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lunedì 31 luglio 2017

La Cina dietro le mosse di Macron e Merkel


di Raffaella Vitulano

Dopo le scorribande di shopping sfrenato da parte di investitori esteri, i governi europei sono sempre più ostili ad acquisizioni di imprese nazionali ritenute strategiche. L’esempio del presidente Macron non è isolato: anche in Germania il governo Merkel ha alzato le barriere contro le acquisizioni straniere, tanto decantate invece in Italia. I paesi Ue più forti mettono da parte la retorica unitaria e fanno ricorso esplicito alla difesa dell’interesse nazionale. La Germania ha reagito alla frenesia di acquisizioni estere con una nuova direttiva che amplia il mandato di una legge esistente che consente attualmente al governo di bloccare un acquirente non appartenente all’Unione europea nell’acquisizione di oltre il 25% di una società tedesca, se si ritiene che tale mossa possa mettere a rischio l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale. Mossa che consente maggior potere negoziale ai ministri su accordi che riguardano imprese considerate fornitrici di “infrastrutture critiche”, in particolare quelle che producono software per servizi pubblici, sistemi di pagamento, di trasporto o sanitari. Mentre si materializzano le paventate guerre valutarie e commerciali causate dagli squilibri globali innescati dall’euro, e il dollaro americano continua a svalutarsi sulla moneta unica, l’Eurozona rimane intrappolata nelle sue false speranze alimentando politiche deflazionarie che favoriscono i paesi più forti, quelli creditori, nonché gli squali della finanza con i loro sostenitori. Ma c’è anche un gioco delle parti. Pensiamo all’editoriale pubblicato ieri dal Financial Time in cui la City si schiera di maniera contro Emmanuel Macron, soprattutto sulle iniziative unilaterali in Libia. Considerata sempre più alla stregua della Grecia, l’Italia resta uno dei Pigs del Sud Europa, un ”maiale” che secondo il presidente dell’Eurogruppo Dijesselbloem è in crisi perché come gli altri compari meridionali ha speso i soldi in vino e donne. Fumo negli occhi: se il nuovo governo libico diventasse filo francese, potrebbe revocare le concessioni ad Eni e nazionalizzare le infrastrutture petrolifere, per poi affidarne la gestione tecnica ai francesi. Se così accadesse la Francia, che già è uno dei nostri principali fornitori di energia elettrica, prodotta dalle sue centrali nucleari, diventerebbe nostro fornitore anche per la componente Oil&Gas. Per non parlare della corsa agli armamenti, sul cui piatto ci sarebbero almeno 40 miliardi di commesse militari. I nostri cosiddetti alleati sono in realtà i nostri più agguerriti competitor. L’intesa tra Macron e Merkel per un esercito europeo punta in realtà anche alla costruzione di un superjet da combattimento e di droni militari che potrebbe schiantare il futuro dell’industria aeronautica italiana. Francia e Germania sono ormai scatenate. Ovunque. Le multinazionali francesi e tedesche stanno massacrando anche l’Africa dei flussi migratori, acquisendo le Pmi del Corno d’Africa mentre i cinesi costruiscono abitazioni e strade sfruttando la manodopera dei carcerati. Si sussurra che a mettere Cattaneo (ex Telecom) contro il suo datore di lavoro che appena 15 mesi prima l’aveva cercato sarebbe stata la Sparkle: da un po’ di mesi Vivendi (francese) controlla di fatto Telecom, e adesso potrà vendere Sparkle a Orange, compagnia telefonica d’Oltralpe. Ovunque ci siano interessi francesi e tedeschi c’è la Cina con le sue industrie, le sue imprese e la sua potenza. Sembra così confermato un accordo strategico tra Parigi, Berlino e Pechino: i cinesi assicurano il saccheggio delle materie prime a prezzi convenienti per tedeschi e francesi. Questi ultimi garantiscono l’appoggio europeo all’operazione. La scelta degli Usa di imporre nuove sanzioni alla Russia punterebbe allora soprattutto ad impoverire l’economia tedesca legata ai contratti con Mosca e di bloccare ad ogni costo il progetto del gasdotto North Stream II, che porterà il gas in Germania direttamente dalla Russia. Intanto il presidente cinese Xi Jinping mette i bastoni tra le ruote a gruppi che puntano a espandersi all’estero, come Hna, primo azionista di Deutsche Bank con una quota del 10%, o Suning che ha comprato l’Inter.Delocalizzando, le multinazionali occidentali hanno permesso alla Cina di entrare in contatto con tecnologie avanzate. Questo ha permesso a Pechino di crescere in maniera esponenziale fino a consentirgli di sfidare l’egemonia di Washington tramite la Ue. E i cittadini europei in queste guerre commerciali? Per loro, come riportato da Reuters, l’Unione Europea sta valutando di bloccare i prelievi dai depositi e dai conti correnti, per prevenire una eventuale Bank Run, cioè una corsa dei correntisti a prelevare i propri soldi. Il documento il questione è Estone ed è datato 10 luglio. Tutti al mare, intanto c’è chi lavora per voi.

martedì 4 luglio 2017

Scintille a Strasburgo: poteri deboli o forti?

di Raffaella Vitulano

Le scintille di luglio nei cieli di Strasburgo tra il presidente della Commissione Juncker e il presidente dell’Europarlamento Tapani riportano sotto i riflettori dell’opinione pubblica temi centrali come i rapporti tra le istituzioni europee e la democrazia all’interno delle stesse. Chi controlla chi? Ieri Tajani lo ha detto con chiarezza: l’Europarlamento controlla la Commissione, a dispetto di chi vede nell’Esecutivo Ue un bolide in fuga mai trattenuto dai rappresentanti degli elettori. Le dimissioni della Commissione europea presieduta da Jacques Santer nel 1999 e il caso Eurostat nel 2003 hanno del resto evidenziato da anni la sottaciuta importanza dei compiti di controllo del Parlamento europeo. I due casi, che destarono notevole scalpore, dimostrano come i deputati possano intervenire criticamente sul lavoro delle altre istituzioni. Nel 2014 solo per un soffio il Parlamento europeo respinse la mozione di sfiducia contro Juncker per il caso Lux- Leaks: un’inchiesta condotta da una rete internazionale di giornalisti aveva rivelato una serie di concessioni fiscali segrete del governo del Lussemburgo a grandi aziende multinazionali tra il 2002 e il 2010. Accusata di corruzione, malversazioni, abuso di potere e frode sulla base del rapporto emesso dagli esperti indipendenti, la Commissione Santer presentò le sue dimissioni unanimemente il 15 marzo 1999. Un anno decisivo - con l’entrata in vigore del Trattato di Amsterdam - in cui i deputati approvarono innanzitutto la nomina del Presidente della Commissione che, a sua volta, costituirà il collegio dei commissari. Durante la crisi Santer, l’Europarlamento agì da attore politico influente e chiese e ottenne dal presidente successivo, Prodi, un accordo in virtù del quale chiedere al presidente della Commissione di dimissionare anche solo un commissario nel corso del suo mandato. Oggi il Parlamento usa poi tutta la sua influenza anche per esprimere orientamento negativo sulla composizione della Commissione: accadde con Barroso, quando la proposta di nomina (non formalizzata) per Rocco Buttiglione fu oggetto di numerose polemiche e costrinse il governo italiano ad optare per Franco Frattini. Prima di nominarli, infatti, i deputati europei sottopongono ad estenuanti audizioni i candidati proposti dai governi nazionali. Ve l’immaginate una ritualità simile tra i parlamentari nazionali e i potenziali ministri? Il Parlamento ha inoltre la possibilità di censurare la Commissione in qualsiasi momento. Nel caso Santer per la prima volta il Parlamento europeo attaccò direttamente la Commissione. Le dimissioni collettive dei commissari chiariranno in seguito il ruolo del Parlamento come forza politica dell’Ue. E arrivando ai giorni nostri ecco perché, a ben vedere, la Commissione europea non è affatto immune dal controllo dell’Europarlamento, che può inoltre rifiutare l’approvazione del bilancio annuale e chiedere variazioni nei capitoli annuali di spesa decisi con il suo concorso nonché legiferare nelle materie indicate dal Trattato insieme al Consiglio dei ministri (“codecisione”). Pur non disponendo dei poteri di iniziativa dei parlamenti nazionali, il Parlamento europeo usa dunque a suo favore i poteri di approvazione e censura. Tutto bene nell’equilibrio dei poteri allora? No, a sentire Andrea Guazzarotti, professore associato di Diritto costituzionale all’Università di Ferrara: ”E’chiaro che la impraticabilità di sostituire la Commissione per motivi politici ma solo etico-giuridici da parte del Parlamento europeo rende quest’ultimo un organo assai più debole di un parlamento entro una forma di governo parlamentare. Nessuna forma di governo parlamentare sembra ammettere l’impossibilità di uno scioglimento anticipato della Camera elettiva, come invece è stabilito dai Trattati. Ma in una forma di governo parlamentare, il parlamento deve aver la forza di minacciare (in ogni momento) la sfiducia all’esecutivo per motivi squisitamente politici e non etico-giuridici”. Inoltre, in Europa le funzioni di Capo dello Stato ‘collettivo’ sono attribuite al Consiglio europeo. Se per caso Junker fosse, oggi, indotto a dimettersi dalla minaccia di sfiducia da parte del Parlamento europeo, quest’ultimo dovrebbe intraprendere una faticosissima trattativa politica con il Consiglio europeo dagli esiti incerti. Il rischio è quello che a rimetterci di più, quanto ad autorevolezza politica, sia proprio lo stesso Parlamento europeo.