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venerdì 24 marzo 2017

La morsa del Fiscal Compact e le tenaglie dell'Ems

di Raffaella Vitulano

In un recente intervento, Paolo Savona ha ritenuto che la professione di economista abbia gravi responsabilità peccando di indipendenza di pensiero e di coscienza civile. Savona invita quindi i colleghi a dare una risposta ai punti sollevati da Mervyn King, ripresi in Italia dal giornalista Mario Sechi, che troppo spesso anche nel nostro Paese vengono considerati tabù. Gli fa eco l’uomo d’affari Brandon Smith, secondo cui é una sfortunata realtà che la maggior parte della gente tenda a non prestare molta attenzione agli enormi cambiamenti in termini geopolitici ed economici finché il soggetto non vede che il microcosmo della sua vita individuale è una conseguenza di quello che accade nel macrocosmo, ”allora la gente si sveglia e se ne rende conto”. E’ quanto è del resto successo all’Unione europea, che oggi ricerca le cause della propria crisi ma propone rimedi peggiori. E’ stato il caso del Fiscal Compact (di cui questo giornale ha evidenziato i rischi già sei anni fa), così come del Meccanismo europeo di stabilità (Ems), di cui pure demmo conto da quando i suoi artigli hanno cominciato a rovistare in casa greca, dove l’intervento dell’Ems e della Troika un beneficio l’hanno sicuro prodotto: le banche creditizie del Nord Europa hanno potuto recuperare i loro crediti altamente esposti nel paese, mentre al governo di Atene sono rimaste le briciole dei vari miliardi di “aiuti” erogati dai creditori internazionali. Secondo alcuni calcoli di Zero Hedge, il 19% del denaro dei salvataggi sarebbe finito infatti nelle casse greche, il 18% alla Bce, il 23% alle istituzioni finanziarie greche (cioè ancora alla Bce della quale sono parte); mentre il 40% sarebbe andato ad assicurazioni, banche e compagnie finanziarie al di fuori della Grecia. Con questa lettura, facile dedurre che con le sue durissime condizionalità l’Ems non è un semplice “meccanismo” ma un vero e proprio fondo con un capitale sociale pari a 700 miliardi di euro - di cui solo 500 per prestiti - che raccoglie contributi da parte degli Stati (l’Italia si impegna con €125 miliardi) ed embrione del primo governo direttamente espressione di organismi internazionali. Il Trattato è entrato in vigore il 27 settembre 2012, rinnovabile all’infinito attraverso una decisione dell’istituzione stessa. Decisione sulla quale, a parte la Germania che l’ha escluso attraverso la sentenza del 12 settembre del 2012 della sua Corte costituzionale, i Parlamenti nazionali non potranno più avere voce in capitolo. A leggere bene questo astruso Meccanismo passato sotto silenzio, la finalità dell’Ems non consiste dunque tanto nel “salvataggio” degli Stati, ma nella creazione di una governance tecnica intergovernativa al di sopra della politica. Prima di ogni erogazione d’aiuti verrà fatto firmare un Memorandum: un legame fondamentale e troppo spesso sottovalutato con il cosiddetto Fiscal Compact, che rende i due trattati un pericoloso unicum nella creazione di quella nuova e strana governance Ue costruita con soldi pubblici ma gestita senza mai passare attraverso un organo democraticamente eletto. E aggiungiamo che il Governo italiano potrebbe ricorrere all’Ems senza necessità del Parlamento. La probabilità che lo faccia è piuttosto alta, considerando che con Popolare Vicenza e Veneto Banca sono già tre le banche che entrano nella ricapitalizzazione preventiva, ma ce ne sono almeno un ventina in condizioni di simile sotto-capitalizzazione. Il rischio è alto: presto avremo l’Europa da cui Thomas Mann ci aveva messo in guardia? L’Europa tedesca intanto ha scoperto anche un nuovo terreno di gioco. La Faz con un certo orgoglio scrive: ”La Bundeswehr sta diventando l’esercito guida all’interno della Nato in Europa”. I mercati forse gioiranno. Gli stessi che Oltreoceano oggi ricordano David Rockefeller (morto questa settimana a 101 anni) che fondò l’influente Commissione Trilaterale quando era un potente membro del Council on Foreign Relations che, assieme all’amico Henry Kissinger, avrebbe poi dominato. Jon Rappoport, giornalista americano candidato al Pulitzer, ne ricorda una frase storica del 1969: ”Lo Stato-nazione come unità fondamentale della vita organizzata dell’uomo ha cessato di essere la prima forza creativa. Le banche internazionali e le multinazionali stanno agendo e pianificando in termini che sono di gran lunga in anticipo rispetto ai concetti politici degli Stati nazionali”. La Ue era già in fieri, ma con quali equilibri interni? Qualche anno dopo passò inosservata un’intervista realizzata dal giornalista Jeremiah Novak a Karl Kaiser e Richard Cooper, due membri della Commissione Trilaterale fondata nel ‘73: ”Perché la Trilaterale dice di voler restare informale? Fa paura?”. ”Ma no - smorzò Kaiser: è solo per non irritare gli europei di fronte al peso, reale, della Germania Ovest”. Dov’era l’opinione pubblica mentre tutto questo accadeva? Dov’era la politica mentre Berlino rinasceva? Difficile così che al neoliberismo, alla fede cieca nel mercato e all’arroganza tedesca si possano oggi opporre rimedi di valore.

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