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giovedì 6 aprile 2017

Siria 2017, quel ricordo non lontano di Sarajevo

di Raffaella Vitulano

In Siria la matassa si fa ancora più intricata. Appurato che sia stato un gas a provocare l’orrore della strage, restano ancora pesanti dubbi, come il fatto che, nonostante la pulizia operata dall'Onu nel 2013, la Siria fosse ancora disseminata di depositi piccoli e grandi di armi di ogni genere, comprese quelle chimiche. E nessuno potrebbe escludere che, anche in piccole quantità, siano finite nelle mani dei ribelli. Giuseppe Cucchi, sulla Stampa del 4 aprile, si spinge a ragionare anche su un possibile ”fuoco amico”destinato a provocare l’intervento Nato, proprio per l’assurdità dell’episodio. Quanto accaduto a Idlib , per Cucchi ricorda la tragedia di Sarajevo, con i bombardamenti che fecero stragi di civili. E qui il ricordo: ”Fu l’episodio che motivò l’intervento aereo della Nato sulle truppe serbe. Ancora anni dopo però permangono fondati dubbi sulla dinamica dell’accaduto”. Tra False flag e Fake news il terreno dell’informazione resta accidentato, proprio mentre le apparenti intenzioni iniziali del Presidente Trump di instaurare un dialogo con la sua controparte a Mosca sono evaporate nel nulla. ”Putin non è Hitler. Negoziare con lui, a condizioni precise, è nell’interesse di tutti”: è il consiglio che il vecchio saggio Henry Kissinger ha lanciato nel suo intervento all'incontro annuale della Trilateral Commission, avvenuto a Washington durante il fine settimana. ”Sulla Russia credo ci sia una certa incomprensione. Putin non intende lanciare una politica di conquista. Il suo obiettivo è ripristinare la dignità del proprio Paese, da San Pietroburgo a Vladivostok, come è sempre stato. Ciò risponde ad un antico nazionalismo, ma anche ad una storia diversa dalla nostra. Quindi dipingere Putin come il super cattivo globale è un errore di prospettiva e di sostanza”. Il dialogo dunque resterebbe necessario, proprio in questa fase storica così incandescente. La campagna anti russa sta invece prendendo slancio, sostenuta dal complesso militare industriale. Per Fulvio Scaglione, vicedirettore di Famiglia Cristiana, ”dietro le bombe di San Pietroburgo c’è tutto il paradosso della Russia putiniana, il Paese che ogni giorno dipingiamo retto da un’autocrazia senza meriti e senza princìpi, corrotta e incapace... culla degli hacker, laboratorio di progetti politici che mirano a soggiogare gli Usa e a lanciare una specie di scontro di civiltà con l’Europa delle democrazie.... eppure la Russia, e qui sta il paradosso, è oggi il centro politico del mondo”. Il protagonismo, si sa, crea nemici, procura nuove sfide. Che per molti non è sempre possibile combattere con mezzi leciti. E se i morti in guerra si possono celebrare o nascondere, bambini uccisi o cittadini straziati in metro si possono solo piangere, in lacrime che spesso la roboante retorica dissecca nell’infima consolazione che offrono le ipotesi sui colpevoli. O presunti tali. ”Riconoscere la complessità della situazione - prosegue Scaglione - non significa inginocchiarsi davanti ad Assad, e nemmeno disconoscere le sue brutalità, vere e presunte. Al contrario, disconoscerla per raccontare favolette significa prostrarsi davanti gli interessi dei jihadisti e dei loro mandanti, che sono alcuni dei regimi più reazionari del pianeta. Ma tant’è. Basta riempirsi la bocca con la democrazia e tutto passa”. Più duro di lui l’ex ambasciatore britannico in Siria, Peter Ford, che non usa mezze misure per definire lo scenario che si può prefigurare, ovvero un nuovo intervento militare nel paese arabo: Ford definisce ”cani che ritornano sul loro vomito” coloro che lo chiedono, argomentando come queste stesse persone non abbiano imparato la lezione dopo che gli interventi in Iraq e Libia hanno causato grande destabilizzazione in quei paesi, con centinaia di migliaia di morti. Non dimentichiamo infine le ombre dei grandi interessi geopolitici occidentali culminati nei bombardamenti Nato del 1999 nell’ambito della questione dell’indipendenza del Kosovo, sulla quale la Federazione Russa aveva sempre espresso le sue perplessità. Decisi all’intervento, a quel tempo gli Stati Uniti aggirarono il veto imposto da Mosca nell’ambito della delibera del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sostenuti da una fragile impalcatura politica. Il vilipendio della comunità internazionale, all’epoca dei fatti, dipinse Slobodan Milosevic come il “Macellaio dei Balcani”, additandolo come criminale efferato, artefice e mandante del massacro a carico dei bosniaci. Milosevic, morto in carcere l’11 marzo del 2006, fu assolto dal Tribunale nel pieno del processo che lo vedeva coinvolto. Tutto ciò passò sotto il silenzio assoluto dell’opinione pubblica. Ma il più era fatto.

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