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giovedì 20 aprile 2017

Moda, l'Età dell'Incertezza democratica

di Raffaella Vitulano

Intanto, diciamocelo, dovremmo chiederci se in crisi è la moda o il lusso. Perché ahinoi, la modamodaioladitendenza in crisi non lo è affatto. Lo è di più la qualità, intrisa di un lusso interiore che urla contro sgualciti brandelli svenduti come abiti. Se solo fossimo consumatori attenti, dovremmo chiederci come prêt-à-porter e fast fashion abbiano potuto diventare concorrenti in un Paese come il nostro, e cercare grimaldelli alla blindata indifferenza di una politica ottusa che ha reso agonizzante il made in Italy. Nel tessile, soprattutto, perché il design resiste molto meglio. La crisi c’è, lo sappiamo, ma le responsabilità sono anche altrove. Il sistema moda italiano è in affanno dietro a cambiamenti veloci, spontanei e irrefrenabili dettati dai concorrenti asiatici ma anche dalla rivoluzione digitale dell’e-commerce, vera frontiera della tecnologia contemporanea. Il sistema è annegato nella finanza, dentro scatole cinesi di cui neppure un Houdini saprebbe ormai spezzare le catene. Negli Usa l'Antitrust punta esplicitamente il dito verso blogger e influencer, poco trasparenti nei confronti degli utenti. C’è chi se la prende con Instagram e coi marchi low cost. La realtà è che da oltre un decennio gli acquirenti di qualità più consapevoli e coscienti richiedono, non solo al lusso, una moda meno gridata e più sobria, capi più versatili che soddisfino più esigenze. E non sempre la trova in mezzo a bizzarrie, frivolezze ed estrosità di alcune grandi griffes. Il superfluo già ha fatto il pieno di una banalità spesso liquida e inutile, e non importa se borse con paperelle sono realizzate in materiali di qualità. Ma neppure bisogna riproporre per anni lo stesso taglio a chi ha già una collezione di quei capi. C’è chi allora se la prende coi più applauditi direttori creativi del momento, che non riescono a reggere i ritmi di produzione, costretti a disegnare in team anche una collezione al mese. Così la moda oggi viene danneggiata proprio da quelli che prima erano i suoi punti di forza: velocità e cambiamento. La mutazione genetica che dagli anni ’80 ha cominciato a confondere la moda con il lusso ne ha accelerato i ritmi con i social network, che innescano il desiderio di possedere un capo o un accessorio e di possederlo subito. E poco importa se sia una copia fatta male di un capo di qualità appena sfilato in passerella. Il web responsabile dell’appiattimento estetico che dilaga? Indubbiamente occorre smettere di produrre un numero sempre maggiore di capi ed accessori per un mercato già saturo, o almeno frenare di fronte al nuovo concetto di marketing, la “stanchezza del consumatore”, puntando magari ad alleanze strategiche con siti di e-commerce multimarca come Yoox. Nel settore dell’e-commerce, infatti, le vendite di abbigliamento e calzature sono in controtendenza rispetto al comparto nel suo complesso. L’obiettivo di un marchio dovrebbe essere dunque di proporre capi scontati o in outlet avvicinando in tal modo sia clienti che si rivolgono a marchi meno costosi, sia quelli che a parità di prezzo scelgono marchi più ricercati e di nicchia. Per non parlare dell’usato su Ebay, su cui acquirenti attenti riescono a risparmiare su un capo usato due volte fino al 90% di un prezzo iniziale di vendita in negozio. Il “The business of fashion” parla di Età dell’incertezza riferendosi alle scosse che si sono abbattute direttamente nel mondo e indirettamente sul mercato della moda. L’insicurezza è democratica, come il disagio che dall’economia passa alla politica, toccando la cultura e i comportamenti di acquisto delle masse. Il concetto legato al consumismo di lusso appare amorale, ingiustificato. La griffes piace solo scontata. I Millennials spendono più per il cibo di quanto non facciano per la moda: un segnale d’allarme inequivocabile tra chi preferisce poi la moda indipendente e non industriale.

giovedì 6 aprile 2017

Siria 2017, quel ricordo non lontano di Sarajevo

di Raffaella Vitulano

In Siria la matassa si fa ancora più intricata. Appurato che sia stato un gas a provocare l’orrore della strage, restano ancora pesanti dubbi, come il fatto che, nonostante la pulizia operata dall'Onu nel 2013, la Siria fosse ancora disseminata di depositi piccoli e grandi di armi di ogni genere, comprese quelle chimiche. E nessuno potrebbe escludere che, anche in piccole quantità, siano finite nelle mani dei ribelli. Giuseppe Cucchi, sulla Stampa del 4 aprile, si spinge a ragionare anche su un possibile ”fuoco amico”destinato a provocare l’intervento Nato, proprio per l’assurdità dell’episodio. Quanto accaduto a Idlib , per Cucchi ricorda la tragedia di Sarajevo, con i bombardamenti che fecero stragi di civili. E qui il ricordo: ”Fu l’episodio che motivò l’intervento aereo della Nato sulle truppe serbe. Ancora anni dopo però permangono fondati dubbi sulla dinamica dell’accaduto”. Tra False flag e Fake news il terreno dell’informazione resta accidentato, proprio mentre le apparenti intenzioni iniziali del Presidente Trump di instaurare un dialogo con la sua controparte a Mosca sono evaporate nel nulla. ”Putin non è Hitler. Negoziare con lui, a condizioni precise, è nell’interesse di tutti”: è il consiglio che il vecchio saggio Henry Kissinger ha lanciato nel suo intervento all'incontro annuale della Trilateral Commission, avvenuto a Washington durante il fine settimana. ”Sulla Russia credo ci sia una certa incomprensione. Putin non intende lanciare una politica di conquista. Il suo obiettivo è ripristinare la dignità del proprio Paese, da San Pietroburgo a Vladivostok, come è sempre stato. Ciò risponde ad un antico nazionalismo, ma anche ad una storia diversa dalla nostra. Quindi dipingere Putin come il super cattivo globale è un errore di prospettiva e di sostanza”. Il dialogo dunque resterebbe necessario, proprio in questa fase storica così incandescente. La campagna anti russa sta invece prendendo slancio, sostenuta dal complesso militare industriale. Per Fulvio Scaglione, vicedirettore di Famiglia Cristiana, ”dietro le bombe di San Pietroburgo c’è tutto il paradosso della Russia putiniana, il Paese che ogni giorno dipingiamo retto da un’autocrazia senza meriti e senza princìpi, corrotta e incapace... culla degli hacker, laboratorio di progetti politici che mirano a soggiogare gli Usa e a lanciare una specie di scontro di civiltà con l’Europa delle democrazie.... eppure la Russia, e qui sta il paradosso, è oggi il centro politico del mondo”. Il protagonismo, si sa, crea nemici, procura nuove sfide. Che per molti non è sempre possibile combattere con mezzi leciti. E se i morti in guerra si possono celebrare o nascondere, bambini uccisi o cittadini straziati in metro si possono solo piangere, in lacrime che spesso la roboante retorica dissecca nell’infima consolazione che offrono le ipotesi sui colpevoli. O presunti tali. ”Riconoscere la complessità della situazione - prosegue Scaglione - non significa inginocchiarsi davanti ad Assad, e nemmeno disconoscere le sue brutalità, vere e presunte. Al contrario, disconoscerla per raccontare favolette significa prostrarsi davanti gli interessi dei jihadisti e dei loro mandanti, che sono alcuni dei regimi più reazionari del pianeta. Ma tant’è. Basta riempirsi la bocca con la democrazia e tutto passa”. Più duro di lui l’ex ambasciatore britannico in Siria, Peter Ford, che non usa mezze misure per definire lo scenario che si può prefigurare, ovvero un nuovo intervento militare nel paese arabo: Ford definisce ”cani che ritornano sul loro vomito” coloro che lo chiedono, argomentando come queste stesse persone non abbiano imparato la lezione dopo che gli interventi in Iraq e Libia hanno causato grande destabilizzazione in quei paesi, con centinaia di migliaia di morti. Non dimentichiamo infine le ombre dei grandi interessi geopolitici occidentali culminati nei bombardamenti Nato del 1999 nell’ambito della questione dell’indipendenza del Kosovo, sulla quale la Federazione Russa aveva sempre espresso le sue perplessità. Decisi all’intervento, a quel tempo gli Stati Uniti aggirarono il veto imposto da Mosca nell’ambito della delibera del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sostenuti da una fragile impalcatura politica. Il vilipendio della comunità internazionale, all’epoca dei fatti, dipinse Slobodan Milosevic come il “Macellaio dei Balcani”, additandolo come criminale efferato, artefice e mandante del massacro a carico dei bosniaci. Milosevic, morto in carcere l’11 marzo del 2006, fu assolto dal Tribunale nel pieno del processo che lo vedeva coinvolto. Tutto ciò passò sotto il silenzio assoluto dell’opinione pubblica. Ma il più era fatto.

venerdì 24 marzo 2017

La morsa del Fiscal Compact e le tenaglie dell'Ems

di Raffaella Vitulano

In un recente intervento, Paolo Savona ha ritenuto che la professione di economista abbia gravi responsabilità peccando di indipendenza di pensiero e di coscienza civile. Savona invita quindi i colleghi a dare una risposta ai punti sollevati da Mervyn King, ripresi in Italia dal giornalista Mario Sechi, che troppo spesso anche nel nostro Paese vengono considerati tabù. Gli fa eco l’uomo d’affari Brandon Smith, secondo cui é una sfortunata realtà che la maggior parte della gente tenda a non prestare molta attenzione agli enormi cambiamenti in termini geopolitici ed economici finché il soggetto non vede che il microcosmo della sua vita individuale è una conseguenza di quello che accade nel macrocosmo, ”allora la gente si sveglia e se ne rende conto”. E’ quanto è del resto successo all’Unione europea, che oggi ricerca le cause della propria crisi ma propone rimedi peggiori. E’ stato il caso del Fiscal Compact (di cui questo giornale ha evidenziato i rischi già sei anni fa), così come del Meccanismo europeo di stabilità (Ems), di cui pure demmo conto da quando i suoi artigli hanno cominciato a rovistare in casa greca, dove l’intervento dell’Ems e della Troika un beneficio l’hanno sicuro prodotto: le banche creditizie del Nord Europa hanno potuto recuperare i loro crediti altamente esposti nel paese, mentre al governo di Atene sono rimaste le briciole dei vari miliardi di “aiuti” erogati dai creditori internazionali. Secondo alcuni calcoli di Zero Hedge, il 19% del denaro dei salvataggi sarebbe finito infatti nelle casse greche, il 18% alla Bce, il 23% alle istituzioni finanziarie greche (cioè ancora alla Bce della quale sono parte); mentre il 40% sarebbe andato ad assicurazioni, banche e compagnie finanziarie al di fuori della Grecia. Con questa lettura, facile dedurre che con le sue durissime condizionalità l’Ems non è un semplice “meccanismo” ma un vero e proprio fondo con un capitale sociale pari a 700 miliardi di euro - di cui solo 500 per prestiti - che raccoglie contributi da parte degli Stati (l’Italia si impegna con €125 miliardi) ed embrione del primo governo direttamente espressione di organismi internazionali. Il Trattato è entrato in vigore il 27 settembre 2012, rinnovabile all’infinito attraverso una decisione dell’istituzione stessa. Decisione sulla quale, a parte la Germania che l’ha escluso attraverso la sentenza del 12 settembre del 2012 della sua Corte costituzionale, i Parlamenti nazionali non potranno più avere voce in capitolo. A leggere bene questo astruso Meccanismo passato sotto silenzio, la finalità dell’Ems non consiste dunque tanto nel “salvataggio” degli Stati, ma nella creazione di una governance tecnica intergovernativa al di sopra della politica. Prima di ogni erogazione d’aiuti verrà fatto firmare un Memorandum: un legame fondamentale e troppo spesso sottovalutato con il cosiddetto Fiscal Compact, che rende i due trattati un pericoloso unicum nella creazione di quella nuova e strana governance Ue costruita con soldi pubblici ma gestita senza mai passare attraverso un organo democraticamente eletto. E aggiungiamo che il Governo italiano potrebbe ricorrere all’Ems senza necessità del Parlamento. La probabilità che lo faccia è piuttosto alta, considerando che con Popolare Vicenza e Veneto Banca sono già tre le banche che entrano nella ricapitalizzazione preventiva, ma ce ne sono almeno un ventina in condizioni di simile sotto-capitalizzazione. Il rischio è alto: presto avremo l’Europa da cui Thomas Mann ci aveva messo in guardia? L’Europa tedesca intanto ha scoperto anche un nuovo terreno di gioco. La Faz con un certo orgoglio scrive: ”La Bundeswehr sta diventando l’esercito guida all’interno della Nato in Europa”. I mercati forse gioiranno. Gli stessi che Oltreoceano oggi ricordano David Rockefeller (morto questa settimana a 101 anni) che fondò l’influente Commissione Trilaterale quando era un potente membro del Council on Foreign Relations che, assieme all’amico Henry Kissinger, avrebbe poi dominato. Jon Rappoport, giornalista americano candidato al Pulitzer, ne ricorda una frase storica del 1969: ”Lo Stato-nazione come unità fondamentale della vita organizzata dell’uomo ha cessato di essere la prima forza creativa. Le banche internazionali e le multinazionali stanno agendo e pianificando in termini che sono di gran lunga in anticipo rispetto ai concetti politici degli Stati nazionali”. La Ue era già in fieri, ma con quali equilibri interni? Qualche anno dopo passò inosservata un’intervista realizzata dal giornalista Jeremiah Novak a Karl Kaiser e Richard Cooper, due membri della Commissione Trilaterale fondata nel ‘73: ”Perché la Trilaterale dice di voler restare informale? Fa paura?”. ”Ma no - smorzò Kaiser: è solo per non irritare gli europei di fronte al peso, reale, della Germania Ovest”. Dov’era l’opinione pubblica mentre tutto questo accadeva? Dov’era la politica mentre Berlino rinasceva? Difficile così che al neoliberismo, alla fede cieca nel mercato e all’arroganza tedesca si possano oggi opporre rimedi di valore.

giovedì 2 febbraio 2017

Henry, ti presento Donald

di Raffaella Vitulano

Ci sarebbe dunque Henry Kissinger dietro le quinte della politica estera di Donald Trump. Il novantatreenne statista starebbe mediando con l’amico di vecchia data Vladimir Putin, perché tornare alla Guerra fredda non converrebbe a nessuno. E Kissinger lo farebbe a dispetto dei rapporti dell’intelligence che avevano denunciato l’ingerenza di Mosca nelle presidenziali. Henry e Donald. Henry dà la propria disponibilità (come ai precedenti Presidenti), Donald accetta. Insieme, per dribblare quei falchi che hanno tenuto in ostaggio per anni il governo americano, impantanandolo in bugie e conflitti che hanno offuscato la vera influenza degli Usa nel mondo. Si muovono le prime pedine, i primi passi di una politica estera complessa. Con la premier britannica May, ad esempio, con cui il nuovo capo della Casa Bianca tenta di costruire un’alleanza ponte con la Cina. Con la Francia, con cui tenterà un ponte per l’Africa. Ponti, ma anche muri, come quello col Messico, già esistente e costruito durante l’amministrazione Clinton. Kissinger, che costruì l’apertura alla Cina durante l’amministrazione Nixon, lavora su diversi dossier. Non a caso l’Arabia Saudita non è stata inclusa nel bando imposto da Trump, la cui amministrazione sembra avere intenzione di coinvolgere Riyadh nella sua strategia sulla Siria. Tale soluzione contrasterebbe però apertamente con i piani di pacificazione dell’area proposti dai rappresentanti di Russia, Turchia e Iran. L’idea di Henry, allora, per smussare le tensioni col Cremlino è che il capo della Casa Bianca dovrebbe accettare la sovranità russa sulla Crimea, in cambio di un accordo per favorire la stabilità globale. Linea rossa invalicabile da parte di Mosca sarebbero i confini baltici e la Polonia. Anche per la Libia si starebbe ragionando sulla garanzia di un ruolo ad Haftar, sostenuto dai russi, senza però lasciarlo marciare su Tripoli, in cambio della lotta comune al terrorismo nel sud del Paese. Certo, Henry gioca dietro le quinte. Ma il segretario di Stato Tillerson è persona vicina a Kissinger, e quindi potrebbe spingere in questa direzione se superasse le diffidenze del consigliere per la sicurezza nazionale Flynn. Una volta per tutte, insomma, occorre ragionare sul fatto che ostacolare l’immigrazione è altrettanto grave che portare guerra e morte in quegli stessi paesi - soprattutto con menzogne come nel caso Iraq - distruggendo e causando migrazioni di massa. Il congelamento dei visti Usa a sette Paesi musulmani, del resto, riguarda anche noi, perché i rifugiati che non andranno negli Stati Uniti cercheranno altre strade, verso l’Europa e la Turchia. ”Decenni di retorica europeista - osserva Lucio Caracciolo in un recente studio dal titolo ’Difendere l'Europa’ - hanno coperto un fatto storico decisivo. L’Europa comunitaria non fu un progetto europeo ma americano. La comunità europea venne preceduta da due pilastri essenziali, il piano Marshall (1947) e la fondazione della Nato (1949): è allora che nasce la nozione di Occidente atlantico con l’obiettivo di tenere unito il continente, fare muro contro l’Unione sovietica e l’infiltrazione del comunismo. Il progetto comunitario culminato nell’Unione seguiva questa logica geopolitica”. Ma questa Europa non è mai nata, e oggi con Trump alla Casa Bianca la ”trade war” tra le due sponde dell’Atlantico assume contorni sempre più netti. Washington si ribella apertamente al surplus commerciale di Berlino. E Bruxelles cosa fa? Isolata dalla Russia, pensa bene di isolarsi anche dagli Usa: Guy Verhofstadt, negoziatore per la Brexit del Parlamento europeo sostiene che Donald Trump è parte di un tentativo a tre punte per minare l’Unione europea, insieme all’Islam radicale e al presidente russo Vladimir Putin. Questo è il problema: l’Ue accusa tutti, ma mai se stessa, per i propri fallimenti e collasserà poiché è in totale negazione dell’esistenza di un gravissimo problema. Se e come i gruppi dirigenti intendano affrontare le drammatiche lacune dei trattati europei resta un mistero. Un pericoloso mistero che disaffeziona i cittadini. Di certo si sa solo che Berlino punta a sostituirsi a Washington al comando dell’Europa, ma Theodore Roosevelt Malloch, prossimo ambasciatore Usa presso l’Ue mette le cose in chiaro: ”A Trump non piace un’organizzazione sovranazionale, non eletta e non democratica, dove comandano i burocrati”. Washington affila eventuali contromisure: critiche aperte, deprezzamento del dollaro, dazi e svalutazioni, fino a progressive destabilizzazioni interne all’Europa. Sarà il caso, per Bruxelles, di non scherzare col fuoco incrociato. Né col fuoco amico.

lunedì 16 gennaio 2017

Grandi Fratelli. D'Italia. Ma non solo

di Raffaella Vitulano

Passano i giorni, ma non cessano le polemiche sull’Italian Job di spionaggio dei fratelli Occhionero. L’obiettivo del cyberspionaggio era di ”acquisire informazioni e dati sensibili” per crearsi un ”vantaggio nel mondo politico e dell’alta finanza” grazie alla ’cattura’ di oltre 18. 327 dossier ”univoci”. Le ipotesi investigative procedono poi in un’altra direzione, quella dello spionaggio per fini politici. Sembrerebbe che i due esperti di informatica abbiano cercato di svolgere in qualche modo attività di lobbying (in nome e per conto di chi ancora non si comprende bene). Dati riservati, tra gli altri, di Camera, Senato e dei ministeri dell’Interno, degli Esteri, del Tesoro e della Giustizia, dell’Enav e di Westlands Securities sono finiti in server “schermati” negli Usa. Ma nel database oggetto dell’indagine della Procura della Repubblica di Roma sono stati trovati poi domini di importanti società private o enti istituzionali come Istruzione.it, Gdf.it, Banca d'Italia.it, Camera.it, Senato, Esteri, Tesoro, Interni, Regione Campania, Regione Lombardia, nonché Cisl.it . Oggi per spiare un concorrente o avere anticipazioni su decisioni governative basta pagare pochi dollari e il cyberspionaggio viene servito di tutto punto. Nel famoso dark web non si trovano solo persone che vendono di tutto compiendo i reati più infami, ma anche chi vende brevetti di una azienda, cioè il suo know how, all’insaputa della stessa, chi vende password, chi informazioni riservate etc. a meno di 40 dollari all’ora. Così sostiene l’Fbi che in una recente conferenza a Londra di InfoSec ( sicurezza delle informazioni), ha rivelato che ormai vi sono prove dell’esistenza di una vera e propria industrializzazione del crimine informatico, al punto che i prezzi del ’malware’ globale, subiscono ormai le pressioni delle stesse forze di mercato che governano qualsiasi settore legale. Oggi esistono hacker che mettono le proprie competenze a disposizione attraverso le ”botnet” (dove ”bot” sta per abbreviazione di robot) per scardinare interi sistemi informatici, magari per appropriarsi di tutti i dati di una società per rivenderli poi in cambio di poche migliaia di euro, 4-5 mila, sotto forma di ”bitcoin”, la moneta digitale che permette transazioni anonime in rete. Si chiama ”ramsomware”, estorsione informatica. E ci sarebbe addirittura la Cia (Central Intelligence Agency americana) dietro alle malefatte di Giulio e Francesca Maria Occhionero, i due fratelli romani accusati di aver spiato per anni le caselle di posta elettronica di numerosi politici, economisti, funzionari istituzionali, sindacalisti, grazie ad un gioco di scatole cinesi che non finisce più. Il piano rientrerebbe in quella strategia ormai di lungo corso riconducibile al Datagate che esplose nel 2013, quando Edward Snowden raccontò al Guardian come funzionava il sistema di sorveglianza della National Security Agency su capi di governo e di stato, organizzazioni politiche ed economiche internazionali, multinazionali e imprese straniere e americane. Un’attività funzionale alla sicurezza, ma anche alla raccolta di informazioni utili alla politica estera americana. Esigenza piuttosto sentita da Washington in questo periodo di grave frattura tra la Russia e gli Stati Uniti, contrapposti in una rivalità geopolitica ad ampio raggio. Il 5 maggio 2002, a Pratica di Mare fu firmato uno storico protocollo d’intesa tra Russia e Nato che avrebbe potuto diventare iconico di una nuova epoca nei rapporti tra la Russia e l’Occidente. Tuttavia, il clima di tensioni in nome della lotta al terrorismo seguita alla strage dell’11 settembre ne frantumò le speranze. Donald Trump saprà ricostruire la fiducia tra Washington e Mosca o nel corso della sua presidenza le scintille sprizzeranno su tutto il pianeta? Secondo Soros, in tutto il mondo occidentale la democrazia liberale e la ”società aperta” sono fallite per colpa della cancelliera tedesca, cui il miliardario Usa attribuisce la responsabilità del fatto che l’elettorato ha perso ogni fiducia nella democrazia. La Merkel non sarebbe stata in grado di guardare al di là dei propri interessi, a favore delle persone che da essi dipendono. Una politica miope che altro non é che il riflesso del suo elettorato, stufo di dover continuamente sostenere finanziariamente quei ‘dissoluti’ paesi europei meridionali. Grandi Fratelli ovunque: c’è già chi, in pieno caos, ormai sostiene che il progetto dell’euro, che il predecessore della Merkel - Kohl - fu praticamente costretto dalla Francia ad accettare, ha un futuro a lungo termine piuttosto discutibile.