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mercoledì 30 novembre 2016

Derivati e dintorni, la dolce mannaia di Reykjavík

 di Raffaella Vitulano

“Il consumatore è un lavoratore che non sa di esserlo”: un concetto piuttosto di moda, soprattutto alla luce della minuziosa quanto stancante attività svolta durante il Black Friday e il Cyber Monday, ennesime ricorrenze commerciali importate dagli Usa dopo Halloween. ll sociologo francese Baudrillard, con questa affermazione, aveva visto giusto con largo anticipo, soprattutto se si pensa ai click isterici su Amazon, la multinazionale americana con sede a Seattle e che - secondo uno studio di Mediobanca - nel 2014 ha registrato nell’ultimo anno una crescita di fatturato di circa il 20%, raggiungendo gli oltre 73 miliardi di euro. La filiale italiana del colosso delle vendite on line ha sbancato, segnando il suo record storico: in un solo giorno ha registrato 1,1 milioni di prodotti venduti, con una media di 12 vendite al secondo. I consumatori hanno acquistato una quantità tale di aspirapolveri che, se impilate, creerebbero un monte alto 2500 metri. E il forte richiamo all’igiene avrebbe segnato anche le vendite di un quantitativo record di spazzolini elettronici. Diverse le istantanee di crisi scattate invece in Grecia, dove sono aumentano i poveri che rovistano tra i rifiutie i fondi-avvoltoio che aleggiano su case acquistate con mutuo. C’è chi, guardando allo spettrale scenario greco, trattiene il fiato pensando a quello che potrebbe accadere in Italia. Steve Eisman, grande esperto e protagonista di speculazioni internazionali, proprietario di uno dei maggiori hedge fund, in un’intervista al Guardian dice con chiarezza ciò che finora veniva solo intuito o sussurrato: è in corso un attacco alle banche italiane, da parte degli speculatori internazionali, tramite vendite allo scoperto. Una notizia, più che un sospetto. Gli istituti di credito tremano, attendendo un terremoto imminente di cui, almeno qui in patria, probabilmente a fare le spese saranno i soliti noti, quegli stessi consumatori/clienti che qualche giorno prima si affannavano su Amazon. Così invece non sembra essere accaduto in Islanda, dove ben nove banchieri sono stati ritenuti colpevoli e condannati a decenni di carcere per reati legati al crollo economico del 2008. Kaupthing Bank era la più grande banca islandese (davanti alla Landsbanki) e la settima banca dei paesi nordici, con oltre 58 miliardi di euro di asset. In seguito alla grave crisi finanziaria che ha colpito l’economia mondiale e anche l’Islanda, nel corso dell’ottobre 2008 il governo di Reykjavík ha preso il controllo della banca. La banca è in seguito tornata privata, e il 20 novembre 2009 ha cambiato nome in Arion Banki. Giovedì scorso la Corte Suprema islandese ha restituito un verdetto di colpevolezza per tutti e nove gli imputati di manipolazione del mercato nella Kaupthing, dopo un lungo processo, tra cui l’ex direttore Hreiðar Már Sigurðsson. La crisi della Kaupthing , crollata nel 2008 sotto enormi debiti, ha paralizzato l’economia della piccola nazione, che nei primi anni Duemila aveva conosciuto un periodo di grande espansione, fino a far vantare ai suoi abitanti uno dei redditi pro-capite più alti del pianeta. Questo grazie non tanto alle poche attività manifatturiere ed agricole presenti, ma al suo sistema finanziario, praticamente da piazza offshore, incentrato proprio su tre banche private: Kaupthing, Landsbanki e Glitnir, che negli anni dell’euforia finanziaria crescono raccogliendo depositi da tutt’Europa, specie dal Regno Unito. Poi salta in aria la Lehman Brothers, tutti si spaventano e tanti begli investimenti che si pensava fossero sicurissimi diventano carta straccia, soprattutto quando inizia una vera e propria corsa a vendere qualsiasi cosa sia denominata in corone islandesi, dai titoli di stato agli speculativi Glacier Bond. Chiedendo che i banchieri siano soggetti alle stesse leggi come il resto della società, l’Islanda ha optato per una strategia molto diversa sul piano delle responsabilità rispetto al resto d’Europa e agli Stati Uniti, dove le banche hanno ricevuto multe in importi nominali, e amministratori e dirigenti sono sfuggiti ad ogni punizione. Restano le conseguenze del crollo sulle aziende controllate dalla Kaupthing, che ora sta cercando di vendere Oasis, Warehouse and Coast che impiegano 5422 persone. Oggi questi marchi , acquisiti nel 2009 da Mosaic Fashion - in amministrazione controllata dopo che l’azionista Baugur era crollato sulla scia della crisi - tornano sul mercato per un valore inferiore a 100 milioni di sterline.

lunedì 21 novembre 2016

Un vezzoso corsetto d'acciaio per Bruxelles

 di Raffaella Vitulano

La stampa internazionale comincia a preoccuparsi seriamente del destino dell’Italia e dell’Europa. Ieri, a braccetto, il Financial Times e il Wall Street Journal s’interrogavano sulle possibili conseguenze degli esiti del referendum, segnalando entrambi possibili rischi per l'euro. Munchau sul Ft, in particolare, evidenziava una possibile Italexit causata da una debole performance economica del Paese (che ”ha perso il 5% di produttività dall’adozione dell’euro nel 1999, mentre in Germania e Francia è salita del 10%”) e dal ”fallimento” dell’Ue ”che non ha saputo costruire una vera Unione economica e bancaria dopo la crisi del 2010-2012 e ha invece imposto l’austerità”. Sul primo punto, conosciamo ormai fin troppo bene le scaltre mosse franco-tedesche ai danni di Roma. Quanto al secondo punto, sarà il caso di ricordare che il Superstato Europeo delineato dai cinque presidenti (Jean Claude Juncker, presidente della Commissione europea; Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo; Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo; Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, e Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea) nel Five Presidents’ Report, sembra delineare nei fatti da qui al 2025 un futuro fatto di austerità e rigore. E stringe la crescita in un vezzoso corsetto d’acciaio, nonostante il contesto drammatico. Un po’ a dire: se l’Europa bella vuole apparire, deve pur soffrire. Ma perché? Chi l’ha detto? Trump ha vinto perché ha saputo cogliere la radice del malessere dell’elettorato americano, che Samuel Huntington (quello del The Crisis of Democracy, libro spartiacque del neoliberismo) identifica nella denazionalizzazione delle élites. Il politologo americano di stanza ad Harvard nota la frattura venutasi a creare tra elettorato statunitense ed élites in merito alle questioni legate all’identità nazionale, mentre gli elettori si preoccupano della sicurezza e della stabilità sociale, scossi dalle forze dirompenti della globalizzazione di cui si giovano piuttosto le élites partecipanti al grande gioco del domino globale. Ma le tessere non coincidono più e la linea di demarcazione dunque non starebbe tanto tra establishment e anti-establishment, tra élites e anti-élites (giacché le élites sono sempre esistite e sempre esisteranno) ma tra chi vede nel controllo dei confini, fisici e culturali, una precondizione per la stabilità sociale, nazionale e internazionale; e chi invece vede nei confini e nell’interesse nazionale un limite arbitrario alle proprie opportunità, da espandere senza se e senza ma. Senza vincoli né regole. Non é questione di poco conto, perché se la globalizzazione non viene costruita tenendo conto anche delle esigenze locali - magari senza bollarle di populismo - il bel castello di carte imposto da Bruxelles crolla miseramente. E il Financial Times, diciamolo, poteva anche accorgersene prima. Ci siamo lanciati senza fare i calcoli necessari, e oggi ci prepariamo ad un brusco atterraggio: le Trumponomics de-globalizzate contro il Neoliberismo stanno per lanciare l’ultima fase della battaglia del secolo. Quattro mesi fa la Nomura Holdings Inc. ha pubblicato un rapporto intitolato “Trumping Asia“: oltre il 77 % degli intervistati prevedeva che Trump avrebbe bollato la Cina come un paese manipolatore della valuta e che metterà tasse sull’export da Cina, Corea del Sud e Giappone. Vedremo. Repubblicani e democratici possono però intanto concordare su una cosa: l’elezione di Donald Trump rappresenta il colpo di grazia definitivo al Partenariato transpacifico (Tpp). Lo scorso 10 novembre, il senatore Charles E. Schumer ha comunicato al consiglio esecutivo dell’Afl-Cio che il trattato che favorisce soprattutto gli interessi delle multinazionali non sarà ratificato dal Congresso. Peccato per Big Pharma, che ad esempio avrebbe beneficiato di misure di tutela dei brevetti tali da assicurare alla aziende farmaceutiche la possibilità di ritardare l’introduzione delle versioni generiche dei loro prodotti. Il cuore del problema sta dunque nella distanza che le élites dell’utopia cosmopolita di una super-comunità globale (sponsorizzata da Soros nella open society) decidono di porre tra il proprio destino e quello della comunità politica nazionale di cui pretendono farsi portavoce. Un concetto che dovrebbe ormai esser chiaro alle élites europee. Eppure, fedele alle sue convinzioni sulla non necessità della riduzione del debito greco, Schauble ieri ha di nuovo detto che“la Grecia vive al di sopra dei propri mezzi“. Miopia o gretta stupidità?

mercoledì 9 novembre 2016

11/9-9/11. Trump #cambiaverso

di Raffaella Vitulano

Crollino le borse, svengano i futures, si fermino gli orologi, si offuschi il sole, tremi lo yen, fremano le pannocchie, il cambio al vertice del governo Usa è arrivato. Inutile ora ricordare quel Coefficiente di Gini secondo il quale una iniquità estrema diminuisce il potenziale di crescita distruggendo la coesione sociale, aumentando il malcontento pubblico e alimentando il conflitto sociale. E lì cominciano i guai e le radicalizzazioni.Certo, una vittoria di tale misura non é probabilmente spiegabile solo con il carisma del candidato repubblicano, appoggiato semmai da una poderosa quota di establishment sulla base - sussurrano i ben informati - di un preciso piano su due punti: la rinascita industriale degli Usa e il patto con la Russia di Putin per il rialzo del prezzo del petrolio, che converrebbe a entrambi e ai loro alleati, a cominciare dai sauditi. Lontano dalle piazze e dal circo mediatico, insomma, altrettanti potenti interessi economici avrebbero supportato con discrezione Trump puntando su punti nodali come anche il crollo dei salari e il credito bancario che ”non dovrebbe essere utilizzato per facilitare la manipolazione dei valori delle Borse”. Così come ”non dovrebbe esserci credito per la speculazione e assolutamente per gli hedge fund”. Trump spinge per la cancellazione di questi mezzi speculativi alzando le tasse sugli introiti a breve termine dati dal trading, interrompendo i vantaggi fiscali sui prestiti e bloccando il credito a favore della speculazione. Quanto basta per aver suscitato l’avversione di Wall Street e attirato l’attenzione che chi chiede che i vari Carl Icahan e i vari George Soros si vedano ultratassati i loro profitti derivanti da speculazione. Il nuovo inquilino della Casa Bianca dunque punta sugli Henry Ford per ricostruire tutte le Detroit che stanno andando allo sfascio, e scarica i saccheggiatori di Wall Street . E stop anche alla “guerra del petrolio”, venduto finora a prezzi stracciati per colpire la Russia. Come dicono i sostenitori di Trump, ”è un obiettivo nazionale degli Usa, perché un valore di mercato più alto renderebbe gli Stati Uniti stessi indipendenti dal punto di vista energetico. Ciò è parte significativa della rivoluzione di Trump”. Sauditi e russi avrebbero già avviato un pre-negoziato sulla crescita del prezzo del greggio fino ai 100 dollari al barile. Il Pentagono non potrebbe opporsi, perché, dice un sostenitore di Trump, ”è negli interessi del complesso militare-industriale raggiungere l’obiettivo di una totale indipendenza energetica e rimpatriare tutte le industrie belliche sul territorio nazionale”. Non é un caso che Michael Flynn, ex capo della Dia (servizi segreti militari), abbia sostenuto Trump. Il generale Flynn ha anche raccontato al giornalista Seymour Hersh come, da quella poltrona, abbia sabotato gli sforzi della Cia per rifornire di armi libiche i terroristi scatenati dai sauditi e dai turchi in Siria. Insomma, lui è parte di quello “stato profondo patriottico” che proprio non voleva la famiglia Clinton alla Casa Bianca . Quale convenienza possano trovare in questo piano invece gli strateghi di Jp Morgan sarà tutta da verificare. Aspettiamoci ora con molte probabilità la svalutazione del dollaro, uno scossone all’euro, il ridimensionamento definitivo della Germania, un riorientamento delle priorità della Nato verso il Mediterraneo, la restituzione agli europei di quote di autonomia effettiva. E proprio in quest’ambito l’elezione di Trump proprio il 9 novembre, anniversario del crollo del Muro di Berlino, spinge a riflettere anche sull’esaltazione acritica della globalizzazione e del multiculturalismo senza valutarne gli impatti. E ammesso che sia davvero solido il suo programma geopolitico, bisogna capire se e quanto potrà attuarlo, dato che nel suo staff si è insinuato un super-falco come Michael Ledeen, uno specialista della strategia della tensione, come anche il neo-vicepresidente, Mike Pence, l’uomo che avrebbe gestito la questione antrace come per poter invadere l’Iraq di Saddam. L’exploit di Trump punta comunque dal 9 novembre a rovesciare l’impostazione della Casa Bianca dall’11 settembre 2001 e a mettere in discussione i pilastri della governance globale degli ultimi 70 anni. Ma significa anche un ritorno al Medioriente degli anni 70: divisione di zone d’influenza tra Usa e Russia, stabilizzazione dei conflitti di grande ampiezza. Tuttavia non dobbiamo pensare che l’elezione di Mr. Trump significhi un semplice ritorno all’isolazionismo del periodo tra le due guerre: gli Stati Uniti continueranno a intervenire diplomaticamente e militarmente nel mondo, ma in un modo più pragmatico e probabilmente più efficace. Meno interventi ma più decisivi. In questo nuovo contesto l’India - legata energeticamente alla Russia e geopoliticamente gli Stati Uniti - potrebbe svolgere un ruolo di arbitro tra le due potenze in Ucraina. Per quanto riguarda la Cina, non sembra che Trump la veda come un reale avversario geopolitico. Il riavvicinamento con la Russia sarà certamente arbitrato da parte di Israele, paesi deluso da Obama e che ha stabilito contatti militari con la Russia.Criticando l’accordo nucleare con l’Iran, Trump avrà l’appoggio dell’Arabia Saudita, terrorizzato dalla crescita di Teheran nella regione, e a cui gli Stati Uniti potrebbero fornire un aiuto finanziario per sostenere la sua transizione al post-petrolio.