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martedì 20 settembre 2016

Roma, vaso di coccio tra vasi d'acciaio

di Raffaella Vitulano

L’ultimo affondo tedesco riguarda le pensioni: ritirarsi dal lavoro sempre più tardi, possibilmente mai. Gli economisti della Bundesbank, la banca centrale tedesca presieduta da Jens Weidmann, lanciano un chiaro messaggio: se a fare i conti con le ristrettezze di bilancio è anche Berlino, figuriamoci quanto dovranno stringere la cinghia quelle cicale del Sud Europa. Il falco teutonico lancia poi un anatema su Roma, che secondo lui non avrebbe mai fatto vera austerità. Roma si allineerà al nuovo, imperioso diktat?
A dire il vero, il governo Renzi sembra negli ultimi tempi strattonare platealmente l’asse Parigi-Berlino per restare ferma sotto l’ala di Washington, che a partire dal 2008 ha rilanciato la crescita col deficit mentre la Ue l’ha bloccata con un’austerità che ha di fatto favorito solo Germania e Olanda. Paesi i cui bilanci non hanno esitato ad ingozzarsi alle spalle di coloro che invece quel rigore euroimposto l’hanno subìto con violenza. Diciamolo con franchezza, da tempo Roma è quel fragilissimo vaso di coccio in mezzo a vasi decisamente più solidi. Fatti con la durezza e la freddezza dell’acciaio. Ma schierarci solo con Washington alla vigilia di un voto il cui esito incerto potrebbe rivoluzionare la nostra partnership atlantica, ci rende ancor più isolati nel contesto globale.
Lo strappo al vertice di Bratislava arriva dopo le recenti polemiche anglo-italiane sulle disinvolte posizioni francesi in Libia, dove i cugini d’Oltralpe sono sempre più propensi ad impossessarsi dei giacimenti di Eni per sostenere una disastrata Total. E questo spiegherebbe anche la decisione italiana di inviare militari in Libia, che contrasta con posizioni assunte in passato dalla Difesa. Il caos europeo è al parossismo, e tuttavia le sortite del premier a Bratislava contro Hollande e Merkel sembrano più scenografiche che altro, dato che alle conclusioni del vertice avrebbe potuto comunque porre un veto se davvero avesse disapprovato con fermezza.
Ragionare con gesti concreti sui limiti del deficit imposto dall’Ue all’Italia, sul fiscal compact, sulle questioni fiscali, sarebbe una risposta vera e non di facciata per uscire dal cul de sac di un asse franco - tedesco sempre più simile a quello che fu il Vichy di nazionalsocialista memoria.
I governi nazionali traballano, sul filo d’equilibrio di confini geografici e di poteri quasi dissolti a favore delle entità sovranazionali. Oggi sappiamo, grazie alle recenti conferme del ministro della Giustizia Andrea Orlando, che la vecchia Troika (Bce, Ue e Fmi) pochi anni fa avrebbe chiesto senza mezzi termini al nostro paese di approvare la modifica costituzionale del Pareggio di Bilancio, così come probabilmente lo stesso accadde al momento della ratifica del Fiscal Compact e del Mes. Ormai è cruda realtà. Orlando, in un’intervista, ricorda come, sostanzialmente, poteri sovranazionali spesso non legittimati democraticamente siano in grado di mettere le democrazie di fronte al fatto compiuto. E’ quanto con buona percentuale di successo potrebbe accentuare l’accordo Usa-Ue (Ttip), grazie al quale le multinazionali potrebbero far causa ai governi se le legislazioni nazionali ostacolassero i loro business.
L’Italia resta intanto sorvegliata speciale. George Friedman, fondatore di Stratfor - think tank di intelligence statunitense con molto seguito - attacca le regole del bail in europeo e punta di nuovo il dito contro la crisi bancaria italiana, che potrebbe portare ad una nuova crisi globale come quella del 2008 (ma di natura maggiormente politica e amministrativa) e al fallimento del sistema internazionale. Roma grimaldello di nuove tensioni. Le banche europee sono infatti fortemente interconnesse e la miccia italiana darà fuoco alle polveri della Deutsche Bank, ritenuta dall’Fmi “il maggior singolo contributore” alle minacce sistemiche. E sono sempre gli Usa a rilanciare il conflitto con l’asse Parigi-Berlino chiedendo il risarcimento alla Deutsche Bank, dopo che Bruxelles ha alzato il tiro contro la Apple.
Incalza senza sosta la Trade War fra le sponde dell’Atlantico, e Roma guarda a Washington mentre la Ue sembra aver completamente perso di vista i propri interessi. Se da una lato mantiene infatti le sanzioni alla Russia (che danneggiano probabilmente meno Mosca di quanto non danneggino produttori ed agricoltori europei), dall’altro è incapace di disegnare una vera strategia di crescita rispetto agli altri mercati. E in questo stallo affonda, ogni giorno di più.