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giovedì 20 ottobre 2016

L'amiko americano

di Raffaella Vitulano

Dalle stelle e strisce alle stelle gialle su campo blu. Passando per una sbirciatina a Marte. Galvanizzato dall’endorsement di Washington, il nostro premier affronta ora l’arena di Bruxelles, dove il duo franco tedesco lo guarderà con ancor più diffidenza. E già. Perché il “demolition man” (rottamatore) citato da Obama si è ormai definitivamente schierato - almeno a parole - contro un selciato europeo caratterizzato da austerità e asfissia. L’amico americano attribuisce all’Italia un ruolo strategicamente importante. Roma ricambia l’amicizia affettuosa. Ma forse, più che amicizia è una necessaria quanto reciproca strategia. Di conquista degli italiani all’estero, ad esempio. E di ri-conquista di un territorio europeo a tratti ostile alle politiche statunitensi. La Germania, prima di tutti, si è smarcata dal ruolo di cuscinetto con Washington cercando di assurgere a guida dei Ventisette dopo aver depredato i paesi del Sud. Strizzando l’occhio a Mosca, dribblando le sanzioni, ingozzandosi con l’export, scendendo in piazza contro il Ttip, ha sfidato la diplomazia ed é inciampata in una brutta guerra commerciale con gli Usa.  E c’era da aspettarselo: non a caso Washington ha deciso da inizio anno di criticare apertamente le misure oppressive messe in campo da Berlino in una tenzone che ha spaccato il Vecchio Continente, e che per forza centrifuga ha definitivamente spinto Roma fuori dal nucleo di comando Ue. Non riuscendo ad imporsi sullo scenario continentale, Roma si é riunita con Londra nell’orbita - mai abbandonata in realtà - degli Usa. Nella contropartita c’è da leggere l’invio dei nostri militari in Lettonia, in Libia e nelle altre zone d’interesse atlantico, come l’Iraq. L’azione diplomatica del governo per ottenere il sostegno degli Stati Uniti aveva preso tempo, concedendo l’uso della base di Sigonella per operazioni con i droni americani in Libia. Ma abbiamo dovuto concedere di più. E così, mentre l’opinione pubblica è distratta dal processo di riforme costituzionali - che incassano un sì convinto da Obama - Matteo Renzi si trova a dover gestire crisi assai più delicate e importanti per l’intero pianeta e per gli equilibri geopolitici ed economici. La vera guerra del Presidente del Consiglio, insomma, non è quella interna. Ma giocando, lui sì con abilità, la carta del populismo contro l’austerity e cavalcando l’euroscetticismo contro la Merkel, Renzi cerca di traghettare l’Italia fuori da quel luogo scomodo di mezzo che ieri era tra la Nato ed il patto di Varsavia, oggi tra la Nato e la Russia. Forte delle concessioni all’amico americano, oggi Renzi sfida Bruxelles in un confronto che si annuncia duro e polemico. In Europa del resto si moltiplicano i segnali di una crisi mal gestita: su Bloomberg, un grafico mostra una nuova accelerazione della fuga dei capitali dal nostro paese, segno di una crescente sfiducia nella tenuta del progetto dell’euro e anche di un timore diffuso per la crisi bancaria. Capitali che abbandonano l’Italia e vanno in Germania, tutelando gli interessi del più forte. Tanto per cambiare. E non é affatto un bel segnale per noi. Mentre lo é per la formica berlinese, che con i tassi della Bce vanta un pareggio di bilancio grazie a centinaia di miliardi di euro di servizio sul debito risparmiati negli ultimi anni, e che oggi sta facendo incetta di case alimentando una bolla immobiliare . Eppure proprio un tedesco, Otmar Issing, uno dei membri fondatori del comitato esecutivo della Banca centrale europea, ha concesso una straordinaria intervista nel corso della quale, parlando del futuro dell'euro, ha dichiarato che ”il castello di carte crollerà”. Issing sostiene  che l'euro è stato tradito dalla politica, lamentando che l'esperimento è andato male fin dall'inizio. Ma é davvero così o é semmai il contrario?  Peccato guardare sempre al nostro ombelico italiano o europeo. Là fuori c’è un mondo che meriterebbe di essere studiato ed affrontato con maggiore interesse. Si scoprirebbe, ad esempio, che la politica, in definitiva, non può più decidere nulla, perché il quadro istituzionale nel quale è inserita le impedisce di farlo. Che il blocco franco tedesco non è poi così omogeneo (cit: Martin Feldstein: ”L'aspirazione francese all'uguaglianza non è compatibile con le aspettative tedesche di egemonia"). E che avremmo dovuto capire qualcosa da tempo (cit. Krugman: ”L’Unione monetaria non è stata progettata per fare tutti contenti. È stata progettata per mantenere contenta la Germania , per offrire quella severa disciplina antinflazionistica che tutti sanno essere sempre stata desiderata dalla Germania, e che la Germania sempre vorrà in futuro”).

giovedì 6 ottobre 2016

Il Big Business tra informazione e propaganda

di Raffaella Vitulano

Ciò di cui l’Italia ha bisogno non sono più leggi approvate più rapidamente, ma piuttosto meno e migliori leggi: Tony Barber, la più importante firma del Financial Times sulle questioni europee, critica in maniera esplicita sia la riforma costituzionale che la riforma elettorale: ”Una sconfitta di Renzi al referendum non deve necessariamente destabilizzare l’Italia. Una vittoria, d’altra parte, potrebbe rappresentare la follia di anteporre l’obiettivo tattico della sopravvivenza di Renzi alla necessità strategica di una sana democrazia in Italia”. Ma a sua volta il quotidiano della City prende le distanze da Barber e sottolinea come le parole del suo columnist non rispecchino la posizione ufficiale del board editoriale: ”Al Financial Times ci atteniamo ai più elevati standard giornalistici, e siamo davvero orgogliosi di poter ospitare tante diverse opinioni nelle nostre pagine dei commenti”. Realizziamo ormai con piena consapevolezza che il conflitto politico coincide con il conflitto economico, cioè con la concorrenza spietata, soprattutto quella salariale. Un momento delicatissimo. Il mercato globale delegittima Stati e democrazie ed ostenta sicurezza valoriale in un sistema in realtà virtualmente fatuo quanto aggressivo, mentre ai confini nazionali lascia i brandelli delle polemiche interne.
Siamo sempre più confusi. Chi é che ci distrae mentre fuori dai nostri confini si giocano le vere partite a scacchi che creano guerre sempre più cruente, profughi, catastrofi ambientali, economie reali in affanno, speculazioni finanziarie, approcci ambigui a territori lacerati da conflitti intricati, crescita zero, disoccupazione impennata ovunque? Convergiamo sì, ma verso quale iceberg? Possiamo cercare di capirlo informandoci, leggendo. Ma distinguere tra informazione e propaganda é diventato davvero arduo di questi tempi.
Pensiamo ai buoni intenti di un documento europeo fondamentale di ormai un anno e mezzo fa - ma passato sotto silenzio - che si chiama “5 Presidents report”, che parla tanto di integrazione europea ma considera l’Unione Politica solo l’ultima delle fasi, dopo il raggiungimento di una Unione Economica, Finanziaria e di Bilancio.
Ancora sulla democrazia: la Costituzione del 1948 è stata dichiarata di grado inferiore nella gerarchia delle fonti rispetto alla legge europea dalla Corte Europea di Giustizia (parte del Trattato di Lisbona), la quale decreta, testualmente “Nell’opinione 1/91 della Corte Europea di Giustizia, i Trattati europei sono descritti come la Carta Costituzionale di una Comunità Legale, per il beneficio della quale i singoli Stati ora limitano i propri diritti sovrani”. Quanti cittadini ne sono a conoscenza nei dibattiti di questi tempi?
E quando la democrazia si esporta, prima o poi qualche domanda su ambigue alleanze dovremo pur porcela, è lo stimolo ulteriore del direttore di Analisi Difesa, Gaiani: ”Anche noi italiani dovremmo essere un po’ arrabbiati con i sauditi dopo i bombardamenti effettuati dai jet di Ryad sugli stabilimenti delle aziende italiane nello Yemen: Caprari Pumps Yemen Ltd, specializzata nella produzione di pompe per acqua e il tubificio e mattonificio Alsonidar a Sana’a. Gli aerei da guerra, come ha riportato la Reuters, hanno colpito con le loro bombe tre differenti aziende provocando gravi danni a tutte le strutture prese di mira...Nulla di nuovo in una guerra ma sorprende che in Italia ed Europa abbiano così vasta eco le vittime civili siriane (ovviamente solo quelle uccise da russi e regime di Assad secondo i ribelli jihadisti amici dei sauditi) ma a nessuno interessino i civili yemeniti sciti uccisi dalle bombe di Riad tutte costruite in Occidente, Italia inclusa.”L’Europa pensa a far quadrare i bilanci e perde di vista il delicatissimo contesto geopolitico. Il Congresso Usa preme infatti sul generale Dunford, capo degli stati maggiori riuniti, perché esita a stabilire una no-fly zone in Siria. Alla Commissione Difesa il generale ha risposto: “Per noi prendere il controllo dell’intero spazio aereo della Siria richiederebbe che facessimo la guerra contro Siria e Russia. E' una decisione fondamentale che non sarò io a prendere”. Civili guerrafondai contro militari esitanti, chi l’avrebbe mai detto?
Tensione alle stelle tra Usa e Russia. Voi obiettate: e questo che c’entra con noi? Siete proprio certi che non debba interessarci?