. Già in un’intervista video a Davos del gennaio scorso, del resto, Draghi aveva rimarcato quanto sia ”necessario non sprecare mai una buona crisi”per trasferire alla gestione mondiale le poche attività svolte ancora dai governi nazionali. E Brexit lo é. Bloomberg non é un sito complottistico. E’ un'agenzia di informazione finanziaria che appartiene alla più vasta multinazionale operativa nel settore dei mass media con sede a New York e filiali in tutto il mondo. E se lancia un messaggio, é abbastanza chiaro. Per saperne di più basterebbe leggere anche il capolavoro di Carrol Quigley “Tragedy and Hope”scritto nel 1966. Quigley, storico americano, professore di Scienze Politiche alla Georgetown University, consigliere di Bill Clinton e teorico dell’evoluzione socioculturale, a pagina 324 racconta che (nel periodo 1922-1930, ndr.) ”Le potenze del capitalismo finanziario si dettero anche un obiettivo di lungo termine, niente meno che creare un sistema mondiale di controllo finanziario in mani private capace di dominare il sistema politico di ogni nazione e l’economia del mondo come un tutt’uno. Questo sistema doveva essere controllato con modalità feudale dalle banche centrali del mondo agendo di concerto, attraverso accordi segreti sanciti in incontri frequenti e conferenze. L’apice di questo sistema era la Banca per i regolamenti internazionali a Basilea, in Svizzera, una banca privata di proprietà e sotto il controllo delle banche centrali mondiali, le quali sono esse stesse istituzioni private. Ogni banca centrale punta a dominare il suo governo attraverso la capacità di controllare i prestiti sui titoli di Stato, di manipolare le valute estere, di influenzare il livello di attività economica del Paese e di condizionare politici cooperativi e compiacenti attraverso ricompense economiche nel mondo del business”. Saranno pure suggestioni, ma l’utilizzo delle crisi comincia a farsi interessante. Non a caso Soros continua a dire che sta per arrivare la catastrofe. Non a caso il Fondo Monetario e la Banca dei Regolamenti Internazionali hanno lanciato l’allarme prevedendo un crash colossale nel 2016.

venerdì 1 luglio 2016

Le brioches di Bruxelles e i ravioli cinesi a Londra

di Raffaella Vitulano

Il dubbio é legittimo: l’Ue crollerà più velocemente rispetto al tempo necessario alle trattative burocratiche per l’uscita della Gran Bretagna? Nei governi europei sembra non esserci coscienza della gravità della crisi europea, né dell’urgenza di una impostazione profondamente diversa; assistiamo ad un filone suggestivo - come di coerenza nel peggio - che il compromesso per l’unanimità necessaria a decisioni strategiche stratifica in un magma di immobilismo. La Cisl rompe gli indugi e spinge la Confederazione europea dei sindacati a ritrovare la spinta di anni addietro, quando il coraggio di scelte autonome dagli interessi nazionali, nonché spiccate capacità negoziali nei diversi paesi Ue convergevano verso un dialogo sociale europeo di indubbio interesse, precursore di contrattazioni ”cornice”e accordi quadro che controbilanciavano le spinte finanziarie. Oggi i temi di confronto all’interno del sindacato europeo sono cambiati: mutualizzazione del debito, avvio di un processo costituente parlamentare comunitario per una riforma dei Trattati, accelerazione di politiche federative sovranazionali con garanzie democratiche di intermediazione sociale sono alcuni tra i temi particolarmente sentiti nel sud Europa. Ma la crisi, ad osservatori più attenti, viene da lontano, anche geograficamente. Nonostante le spacconate di Nigel Farage, l’Ukip non sarebbe infatti all’origine del referendum sulla Brexit. La decisione sarebbe piuttosto stata imposta a  Cameron dai pragmatici membri del partito conservatore: per  loro, la politica di Londra deve anticipare i cambiamenti del mondo. E come la Iron Lady Margaret Thatcher non esitò a distruggere l’industria britannica per trasformare il suo paese in un centro finanziario globale, così i neocon aprono la via all’indipendenza della Scozia e dell’Irlanda del Nord, e quindi alla perdita del petrolio del Mare del Nord, per fare della City il primo centro finanziario “off shore” dello yuan. Ricordiamo che già ad aprile la City aveva ottenuto i privilegi necessari firmando un accordo con la Banca centrale della Cina. Alcuni analisti sostengono pertanto la Brexit sia una risposta al declino degli Usa, e che rappresenti una testa di ponte nei commerci orientali, anche in quelli di Washington. Nell’incontro con gli italiani della Cisl, i sindacati francesi convengono sulla necessità di ascoltare le preoccupazioni della gente, chiedendo al sindacato sovranazionale un ruolo più incisivo, che scelga anche le piazze di tutt’Europa per manifestare . E quello belga ricorda non a caso Maria Antonietta d’Asburgo Lorena che, sposata con lo sfortunato Luigi XVI, sarebbe stata ghigliottinata  perché, a soluzione brillante dei problemi di approvvigionamento cibario del suo popolo, si sarebbe limitata a suggerire di dargli brioches. Del resto, é stato l’Illuminismo a segnare il passaggio da un’unione comunitaria di persone ad un’aggregazione formale di individui in nome del “progresso” e dell’utile. Un utile divinizzato e fattosi pensiero nell’attuale monoteismo del Mercato, eletto a vera Istituzione. Oggi, a distanza di secoli, il movimento tellurico in Francia sul disegno di legge sul lavoro redatto dal governo Valls ha permesso ai francesi di scoprire quanto il vento di sfida anglosassone soffi ancora forte sull’articolazione Ue-Usa e sulla riscrittura delle relazioni internazionali secondo termini giuridici anglosassoni, ponendo il contratto al di sopra della legge: una common low del lavoro, insomma, che metta i contratti aziendali al di sopra dei contratti di settore. Una giurisprudenza che nel diritto francese stride quanto la lama di un coltello da burro a Parigi su un tavolo da bistrot in marmo sull’Avenue des Champs-Élysées. Eppure da Ovest arrivò a suo tempo anche una geniale intuizione: il Glass-Steagal Act, approvato negli Stati Uniti dal presidente Roosvelt nel 1933, per scongiurare una nuova una crisi di liquidità delle banche, con la separazione tra banche d’investimento e banche commerciali e il divieto di impiegare i risparmi dei cittadini in attività diverse da quelle dell’erogazione del credito. Ma l’abrogazione del Glass-Steagal Act, avvenuta nel 1999 a cura di Bill Clinton, ha invertito la rotta. In Italia, lo stesso passo indietro fu compiuto già qualche anno prima (1993), su iniziativa di Mario Draghi (al tempo direttore generale del tesoro nel governo Ciampi), abolendo la cosiddetta Riforma Menichella, in accoglimento della II direttiva Cee del 1992. Ristabilire la separazione tra banche d’affari e commerciali é una pista possibile o improbabile?  Oltreoceano gli interventisti liberal e i neocon che si sono impadroniti della politica estera americana non avrebbero problemi a spingere Hillary Clinton verso una maggiore aggressività, commerciale e militare. Cosa faranno i fragili alleati europei per impedire il disastro?