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lunedì 21 novembre 2016

Un vezzoso corsetto d'acciaio per Bruxelles

 di Raffaella Vitulano

La stampa internazionale comincia a preoccuparsi seriamente del destino dell’Italia e dell’Europa. Ieri, a braccetto, il Financial Times e il Wall Street Journal s’interrogavano sulle possibili conseguenze degli esiti del referendum, segnalando entrambi possibili rischi per l'euro. Munchau sul Ft, in particolare, evidenziava una possibile Italexit causata da una debole performance economica del Paese (che ”ha perso il 5% di produttività dall’adozione dell’euro nel 1999, mentre in Germania e Francia è salita del 10%”) e dal ”fallimento” dell’Ue ”che non ha saputo costruire una vera Unione economica e bancaria dopo la crisi del 2010-2012 e ha invece imposto l’austerità”. Sul primo punto, conosciamo ormai fin troppo bene le scaltre mosse franco-tedesche ai danni di Roma. Quanto al secondo punto, sarà il caso di ricordare che il Superstato Europeo delineato dai cinque presidenti (Jean Claude Juncker, presidente della Commissione europea; Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo; Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo; Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, e Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea) nel Five Presidents’ Report, sembra delineare nei fatti da qui al 2025 un futuro fatto di austerità e rigore. E stringe la crescita in un vezzoso corsetto d’acciaio, nonostante il contesto drammatico. Un po’ a dire: se l’Europa bella vuole apparire, deve pur soffrire. Ma perché? Chi l’ha detto? Trump ha vinto perché ha saputo cogliere la radice del malessere dell’elettorato americano, che Samuel Huntington (quello del The Crisis of Democracy, libro spartiacque del neoliberismo) identifica nella denazionalizzazione delle élites. Il politologo americano di stanza ad Harvard nota la frattura venutasi a creare tra elettorato statunitense ed élites in merito alle questioni legate all’identità nazionale, mentre gli elettori si preoccupano della sicurezza e della stabilità sociale, scossi dalle forze dirompenti della globalizzazione di cui si giovano piuttosto le élites partecipanti al grande gioco del domino globale. Ma le tessere non coincidono più e la linea di demarcazione dunque non starebbe tanto tra establishment e anti-establishment, tra élites e anti-élites (giacché le élites sono sempre esistite e sempre esisteranno) ma tra chi vede nel controllo dei confini, fisici e culturali, una precondizione per la stabilità sociale, nazionale e internazionale; e chi invece vede nei confini e nell’interesse nazionale un limite arbitrario alle proprie opportunità, da espandere senza se e senza ma. Senza vincoli né regole. Non é questione di poco conto, perché se la globalizzazione non viene costruita tenendo conto anche delle esigenze locali - magari senza bollarle di populismo - il bel castello di carte imposto da Bruxelles crolla miseramente. E il Financial Times, diciamolo, poteva anche accorgersene prima. Ci siamo lanciati senza fare i calcoli necessari, e oggi ci prepariamo ad un brusco atterraggio: le Trumponomics de-globalizzate contro il Neoliberismo stanno per lanciare l’ultima fase della battaglia del secolo. Quattro mesi fa la Nomura Holdings Inc. ha pubblicato un rapporto intitolato “Trumping Asia“: oltre il 77 % degli intervistati prevedeva che Trump avrebbe bollato la Cina come un paese manipolatore della valuta e che metterà tasse sull’export da Cina, Corea del Sud e Giappone. Vedremo. Repubblicani e democratici possono però intanto concordare su una cosa: l’elezione di Donald Trump rappresenta il colpo di grazia definitivo al Partenariato transpacifico (Tpp). Lo scorso 10 novembre, il senatore Charles E. Schumer ha comunicato al consiglio esecutivo dell’Afl-Cio che il trattato che favorisce soprattutto gli interessi delle multinazionali non sarà ratificato dal Congresso. Peccato per Big Pharma, che ad esempio avrebbe beneficiato di misure di tutela dei brevetti tali da assicurare alla aziende farmaceutiche la possibilità di ritardare l’introduzione delle versioni generiche dei loro prodotti. Il cuore del problema sta dunque nella distanza che le élites dell’utopia cosmopolita di una super-comunità globale (sponsorizzata da Soros nella open society) decidono di porre tra il proprio destino e quello della comunità politica nazionale di cui pretendono farsi portavoce. Un concetto che dovrebbe ormai esser chiaro alle élites europee. Eppure, fedele alle sue convinzioni sulla non necessità della riduzione del debito greco, Schauble ieri ha di nuovo detto che“la Grecia vive al di sopra dei propri mezzi“. Miopia o gretta stupidità?

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