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giovedì 2 febbraio 2017

Henry, ti presento Donald

di Raffaella Vitulano

Ci sarebbe dunque Henry Kissinger dietro le quinte della politica estera di Donald Trump. Il novantatreenne statista starebbe mediando con l’amico di vecchia data Vladimir Putin, perché tornare alla Guerra fredda non converrebbe a nessuno. E Kissinger lo farebbe a dispetto dei rapporti dell’intelligence che avevano denunciato l’ingerenza di Mosca nelle presidenziali. Henry e Donald. Henry dà la propria disponibilità (come ai precedenti Presidenti), Donald accetta. Insieme, per dribblare quei falchi che hanno tenuto in ostaggio per anni il governo americano, impantanandolo in bugie e conflitti che hanno offuscato la vera influenza degli Usa nel mondo. Si muovono le prime pedine, i primi passi di una politica estera complessa. Con la premier britannica May, ad esempio, con cui il nuovo capo della Casa Bianca tenta di costruire un’alleanza ponte con la Cina. Con la Francia, con cui tenterà un ponte per l’Africa. Ponti, ma anche muri, come quello col Messico, già esistente e costruito durante l’amministrazione Clinton. Kissinger, che costruì l’apertura alla Cina durante l’amministrazione Nixon, lavora su diversi dossier. Non a caso l’Arabia Saudita non è stata inclusa nel bando imposto da Trump, la cui amministrazione sembra avere intenzione di coinvolgere Riyadh nella sua strategia sulla Siria. Tale soluzione contrasterebbe però apertamente con i piani di pacificazione dell’area proposti dai rappresentanti di Russia, Turchia e Iran. L’idea di Henry, allora, per smussare le tensioni col Cremlino è che il capo della Casa Bianca dovrebbe accettare la sovranità russa sulla Crimea, in cambio di un accordo per favorire la stabilità globale. Linea rossa invalicabile da parte di Mosca sarebbero i confini baltici e la Polonia. Anche per la Libia si starebbe ragionando sulla garanzia di un ruolo ad Haftar, sostenuto dai russi, senza però lasciarlo marciare su Tripoli, in cambio della lotta comune al terrorismo nel sud del Paese. Certo, Henry gioca dietro le quinte. Ma il segretario di Stato Tillerson è persona vicina a Kissinger, e quindi potrebbe spingere in questa direzione se superasse le diffidenze del consigliere per la sicurezza nazionale Flynn. Una volta per tutte, insomma, occorre ragionare sul fatto che ostacolare l’immigrazione è altrettanto grave che portare guerra e morte in quegli stessi paesi - soprattutto con menzogne come nel caso Iraq - distruggendo e causando migrazioni di massa. Il congelamento dei visti Usa a sette Paesi musulmani, del resto, riguarda anche noi, perché i rifugiati che non andranno negli Stati Uniti cercheranno altre strade, verso l’Europa e la Turchia. ”Decenni di retorica europeista - osserva Lucio Caracciolo in un recente studio dal titolo ’Difendere l'Europa’ - hanno coperto un fatto storico decisivo. L’Europa comunitaria non fu un progetto europeo ma americano. La comunità europea venne preceduta da due pilastri essenziali, il piano Marshall (1947) e la fondazione della Nato (1949): è allora che nasce la nozione di Occidente atlantico con l’obiettivo di tenere unito il continente, fare muro contro l’Unione sovietica e l’infiltrazione del comunismo. Il progetto comunitario culminato nell’Unione seguiva questa logica geopolitica”. Ma questa Europa non è mai nata, e oggi con Trump alla Casa Bianca la ”trade war” tra le due sponde dell’Atlantico assume contorni sempre più netti. Washington si ribella apertamente al surplus commerciale di Berlino. E Bruxelles cosa fa? Isolata dalla Russia, pensa bene di isolarsi anche dagli Usa: Guy Verhofstadt, negoziatore per la Brexit del Parlamento europeo sostiene che Donald Trump è parte di un tentativo a tre punte per minare l’Unione europea, insieme all’Islam radicale e al presidente russo Vladimir Putin. Questo è il problema: l’Ue accusa tutti, ma mai se stessa, per i propri fallimenti e collasserà poiché è in totale negazione dell’esistenza di un gravissimo problema. Se e come i gruppi dirigenti intendano affrontare le drammatiche lacune dei trattati europei resta un mistero. Un pericoloso mistero che disaffeziona i cittadini. Di certo si sa solo che Berlino punta a sostituirsi a Washington al comando dell’Europa, ma Theodore Roosevelt Malloch, prossimo ambasciatore Usa presso l’Ue mette le cose in chiaro: ”A Trump non piace un’organizzazione sovranazionale, non eletta e non democratica, dove comandano i burocrati”. Washington affila eventuali contromisure: critiche aperte, deprezzamento del dollaro, dazi e svalutazioni, fino a progressive destabilizzazioni interne all’Europa. Sarà il caso, per Bruxelles, di non scherzare col fuoco incrociato. Né col fuoco amico.

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