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venerdì 13 ottobre 2017

Fiscal compact: e chi ne parla più?

di Raffaella Vitulano

Fiscal compact: e chi ne parla più? A fine anno, cinque anni dopo la sua approvazione, il Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria potrebbe essere inserito nell’ordinamento giuridico europeo, divenendo giuridicamente superiore alla legislazione nazionale e rendendo irreversibili le politiche liberiste d’austerità. Un fatto epocale, che toccherà la vita e le sorti di milioni di persone. Eppure, pochi sono gli approfondimenti dedicati, a dispetto di altre beghe di cui si parla e scrive in abbondanza. Approvato nel marzo 2012 da 25 dei 28 Stati membri dell’Ue, il Fiscal Compact si colloca nel solco di una serie di trattati e regolamenti che hanno impresso una svolta monetarista all’Unione. E se dovesse essere confermato, il Fiscal compact prevederà per il nostro Paese l’obbligo nei prossimi 20 anni del rientro del rapporto debito-Pil dall’attuale 132% al 60%, con un taglio annuale della spesa pubblica stimato in 50 miliardi. A questo d’altronde mira l’inserimento del “pareggio di bilancio” in Costituzione previsto dal Fiscal Compact ed approvato dal Parlamento italiano sempre nel 2012. Il presidente della Commissione Economia del parlamento europeo, Roberto Gualtieri, lo sostiene senza mezzi termini: il Fiscal Compact è un trattato sbagliato due volte: nella forma, perché intergovernativo; e nel contenuto, perché esprime una visione economica antiquata che contraddice la necessità di politiche anticicliche e non riconosce la funzione fondamentale degli investimenti pubblici. Eppure da 25 anni il bilancio dello Stato italiano, nonostante tutto, chiude con un avanzo primario di parecchi miliardi di euro, risucchiati dal pagamento degli interessi sul debito. E peggio del Fiscal Compact è il patto di stabilità e crescita del 1997 (che giuridicamente prevale sul fiscal compact e che ha lasciato per strada la crescita), per migliorare il quale si potrebbe inserire la golden rule per gli investimenti e il concetto di posizione fiscale aggregata dell'eurozona. Ma la polpetta avvelenata a Bruxelles l’ha lasciata due giorni fa Wolfgang Schaeuble, prima di congedarsi dall’Eurogruppo, consegnandoci un documento in cui si propone di trasformare l’attuale Fondo salva Stati (Mes) in un super-controllore (del tutto spoliticizzato) dei bilanci nazionali, una sorta di Fmi europeo. Alla richiesta di aiuto da parte di uno Stato (come è stato per Grecia, Portogallo e Irlanda) corrisponderebbe poi il fallimento automatico dello stesso. Obiettivo di Schaeuble era contrastare la proposta francese di Emmanuel Macron di istituire un bilancio comune e un ministro delle Finanze unico nell’Eurozona. In questo senso hanno vinto i tedeschi: l’assicurazione europea dei depositi non si farà. E così si dà l’addio al completamento dell’Unione bancaria. In arrivo nuovi esami per le banche e forse il bail-in per i titoli pubblici. L’Fme, in sostanza, sarà guardiano del Fiscal Compact e dotato del potere di imporre perdite ai detentori di titoli pubblici di un paese, qualora questo chiedesse la sua assistenza finanziaria: una sorta di bail-in applicato al debito pubblico. Chi cerca alternative trova quella di un intervento della Bce: l’istituto di Francoforte dovrebbe acquistare senza interessi titoli di debito a scadenza dei Paesi dell’Eurozona e convertirli in titoli irredimibili (di cui non si chiede più il rimborso). Qualora per questi acquisti, come prevedono alcune proposte in campo, la Bce emetta a sua volta obbligazioni, le sue perdite (interessi) sarebbero compensate dalla rinuncia da parte degli Stati agli utili derivanti dalle attività - titoli, valuta estera, prestiti alle banche commerciali - possedute in contropartita alle banconote in circolazione dalla banche centrali nazionali. Comunque vada, una tenaglia. Eppure il livello del deficit pubblico dovrebbe essere considerato come legittimo non in base a una regola quantitativa immutabile fissata in anticipo, ma perché permette di raggiungere un livello di domanda soddisfacente determinando un livello di produzione che non causi disoccupazione di massa, né aumento di inflazione. E non vi è alcuna garanzia che il saldo di bilancio desiderato garantisca l’equilibrio. Insomma: nessun debito condiviso, nessuna assicurazione per un reddito di solidarietà europeo, nessun bilancio comune, ma solo una nuova stretta occhiuta sui conti pubblici e la pericolosa trasformazione del Mes in Fondo monetario europeo, che aiuterà solo chi apre le porte di casa e del governo alla Troika. Uno scenario inquietante, soprattutto per l’Italia.

venerdì 4 agosto 2017

Il Debito è la nuova forma di schiavitù

 di Raffaella Vitulano
Andiamo in ferie con notizie poco rassicuranti. L’Eurozona è probabilmente destinata a crollare, non importa quanti tentativi facciano Francia e Germania per salvarla: così avverte una delle più grandi banche di investimento del mondo, la Bank of America Merrill Lynch, secondo cui il blocco di paesi della moneta unica ha iniziato a cadere a pezzi fin dal momento stesso in cui è stato fondato quasi 20 anni fa. Il colpo di grazia sarebbe arrivato quando i paesi più ricchi come la Germania non hanno redistribuito la ricchezza in modo permanente verso i paesi più poveri dell’Eurozona. Della stessa opinione il Fondo monetario internazionale, le cui indicazioni - ammette lo stesso Fmi - sono state spesso messe in secondo piano da decisioni politiche europee ed in generale da un “innamoramento” per l’euro da parte dei vertici, con il risultato che non ha affrontato le divergenze fra le economie. E chi ora risarcirà i greci che sono stati la cavia di questo studio? I banchieri centrali delle economie sviluppate si dicono dal canto loro ’sconcertati’ dal lento ritmo di aumenti salariali. Ma scherziamo? Pensiamo ad ex governatori della Fed che hanno creato almeno una decina di bolle e hanno fatto finta di non vedere la più colossale della storia, quella subprime. Ecco servito agli speculatori un gioco al massacro: non importano i fondamentali, a loro interessa fare soldi, poi  si stufano e cambiano direzione.  Il problema, tuttavia, non sta nei mercati, ma nei politici che lasciano agire indisturbata la corporatocrazia:  poche decine di individui che tramite multinazionali controllano più beni che tutta la popolazione del mondo. John Perkins, pentito ”sicario dell’economia”, racconta che un tempo lui e i suoi colleghi lavoravano per manipolare il sistema. Oggi come allora  grandi corporations come Nike, Monsanto, General Motors, le grandi compagnie petrolifere, agiscono nell’ombra. L’indebitamento crea la nuova forma di schiavitù: i governi di tutto il mondo sono indebitati, le nazioni sono indebitate, gli individui sono indebitati. Il debito è nelle mani delle grandi banche internazionali; le grandi banche, i politici, sono strettamente legati alle multinazionali, questa è la corporatocrazia: ”Il mio lavoro di sicario dell’economia consisteva nell’indebitare sempre più intere nazioni, in questo modo questi paesi diventavano servi delle grandi multinazionali”. Ma il Vero Potere ha da molto tempo capito che la classica struttura della competizione del mercato non può più funzionare. Il Vero Potere - è l’ipotesi del giornalista Paolo Barnard - ha già strutturato la risposta ”in una forma totalmente nuova di economia, la “Tech-Gleba Senza Alternative”, 10 miliardi di umani elevati a classe medio-bassa ma schiavi delle tecnologie e che consumi in modo totalmente diverso. Jeff Bezos, di Amazon, annuncia lo sbriciolamento di ”interi comparti industriali e della piccola-media distribuzione”. Ne hanno discusso anche Lloyd Blankfein (Goldman Sachs), Robert Smith (Vista Equity Partners), e Jeff Immelt (General Electric) a un meeting riservato. 10 miliardi di viventi saranno “prigionieri” della necessità (Captive Demand) di “noleggiare” (e non più comprare) tecnologia per quasi ogni prodotto e per quasi ogni servizio esistente, della quale non avranno nessun controllo ma assoluta necessità. Materiali “magici” come il Graphene, algoritmi matematici, tecnologie visive come gli Oleds e super-computer ”di capacità inimmaginabili”nascenti dalla fisica quantistica di D-Wave Systems la faranno da padrone e sfonderanno i limiti dell’immaginabile, come sostiene Sergey Brin, il guru di Google-Alphabet. Nessuna alternativa alla Tech Gleba? A cambiare le cose potrebbero intervenire proprio i governi, se solo fossero più attenti e meno ricattabili dalle multinazionali. Il barone Rohtschild? ”Potentissimo”, certo, ”ma neppure lui - ammette Barnard - è riuscito a bloccare la mano dei politici quando nel trattato sovranazionale che creò la Bce, cioè il Tefu, scrissero quel codicillo maledetto che mette nelle mani della Bce il potere di bloccare qualsiasi mega-banca in Europa». Quel codicillo si chiama “risk control framework”. Risultato: in Europa, oggi, le grandi banche ”hanno una mina in pancia che le può far saltare da un momento all’altro per volere politico”. Banchieri privati possono insomma influenzare Mario Draghi, ma il bottone rosso non ce l’hanno. E si assumano le proprie responsabilità dunque i governi. Massima dei Rothschild, del resto, spiega bene il Corriere, fu sempre che un governo in difficoltà permetteva di realizzare grossi profitti, direttamente proporzionali al rischio, ma proprio a causa di ciò sono passati alla storia per essere dei vampiri, quando in realtà erano solo dei becchini.

lunedì 31 luglio 2017

La Cina dietro le mosse di Macron e Merkel


di Raffaella Vitulano

Dopo le scorribande di shopping sfrenato da parte di investitori esteri, i governi europei sono sempre più ostili ad acquisizioni di imprese nazionali ritenute strategiche. L’esempio del presidente Macron non è isolato: anche in Germania il governo Merkel ha alzato le barriere contro le acquisizioni straniere, tanto decantate invece in Italia. I paesi Ue più forti mettono da parte la retorica unitaria e fanno ricorso esplicito alla difesa dell’interesse nazionale. La Germania ha reagito alla frenesia di acquisizioni estere con una nuova direttiva che amplia il mandato di una legge esistente che consente attualmente al governo di bloccare un acquirente non appartenente all’Unione europea nell’acquisizione di oltre il 25% di una società tedesca, se si ritiene che tale mossa possa mettere a rischio l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale. Mossa che consente maggior potere negoziale ai ministri su accordi che riguardano imprese considerate fornitrici di “infrastrutture critiche”, in particolare quelle che producono software per servizi pubblici, sistemi di pagamento, di trasporto o sanitari. Mentre si materializzano le paventate guerre valutarie e commerciali causate dagli squilibri globali innescati dall’euro, e il dollaro americano continua a svalutarsi sulla moneta unica, l’Eurozona rimane intrappolata nelle sue false speranze alimentando politiche deflazionarie che favoriscono i paesi più forti, quelli creditori, nonché gli squali della finanza con i loro sostenitori. Ma c’è anche un gioco delle parti. Pensiamo all’editoriale pubblicato ieri dal Financial Time in cui la City si schiera di maniera contro Emmanuel Macron, soprattutto sulle iniziative unilaterali in Libia. Considerata sempre più alla stregua della Grecia, l’Italia resta uno dei Pigs del Sud Europa, un ”maiale” che secondo il presidente dell’Eurogruppo Dijesselbloem è in crisi perché come gli altri compari meridionali ha speso i soldi in vino e donne. Fumo negli occhi: se il nuovo governo libico diventasse filo francese, potrebbe revocare le concessioni ad Eni e nazionalizzare le infrastrutture petrolifere, per poi affidarne la gestione tecnica ai francesi. Se così accadesse la Francia, che già è uno dei nostri principali fornitori di energia elettrica, prodotta dalle sue centrali nucleari, diventerebbe nostro fornitore anche per la componente Oil&Gas. Per non parlare della corsa agli armamenti, sul cui piatto ci sarebbero almeno 40 miliardi di commesse militari. I nostri cosiddetti alleati sono in realtà i nostri più agguerriti competitor. L’intesa tra Macron e Merkel per un esercito europeo punta in realtà anche alla costruzione di un superjet da combattimento e di droni militari che potrebbe schiantare il futuro dell’industria aeronautica italiana. Francia e Germania sono ormai scatenate. Ovunque. Le multinazionali francesi e tedesche stanno massacrando anche l’Africa dei flussi migratori, acquisendo le Pmi del Corno d’Africa mentre i cinesi costruiscono abitazioni e strade sfruttando la manodopera dei carcerati. Si sussurra che a mettere Cattaneo (ex Telecom) contro il suo datore di lavoro che appena 15 mesi prima l’aveva cercato sarebbe stata la Sparkle: da un po’ di mesi Vivendi (francese) controlla di fatto Telecom, e adesso potrà vendere Sparkle a Orange, compagnia telefonica d’Oltralpe. Ovunque ci siano interessi francesi e tedeschi c’è la Cina con le sue industrie, le sue imprese e la sua potenza. Sembra così confermato un accordo strategico tra Parigi, Berlino e Pechino: i cinesi assicurano il saccheggio delle materie prime a prezzi convenienti per tedeschi e francesi. Questi ultimi garantiscono l’appoggio europeo all’operazione. La scelta degli Usa di imporre nuove sanzioni alla Russia punterebbe allora soprattutto ad impoverire l’economia tedesca legata ai contratti con Mosca e di bloccare ad ogni costo il progetto del gasdotto North Stream II, che porterà il gas in Germania direttamente dalla Russia. Intanto il presidente cinese Xi Jinping mette i bastoni tra le ruote a gruppi che puntano a espandersi all’estero, come Hna, primo azionista di Deutsche Bank con una quota del 10%, o Suning che ha comprato l’Inter.Delocalizzando, le multinazionali occidentali hanno permesso alla Cina di entrare in contatto con tecnologie avanzate. Questo ha permesso a Pechino di crescere in maniera esponenziale fino a consentirgli di sfidare l’egemonia di Washington tramite la Ue. E i cittadini europei in queste guerre commerciali? Per loro, come riportato da Reuters, l’Unione Europea sta valutando di bloccare i prelievi dai depositi e dai conti correnti, per prevenire una eventuale Bank Run, cioè una corsa dei correntisti a prelevare i propri soldi. Il documento il questione è Estone ed è datato 10 luglio. Tutti al mare, intanto c’è chi lavora per voi.

martedì 4 luglio 2017

Scintille a Strasburgo: poteri deboli o forti?

di Raffaella Vitulano

Le scintille di luglio nei cieli di Strasburgo tra il presidente della Commissione Juncker e il presidente dell’Europarlamento Tapani riportano sotto i riflettori dell’opinione pubblica temi centrali come i rapporti tra le istituzioni europee e la democrazia all’interno delle stesse. Chi controlla chi? Ieri Tajani lo ha detto con chiarezza: l’Europarlamento controlla la Commissione, a dispetto di chi vede nell’Esecutivo Ue un bolide in fuga mai trattenuto dai rappresentanti degli elettori. Le dimissioni della Commissione europea presieduta da Jacques Santer nel 1999 e il caso Eurostat nel 2003 hanno del resto evidenziato da anni la sottaciuta importanza dei compiti di controllo del Parlamento europeo. I due casi, che destarono notevole scalpore, dimostrano come i deputati possano intervenire criticamente sul lavoro delle altre istituzioni. Nel 2014 solo per un soffio il Parlamento europeo respinse la mozione di sfiducia contro Juncker per il caso Lux- Leaks: un’inchiesta condotta da una rete internazionale di giornalisti aveva rivelato una serie di concessioni fiscali segrete del governo del Lussemburgo a grandi aziende multinazionali tra il 2002 e il 2010. Accusata di corruzione, malversazioni, abuso di potere e frode sulla base del rapporto emesso dagli esperti indipendenti, la Commissione Santer presentò le sue dimissioni unanimemente il 15 marzo 1999. Un anno decisivo - con l’entrata in vigore del Trattato di Amsterdam - in cui i deputati approvarono innanzitutto la nomina del Presidente della Commissione che, a sua volta, costituirà il collegio dei commissari. Durante la crisi Santer, l’Europarlamento agì da attore politico influente e chiese e ottenne dal presidente successivo, Prodi, un accordo in virtù del quale chiedere al presidente della Commissione di dimissionare anche solo un commissario nel corso del suo mandato. Oggi il Parlamento usa poi tutta la sua influenza anche per esprimere orientamento negativo sulla composizione della Commissione: accadde con Barroso, quando la proposta di nomina (non formalizzata) per Rocco Buttiglione fu oggetto di numerose polemiche e costrinse il governo italiano ad optare per Franco Frattini. Prima di nominarli, infatti, i deputati europei sottopongono ad estenuanti audizioni i candidati proposti dai governi nazionali. Ve l’immaginate una ritualità simile tra i parlamentari nazionali e i potenziali ministri? Il Parlamento ha inoltre la possibilità di censurare la Commissione in qualsiasi momento. Nel caso Santer per la prima volta il Parlamento europeo attaccò direttamente la Commissione. Le dimissioni collettive dei commissari chiariranno in seguito il ruolo del Parlamento come forza politica dell’Ue. E arrivando ai giorni nostri ecco perché, a ben vedere, la Commissione europea non è affatto immune dal controllo dell’Europarlamento, che può inoltre rifiutare l’approvazione del bilancio annuale e chiedere variazioni nei capitoli annuali di spesa decisi con il suo concorso nonché legiferare nelle materie indicate dal Trattato insieme al Consiglio dei ministri (“codecisione”). Pur non disponendo dei poteri di iniziativa dei parlamenti nazionali, il Parlamento europeo usa dunque a suo favore i poteri di approvazione e censura. Tutto bene nell’equilibrio dei poteri allora? No, a sentire Andrea Guazzarotti, professore associato di Diritto costituzionale all’Università di Ferrara: ”E’chiaro che la impraticabilità di sostituire la Commissione per motivi politici ma solo etico-giuridici da parte del Parlamento europeo rende quest’ultimo un organo assai più debole di un parlamento entro una forma di governo parlamentare. Nessuna forma di governo parlamentare sembra ammettere l’impossibilità di uno scioglimento anticipato della Camera elettiva, come invece è stabilito dai Trattati. Ma in una forma di governo parlamentare, il parlamento deve aver la forza di minacciare (in ogni momento) la sfiducia all’esecutivo per motivi squisitamente politici e non etico-giuridici”. Inoltre, in Europa le funzioni di Capo dello Stato ‘collettivo’ sono attribuite al Consiglio europeo. Se per caso Junker fosse, oggi, indotto a dimettersi dalla minaccia di sfiducia da parte del Parlamento europeo, quest’ultimo dovrebbe intraprendere una faticosissima trattativa politica con il Consiglio europeo dagli esiti incerti. Il rischio è quello che a rimetterci di più, quanto ad autorevolezza politica, sia proprio lo stesso Parlamento europeo.

giovedì 20 aprile 2017

Moda, l'Età dell'Incertezza democratica

di Raffaella Vitulano

Intanto, diciamocelo, dovremmo chiederci se in crisi è la moda o il lusso. Perché ahinoi, la modamodaioladitendenza in crisi non lo è affatto. Lo è di più la qualità, intrisa di un lusso interiore che urla contro sgualciti brandelli svenduti come abiti. Se solo fossimo consumatori attenti, dovremmo chiederci come prêt-à-porter e fast fashion abbiano potuto diventare concorrenti in un Paese come il nostro, e cercare grimaldelli alla blindata indifferenza di una politica ottusa che ha reso agonizzante il made in Italy. Nel tessile, soprattutto, perché il design resiste molto meglio. La crisi c’è, lo sappiamo, ma le responsabilità sono anche altrove. Il sistema moda italiano è in affanno dietro a cambiamenti veloci, spontanei e irrefrenabili dettati dai concorrenti asiatici ma anche dalla rivoluzione digitale dell’e-commerce, vera frontiera della tecnologia contemporanea. Il sistema è annegato nella finanza, dentro scatole cinesi di cui neppure un Houdini saprebbe ormai spezzare le catene. Negli Usa l'Antitrust punta esplicitamente il dito verso blogger e influencer, poco trasparenti nei confronti degli utenti. C’è chi se la prende con Instagram e coi marchi low cost. La realtà è che da oltre un decennio gli acquirenti di qualità più consapevoli e coscienti richiedono, non solo al lusso, una moda meno gridata e più sobria, capi più versatili che soddisfino più esigenze. E non sempre la trova in mezzo a bizzarrie, frivolezze ed estrosità di alcune grandi griffes. Il superfluo già ha fatto il pieno di una banalità spesso liquida e inutile, e non importa se borse con paperelle sono realizzate in materiali di qualità. Ma neppure bisogna riproporre per anni lo stesso taglio a chi ha già una collezione di quei capi. C’è chi allora se la prende coi più applauditi direttori creativi del momento, che non riescono a reggere i ritmi di produzione, costretti a disegnare in team anche una collezione al mese. Così la moda oggi viene danneggiata proprio da quelli che prima erano i suoi punti di forza: velocità e cambiamento. La mutazione genetica che dagli anni ’80 ha cominciato a confondere la moda con il lusso ne ha accelerato i ritmi con i social network, che innescano il desiderio di possedere un capo o un accessorio e di possederlo subito. E poco importa se sia una copia fatta male di un capo di qualità appena sfilato in passerella. Il web responsabile dell’appiattimento estetico che dilaga? Indubbiamente occorre smettere di produrre un numero sempre maggiore di capi ed accessori per un mercato già saturo, o almeno frenare di fronte al nuovo concetto di marketing, la “stanchezza del consumatore”, puntando magari ad alleanze strategiche con siti di e-commerce multimarca come Yoox. Nel settore dell’e-commerce, infatti, le vendite di abbigliamento e calzature sono in controtendenza rispetto al comparto nel suo complesso. L’obiettivo di un marchio dovrebbe essere dunque di proporre capi scontati o in outlet avvicinando in tal modo sia clienti che si rivolgono a marchi meno costosi, sia quelli che a parità di prezzo scelgono marchi più ricercati e di nicchia. Per non parlare dell’usato su Ebay, su cui acquirenti attenti riescono a risparmiare su un capo usato due volte fino al 90% di un prezzo iniziale di vendita in negozio. Il “The business of fashion” parla di Età dell’incertezza riferendosi alle scosse che si sono abbattute direttamente nel mondo e indirettamente sul mercato della moda. L’insicurezza è democratica, come il disagio che dall’economia passa alla politica, toccando la cultura e i comportamenti di acquisto delle masse. Il concetto legato al consumismo di lusso appare amorale, ingiustificato. La griffes piace solo scontata. I Millennials spendono più per il cibo di quanto non facciano per la moda: un segnale d’allarme inequivocabile tra chi preferisce poi la moda indipendente e non industriale.

giovedì 6 aprile 2017

Siria 2017, quel ricordo non lontano di Sarajevo

di Raffaella Vitulano

In Siria la matassa si fa ancora più intricata. Appurato che sia stato un gas a provocare l’orrore della strage, restano ancora pesanti dubbi, come il fatto che, nonostante la pulizia operata dall'Onu nel 2013, la Siria fosse ancora disseminata di depositi piccoli e grandi di armi di ogni genere, comprese quelle chimiche. E nessuno potrebbe escludere che, anche in piccole quantità, siano finite nelle mani dei ribelli. Giuseppe Cucchi, sulla Stampa del 4 aprile, si spinge a ragionare anche su un possibile ”fuoco amico”destinato a provocare l’intervento Nato, proprio per l’assurdità dell’episodio. Quanto accaduto a Idlib , per Cucchi ricorda la tragedia di Sarajevo, con i bombardamenti che fecero stragi di civili. E qui il ricordo: ”Fu l’episodio che motivò l’intervento aereo della Nato sulle truppe serbe. Ancora anni dopo però permangono fondati dubbi sulla dinamica dell’accaduto”. Tra False flag e Fake news il terreno dell’informazione resta accidentato, proprio mentre le apparenti intenzioni iniziali del Presidente Trump di instaurare un dialogo con la sua controparte a Mosca sono evaporate nel nulla. ”Putin non è Hitler. Negoziare con lui, a condizioni precise, è nell’interesse di tutti”: è il consiglio che il vecchio saggio Henry Kissinger ha lanciato nel suo intervento all'incontro annuale della Trilateral Commission, avvenuto a Washington durante il fine settimana. ”Sulla Russia credo ci sia una certa incomprensione. Putin non intende lanciare una politica di conquista. Il suo obiettivo è ripristinare la dignità del proprio Paese, da San Pietroburgo a Vladivostok, come è sempre stato. Ciò risponde ad un antico nazionalismo, ma anche ad una storia diversa dalla nostra. Quindi dipingere Putin come il super cattivo globale è un errore di prospettiva e di sostanza”. Il dialogo dunque resterebbe necessario, proprio in questa fase storica così incandescente. La campagna anti russa sta invece prendendo slancio, sostenuta dal complesso militare industriale. Per Fulvio Scaglione, vicedirettore di Famiglia Cristiana, ”dietro le bombe di San Pietroburgo c’è tutto il paradosso della Russia putiniana, il Paese che ogni giorno dipingiamo retto da un’autocrazia senza meriti e senza princìpi, corrotta e incapace... culla degli hacker, laboratorio di progetti politici che mirano a soggiogare gli Usa e a lanciare una specie di scontro di civiltà con l’Europa delle democrazie.... eppure la Russia, e qui sta il paradosso, è oggi il centro politico del mondo”. Il protagonismo, si sa, crea nemici, procura nuove sfide. Che per molti non è sempre possibile combattere con mezzi leciti. E se i morti in guerra si possono celebrare o nascondere, bambini uccisi o cittadini straziati in metro si possono solo piangere, in lacrime che spesso la roboante retorica dissecca nell’infima consolazione che offrono le ipotesi sui colpevoli. O presunti tali. ”Riconoscere la complessità della situazione - prosegue Scaglione - non significa inginocchiarsi davanti ad Assad, e nemmeno disconoscere le sue brutalità, vere e presunte. Al contrario, disconoscerla per raccontare favolette significa prostrarsi davanti gli interessi dei jihadisti e dei loro mandanti, che sono alcuni dei regimi più reazionari del pianeta. Ma tant’è. Basta riempirsi la bocca con la democrazia e tutto passa”. Più duro di lui l’ex ambasciatore britannico in Siria, Peter Ford, che non usa mezze misure per definire lo scenario che si può prefigurare, ovvero un nuovo intervento militare nel paese arabo: Ford definisce ”cani che ritornano sul loro vomito” coloro che lo chiedono, argomentando come queste stesse persone non abbiano imparato la lezione dopo che gli interventi in Iraq e Libia hanno causato grande destabilizzazione in quei paesi, con centinaia di migliaia di morti. Non dimentichiamo infine le ombre dei grandi interessi geopolitici occidentali culminati nei bombardamenti Nato del 1999 nell’ambito della questione dell’indipendenza del Kosovo, sulla quale la Federazione Russa aveva sempre espresso le sue perplessità. Decisi all’intervento, a quel tempo gli Stati Uniti aggirarono il veto imposto da Mosca nell’ambito della delibera del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sostenuti da una fragile impalcatura politica. Il vilipendio della comunità internazionale, all’epoca dei fatti, dipinse Slobodan Milosevic come il “Macellaio dei Balcani”, additandolo come criminale efferato, artefice e mandante del massacro a carico dei bosniaci. Milosevic, morto in carcere l’11 marzo del 2006, fu assolto dal Tribunale nel pieno del processo che lo vedeva coinvolto. Tutto ciò passò sotto il silenzio assoluto dell’opinione pubblica. Ma il più era fatto.

venerdì 24 marzo 2017

La morsa del Fiscal Compact e le tenaglie dell'Ems

di Raffaella Vitulano

In un recente intervento, Paolo Savona ha ritenuto che la professione di economista abbia gravi responsabilità peccando di indipendenza di pensiero e di coscienza civile. Savona invita quindi i colleghi a dare una risposta ai punti sollevati da Mervyn King, ripresi in Italia dal giornalista Mario Sechi, che troppo spesso anche nel nostro Paese vengono considerati tabù. Gli fa eco l’uomo d’affari Brandon Smith, secondo cui é una sfortunata realtà che la maggior parte della gente tenda a non prestare molta attenzione agli enormi cambiamenti in termini geopolitici ed economici finché il soggetto non vede che il microcosmo della sua vita individuale è una conseguenza di quello che accade nel macrocosmo, ”allora la gente si sveglia e se ne rende conto”. E’ quanto è del resto successo all’Unione europea, che oggi ricerca le cause della propria crisi ma propone rimedi peggiori. E’ stato il caso del Fiscal Compact (di cui questo giornale ha evidenziato i rischi già sei anni fa), così come del Meccanismo europeo di stabilità (Ems), di cui pure demmo conto da quando i suoi artigli hanno cominciato a rovistare in casa greca, dove l’intervento dell’Ems e della Troika un beneficio l’hanno sicuro prodotto: le banche creditizie del Nord Europa hanno potuto recuperare i loro crediti altamente esposti nel paese, mentre al governo di Atene sono rimaste le briciole dei vari miliardi di “aiuti” erogati dai creditori internazionali. Secondo alcuni calcoli di Zero Hedge, il 19% del denaro dei salvataggi sarebbe finito infatti nelle casse greche, il 18% alla Bce, il 23% alle istituzioni finanziarie greche (cioè ancora alla Bce della quale sono parte); mentre il 40% sarebbe andato ad assicurazioni, banche e compagnie finanziarie al di fuori della Grecia. Con questa lettura, facile dedurre che con le sue durissime condizionalità l’Ems non è un semplice “meccanismo” ma un vero e proprio fondo con un capitale sociale pari a 700 miliardi di euro - di cui solo 500 per prestiti - che raccoglie contributi da parte degli Stati (l’Italia si impegna con €125 miliardi) ed embrione del primo governo direttamente espressione di organismi internazionali. Il Trattato è entrato in vigore il 27 settembre 2012, rinnovabile all’infinito attraverso una decisione dell’istituzione stessa. Decisione sulla quale, a parte la Germania che l’ha escluso attraverso la sentenza del 12 settembre del 2012 della sua Corte costituzionale, i Parlamenti nazionali non potranno più avere voce in capitolo. A leggere bene questo astruso Meccanismo passato sotto silenzio, la finalità dell’Ems non consiste dunque tanto nel “salvataggio” degli Stati, ma nella creazione di una governance tecnica intergovernativa al di sopra della politica. Prima di ogni erogazione d’aiuti verrà fatto firmare un Memorandum: un legame fondamentale e troppo spesso sottovalutato con il cosiddetto Fiscal Compact, che rende i due trattati un pericoloso unicum nella creazione di quella nuova e strana governance Ue costruita con soldi pubblici ma gestita senza mai passare attraverso un organo democraticamente eletto. E aggiungiamo che il Governo italiano potrebbe ricorrere all’Ems senza necessità del Parlamento. La probabilità che lo faccia è piuttosto alta, considerando che con Popolare Vicenza e Veneto Banca sono già tre le banche che entrano nella ricapitalizzazione preventiva, ma ce ne sono almeno un ventina in condizioni di simile sotto-capitalizzazione. Il rischio è alto: presto avremo l’Europa da cui Thomas Mann ci aveva messo in guardia? L’Europa tedesca intanto ha scoperto anche un nuovo terreno di gioco. La Faz con un certo orgoglio scrive: ”La Bundeswehr sta diventando l’esercito guida all’interno della Nato in Europa”. I mercati forse gioiranno. Gli stessi che Oltreoceano oggi ricordano David Rockefeller (morto questa settimana a 101 anni) che fondò l’influente Commissione Trilaterale quando era un potente membro del Council on Foreign Relations che, assieme all’amico Henry Kissinger, avrebbe poi dominato. Jon Rappoport, giornalista americano candidato al Pulitzer, ne ricorda una frase storica del 1969: ”Lo Stato-nazione come unità fondamentale della vita organizzata dell’uomo ha cessato di essere la prima forza creativa. Le banche internazionali e le multinazionali stanno agendo e pianificando in termini che sono di gran lunga in anticipo rispetto ai concetti politici degli Stati nazionali”. La Ue era già in fieri, ma con quali equilibri interni? Qualche anno dopo passò inosservata un’intervista realizzata dal giornalista Jeremiah Novak a Karl Kaiser e Richard Cooper, due membri della Commissione Trilaterale fondata nel ‘73: ”Perché la Trilaterale dice di voler restare informale? Fa paura?”. ”Ma no - smorzò Kaiser: è solo per non irritare gli europei di fronte al peso, reale, della Germania Ovest”. Dov’era l’opinione pubblica mentre tutto questo accadeva? Dov’era la politica mentre Berlino rinasceva? Difficile così che al neoliberismo, alla fede cieca nel mercato e all’arroganza tedesca si possano oggi opporre rimedi di valore.

giovedì 2 febbraio 2017

Henry, ti presento Donald

di Raffaella Vitulano

Ci sarebbe dunque Henry Kissinger dietro le quinte della politica estera di Donald Trump. Il novantatreenne statista starebbe mediando con l’amico di vecchia data Vladimir Putin, perché tornare alla Guerra fredda non converrebbe a nessuno. E Kissinger lo farebbe a dispetto dei rapporti dell’intelligence che avevano denunciato l’ingerenza di Mosca nelle presidenziali. Henry e Donald. Henry dà la propria disponibilità (come ai precedenti Presidenti), Donald accetta. Insieme, per dribblare quei falchi che hanno tenuto in ostaggio per anni il governo americano, impantanandolo in bugie e conflitti che hanno offuscato la vera influenza degli Usa nel mondo. Si muovono le prime pedine, i primi passi di una politica estera complessa. Con la premier britannica May, ad esempio, con cui il nuovo capo della Casa Bianca tenta di costruire un’alleanza ponte con la Cina. Con la Francia, con cui tenterà un ponte per l’Africa. Ponti, ma anche muri, come quello col Messico, già esistente e costruito durante l’amministrazione Clinton. Kissinger, che costruì l’apertura alla Cina durante l’amministrazione Nixon, lavora su diversi dossier. Non a caso l’Arabia Saudita non è stata inclusa nel bando imposto da Trump, la cui amministrazione sembra avere intenzione di coinvolgere Riyadh nella sua strategia sulla Siria. Tale soluzione contrasterebbe però apertamente con i piani di pacificazione dell’area proposti dai rappresentanti di Russia, Turchia e Iran. L’idea di Henry, allora, per smussare le tensioni col Cremlino è che il capo della Casa Bianca dovrebbe accettare la sovranità russa sulla Crimea, in cambio di un accordo per favorire la stabilità globale. Linea rossa invalicabile da parte di Mosca sarebbero i confini baltici e la Polonia. Anche per la Libia si starebbe ragionando sulla garanzia di un ruolo ad Haftar, sostenuto dai russi, senza però lasciarlo marciare su Tripoli, in cambio della lotta comune al terrorismo nel sud del Paese. Certo, Henry gioca dietro le quinte. Ma il segretario di Stato Tillerson è persona vicina a Kissinger, e quindi potrebbe spingere in questa direzione se superasse le diffidenze del consigliere per la sicurezza nazionale Flynn. Una volta per tutte, insomma, occorre ragionare sul fatto che ostacolare l’immigrazione è altrettanto grave che portare guerra e morte in quegli stessi paesi - soprattutto con menzogne come nel caso Iraq - distruggendo e causando migrazioni di massa. Il congelamento dei visti Usa a sette Paesi musulmani, del resto, riguarda anche noi, perché i rifugiati che non andranno negli Stati Uniti cercheranno altre strade, verso l’Europa e la Turchia. ”Decenni di retorica europeista - osserva Lucio Caracciolo in un recente studio dal titolo ’Difendere l'Europa’ - hanno coperto un fatto storico decisivo. L’Europa comunitaria non fu un progetto europeo ma americano. La comunità europea venne preceduta da due pilastri essenziali, il piano Marshall (1947) e la fondazione della Nato (1949): è allora che nasce la nozione di Occidente atlantico con l’obiettivo di tenere unito il continente, fare muro contro l’Unione sovietica e l’infiltrazione del comunismo. Il progetto comunitario culminato nell’Unione seguiva questa logica geopolitica”. Ma questa Europa non è mai nata, e oggi con Trump alla Casa Bianca la ”trade war” tra le due sponde dell’Atlantico assume contorni sempre più netti. Washington si ribella apertamente al surplus commerciale di Berlino. E Bruxelles cosa fa? Isolata dalla Russia, pensa bene di isolarsi anche dagli Usa: Guy Verhofstadt, negoziatore per la Brexit del Parlamento europeo sostiene che Donald Trump è parte di un tentativo a tre punte per minare l’Unione europea, insieme all’Islam radicale e al presidente russo Vladimir Putin. Questo è il problema: l’Ue accusa tutti, ma mai se stessa, per i propri fallimenti e collasserà poiché è in totale negazione dell’esistenza di un gravissimo problema. Se e come i gruppi dirigenti intendano affrontare le drammatiche lacune dei trattati europei resta un mistero. Un pericoloso mistero che disaffeziona i cittadini. Di certo si sa solo che Berlino punta a sostituirsi a Washington al comando dell’Europa, ma Theodore Roosevelt Malloch, prossimo ambasciatore Usa presso l’Ue mette le cose in chiaro: ”A Trump non piace un’organizzazione sovranazionale, non eletta e non democratica, dove comandano i burocrati”. Washington affila eventuali contromisure: critiche aperte, deprezzamento del dollaro, dazi e svalutazioni, fino a progressive destabilizzazioni interne all’Europa. Sarà il caso, per Bruxelles, di non scherzare col fuoco incrociato. Né col fuoco amico.

lunedì 16 gennaio 2017

Grandi Fratelli. D'Italia. Ma non solo

di Raffaella Vitulano

Passano i giorni, ma non cessano le polemiche sull’Italian Job di spionaggio dei fratelli Occhionero. L’obiettivo del cyberspionaggio era di ”acquisire informazioni e dati sensibili” per crearsi un ”vantaggio nel mondo politico e dell’alta finanza” grazie alla ’cattura’ di oltre 18. 327 dossier ”univoci”. Le ipotesi investigative procedono poi in un’altra direzione, quella dello spionaggio per fini politici. Sembrerebbe che i due esperti di informatica abbiano cercato di svolgere in qualche modo attività di lobbying (in nome e per conto di chi ancora non si comprende bene). Dati riservati, tra gli altri, di Camera, Senato e dei ministeri dell’Interno, degli Esteri, del Tesoro e della Giustizia, dell’Enav e di Westlands Securities sono finiti in server “schermati” negli Usa. Ma nel database oggetto dell’indagine della Procura della Repubblica di Roma sono stati trovati poi domini di importanti società private o enti istituzionali come Istruzione.it, Gdf.it, Banca d'Italia.it, Camera.it, Senato, Esteri, Tesoro, Interni, Regione Campania, Regione Lombardia, nonché Cisl.it . Oggi per spiare un concorrente o avere anticipazioni su decisioni governative basta pagare pochi dollari e il cyberspionaggio viene servito di tutto punto. Nel famoso dark web non si trovano solo persone che vendono di tutto compiendo i reati più infami, ma anche chi vende brevetti di una azienda, cioè il suo know how, all’insaputa della stessa, chi vende password, chi informazioni riservate etc. a meno di 40 dollari all’ora. Così sostiene l’Fbi che in una recente conferenza a Londra di InfoSec ( sicurezza delle informazioni), ha rivelato che ormai vi sono prove dell’esistenza di una vera e propria industrializzazione del crimine informatico, al punto che i prezzi del ’malware’ globale, subiscono ormai le pressioni delle stesse forze di mercato che governano qualsiasi settore legale. Oggi esistono hacker che mettono le proprie competenze a disposizione attraverso le ”botnet” (dove ”bot” sta per abbreviazione di robot) per scardinare interi sistemi informatici, magari per appropriarsi di tutti i dati di una società per rivenderli poi in cambio di poche migliaia di euro, 4-5 mila, sotto forma di ”bitcoin”, la moneta digitale che permette transazioni anonime in rete. Si chiama ”ramsomware”, estorsione informatica. E ci sarebbe addirittura la Cia (Central Intelligence Agency americana) dietro alle malefatte di Giulio e Francesca Maria Occhionero, i due fratelli romani accusati di aver spiato per anni le caselle di posta elettronica di numerosi politici, economisti, funzionari istituzionali, sindacalisti, grazie ad un gioco di scatole cinesi che non finisce più. Il piano rientrerebbe in quella strategia ormai di lungo corso riconducibile al Datagate che esplose nel 2013, quando Edward Snowden raccontò al Guardian come funzionava il sistema di sorveglianza della National Security Agency su capi di governo e di stato, organizzazioni politiche ed economiche internazionali, multinazionali e imprese straniere e americane. Un’attività funzionale alla sicurezza, ma anche alla raccolta di informazioni utili alla politica estera americana. Esigenza piuttosto sentita da Washington in questo periodo di grave frattura tra la Russia e gli Stati Uniti, contrapposti in una rivalità geopolitica ad ampio raggio. Il 5 maggio 2002, a Pratica di Mare fu firmato uno storico protocollo d’intesa tra Russia e Nato che avrebbe potuto diventare iconico di una nuova epoca nei rapporti tra la Russia e l’Occidente. Tuttavia, il clima di tensioni in nome della lotta al terrorismo seguita alla strage dell’11 settembre ne frantumò le speranze. Donald Trump saprà ricostruire la fiducia tra Washington e Mosca o nel corso della sua presidenza le scintille sprizzeranno su tutto il pianeta? Secondo Soros, in tutto il mondo occidentale la democrazia liberale e la ”società aperta” sono fallite per colpa della cancelliera tedesca, cui il miliardario Usa attribuisce la responsabilità del fatto che l’elettorato ha perso ogni fiducia nella democrazia. La Merkel non sarebbe stata in grado di guardare al di là dei propri interessi, a favore delle persone che da essi dipendono. Una politica miope che altro non é che il riflesso del suo elettorato, stufo di dover continuamente sostenere finanziariamente quei ‘dissoluti’ paesi europei meridionali. Grandi Fratelli ovunque: c’è già chi, in pieno caos, ormai sostiene che il progetto dell’euro, che il predecessore della Merkel - Kohl - fu praticamente costretto dalla Francia ad accettare, ha un futuro a lungo termine piuttosto discutibile.